#GreenWashing

La partita dell’idrogeno, le lobby in campo per orientare il Green Deal
Il Recovery plan europeo orienterà le nuove strategie energetica e industriale del continente. Una partita in cui le grandi aziende del gas e dell’energia non rinunciano a cercare di tracciare la rotta
17 Marzo 2021

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano
Giulio Rubino

La strategia di decarbonizzazione dell’Europa alle prese con il suo Green Deal, ma anche con il rilancio dell’economia post-pandemia, sembra voler affidare all’idrogeno un ruolo chiave.
Considerato un combustibile pulito perché la sua combustione rilascia solo acqua o vapore acqueo come residuo, l’idrogeno però non è presente in natura. Prima di essere bruciato, infatti, va prodotto. Non è una fonte di energia ma solo un vettore energetico, una “batteria”, e non tutti i sistemi per produrlo sono a basso impatto ambientale.

L’idrogeno inoltre avrà bisogno di essere trasportato e conservato, andrebbe cioè messa in piedi un’intera filiera industriale per poterlo utilizzare, filiera che al momento è ancora inesistente, o quantomeno estremamente limitata. Oltretutto, molte delle tecnologie necessarie a produrlo e distribuirlo in maniera economicamente vantaggiosa sono ancora sperimentali, e non c’è garanzia che possano davvero funzionare su vasta scala.

In breve, gli investimenti necessari in questo settore sono enormi, e non è chiaro se i suoi benefici possano effettivamente essere all’altezza delle promesse. Ma che i vantaggi per il clima e per i cittadini ci siano o meno, sicuramente sul piatto ci sono decine di miliardi di euro di fondi provenienti dall’Ue, abbastanza da giustificare un colossale sforzo lobbistico per garantirli.

Idrogeno verde, idrogeno blu

Il 22 maggio 2020, negli uffici di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, arriva una lettera firmata da Choose Renewable Hydrogen – un’iniziativa congiunta delle principali compagnie energetiche europee – le quali chiedono di investire sull’idrogeno verde prodotto da energie rinnovabili perché, insieme alla elettrificazione delle reti, «è la migliore strada per raggiungere la piena decarbonizzazione e la neutralità climatica entro il 2050».

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Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, durante una conferenza stampa a Bruxelles l’8 luglio 2020 – Foto: Alexandros Michailidis/Shutterstock

Un mese dopo, il 24 giugno, un’altra lettera raggiunge gli stessi uffici. I firmatari questa volta sono i leader delle principali compagnie europee produttrici di gas e petrolio. Facendo eco al gruppo degli “elettricisti”, anche i “gasisti” vedono nell’idrogeno l’elemento chiave della transizione energetica, ma chiedono investimenti per l’idrogeno blu, prodotto dal gas naturale con cattura e stoccaggio di CO2. «L’idrogeno prodotto dal gas naturale con cattura del carbonio crea le condizioni necessarie per rendere il mercato competitivo», si legge nella lettera, «Attualmente il costo dell’idrogeno prodotto da gas è fino a cinque volte più economico di quello ottenuto da rinnovabile e dunque la produzione di idrogeno blu favorirebbe sul lungo termine anche una riduzione del costo del verde».

La differenza fra i due “colori” dell’idrogeno è sostanziale: l’idrogeno verde è infatti prodotto scomponendo per elettrolisi l’acqua in idrogeno e ossigeno usando energia prodotta da fonti rinnovabili. Un processo costoso, ma completamente privo di emissioni climalteranti.

Quello blu invece, è prodotto a partire da gas metano tramite processo di Steam Reforming (SMR), produce elevate quantità di Co2 a cui si aggiunge rischio di perdite di metano lungo la filiera. La cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica prodotta (CCS) sarebbe l’unico elemento che, a detta di chi lo promuove, potrebbe rendere “pulito” questo processo, ma si tratta di una tecnologia che presenta diverse criticità, come vedremo.

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La Commissione non sembra aver ancora preso una linea chiara fra queste due diverse posizioni. Ad oggi si scommette sull’idrogeno verde ma passando per quello blu, considerando entrambi come sostenibili. Alla base delle scelte della Commissione, però, c’è un’intensa attività di lobbying che rischia di portare nuovi finanziamenti proprio al settore maggiormente responsabile delle emissioni.

Perché l’idrogeno?

«L’idrogeno ha avuto molte vite a partire dagli anni ‘70», racconta a IrpiMedia Alessandro Franco, docente di energetica all’Università degli Studi di Pisa. «Dopo la crisi del 2008, si è pensato di utilizzare la mobilità a idrogeno, poi soppiantata da quella ibrida ed elettrica. Ora è di moda l’idrogeno verde, da fonti rinnovabili», continua Alessandro Franco che aggiunge: «Non so se sarà un elemento rilevante della transizione energetica, nonostante le sue caratteristiche positive».

Quella della produzione dell’idrogeno è un’area in cui molti riconoscono i propri interessi di ricerca e questo, per il professor Franco, è il motivo per cui attrae settori anche diversi tra loro. «Rispetto al passato, questa volta puntano all’idrogeno anche le industrie tradizionali, quelle petrolifere, perché evidentemente c’è stata una crisi del settore che spinge a delle diversificazioni e alla ricerca di nuovi mercati».

Ma per altri l’attenzione riservata all’idrogeno, anche da parte delle industrie del gas e del petrolio, è frutto soprattutto di strategie economiche: «L’industria del carbone è già morta, quella del gas è un morto che cammina», sostiene Davide Sabbadin dell’European Environmental Bureau (EEB), un’associazione che riunisce le principali ONG ambientaliste europee. «Sanno benissimo che la Commissione europea entro il 2050 dovrà eliminare il gas perché non compatibile con lo scenario di un’Europa decarbonizzata. Stanno dunque utilizzando l’idrogeno blu come ancora di salvezza».

«L’industria del carbone è già morta, quella del gas è un morto che cammina. Stanno dunque utilizzando l’idrogeno blu come ancora di salvezza»

Davide Sabbadin, European Environmental Bureau

L’idrogeno blu non convince le associazioni ambientaliste che guardano con sospetto l’idea della Commissione europea di accoglierlo nella sua strategia per l’ambiente. Le maggiori criticità, come anticipato, riguardano la Carbon Capture and Storage (CCS) ovvero la cattura e lo stoccaggio della CO2, che verrebbe poi immagazzinata nei pozzi di petrolio esauriti. Questa tecnologia, ancora in fase di prototipo, lascia comunque una percentuale significativa di emissioni nell’aria e risulta estremamente costosa. Inoltre, il trasporto dell’anidride carbonica catturata necessita di una rete di condotti, attualmente non esistente, capace di supportarne la portata. Ad oggi, non esistono impianti attivi per la CCS, né le infrastrutture che permetterebbero di trasportare la CO2. Produrre idrogeno blu quindi è praticamente ancora impossibile.

L’Unione europea è già consapevole dell’inefficienza della CCS: tra il 2008 e il 2017 ha finanziato 424 milioni di euro per sei progetti di CCS non riusciti – a esclusione di uno che comunque non ha soddisfatto le aspettative – e per questo è stata criticata dalla Corte dei Conti europea.

Altra critica avanzata alla CCS riguarda una delle sue applicazioni principali: l’anidride carbonica verrebbe pompata in vecchi pozzi petroliferi per recuperare il petrolio difficile da estrarre, con ulteriori benefici economici per le industrie petrolifere e un incremento della disponibilità del fossile.

Il fallimento della CCS americana

La dimostrazione che la Carbon Capture and Storage (CCS) sia una tecnologia al momento insostenibile economicamente è l’impianto Petra Nova situato in Texas, negli Stati Uniti. Inaugurato nel 2016 e finanziato con 195 milioni di dollari dall’Amministrazione Trump, è stato ufficialmente chiuso all’inizio del 2021 perché troppo costoso.

Il più grande impianto di CCS al mondo era pensato per catturare le emissioni di CO2 della centrale a carbone di WA Parish, per poi trasportarle via gasdotto in un vicino giacimento di petrolio. Lì, l’anidride carbonica veniva iniettata nei pozzi che avevano già superato il loro picco di sfruttamento, permettendo quindi di estrarre il petrolio rimasto. Ma estrarre petrolio con questo metodo è diventato via via più costoso, anche a causa del crollo del prezzo del greggio durante la pandemia. La CCS richiedeva inoltre così tanto impiego di energia da costringere l’impianto ad appoggiarsi a un’ulteriore centrale a gas per la separazione della CO2.

I risultati ottenuti sono stati molto al di sotto delle aspettative: era prevista una riduzione delle emissioni del 90%, ma uno studio dell’Environmental Projection Agency ha dimostrato che Petra Nova ne catturava solamente il 7% e che in tre anni l’impianto è stato chiuso per 367 giorni a causa di problemi con la tecnologia. Lo stesso rapporto ha indicato che la CCS ha causato un aumento significativo del consumo di acqua nella centrale a carbone di WA Parish.

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Come l’idrogeno blu è entrato nella strategia energetica europea

L’11 settembre 2019, nel registro trasparenza della Commissione europea – la banca dati che elenca le organizzazioni che cercano di influenzare il processo legislativo e di attuazione delle politiche delle istituzioni europee – viene registrata Gas for Climate.

Nato nel 2017, è un consorzio composto da dieci compagnie europee che si occupano di produzione e trasporto di gas, tra cui: Enagás (Spagna), Energinet (Danimarca), Fluxys (Belgio), Gasunie (Olanda), GRTgaz e Teréga (Francia), ONTRAS e Open Grid Europe (Germania), Snam (Italia), Swedegas (Svezia), DESFA (Grecia); più due industrie di biogas, il Consorzio Italiano Biogas e European Biogas Association. Il gruppo è unito dalla convinzione che il gas e le sue infrastrutture siano centrali nel processo di decarbonizzazione europeo.

Quando l’11 dicembre 2019 viene presentato l’European Green Deal – la strategia che dovrebbe portare l’Europa a essere il primo continente a impatto climatico zero – le aziende di Gas for Climate si rendono conto che lo spazio per il gas è poco: l’Europa vuole puntare sull’idrogeno come elemento centrale della transizione energetica. Il Green Deal, però, resta vago sulle fonti di produzione di idrogeno, parlando genericamente di “clean hydrogen”. Da qui le aziende del gas cercano di evitare che l’idrogeno blu venga escluso dalla strategia industriale europea e di impedire il restringimento del mercato del gas.

Gas for Climate, insieme alle varie industrie energetiche europee, viene convocato dalla Commissione quando iniziano gli incontri per definire la Strategia Industriale Europea. Gli incontri sono così proficui che il 10 marzo 2020, insieme alla strategia industriale, la commissione crea l’European Hydrogen Alliance, che riunisce investitori, partner governativi, istituzionali e industriali. I lavori hanno portato a definire una fase di transizione in cui si produrrà idrogeno blu. «Noi abbiamo battagliato affinché fossimo ascoltati come Ong, ma ovviamente abbiamo avuto un ruolo secondario», racconta Davide Sabbadin.

Come si legge nel report di Re:common La montatura dell’idrogeno, infatti, c’è un gap tra il numero di incontri che le Ong ambientaliste hanno avuto con i funzionari europei e quello degli altri membri dell’Alleanza, 37 incontri contro 163.

Gas for Climate non risulta tra i membri ufficiali dell’Hydrogen Alliance, ma ci sono le aziende che lo compongono. Tra gli altri protagonisti troviamo Hydrogen Europe, un’associazione che include più di cento compagnie industriali e membri del parlamento europeo, che lavorano insieme per promuovere l’idrogeno.

Hydrogen Europe rappresenta gli interessi di aziende e centri di ricerca all’interno di una partnership pubblico-privata con la Commissione europea: la Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking. Come sostiene Re:common, Hydrogen Europe è quindi «una creatura della Commissione, che per conto dell’industria fa lobby sulla creatrice stessa».

Tra maggio e giugno 2020 vengono resi pubblici i suggerimenti che le aziende hanno dato alla Commissione, compresi quelli delle aziende che fanno parte di Gas for Climate. Sostengono che le infrastrutture europee attuali non sarebbero in grado di soddisfare la crescente domanda di idrogeno qualora si pensasse di produrre solo quello verde. Per loro sarebbe quindi necessario nel medio termine passare per l’idrogeno blu e investire ancora sul gas. Per questo motivo ritengono anche necessario stringere accordi con l’Est Europa per l’accaparramento del gas e con quelli del Nord Africa che avrebbero già le infrastrutture per trasportarlo.

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Ma che per produrre idrogeno verde serva prima passare da quello blu è ancora economicamente da dimostrare. Secondo alcuni studi indipendenti, tra cui troviamo il report dell’International Renewable Energy Agency, l’idrogeno prodotto con elettricità rinnovabile potrebbe competere economicamente con la produzione di idrogeno da fonti fossili entro il 2030. Aumentando la produzione di energie rinnovabili, si consentirebbe all’idrogeno verde di diventare una soluzione economica nel breve periodo: «Le strategie proposte potrebbero ridurre i costi di produzione dell’idrogeno verde del 40% nel breve termine e fino all’80% nel lungo, facendo scendere il prezzo del verde al di sotto dei 2 dollari per chilogrammo, qualora gli Stati decidessero di abbattere i costi degli elettrolizzatori» si legge nel report.

Un risultato che renderebbe competitivo l’idrogeno verde già nella prossima decade se si decidesse di investire sulle rinnovabili invece che passare per il gas.

Il trucco per continuare a vendere gas

La strategia dell’idrogeno viene presentata ufficialmente l’8 luglio 2020 dalla Commissione europea. Oltre a confermare la volontà di produrre idrogeno blu, annuncia che l’Hydrogen Alliance contribuirà pianificare le infrastrutture dell’idrogeno.

Gas for Climate non si lascia sfuggire neanche questa occasione: il 17 luglio 2020 firma l’European Hydrogen Backbone Report, incentrato proprio sulle infrastrutture dell’idrogeno. Il consorzio immagina una rete di idrogenodotti – 23.000 chilometri da realizzare entro il 2040 – che collegherà i futuri centri di domanda e offerta di idrogeno in tutta Europa.

Il punto forte del progetto, secondo gli operatori, è che il 75% della rete sarà costituito da gasdotti riadattati: l’idea è quella di riconvertire e rimodernare i gasdotti già presenti per permettergli di trasportare idrogeno e non più il gas, che nei prossimi anni sarà sempre meno utilizzato. Il costo della rete dovrebbe oscillare tra i 27 e i 64 miliardi di euro.

Le aziende firmatarie del report, come l’italiana Snam, da anni testano il passaggio dell’idrogeno all’interno delle tubature del gas tramite blending, ovvero mescolamento di idrogeno e metano. Con questa soluzione, si può trasportare fino a un massimo del 20% di idrogeno miscelato con l’80% di metano. Oltre questa percentuale, come le aziende stesse sostengono, l’idrogeno richiederebbe delle condotte ad hoc. «Quando parlano di vendita del 20% di idrogeno, in realtà, puntano a vendere 80% del gas – sostiene Davide Sabbadin -.Si spendono soldi in infrastrutture che saranno cattedrali nel deserto, perché tra dieci anni questo 80% di gas non lo vendi più a nessuno guardando agli obiettivi climatici dell’Ue, che tagliano i consumi del gas. Quindi ecco che l’idrogeno diventa la scusa per fare qualche piccolo ritocco e continuare a venderci metano».

Il futuro dell’idrogeno

Per la ripresa dopo la pandemia, l’Unione europea ha previsto un piano di fondi economici da distribuire ai singoli Stati. Quello più discusso negli ultimi mesi è stato il Next Generation Eu, che stanzia 675,5 miliardi di euro. Ogni Paese ora dovrà compilare il proprio piano nazionale, investendo il 35% dei finanziamenti che riceverà per raggiungere gli obiettivi stabiliti dal Green Deal.

I piani nazionali saranno tra loro molto diversi. I Paesi dell’est Europa, per esempio, sono molto più cauti sul piano climatico e vedono il gas come combustibile di transizione, per questo potrebbero indirizzare i fondi europei verso la filiera dell’idrogeno blu.

Altri Paesi guardano più all’idrogeno verde. Tra questi la Germania, che continua a stringere accordi con la Russia per l’approvvigionamento di gas, ma allo stesso tempo avrebbe un vantaggio competitivo nella produzione di idrogeno verde, perché i più grandi produttori di elettrolizzatori (i macchinari per l’elettrolisi dell’acqua) europei sono tedeschi. L’Italia invece ha Eni e Snam che puntano sul gas, ed Enel che è a favore dello sviluppo delle rinnovabili. Alla fine i modelli nazionali saranno un compromesso tra le posizioni delle diverse aziende.

Ma se volessimo veramente puntare alla decarbonizzazione e alla realizzazione degli obiettivi del Green Deal, parlare di idrogeno, a prescindere dal suo “colore”, rischia di essere solo una gigantesca operazione di distrazione.

«Senza un surplus di produzione di energia rinnovabile da utilizzare per produrre idrogeno, qualsiasi discorso sull’idrogeno va solo a vantaggio dell’industria del gas»

Massimiliano Varriale, consulente energetico WWF

Massimiliano Varriale, consulente energetico del WWF, ci aiuta a fare due conti: «Il vero problema – spiega- è che non abbiamo abbastanza produzione di energia rinnovabile. Ogni anno in Italia si installano appena mille megawatt di nuove rinnovabili. La Germania solo di fotovoltaico installa 4/5000 megawatt all’anno, ed è uno dei Paesi meno soleggiati d’Europa. Per arrivare in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione che ci siamo dati dovremmo installarne 6000, 7000 all’anno». Di fatto, conclude Varriale, «senza un surplus di produzione di energia rinnovabile da utilizzare per produrre idrogeno, qualsiasi discorso sull’idrogeno va solo a vantaggio dell’industria del gas».

La Commissione europea, infatti, non ha neppure definito una strategia sui settori di utilizzo dell’idrogeno e non ha una posizione neanche sullo sviluppo della sua rete: «La discussione è stata orientata da chi fa i tubi, dalla logistica, ma non è stata presa una decisione su come distribuire l’idrogeno, perché ovviamente ha degli impatti geopolitici importantissimi», continua Davide Sabbadin.

Una linea più chiara sarà resa nota dopo il 18 marzo 2021, quando è prevista la pubblicazione della Strategia industriale europea. All’interno del documento si stabilirà la quantità massima di CO2 che si può emettere producendo idrogeno. Entro quei limiti, si potrà parlare di idrogeno pulito. Più sarà alto il numero di emissioni consentite più è probabile che nella strategia europea entri l’idrogeno blu.

«La lista dei settori in cui utilizzare l’idrogeno, i progetti su cui investire i primi fondi, le discussioni sulla tassazione dei vettori energetici e la modifica delle direttive sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili – previste per l’estate 2021 – ci diranno se l’Unione europea vuole ancora favorire il gas o meno -, conclude Davide Sabbadin – . Le scelte dipenderanno anche da quanto si metteranno di traverso i governi nazionali perché i dettagli li definisce la politica. La differenza la si farà a porte chiuse nelle piccole stanze».

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano
Giulio Rubino

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

La sede della Commissione europea a Bruxelles
Foto: Xavier Lejeune/Shutterstock

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