#GreenWashing

Tirreno Power, processo al carbone
L’azienda è a processo per disastro ambientale e sanitario nel savonese. Dieci anni fa proponeva versioni “green” e tecnologiche di gas e carbone per combattere i cambiamenti climatici
16 Luglio 2021

Lorenzo Bagnoli

Era giugno del 2010 quando Giovanni Gosio, direttore generale di Tirreno Power, ha annunciato di voler dedicare un giorno per ospitare i cittadini interessati a conoscere la centrale elettrica a carbone di Vado Ligure, in provincia di Savona. Allora Tirreno Power Spa, la società a cui tutt’oggi appartiene la struttura, era una comproprietà tra Sorgenia e la francese Gaz de France (Gdf) Suez, poi diventata Engie. Oggi la quota di Sorgenia, che all’epoca era del gruppo De Benedetti, appartiene a F2i, fondo di investimento di Cassa depositi e prestiti, Banca Intesa e UniCredit.

«Vorremmo che l’Open day fosse un’occasione per conoscere meglio un presidio industriale ricco di risorse e tecnologia come la centrale termoelettrica di Vado Ligure», spiegava dieci anni fa Gosio alle testate locali. «Cerchiamo di mettere da parte i pregiudizi che si sono creati attorno alla centrale e per permettere a tutti i visitatori di conoscerci meglio», aggiungeva.

Gosio diceva di voler informare i cittadini in merito alle ultime tecnologie implementate a Vado Ligure. Aveva intenzione di placare le proteste contro il carbone che in Italia hanno trovato sponda nelle comunità locali toccate dagli impianti industriali.

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Oggi Gosio – che fu direttore generale tra il 2003 e il 2014 – è uno dei 26 imputati nel processo per disastro ambientale e sanitario colposo di cui è protagonista Tirreno Power. Il procedimento penale è cominciato nel 2019 a seguito di un esposto del gruppo di cittadini Uniti per la salute. A metà 2021 è entrato nel vivo con le deposizioni di uno dei principali periti dell’accusa, il biologo Stefano Scarselli. A lui è stata affidata l’analisi ambientale, mentre altri due medici – Paolo Franceschi e Paolo Crosignani – hanno realizzato per la procura l’analisi epidemiologica. Il processo dovrà stabilire se la centrale è responsabile o meno di circa 400 morti, oltre a danni ambientali e sanitari stimati tra i 770 e gli 860 milioni di euro.

Il processo dovrà stabilire se la centrale è responsabile o meno di circa 400 morti, oltre a danni ambientali e sanitari stimati tra i 770 e gli 860 milioni di euro

I morti ci sono, l’inquinamento anche, ma secondo l’azienda sono in linea con una qualunque area dalla forte presenza industriale e antropica. Il processo – alla fine dei conti – serve a stabilire, sul piano giuridico, se è vera l’ipotesi che l’attività della centrale abbia una correlazione diretta con le une e l’altro. I dati sui quali si basa questa decisione sono il principale oggetto del contendere.

Cronologia della vicenda Tirreno Power

L’impianto «ad alta efficienza»

Le indagini “dal basso” sull’impatto sanitario e ambientale di Tirreno Power sono cominciate nel 2007, anno in cui si è costituita Uniti per la salute. Dopo l’esposto depositato dall’associazione (insieme ad altri gruppi), a proseguire le indagini è stata la procura di Savona, con la sua polizia giudiziaria. L’associazione – si legge suo profilo Facebook – «promuove e sostiene, iniziative, interventi e informazioni finalizzati al miglioramento di vita e di salute dei cittadini del territorio della Provincia di Savona». La compongono abitanti di Quiliano e Vado Ligure, i due Comuni più impattati dalla presenza della centrale: sono commercianti, pensionati, insegnanti, professioni, ex operai.

Galeotto è stato un servizio al telegiornale che ha annunciato il piano di allargamento dell’impianto che nel 2009 ha ottenuto la definitiva approvazione dal Ministero dell’ambiente. Il nuovo gruppo a carbone avrebbe prodotto 460 MW di energia elettrica. “Avrebbe” perché alla fine non è mai stato realizzato, anche a seguito dell’intervento di cittadini e magistratura.

Iniziative dell’azienda come l’open day del 2010 avevano l’obiettivo di conquistare un po’ di consenso e replicare alla controinformazione sulla nocività del carbone (l’Ordine dei medici provinciale aveva definito l’impianto una «minaccia reale e consistente per la salute»). La campagna contro i combustibili fossili all’inizio degli anni Duemila stava prendendo una dimensione internazionale. Da allora il movimento ambientalista ha espresso la sua contrarietà al carbone in modo sempre più radicale, mentre i produttori hanno cercato soluzioni tecnologiche e piani di sviluppo che permettessero di continuare a usarlo senza superare i limiti stabiliti per le emissioni di inquinanti.

I morti ci sono, l’inquinamento anche, ma secondo l’azienda sono in linea con una qualunque area dalla forte presenza industriale e antropica

La cattura del carbone e le “nuove tecnologie”

Oggi il disinvestimento dai combustibili fossili è, quantomeno a parole, un obiettivo perseguito da quasi tutti, tra governi e aziende, con il pieno sostegno degli scienziati che ritengono il carbone e i suoi fratelli tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Allora, però, andava di moda l’idea che potesse trovarsi una terza via, quella del “carbone pulito” e i gruppi di combustione “ad alta efficienza”, come quello di Vado autorizzato e mai realizzato. 

A leggere un dossier di Legambiente del 2010 contro l’allargamento delle centrali termoelettriche a carbone italiane in corso a cavallo degli anni Dieci del 2000 si ritrovano parole che oggi si applicano agli impianti industriali a gas (idrogeno soprattutto) invece che a carbone. Si parlava già infatti di Carbon Capture and Storage (CCS), la tecnologia per catturare anidride carbonica di cui abbiamo scritto in passato. Un esempio di progetto a cui applicare la tecnologia sperimentale doveva essere la centrale di Porto Tolle, in provincia di Rovigo, di proprietà di Enel.

Nel rapporto Carbone: vecchio, sporco e cattivo Legambiente definiva il CCS «un sistema ancora in fase sperimentale che dovrà attendere diversi anni prima di diventare maturo e di poter essere disponibile su larga scala». Sono le stesse parole che si sentono ripetere dagli esperti oggi, a cui si aggiunge uno storico di esperimenti già falliti. In Europa, proseguiva il report del 2010 di Legambiente, «la CCS non sarà disponibile prima del 2020 e potrà essere inizialmente adottata solo da una decina di impianti». La storia però ci ha dimostrato che non è andata così. La società di consulenza McKinsey riteneva il 2025 un orizzonte plausibile per l’utilizzo della tecnologia CCS «applicata esclusivamente a centrali realizzate dopo il 2005 e dotate di impianti adeguati», secondo quanto riportato da Legambiente.

Analisi epidemiologica del 2013

La tabella riporta i dati più importanti riportati nel decreto di sequestro preventivo scritto dalla gip Fiorenza Giorgi nel 2014.

SO2 sta per biossido di zolfo, impropriamente detto anche anidride solforosa. Si tratta di un gas incolore dall’odore pungente e soffocante, non infiammabile e molto solubile in acqua. Tende a stratificarsi al suolo, visto che pesa più dell’aria. Sul piano sanitario, provoca polmoniti, tracheiti, bronchiti. È una traccia della combustione del carbone e di prodotti petroliferi.

ELEMENTI IN TRACCIA: Si tratta di arsenico, piombo, selenio, cadmio e antimonio «la cui compresenza, misurata sul campo nell’ambito della consulenza, caratterizza univocamente ed esclusivamente le emissioni della centrale», scrive la gip Giorgi nel decreto di sequestro preventivo.

Già dieci anni fa, quindi, si pensava a piani nazionali contro i cambiamenti climatici fondati su una tecnologia che a tutt’oggi non funziona. A questo si accompagnava l’idea del “carbone pulito”, concetto rimasto solo nei piani di sviluppo di Paesi come l’India (che ha annunciato 54,4 miliardi di dollari in investimenti per nuovi impianti), noti per essere cronicamente indietro nel contrasto al cambiamento climatico. Giusto Donald Trump, all’alba della sua amministrazione, aveva cercato di resuscitare il mito del “clean coal”, il carbone pulito, promettendo di creare nella filiera nuovi posti di lavoro.

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2010-2014: i primi passi dell’indagine

Nel 2010, dopo l’annuncio dell’open day di Tirreno Power, il medico Paolo Franceschi, poi divenuto consulente della procura sul caso, ha scritto: «Deve assolutamente essere denunciato all’opinione pubblica il fatto che gli attuali gruppi 3 e 4 a carbone (i gruppi 1 e 2, precedentemente a carbone sono stati trasformati in gruppi a gas, ndr) attualmente non utilizzano affatto “le tecnologie più avanzate”,  in quanto  emettono oltre il quadruplo degli ossidi di zolfo, e oltre il triplo degli ossidi di azoto e del particolato di quanto potrebbero fare se veramente utilizzassero “le tecnologie più avanzate”».

Concludeva il comunicato stampa con le conseguenze della centrale per la salute pubblica: «Poiché le acquisizioni scientifiche attuali permettono di affermare che i danni sanitari causati alla popolazione dalle centrali termoelettriche sono direttamente proporzionali alle emissioni, si deduce che i danni sanitari, che la letteratura scientifica specializzata conteggia in termini di morti e di malati,  potrebbero essere da 3 a 4 volte maggiori rispetto a quanto sarebbe consentito dall’applicazione delle migliori tecnologie disponibili». Quello dell’adottare le “migliori tecnologie disponibili” (mtd) è uno dei requisiti che viene richiesto per ottenere le autorizzazioni ministeriali.

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Gli inquinanti della centrale di Vado Ligure
Secondo i rilevamenti delle perizie dell’accusa, i problemi maggiori legati alla centrale elettrica di Vado Ligure riguardano le emissioni di ossidi di zolfo e azoto. Sono entrambi ritenuti degli inquinanti dal ministero per la Transizione ecologica e sono entrambi ritenuti responsabili dell’inquinamento dell’aria. Le patologie a essi legate riguardano soprattutto l’apparato respiratorio. Un altro elemento importante è il particolato, l’insieme delle particelle di sostanze solide o liquide sospese in aria, che è stato veicolo di trasporto dei metalli pesanti, anche loro dannosi per la salute.
La svolta per l’accusa, e un importante primo risultato per la popolazione contraria all’impianto, è arrivata quattro anni dopo, nel 2014: l’11 marzo, la giudice per le indagini preliminari Fiorenza Giorgi ha firmato l’ordine di sequestro preventivo dei gruppi a carbone di cui scriveva il medico Franceschi, il 3 e il 4, «per motivi di sicurezza sanitaria». La responsabilità di tale situazione è «esclusivamente attribuibile alle emissioni della centrale». Per la gip l’azienda ha provocato «decessi riconducibili direttamente alla presenza della centrale» e ha commesso «reiterate inottemperanze alle prescrizioni».

Tirreno Power ha contestato fin dall’inizio la legittimità del provvedimento. Secondo l’azienda, il sequestro – preludio poi all’abbandono forzato del carbone – si è fondato su motivazioni ideologiche più che giuridiche. Infatti, dice l’azienda, se si fosse approfondito «si sarebbe evidenziata l’insussistenza dei fatti attribuiti». Il riferimento è alla contestazione del superamento dei limiti di emissioni inquinanti («per una singola ora di un singolo giorno in decenni di attività dell’impianto per un conclamato problema tecnico momentaneo») e alle contestazioni rispetto a mancanze sui sistemi di rilevazione richieste dalle autorizzazioni.

Due anni prima della scure giudiziaria, infatti, Tirreno Power aveva ottenuto dal Ministero dello Sviluppo economico un ulteriore permesso per il gruppo a carbone da 460 MW che avrebbe dovuto ridurre le emissioni, ma alla fine i lavori per la sua realizzazione non sono mai cominciati. Anche in questo caso il nodo è la valutazione del piano di contenimento delle emissioni: per la procura non era sufficiente e non era implementato con i tempi previsti. Al contrario, secondo Tirreno Power, era stato avallato dalle autorizzazioni.

Nel 2016 Tirreno Power ha chiuso tutta la parte a carbone dell’impianto. Oggi in funzione restano due gruppi a gas naturale (una miscela di metano con altre sostanze gassose), il Vl51 e il Vl52. «A distanza di 27 mesi dal sequestro in cui sono venute progressivamente a mancare anche le infrastrutture logistiche indispensabili per l’esercizio dei gruppi alimentati a carbone, il contesto sociale è profondamente mutato: l’uscita dalla produzione a carbone di energia elettrica è un obiettivo annunciato dal Governo, dalle istituzioni locali ed è anche nelle attese della popolazione», si legge in un comunicato dell’azienda del 6 giugno 2016.

Un anno dopo, è arrivata a maturazione anche l’indagine dei magistrati Francantonio Granero e Chiara Maria Paolucci. Tre anni dopo però, ci sono altri due magistrati, che si sono avvicendati ai colleghi, a chiedere il rinvio a giudizio di 86 persone tra manager e responsabili dell’impianto, ottenendolo per 26 di questi. Oggi a rappresentare la pubblica accusa c’è la magistrata Elisa Milocco, subentrata in una fase ancora successiva e che oggi si ritrova a gestire una vicenda complicata sulla quale non è nemmeno stata lei a indagare.

Nel provvedimento di sequestro del 2014 la gip Giorgi sottolineava quanto fosse imprudente la scelta di attenersi sempre «a un livello di gestione degli impianti prossimo al limite massimo del tetto emissivo previsto dalla legge» ma nel rinvio a giudizio i capi d’imputazione si fermano al disastro ambientale e sanitario senza l’aggravante di una negligenza volontaria che invece era stata paventata dai primi magistrati. Inizialmente, il processo prevedeva anche l’accusa di abuso d’ufficio, successivamente stralciata dal filone principale, assegnata alla procura di Roma e poi archiviata. C’era anche l’omicidio colposo ultimo, archiviato nell’ottobre 2018.

Nel rinvio a giudizio i capi d’imputazione si fermano al disastro ambientale e sanitario senza l’aggravante di una negligenza volontaria che invece era stata paventata dai primi magistrati

Il contesto giuridico dei processi per disastro ambientale e sanitario
C’è un tema di contesto che riguarda i processi ai presunti inquinatori. La magistratura arriva, inevitabilmente, a disastro ambientale e sanitario avvenuto. Non riesce a coglierlo in diretta e spesso le si accolla la responsabilità di mettere ordine, codice penale alla mano, a questioni sulle quali, a tempo debito, avrebbe dovuto decidere la politica, a livello locale come a livello nazionale.

I provvedimenti che si ordinano a disastro in corso sono spinti da due forze principali: l’urgenza e il principio di precauzione (che è «un approccio alla gestione del rischio», come dice il glossario dell’Unione Europea). Nel caso di Vado Ligure, i risultati delle perizie dell’accusa in merito alla situazione ambientale e sanitaria hanno preoccupato l’autorità giudiziaria al punto da intervenire con un sequestro preventivo. L’effetto immediato è stato un duro colpo per l’azienda tanto è vero che li hanno chiusi definitivamente due anni dopo, per motivi più di «contesto» (come dicevano nel comunicato stampa) che giudiziari. L’azione penale ordinaria, però, è un’altra storia. Il codice per i disastri ambientali richiede all’accusa di dimostrare «l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema», oppure «l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali» o ancora «l’offesa alla pubblica incolumità».

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La transizione verso quella che viene definita “economia verde” è una delle sfide del nostro tempo che dovrà contemperare gli interessi economici, sociali e politici con le necessità ambientali del pianeta

Non si parla più di rischi, ma di eventi irreparabili. Sono più difficili da dimostrare e lasciano anche meno margini di intervento. Il concetto di rischio implica l’esistenza di una soglia di tolleranza, che non è solo ed esclusivamente scientifica, ma anche, inevitabilmente, politica. Il peso dei numeri va sempre ponderato, così come vanno ponderate le metodologie diverse che offrono spesso risultati contraddittori, come dimostra questo stesso processo.

Quelli che per le nove associazioni ambientaliste che partecipano al processo come parti civili (così come parte civile sono anche il Ministero dell’Ambiente, oggi diventato Ministero della Transizione ecologica, e il Ministero della Salute) erano dati incontrovertibili di una diretta responsabilità dell’azienda, in realtà sono passate per negligenze nell’atto di accusa. E l’azienda ha risposto fornendo perizie che danno immagini molto diverse della situazione.
Al netto del gioco delle parti accusa-difesa, però, le analisi ambientali e sanitarie coprono un arco di circa vent’anni e sono un patrimonio di conoscenze anche in chiave di giurisprudenza sui disastri sanitari e ambientali in Italia.

Al netto del gioco delle parti accusa-difesa, però, le analisi ambientali e sanitarie coprono un arco di circa vent’anni e sono un patrimonio di conoscenze anche in chiave di giurisprudenza sui disastri sanitari e ambientali in Italia.

I morti, il deserto lichenico e le contestazioni di Tirreno Power
L’analisi epidemiologica dell’accusa è stata condotta su 156mila persone residenti in 23 Comuni esposti alle emissioni inquinanti della centrale, localizzati attraverso l’uso di modelli matematici. I soggetti sono stati divisi in tre gruppi di esposizione (alta, media e bassa) e in seguito sono stati incrociati i dati dei ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie e cardiovascolari e i dati sui morti per malattie cardiovascolari e respiratorie.

I primi dati sono stati recuperati nel periodo tra il 2005 e il 2010 e hanno individuato tra i 2100 e 2200 ricoveri per malattie respiratorie e cardiovascolari negli adulti, e dai 298 ai 433 ricoveri per patologie respiratorie nei bambini. Il secondo dato è stato raccolto tra il 2000 e il 2007 e ha individuato tra i 427 e i 657 decessi per patologie cardiache o respiratorie; 1.700 ricoveri. Nel 2017 un nuovo studio del Cnr – reso noto nel 2019- ha confermato che la classe di soggetti più esposti individuata dalla perizia dell’accusa continua ad ammalarsi e a morire di più.

L’analisi del disastro ambientale, invece, è stata condotta da Stefano Scarselli, un veterano delle aule di tribunale che ha già affrontato processi del genere. Il racconto di metodologia e risultati ha coperto tre udienze, a cavallo di giugno e luglio.

Il processo sull’Enel di Porto Tolle
A Porto Tolle, in provincia di Rovigo, Scarselli ha assistito i magistrati che stavano indagando sul disastro ambientale la cui responsabilità secondo l’accusa era da addossare alla centrale elettrica di Enel. I fatti risalgono agli anni tra il 1996 e il 2005 quando, secondo la pm Manuela Fasolato della procura di Rovigo, la centrale avrebbe contribuito ad aggravare il disastro ambientale sul Delta del Po, provocando anche danni alla salute dei locali. A fronte di una prescrizione e diverse assoluzioni, il processo di primo grado – terminato nel 2014 – ha portato alla condanna per disastro doloso con pena a tre anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per Paolo Scaroni (amministratore delegato di Enel tra il 2002 e il 2005). Un mese dopo, forse anche a causa della condanna, non è stato riconfermato come presidente di Eni, incarico che ricopriva in quel momento. In appello, nel 2017, la corte di Venezia ha assolto tutti i top manager imputati e la Corte di Cassazione ha confermato l’esito del processo nel 2018. Nell’archivio digitale della Suprema Corte si legge un passaggio importante: i giudici riconoscono l’esistenza di concentrazioni di materiali tossici, ma non «tali da destare allarme o seria preoccupazione», quindi le sue verifiche «non consentivano di ritenere dimostrato l’assunto accusatorio». Non sembra quindi essere un problema di metodologia, quanto più di definizione del disastro e della soglia di allarme. Nella sentenza per il processo Eternit nel 2014 – caso finito in prescrizione – la definizione di disastro della Cassazione non è proprio univoca: si parla di «evento distruttivo di proporzioni straordinarie, anche se non necessariamente immani, atto a produrre effetti dannosi gravi, complessi ed estesi».
Seguendo il modello di quanto svolto durante il processo di Porto Tolle, per le analisi su Vado Ligure Stefano Scarselli ha incrociato i risultati di tre metodi d’indagine: il biomonitoraggio, cioè la misurazione delle componenti disperse nell’aria attraverso i licheni; la mappatura attraverso modelli matematici che stimano l’ampiezza a cui possono arrivare le emissioni della centrale; un’analisi durata sei mesi di stazioni che monitorano la qualità dell’aria affidata alla chimica dell’atmosfera Laura Tositti dell’Università di Bologna.

Tirreno Power, all’indomani della prima udienza in aula di Scarselli, ha criticato il suo metodo in una nota: «Le affermazioni di Scarselli sono state smentite dai dati ufficiali delle istituzioni preposte al controllo della qualità ambientale». «Le sue teorie – prosegue la nota – le ha già portate nell’aula di un altro processo, quello sulla centrale di Porto Tolle, dove i giudici le hanno smontate affermando nella sentenza che “non hanno consentito di dimostrare l’impianto accusatorio”». L’azienda ha ribadito che i dati dell’agenzia regionale per l’ambiente «dicono da sempre che Savona ha una delle qualità dell’aria migliori di tutto il Paese». Sulle contestazioni in merito al deserto lichenico, invece, «non possiamo esprimerci prima del controesame che si svolgerà a settembre».

«Il territorio di Savona tra il 2011 e il 2012 era considerato un deserto lichenico, segno di un’alterazione importante e di un inquinamento difficilmente riscontrabile anche in una grande città della pianura padana»

Stefano Scarselli, biologo e consulente della procura di Savona

Durante la deposizione, il biologo ha presentato come prova dello stato delle condizioni ambientali dell’area intorno alla centrale quello che i biologi chiamano «deserto lichenico». «(Il territorio di) Savona tra il 2011 e il 2012 era considerato un deserto lichenico, segno di un’alterazione importante e di un inquinamento difficilmente riscontrabile anche in una grande città della pianura padana», ha detto. Una situazione molto grave, per Scarselli. I licheni – quegli organismi che nascono dalla simbiosi tra funghi e alghe che normalmente coprono parti di rocce, rami e cortecce di alberi – scompaiono laddove c’è inquinamento: «Non hanno uno strato protettivo e questa condizione li rende tanto esposti all’atmosfera – ha detto il consulente in aula -. Non hanno radici, non hanno sistemi di captazione delle sostanze e per questo sono molto sensibili». L’azienda ha respinto in toto le conclusioni di Scarselli sentito in aula.

Tre studi, due versioni: lo scontro sulle emissioni

La rete di biomonitoraggio attraverso i licheni espiantati ha permesso di isolare le particelle inquinanti che saturano l’aria. Il territorio dove sorge la centrale, infatti, è molto antropizzato: ci sono centri abitati tutt’intorno, una rete viaria che porta traffico di continuo, un carbonile scoperto dove si ammassava il materiale da bruciare. La conformazione del territorio, con i monti alle spalle e il muro dei venti dal mare verso terra, impedisce che questi elementi vengano spazzati via: «Non c’è uno sfogo», diceva Scarselli in udienza.

Il risultato del monitoraggio è riportato anche nel provvedimento di sequestro del gip: il perito ha trovato casi di «contaminazione a carico di diversi elementi di rilevanza ambientale e sanitaria, quali soprattutto arsenico, antimonio e rame, oltre a cromo, cadmio, piombo, nichel e vanadio». Sono elementi che ricalcano l’“impronta” del carbone .

Per confermare l’esito dello studio precedente, Stefano Scarselli nel 2019 è stato incaricato dalla procura di condurre un nuovo monitoraggio sia attraverso la presenza dei licheni, sia attraverso le centraline gestite da Arpal (l’agenzia ligure di protezione dell’ambiente) che verificano la qualità dell’aria. Lo scopo era saggiare gli effetti della chiusura dei gruppi a carbone. Il risultato è che le aree più esposte alle emissioni della centrale hanno visto un netto miglioramento della «biodiversità lichenica» («È anche scomparso il deserto lichenico che c’era a Savona», ha commentato il perito), mentre altrove non ci sono state grandi modifiche. Stesso risultato anche in termini di qualità dell’aria: l’analisi dei dati «evidenzia una decrescita significativa di alcuni inquinanti, direttamente influenzati dalle emissioni di Tirreno Power, successivamente alla chiusura della centrale a carbone», ha dichiarato in aula.

Nel 2013 la chimica dell’Università di Bologna Laura Tositti, parte del team di esperti guidato da Stefano Scarselli, ha realizzato la terza indagine sull’inquinamento atmosferico dell’area attraverso una metodologia che permette di isolare, attraverso l’incrocio di rilevazioni e modelli matematici, le fonti di inquinamento. Il risultato, di nuovo, è stato in linea con i precedenti individuati da Scarselli. Per effettuare i monitoraggi, la squadra di esperti ha disposto due centraline per raccogliere le emissioni di pm10, il particolato con dimensioni uguali o inferiori a 10 micrometri che si usa solitamente per monitorare la qualità dell’aria. A San Genesio, zona collinare a meno di 2.5 chilometri dalla centrale, il 29% delle particelle proveniva dalla centrale: la singola fonte più importante. A Quiliano, uno dei Comuni toccati dalla centrale, la centralina era più vicino (1,2 chilometri dalle ciminiere) ma il dato era più basso (17%) a causa del condizionamento di un cantiere, che ha sporcato le rilevazioni. Quello che importa è che la terza indagine ha confermato i risultati delle altre due e la presenza dei metalli e dei metalli pesanti ha permesso di identificare, secondo gli esperti dell’accusa, di nuovo il carbone come elemento di provenienza.

«Quanto affermato oggi dal consulente tecnico è smentito dalle autorità pubbliche competenti e dai dati forniti dagli organi di controllo: Arpal Savona, Arpal Liguria, Università di Genova», è stata la replica di Tirreno Power dopo l’ultima udienza. Secondo l’azienda quello di Scarselli è stato «un tentativo di ridefinire sulla base di teorie personali la percentuale dell’impatto ambientale dei gruppi a carbone della centrale di Vado Ligure». Come appiglio, l’azienda cita le relazioni dell’Osservatorio regionale salute e ambiente della Regione Liguria («nato proprio per verificare l’impatto ambientale e sulla salute della centrale di Vado Ligure») del 2018. Nel report infatti si legge che «non si osserva una diminuzione di entità significativa nelle concentrazioni dopo lo stop dei gruppi a carbone». Scarselli in aula ha confutato quello studio, sostenendo che valori così diversi si spiegano con degli errori metodologici fatti da Arpal durante la raccolta dati, legati anche a dove si è scelto di posizionare le centraline di monitoraggio.

Il rilancio impossibile?

Nel 2010 l’idea di portare la cittadinanza a spasso per la centrale termoelettrica coincideva con il tentativo di rilanciare l’impianto. L’ultima volta che la proprietà ha annunciato grandi novità per Vado Ligure è stato nell’ottobre del 2020, quando ha richiesto l’autorizzazione per il Vl7, un nuovo gruppo questa volta composto da una turbina a gas dalla potenza di 800 MW. Il gas era presentato come la «soluzione più ecologica tra le fonti non rinnovabili», in linea con quanto richiesto dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), all’epoca sviluppato con il 2020 come orizzonte temporale finale. 

Il tentativo di rilancio dell’impianto com’è oggi si è però ufficialmente arenato a maggio 2021: un’analisi del mercato, delle autorizzazioni e dei tempi delle autorizzazioni ha fatto desistere l’azienda. Tirreno Power è ancora leader nella produzione di energia elettrica (in particolare idroelettrica) in Liguria. Nel 2019 la stessa Tirreno Power aveva lanciato un reportage intitolato Il rilancio dopo la tempesta perfetta. Tra i difensori della centrale ci sono oggi il governatore della Regione Liguria Giovanni Toti e la ex vice ministra dello Sviluppo economico, Teresa Bellanova.

“Tempesta perfetta”, spiegano dall’azienda, è «il sommarsi di fattori critici concomitanti che possiamo riassumere in: mercato dell’energia in contrazione a seguito della crisi economica del 2008 – 2014; la difficoltà nella restituzione del debito (con le banche, ndr) conseguente al primo punto; il sequestro dei gruppi a carbone della centrale di Vado Ligure».

Il reportage insiste, in modo un po’ retorico, sull’impatto a livello occupazionale della chiusura dei gruppi a carbone e su come il processo di “re-industrializzazione” dell’area voluto dall’azienda abbia permesso di impiegare circa 500 persone, una volta a regime. Le aree non più utilizzate della centrale sono destinate a logistica; a laboratori dell’Università di Genova; a progetti di officine e gestione logistica per un’azienda del settore automotive. 

Questa battaglia è la stessa che si consuma quando una grossa industria costretta a fermarsi: l’azienda addossa a chi ne ordina l’interruzione delle attività la responsabilità della crisi, alla quale viene dietro un problema occupazionale. È un copione che si ripete, nella contrapposizione salute-lavoro: all’apertura di un processo ai danni di un gruppo industriale che produce energia bruciando combustibili fossili segue l’annuncio di ricerca di soluzioni a tutela dell’impiego della manodopera e miglioramenti nell’attenzione alla sostenibilità ambientale.

«Dalla Cop21 di Parigi è aumentata la quantità di CO2 emessa: eravamo a circa 32 miliardi di tonnellate all’anno siamo a oltre 33 miliardi. I prezzi del gas e del carbone salgono. C’è qualcosa tra il dire e il fare che non funziona»

Claudio Descalzi, amministratore delegato ENI

«È incredibile che la Tirreno Power una volta finita a processo, prima abbia sostenuto discutibilmente che la chiusura dei gruppi a carbone non abbia influenzato la qualità dell’aria a Vado Ligure; poi, obbligata a farla finita con il carbone, si sia venduta come tra le prime società ad abbandonarlo per giustificare un progetto a gas fallimentare, poi accantonato. È un accanimento terapeutico con i combustibili fossili, quello della società, che sembra non avere futuro», dichiara Antonio Tricarico di Re:Common, una delle associazioni ambientaliste che sta seguendo il processo da vicino.

Il cambiamento che stimola il mercato sembra essere più radicale dei provvedimenti dei tribunali. E la risposta per l’industria è sempre molto complicata, a prescindere, perché al primo posto per un’azienda c’è sempre la sostenibilità economica. Lo ha detto in modo chiaro Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, il più importante gruppo che lavora con le energie fossili in Italia, durante il 55esimo anniversario dell’Istituto Affari Internazionali. «Dalla Cop21 di Parigi (a fine 2015, ndr) è aumentata la quantità di CO2 (anidride carbonica, ndr) emessa: eravamo a circa 32 miliardi di tonnellate all’anno siamo a oltre 33 miliardi. I prezzi del gas e del carbone salgono. C’è qualcosa tra il dire e il fare che non funziona», ha detto Descalzi.

L’ad di Eni contesta di conseguenza gli Ets, il meccanismo che prevede un tetto alle emissioni totali, che i singoli impianti produttori possono acquistare o vendere. È la pietra angolare del sistema di riduzione di gas serra in Europa: «La transizione è una storia per ricchi – è l’opinione di Descalzi – perché sono i ricchi che emettono di più. L’Europa ha una Borsa per far pagare le emissioni, l’Ets. Eravamo a 20-25 euro per tonnellata, abbiamo toccato i 60 euro, arriveremo a 100 euro per tonnellata. Questo sta creando la morte nel sistema industriale soprattutto per gli energivori». “Energivore” sono le aziende, grandi e piccole, che consumano energia. Messa in questi termini, quindi, quella tra regolatori di emissioni e chi le produce è una guerra aperta, di cui vittime certe sono i consumatori, perché la conseguenza saranno prezzi più alti.

In realtà, però, è una narrazione di parte, che tende a fare proseliti: c’è una fortissima resistenza alle nuove regole da parte dei produttori di energia che si esprime con azioni di lobby durante la discussione dei piani di rilancio dell’economia a ogni livello, per lasciare che sia ancora il mercato – e non i suoi regolatori – a guidare l’evoluzione del settore.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino

Foto

Tribunale di Savona – Giovanni Cardillo/Shutterstock

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