#GreenWashing

La nuova corsa all’oro dell’industria estrattiva
È il deep sea mining: minare materiali chiave per l'industria high tech dai fondali marini. L’industria la considera un ponte verso la transizione energetica, la comunità scientifica avverte riguardo alle conseguenze
24 Marzo 2021
Noduli di manganese sul fondale della faglia di Clarion-Clipperton Zone (CCZ) nell’oceano Pacifico nord-equatoriale

Matteo Civillini

Sul fondo dell’Oceano Pacifico, a migliaia di chilometri di profondità, l’oscurità più assoluta inghiotte una risorsa su cui si sta giocando una partita chiave per il futuro del Pianeta. Simili a patate dal colore nero, i noduli polimetallici formano un lungo tappeto che si estende per migliaia di chilometri. Giacciono lì indisturbati dopo essere stati plasmati nel corso di milioni di anni dall’accumulo di depositi minerali. Al loro interno i noduli custodiscono un tesoro: rame, nichel, manganese e cobalto in alte concentrazioni. Quei metalli che fanno sempre più gola all’industria high-tech, perché ad oggi necessari per costruire le batterie – componente chiave della transizione energetica.

Intorno ai noduli si sta scatenando una nuova “corsa all’oro” globale. Un terreno dove gli appetiti commerciali di chi i minerali li vuole estrarre a tutti i costi si scontrano con la forte paura di comunità scientifica e attivisti per una nuova devastazione ambientale. Il messaggio di allarme di quest’ultimi è chiaro: le conseguenze dell’attività mineraria sugli ecosistemi marini rischiano di essere gravi e difficilmente rimediabili.

Tuttavia, la frontiera del deep sea mining, così si chiama tecnicamente questa tecnica estrattiva, appare sempre più vicina. Oggi non sembra più questione di se, ma di quando e come. Ad avere in mano il pallino del gioco è un’organizzazione per lo più oscura ai non addetti ai lavori: l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (nota come ISA, dall’abbreviazione del nome inglese). Un ente nato per salvaguardare i fondali marini in acque internazionali come bene per l’umanità, ma che oggi deve i fare i conti con accuse crescenti di inadeguatezza e conflitti di interesse.

È lì che le delegazioni dei Paesi membri stanno definendo in questo momento i codici che governeranno il futuro dell’estrazione mineraria. Dal regime di concessioni, al meccanismo di calcolo delle royalties (la percentuale del valore della produzione di idrocarburi pagate dalle compagnie allo Stato), alle considerazioni ambientali. Un processo delicato in cui anche l’Italia – che siede nel Consiglio dell’ISA – vanta un ruolo di peso. Optando per un approccio conservativo, finora il nostro Paese non ha avuto interessi commerciali diretti nel deep sea mining. Ma la paura di rimanere tagliati fuori sta spingendo due giganti dell’industria di Stato, come Saipem e Fincantieri, a tuffarsi in questo mare promettente quanto burrascoso.

Cinquemila leghe sotto i mari

Situata a cavallo tra Hawaii e Messico, in acque internazionali, la faglia di Clarion-Clipperton Zone (CCZ) si estende per 4,5 milioni di chilometri quadrati con profondità che vanno dai 4.000 ai 5.500 metri. Si tratta di una piana abissale che presenta condizioni estreme: quasi totale assenza di luce, temperature vicino allo zero, e una pressione atmosferica 500 volte superiore a quella sulla superficie terrestre.

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Un esemplare di Relicanthus sp., specie marina scoperta nel 2013 a 4.100 metri di profondità nella Clarion-Clipperton Zone | Foto: Craig Smith e Diva Amon, ABYSSLINE Project
Un esemplare di “scoiattolo gommato” osservato a 5.100 metri di profondità nella Clarion-Clipperton Zone | Foto: DeepCCZ expedition

Un tempo si pensava che questi fattori rendessero proibitiva l’esistenza di esseri viventi a certe profondità. Ma, una spedizione dopo l’altra, i ricercatori hanno fatto crollare questa credenza. Da una vasta gamma di vermi e anemoni, a crostacei giganti e, persino, curiosi “scoiattoli gommati”, sono numerose le specie che abitano negli abissi. Circa il 90% delle specie animali osservate nel corso di ogni esplorazione nell’area sono inedite.

Infatti, la Clarion-Clipperton Zone – come la maggior parte dei fondali oceanici – rimane uno dei luoghi di cui si ha una conoscenza più limitata sulla Terra. «Tutto quello che sappiamo di questi ambienti corrisponde a una piccolissima porzione di area campionata», spiega a IrpiMedia il professor Roberto Danovaro, presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e tra i massimi esperti mondiali nella ricerca oceanografica. «Su milioni di chilometri quadrati ad oggi è stato analizzato l’equivalente di due campi di calcio, siamo nell’ordine dello 0,0001%».

Fin dalle spedizioni pionieristiche degli anni ‘70, l’esplorazione dei fondali oceanici corre su un filo delicato dove interessi apparentemente opposti cercano di trovare un punto di equilibrio. Mentre gli scienziati sono intenti a catalogare flora e fauna, le compagnie private e alcuni degli Stati che facilitano questi viaggi sottomarini puntano lo sguardo altrove: sulla distesa di noduli polimetallici che ricoprono i fondali. Le pepite nere imbottite di rame, nichel, manganese e numerosi altri metalli preziosi. Il loro obiettivo è quello di raccoglierle in maniera sistematica, portarle in superficie e dare, quindi, il via a una nuova costola dell’industria estrattiva.

Deep sea mining: opportunità o catastrofe?

Ad oggi questa ambizione non è ancora realtà, ma l’era del deep sea mining sembra avvicinarsi a un ritmo inarrestabile. A spingere forte sull’acceleratore sono startup sorrette da lauti finanziamenti di venture capital, colossi del vecchio settore energetico in cerca di riconversione e alcuni Paesi – come Cina, Giappone e Corea del Sud – che credono di aver fiutato l’affare.

Per i paladini del deep sea mining il discorso è semplice. La transizione energetica richiede enormi quantità di metalli come rame, cobalto, nichel necessari per la produzione di batterie e altre numerose componenti tecnologiche. L’estrazione dalle miniere sulla terraferma causa una serie di problemi, tra cui deforestazioni, emissioni nocive e – come nei giacimenti di cobalto in Congo – lavoro minorile. La raccolta dei noduli dagli oceani – dicono loro – permetterebbe di evitare queste piaghe, garantendo un approvvigionamento di metalli persino superiore. Le aziende citano frequentemente uno studio redatto nel 2012 dalla US Geological Survey, nel quale si stimava che i noduli nell’Oceano Pacifico contengono quantità di nichel, cobalto e manganese maggiori rispetto alla somma di tutte le riserve terrestri di questi metalli.

«La realtà è che il passaggio all’utilizzo di energia pulita non è possibile senza estrarre miliardi di tonnellate di metalli dal pianeta», sostiene Gerard Barron, AD di DeepGreen Metals, tra le aziende private in prima linea sulla frontiera del deep sea mining. «I noduli sottomarini offrono un modo per ridurre sensibilmente il costo ambientale di questa estrazione».

Le tecnologie necessarie per questa attività sono ancora in fase di sperimentazione, ma, a grandi linee, il deep sea mining dovrebbe seguire questo schema. Una flotta di robot controllati a distanza percorre in modo sistematico il fondo dell’Oceano, dragando lo strato superficiale della crosta terrestre e raccogliendo i noduli polimetallici che trova sulla sua strada. Le pepite vengono poi risucchiate da un lunghissimo tubo idraulico (in gergo, riser pipe) collegato direttamente a una nave di supporto in superficie. I macchinari a bordo dell’imbarcazione effettuano le prime operazioni di filtraggio, separando i metalli preziosi dai sedimenti residui. Quest’ultimi vengono infine pompati nuovamente in mare.

Un’animazione del MIT illustra le fasi di un’ipotetica attività di deep sea mining

Per la comunità scientifica il costo ambientale dell’estrazione sarebbe altissimo. Le operazioni di dragaggio provocherebbero un erosione dei fondali tale da annientare qualsiasi forma vivente lì presente. Numerosi organismi costruiscono infatti il proprio habitat intorno ai noduli polimetallici stessi. L’utilizzo di macchinari invasivi andrebbe inoltre a generare livelli di rumore e vibrazione mai visti prima in luoghi normalmente bui e silenziosi.

A destare una preoccupazione persino maggiore sono gli effetti secondari. Primo su tutti, la formazione di “nuvole di sedimenti” sprigionate sia dal lavoro di estrazione che dalla reimmissione dei materiali di scarto nell’oceano. Secondo studi dell’Università delle Hawaii, i residui potrebbero essere trasportati anche a diverse decine o centinaia di chilometri di distanza dal luogo di estrazione, causando effetti simili a quelli dell’inquinamento atmosferico sulla terraferma. Il rilascio di pulviscolo di metalli rischierebbe inoltre di alterare la composizione chimica dell’acqua.

Per gli esperti, come il professor Roberto Danovaro, quella che si configura oggi è «un’attività intrinsecamente distruttiva»

Per gli esperti, come il professor Roberto Danovaro, quella che si configura oggi è «un’attività intrinsecamente distruttiva». «Qualcuno – dice Danovaro – mi deve ancora dimostrare come si possa fare in modo eco-compatibile. Teoricamente – specifica il professore – si dovrebbero raccogliere le pepite una ad una e lasciando una quantità tale di sedimenti da garantire agli organismi un minimo di habitat. Passando con dei bulldozer questo non può esistere».

Un’ulteriore preoccupazione nasce poi dalla forte difficoltà a ripristinare gli ecosistemi marini al termine delle attività estrattive. Le tracce lasciate da alcuni test di dragaggio effettuati nella Clarion-Clipperton Zone nel 1978 erano ancora chiaramente visibili 37 anni più tardi, quando i ricercatori hanno perlustrato nuovamente l’area.

«I meccanismi di compensazione, come il restauro ecologico, hanno dei costi che sono pari o superiori al guadagno previsto dallo sfruttamento dei noduli», aggiunge Danovaro. «Inoltre, anche spendendo queste somme non c’è la certezza di poter recuperare quanto distrutto».

La partita geopolitica del deep sea mining
Royalties, ambiente, compensazioni e investimenti di Stato: gli interessi attorno all’estrazione dai fondali profondi sono sia di ordine economico sia politico

Un nodulo di manganese raccolto nella Clarion-Clipperton Zone | Foto: DeepCCZ expedition

Matteo Civillini

La Clarion-Clipperton Zone non è l’unica area del Pianeta dove la presenza massiccia di noduli polimetallici scatena gli appetiti dell’industria estrattiva. Riserve minerarie sono state individuate anche sui fondali dell’Oceano Pacifico meridionale, al largo delle Isole Cook, nel bacino del Perù e, in misura minore, nelle acque che circondano Svezia e Norvegia.

Tuttavia, i riflettori sono puntati sulla CCZ perché in questo momento lì si sta giocando una partita che inevitabilmente segnerà il futuro dell’intero settore. Il motivo principale è il peculiare assetto amministrativo dell’area.

I fondali marini in acque internazionali – come quelle della CCZ – rientrano sotto la giurisdizione dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (nota con l’abbreviazione di ISA), un organo intergovernativo. Nata nel 1994 sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, all’ISA spetta un compito particolarmente delicato. Da una parte deve assicurare la protezione dei fondali oltre i confini nazionali, definiti dall’ONU “patrimonio comune dell’umanità”. Compresi, quindi, gli ecosistemi che li popolano. Dall’altra, però, l’ISA ha anche il mandato di coordinare l’estrazione dei minerali nelle stesse zone. Un’attività – quest’ultima – che si pone in contrapposizione (quantomeno parziale) alla salvaguardia dei fondali.

Origine ed evoluzione storica del Deep Sea Mining

Le scoperte scientifiche su cui poggia il deep sea mining risalgono a oltre un secolo e mezzo fa. Dell’esistenza di noduli polimetallici sui fondali oceanici se ne ha contezza dal 1868, quando una missione di esploratori svedesi scoprì per la prima volta sedimenti di ferro-manganese nel Mare di Kara, al largo della Siberia. Ma, sebbene le esplorazioni dei fondali si susseguirono, per quasi un secolo la fascinazione per queste pepite nerastre non varcò i confini della comunità geologica.

A portare il deep sea mining sui tavoli internazionali fu il diplomatico maltese Arvid Pardo, considerato il padre della Convenzione sui diritti del mare. Nel 1967, in un lungo discorso di fronte all’assemblea generale delle Nazioni Unite, Pardo dipinse un quadro particolarmente roseo: «Lo sfruttamento commerciale dei minerali marini è imminente», disse l’ambasciatore maltese, citando stime secondo le quali dai fondali oceanici si sarebbero potute ricavare riserve di cobalto sufficienti per coprire il fabbisogno di 200mila anni.

Successivamente, le previsioni di Pardo si sarebbero rivelate eccessivamente ottimistiche. Ma il suo intervento appassionato diede il via a una serie di eventi che avrebbero poi plasmato l’attuale regime di esplorazione – e futuro sfruttamento – delle risorse minerarie marine. Il concetto espresso da Pardo di designare i suoli marini in acque internazionali come “patrimonio comune dell’umanità” diventò l’architrave della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Mare del 1982. Fu in quella occasione, inoltre, che si stabilì la creazione della International Seabed Authority (ISA), sebbene l’organismo non vide effettivamente la luce del sole fino al 1994.

Mentre l’impalcatura normativa si andava via via definendo, i tentativi di portare in superficie i preziosi noduli si intensificarono, finendo però spesso con risultati tragicomici.

Nel 1978 un consorzio formato da Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Giappone testò un meccanismo di estrazione dei noduli nella Clarion-Clipperton Zone. Ma l’intero equipaggiamento andò perso nell’Oceano, quando il peso dei sedimenti raccolti lo spinse oltre la poppa della nave. In quegli stessi anni Lockheed Martin e Oceans Minerals suscitarono entusiasmo per lo sviluppo di un sistema di estrazione in grado di operare fino a 6mila metri di profondità. Ma in seguito si scoprì che le attività esplorative erano soltanto una copertura per una missione della Cia con lo scopo di recuperare sottomarini sovietici affondati.

Dai primi anni 2000 il compito principale dell’ISA è stata la concessione di contratti di esplorazione della durata di 15 anni (prorogabili per altri 5). Lo scopo è quello di verificare la fattibilità del deep sea mining, testare le tecnologie e studiarne gli impatti. Le aree ricche di minerali – la Clarion-Clipperton Zone in primis – sono state parcellizzate in diversi lotti e affidate ai contractors, gli appaltatori. Ad oggi l’ISA ha rilasciato 31 licenze che coprono un’area di oltre 1,5 milioni di chilometri quadrati.

Tra i Paesi beneficiari, a farla da padrone è la Cina, con 5 contratti di esplorazione, seguita da Corea del Sud, India, Russia, Francia e Germania, con 2 concessioni ciascuna. Tuttavia, un ruolo sempre più preponderante lo stanno assumendo una manciata di società private, che tra loro gestiscono la metà delle licenze nella Clarion-Clipperton Zone. Soggetti che sono arrivati ad accumulare un peso considerevole nello sviluppo dell’industria attraverso quella che Greenpeace denuncia come una strategia dai contorni opachi.

Una mappa della Clarion-Clipperton Zone, situata nell’Oceano Pacifico Centrale. Le zone colorate rappresentano le aree in cui sono state concesse licenze esplorative per l’estrazione di minerali. Le zone barrate sono attualmente protette da attività estrattive. Crediti: International Seabed Authority

Per poter richiedere una licenza di esplorazione una società privata deve essere sponsorizzata da uno stato firmatario della Convenzione sui diritti del mare. Questo meccanismo dovrebbe far sì che le aziende siano tenute sotto stretto controllo dai Paesi in cui hanno sede e che siano ritenuti direttamente responsabili in caso di violazioni ambientali o contrattuali. In pratica, però, in alcuni casi il legame tra soggetto privato e nazione sponsor risulta essere molto flebile. Piccoli staterelli in via di sviluppo, come Tonga, le Isole Cook, Nauru o Kiribati, fungono infatti da promotori per licenze formalmente in mano ad aziende autoctone, ma in realtà controllate da colossi Occidentali attraverso reti di filiali e partnership.

A sfruttare questa strategia è soprattutto DeepGreen Metals, società canadese che conta sul supporto finanziario di Glencore – numero uno al mondo nel commercio di materie prime – e Maersk. DeepGreen gestisce tre contratti di esplorazione nella CCZ attraverso tre diverse piccole società sponsorizzate da stati insulari del Pacifico: Nauru, Tonga e Kiribati. Analogamente, il gigante belga dei dragaggi DEME è coinvolto in un progetto di esplorazione promosso dalle Isole Cook, oltre a possedere separatamente una propria licenza dell’ISA.

Come denunciato da due scienziati sul New York Times, le ricche società Occidentali si assicurerebbero così lauti guadagni, tenendosi «geograficamente, politicamente ed economicamente a distanza dai piccoli Paesi insulari che patiranno le conseguenze maggiori».

I big del deep sea mining

DeepGreen Metals: Fondata nel 2011 da un gruppo di imprenditori canadesi, DeepGreen vanta oggi la più estesa riserva privata di noduli polimetallici. Dopo aver raccolto investimenti da parte di Glencore e Maersk, nel marzo 2021 DeepGreen ha annunciato l’intenzione di quotarsi in borsa attraverso la fusione con una cosiddetta SPAC. L’accordo darebbe a DeepGreen una valutazione di 2,9 miliardi di dollari.

GSR-DEME: GSR è la divisione dedicata al deep sea mining di DEME, gigante belga dell’ingegneria marittima. Oltre a un contratto di esplorazione sponsorizzato dal Belgio, GSR vanta una partnership con un’entità statale delle Isole Cook.

UK Seabed Resources: Seppur le sue licenze siano sponsorizzate dal Regno Unito, Seabed Resources è controllata al 100% da Lockheed Martin, il colosso americano delle difesa noto per la produzione di caccia militari.

Ocean Mineral Singapore: OMS è una filiale della Keppel Corporation, holding di Singapore con interessi nell’estrazione di gas e petrolio, nella cantieristica navale e nelle telecomunicazioni. Ad oggi il più grande costruttore di trivelle petrolifere al mondo, Keppel ha annunciato di voler abbandonare quel settore per concentrarsi sulle energie rinnovabili.

Cina: Diversi enti e aziende statali cinesi gestiscono tra loro cinque contratti di esplorazione. La più importante è COMRA, organizzazione governativa fondata nel 1990 e beneficiaria di una delle prime concessioni dell’ISA risalente al 2001.

Equinor: La società energetica controllata dal governo norvegese non dispone di contratti di esplorazione dell’ISA al momento. Tuttavia, Equinor sta studiando tecnologie per estrarre i minerali presenti sui fondali nelle acque nazionali. Il governo norvegese punta a rilasciare le prime licenze estrattive entro il 2023.

Lo scontro sul Codice per l’Estrazione dei Minerali

Le sorti del deep sea mining – e, di conseguenza, dei fondali marini – vengono scritte in questo momento in un anonimo edificio grigio che si affaccia sul golfo di Kingston, in Giamaica. Lì, nella sede dell’ISA, proseguono dal 2014 i negoziati che dovranno portare alla definizione di un codice per l’estrazione dei minerali. Un momento cruciale perché l’approvazione delle norme darà ai concessionari il via libera per ottenere una licenza estrattiva e iniziare la raccolta dei metalli.

La normativa, la cui bozza conta attualmente 117 pagine, dovrebbe coprire ogni aspetto dell’attività estrattiva: dalla forma dei contratti alla quantificazione delle royalties, dalle valutazioni d’impatto ambientale necessarie per ottenere una licenza alle pene da comminare a chi violerà le regole. A guidare il processo è il Consiglio dell’ISA, un organo composto da 36 membri, compresa l’Italia che siede nel gruppo A insieme a Cina, Giappone e Russia.

Marzia Rovere, ricercatrice scientifica dell’Istituto di Scienze Marine e tra i componenti della delegazione italiana all’ISA, dice che il nodo critico dei negoziati sono le misure di salvaguardia ambientale. «Ci sono gruppi regionali che hanno interessi divergenti tra loro», spiega Rovere a IrpiMedia. «Non è una visione totalmente polarizzata, perché tutti dichiarano come intento la tutela ambientale. Ma ci sono alcuni Paesi, compresa l’Italia, che ne fanno una loro bandiera più alta».

Le divergenze tra gli stati membri, insieme agli effetti della pandemia, hanno causato uno slittamento nella chiusura dei lavori, inizialmente prevista per il 2020. Rovere dubita che il codice possa essere completato in tempi brevi.

Il rischio, però, è che a forzare la mano dell’ISA siano gli stessi contractors. Secondo la Convenzione dell’ONU sul diritto del mare, infatti, uno stato sponsor può notificare il Consiglio dell’ISA della volontà di un concessionario sotto il suo controllo di chiedere una licenza estrattiva. Da quel momento il Consiglio avrebbe due anni per ultimare la normativa. Se ciò non dovesse succedere, il Consiglio sarebbe comunque costretto a dare il via libera alle attività di estrazione sulla base di qualsiasi regolamento provvisorio in vigore. È quella che gli addetti ai lavori chiamano “l’opzione nucleare”.

«In origine – spiega Matthew Gianni, fondatore della Deep Sea Conservation Coalition e osservatore indipendente dei lavori dell’ISA – questa regola era stata inserita dai Paesi avanzati per non correre il rischio di essere ostacolati dai paesi in via di sviluppo. Paradossalmente – conclude Gianni – la nazione che adesso minaccia di sfruttare questa norma è Nauru, che sponsorizza DeepGreen». Gerard Barron, amministratore delegato di DeepGreen, ha indicato che «questa opzione rimane sul tavolo» per far sì che la sua azienda sia operativa entro il 2023.

Seppure senza citare questa clausola, anche Seabed Resources e GSR-DEME, le altre due principali aziende private del settore, fanno pressioni pubblicamente affinché l’ISA adotti una normativa il più presto possibile.

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L’isola pioniera dell’industria estrattiva del futuro

Nauru, nel Pacifico, è capofila tra le nazioni che vogliono estrarre metalli dai fondali oceanici. Diverse voci critiche, però, mettono in dubbio i vantaggi di quest’industria nella lotta ai cambiamenti climatici

Il crescente fermento dell’industria ha spinto un gruppo sempre più corposo di scienziati e ambientalisti a chiedere con forza una moratoria sulle attività di estrazione dai fondali oceanici. Almeno finché non sarà possibile stabilire con maggiore chiarezza quali siano le conseguenze del deep sea mining.

«La moratoria è una condizione transitoria, ma necessaria di fronte alla forte incertezza e al rischio di creare danni irreversibili agli ambienti marini», sostiene Gianni. «Solo dopo aver studiato approfonditamente cosa avviene a quelle profondità – conclude – si può decidere se l’estrazione può svolgersi con impatti minimi o se ciò non sia possibile».

Anche alcuni Paesi, come Portogallo, Costa Rica e Fiji, oltre che al Parlamento Europeo, si sono aggiunti al coro di voci in favore di uno stop temporaneo. Una posizione che, al momento, l’Italia non appoggia. Secondo Marzia Rovere, «uno stato membro non può sostenere la moratoria perché sarebbe come dire che l’ISA non ha senso di esistere».

«O si riscrive la legge internazionale, oppure se questo organo viene mantenuto bisogna seguire questo processo», aggiunge Rovere.

A detta della ricercatrice, sui tavoli dell’ISA l’Italia segue da sempre una linea conservativa e di grande cautela rispetto a possibili rischi ambientali.

Una posizione forse dettata anche dal fatto che, storicamente, il nostro Paese ha avuto un ruolo defilato sul versante commerciale del deep sea mining. A differenza di altre nazioni europee – come Germania, Francia, Belgio, Polonia – che da decenni hanno contratti esplorativi, l’Italia non ne ha mai fatto richiesta.

L’offensiva diplomatico-industriale dell’Italia
Saipem e Fincantieri in tandem con la Farnesina esplorano il mercato del deep sea mining: l’intreccio tra diplomazia e interessi aziendali
Il Palazzo della Farnesina, sede del Ministero degli Affari Esteri italiano | Foto: Wikimedia

Matteo Civillini

Nell’ultimo anno, però, si è visto un attivismo improvviso, riunendo gli sforzi della diplomazia e dell’industria di Stato. Il “soft power” lo mette in campo il Ministero degli Affari Esteri – da cui dipende la delegazione italiana all’ISA – che lo scorso novembre ha tenuto un evento di due giorni sul deep sea mining. Un’occasione – dice la Farnesina – per mettere intorno a un tavolo (virtuale) i player più attivi nell’esplorazione dei fondali e il mondo scientifico e accademico. Con lo scopo di confrontarsi sulle tecnologie necessarie per coniugare estrazione e tutela ambientale.

Ma, visto il titolo dell’evento, Dall’estrazione di idrocarburi allo sfruttamento minerario dei fondali marini: nuove tecnologie e problemi emergenti, anche un tentativo di buttare la palla nel proprio campo. Infatti, a dire la loro sulle lezioni che il mondo dell’oil&gas può dare a quello del deep sea mining c’erano anche Saipem e Fincantieri. Due fiori all’occhiello dello Stato azionista, che guardano con crescente interesse alla nascente industria mineraria dei fondali. Tanto che nell’agosto scorso hanno siglato un accordo di collaborazione volto ad analizzare le potenzialità del mercato e progettare nuove tecnologie estrattive.

La presentazione di Saipem illustra come l’azienda intenda applicare le proprie tecnologie nel campo del deep sea mining

Per Stefano Cao, AD di Saipem, l’intento è «di individuare soluzioni ambientalmente compatibili per l’utilizzo sostenibile di fondali marini». L’azienda controllata da Eni crede che la lunga esperienza nel settore petrolifero possa garantire dei vantaggi nelle operazioni di dragaggio dei fondali e di trasporto dei minerali in superficie.

Fincantieri, invece, ambisce a fornire le navi di supporto alle attività di estrazione, sulle quali verrebbero caricati i noduli per le operazioni di pulizia e il successivo trasporto. L’azienda triestina dice di studiare soluzioni per il deep sea mining già dal 2016. Un lavoro di ricerca tenuto confidenziale fino a maggio 2020 quando l’AD Giuseppe Bono era già uscito allo scoperto nel corso di un’audizione in Senato davanti alla commissione Difesa. «La Cina è la nazione che ha più concessioni al mondo per fare questa attività», disse Bono in quell’occasione, spingendo sul tasto della geopolitica, «io penso che anche noi dobbiamo cominciare a preoccuparci».

Un’osservazione che lascia trasparire come, ancor più dell’attrattiva commerciale, a spingere l’azienda sia stata la volontà di piantare una bandierina in un settore potenzialmente strategico in futuro.

Marzia Rovere spiega come l’accordo tra Saipem e Fincantieri sia nato proprio dietro la spinta della Farnesina. «In realtà (le aziende, ndr) stanno alla finestra per ora ma senza investire particolari risorse», dice Rovere a Irpimedia. «Sono state sollecitate dal Ministero degli Esteri a interessarsi a una materia in cui l’Italia è chiamata a dare un contributo anche sui tavoli diplomatici».

L’intreccio tra Eni e Ministero degli Esteri

Un intreccio tra diplomazia e interessi aziendali che ricorda da vicino lo scenario dipinto da Re:Common sui rapporti intimi tra Farnesina ed Eni. Sulla base di documenti inediti l’organizzazione non governativa con sede a Roma ha rivelato dell’esistenza di un protocollo d’intesa tra Ministero degli Esteri e il colosso energetico. L’accordo prevede lo stanziamento di uomini di Eni alla Farnesina con lo scopo di “raccordare” l’azione diplomatica e gli interessi dell’azienda. Saipem, che ha stretto l’intesa con Fincantieri sul deep sea mining, è controllata al 30% da Eni stessa.

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A frenare un coinvolgimento più diretto delle due aziende italiane sarebbe non solo l’aspetto ambientale, ma anche l’incognita dei reali margini di guadagno. La sostenibilità commerciale del deep sea mining e il valore dei minerali nelle filiere produttive del futuro sono argomenti oggetto di forte dibattito. DeepGreen Metals sostiene che con i metalli estraibili dai noduli presenti nelle sue zone di esplorazione sia possibile produrre 280 milioni di auto elettriche. L’azienda canadese stima che le aree di esplorazione attualmente sotto il suo controllo abbiano un valore di oltre 30 miliardi di dollari.

Una prospettiva di guadagni stellari che si scontra però con la realtà di fallimenti recenti. Analogamente a DeepGreen, un’altra azienda canadese, Nautilus Minerals, ambiva ad essere tra i pionieri del deep sea mining. Oltre alle concessione dell’ISA, Nautilus aveva ottenuto una licenza per sfruttare giacimenti di solfuri polimetallici al largo della Papua Nuova Guinea. Il progetto però è naufragato quando l’azienda non è stata in grado di reperire nuovi finanziamenti per sviluppare i costosi strumenti tecnologici. Nel 2019 Nautilus ha dichiarato bancarotta, lasciando a mani vuote non solo gli investitori, ma anche il governo papuano che aveva versato 120 milioni di dollari nel progetto.

Matthew Gianni, fondatore della Deep Sea Conservation Coalition, sostiene che le proiezioni dell’industria estrattiva siano «favole». «La realtà – ragiona Gianni – è che il deep sea mining potrà provvedere a una frazione dei metalli richiesti dal mercato globale, a meno che – continua – non prenda forme assolutamente catastrofiche» dice Gianni. Chi, come lui, si oppone allo sviluppo indiscriminato dell’industria guarda con interesse all’intenzione di Tesla e Panasonic per produrre batterie prive di cobalto. «La vera soluzione è sostenere un’economia circolare, riciclare quello che già abbiamo estratto e utilizzare materiali con impatti minori», conclude Gianni. «Anche la grande industria manifatturiera lo sa».

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CREDITI

Autori

Matteo Civillini

Editing

Luca Rinaldi

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