Il mistero delle balle di plastica sui fondali della Toscana

2015: durante il viaggio da Piombino a Varna, in Bulgaria, la nave Ivy scarica rifiuti nell’area protetta del Santuario dei cetacei. Poi il comandante sparisce nel nulla. E l’inchiesta s’incaglia

3 Luglio 2020 | di Luca Rinaldi

Lo scorso 4 maggio, nella giornata in cui si è chiuso il lockdown a causa della pandemia da Covid-19, l’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra) ha decretato lo stato di crisi ambientale all’interno delle acque protette del Santuario dei Cetacei nel Golfo di Follonica, in Toscana. Giacciono lì dal 2015 65 tonnellate di plastica perse da una motonave salpata da Piombino e diretta a Varna, in Bulgaria, con un carico di 1.888 balle da incenerire. Cinque anni dopo sono 45 le tonnellate di rifiuti in plastica che si trovano ancora in mare. Del capitano della motonave si sono perse del tutto le tracce. Il procedimento a suo carico è stato archiviato proprio perché irreperibile e la fideiussione da quasi tre milioni di euro a chi ha garantito il carico è stata svincolata per intero dalla Regione Toscana. Tradotto: quando si darà il via al recupero delle 45 tonnellate di rifiuti, l’operazione sarà pagata con denaro pubblico, con buona pace di quel principio sancito dalla legge che «chi inquina paga».

Piombino-Varna solo andata

Piombino, 23 luglio 2015. La motonave Ivy battente bandiera delle Isole Cook e con armatore beneficiario l’inglese Wakes & Company abbandona la banchina del porto, destinazione Varna. A bordo 1.888 balle di CSS (combustibile solido secondario) e CDR (combustibile da rifiuto) per un totale di circa 2.215 tonnellate di rifiuti destinate all’incenerimento in Bulgaria. Al comando della motonave si trova il comandante turco Sinan Ozkaya insieme al suo equipaggio di otto persone, composto da connazionali e ucraini. I rifiuti, utilizzati soprattutto in cementifici o inceneritori per il recupero di energia termica o elettrica, arrivano dall’impianto di produzione di combustibile solido secondario Futura Spa di Grosseto e fanno parte di un carico più consistente di plastica che la società bresciana Eco Valsabbia porta a smaltire all’estero. Eco Valsabbia si occupa della spedizione, mentre della transazione commerciale tra l’impianto produttore dello scarto e le sedi bulgare di recupero se ne occupa la Ecoexport. Al vertice delle due società siede Sergio Gozza, imprenditore attivo e conosciuto sull’asse con l’Est Europa dove è uno dei principali broker per l’esportazione dei rifiuti.

Il Santuario dei cetacei

Il Santuario dei cetacei viene istituito nel 1999 tramite un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco al fine di proteggere i mammiferi marini e il loro habitat dagli impatti negativi diretti o indiretti delle attività umane. Si estende per circa 87mila chilometri quadrati nella parte settentrionale del Mar Tirreno, nel tratto di mare compreso tra Liguria, Provenza e Sardegna settentrionale. Interessa 2.022 km di litorale e comprende interamente la Corsica, l’Arcipelago Toscano, le Bocche di Bonifacio e numerosi isolotti minori. L’idea della creazione di un Santuario dei cetacei nel Mediterraneo, così definito proprio per la funzione di protezione delle specie, nacque in seguito a numerosi studi sulla ricca vita pelagica di questa porzione di mare.

Alle 18:30 di quel 23 luglio di cinque anni fa tutto è pronto e il comandante sottoscrive la “dichiarazione di buon stivaggio e di navigabilità”, documento in cui certifica che la nave è integra e pronta a lasciare Piombino. Ciò che avviene dall’ora successiva ai giorni nostri è ricostruito in un report dell’unità investigativa di Greenpeace che grazie a documenti, bolle marittime e carte giudiziarie mette in fila i fatti che hanno poi portato il governo a nominare nel giugno del 2019 un commissario straordinario per la bonifica e l’Ispra a dichiarare lo stato di crisi ambientale all’interno del Santuario dei cetacei.

È passata infatti solo un’ora dall’uscita dal porto quando la Ivy a sette miglia dalla costa nel Golfo di Follonica comincia a perdere assetto. La nave si inclina pericolosamente e il comandante per ritrovare l’equilibrio scarica in mare 56 balle tra quelle collocate sul ponte. In questo modo la Ivy recupera parzialmente la stabilità e può riprendere la navigazione verso Varna dove arriverà il 2 agosto successivo. È così che 65 tonnellate di plastica finiscono nelle acque protette del Santuario dei cetacei.

Silenzio e burocrazia

Nessuno tra le autorità marittime sa nulla di quello sversamento fino al 31 luglio successivo quando una balla finisce per caso nella rete di un peschereccio nel Golfo di Follonica. Grazie al marchio sul rifiuto la Guardia Costiera riesce a risalire alle società coinvolte e alla Ivy, che il 2 agosto attracca a Varna. Delle 1.888 balle stivate ne vengono sbarcate 1.832: il giorno successivo viene sentito dalle autorità bulgare Ozkaya, il comandante della Ivy, che fornisce la sua versione sull’avaria, ma il ministero dell’Ambiente di Sofia notificherà solo un mese dopo la Provincia di Grosseto sull’ammanco del carico. Il 3 agosto è l’ultima volta in cui le autorità bulgare vedono Ozkaya. Dopo lo sbarco il comandante verrà sostituito dal comando della Ivy, e di lui si perderà ogni traccia. Vano anche il tentativo di rintracciarlo da parte della Capitaneria di porto di Piombino in tandem con il Consolato italiano in Turchia, suo Paese d’origine. Nemmeno l’Interpol, attivata dalla procura di Grosseto, sarà in grado trovarlo.

In rosso, l’area che delimita il Santuario dei cetacei/IrpiMedia

La versione che ha lasciato alle autorità portuali mostra più di una incongruenza, sia sui percorsi sia sulla condizione dell’imbarcazione nei vari momenti del viaggio. Di fatto Ozkaya va incontro ad almeno due illeciti, nota il documento dell’unità investigativa di Greenpeace: inquinamento ambientale e omessa comunicazione all’Autorità marittima.

Nel corso di quei trenta giorni però sono almeno due le comunicazioni “informali” rimaste incagliate nella burocrazia in attesa di quelle “formali”, ovvero quelle in grado di smuovere la situazione. La prima arriva dalla stessa Ecovalsabbia che, contattata dalla Capitaneria in seguito al ritrovamento della prima balla il 31 luglio 2015, «trasmetteva – spiega a IrpiMedia il legale della società Vittorio Canepa – all’Autorità Marittima una dichiarazione in cui veniva dettagliatamente denunciato l’accaduto». Tuttavia la stessa Capitaneria di porto di Piombino, sottolinea Greenpeace «non agisce». Il 10 settembre 2015 viene avviato il procedimento giudiziario a carico del comandante Ozkaya con le accuse di inquinamento ambientale e mancata comunicazione all’Autorità marittima di un sinistro in acque territoriali. Procedimento che verrà poi definitivamente archiviato nel novembre del 2019 e ripreso recentemente in un nuovo fascicolo dalla procura di Livorno.

Nel frattempo la fideiussione a garanzia del trasporto che la società Eco Valsabbia ha stipulato a favore del Ministero dell’ambiente è stata interamente svincolata dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, nonostante la perdita del carico. Uno svincolo «decisamente molto opinabile» ha dichiarato a Greenpeace la giurista ambientale Paola Ficco, del tutto legittimo invece per il legale di Eco Valsabbia «avendo dimostrato di aver consegnato la merce (ossia tutte le 1.888 ecoballe) al vettore marittimo che, dal momento della presa in consegna, ne diventa unico ed esclusivo assuntore dei rischi del trasporto».

Nel frattempo la Ivy solca ancora i mari europei e in Italia è stata vista soprattutto tra Genova, Livorno, Porto Nogaro (Friuli), Ravenna, Termini Imerese e Ortona (Abruzzo) da dove è salpata lo scorso 27 maggio diretta al porto turco di Nemrut. La Futura Spa è stata invece coinvolta in uno dei roghi che tra il 2017 e il 2018 hanno mandato in fumo tonnellate di rifiuti nei centri di raccolta rifiuti in tutta Italia. L’incendio ha incenerito 60 tonnellate di scarti delle 9mila ospitate nello stabilimento e non ha avuto ulteriori conseguenze.

Cinque anni dopo, rifiuti ancora sul fondale

A cinque anni di distanza i rifiuti si trovano ancora sul fondale dell’area protetta. Nel giugno del 2019 il governo ha nominato un Commissario straordinario per il recupero delle balle, il contrammiraglio Aurelio Caligiore. Caligiore mappa per l’ennesima volta i fondali del Golfo di Follonica con le capitanerie e comincia una serie di azioni per cercare di ottenere la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale da parte della Protezione Civile. Per le emergenze nazionali, infatti, ci sono fondi dedicati e, inoltre, è consentito nominare direttamente le ditte d’appalto senza sottostare a tempi e modi dei bandi ordinari. Sono quattro le richieste di attivazione dello stato di emergenza sul tavolo della Protezione Civile guidata da Angelo Borrelli, arrivate dal commissario straordinario, dalla Regione Toscana, dall’Ispra e da una interrogazione parlamentare firmata dai deputati Gregorio De Falco, Emma Bonino e Nicola Fratoianni.

L’avvio delle operazioni di recupero rimane però un miraggio: lo stesso Borrelli, riporta Greenpeace ha spiegato a De Falco il limite burocratico per constatare lo stato di emergenza: «la difficoltà che abbiamo come dipartimento è ritrovare nel caso in questione i presupposti per la dichiarazione dello stato di emergenza, non essendo necessari provvedimenti per l’assistenza alla popolazione e per il ripristino dei servizi essenziali, che legittimano l’intervento emergenziale». Un limbo dunque, che potrebbe risolversi grazie a una convenzione del 2015 tra Ispra e Marina Militare, ma lo strumento non è mai stato attivato.

Lo scorso primo luglio Greenpeace ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale nei confronti di Regione Toscana. Obiettivo recuperare i tre milioni di euro svincolati dalla fideiussione per procedere al recupero dei rifiuti e alla bonifica dei fondali del Santuario dei cetacei.

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