Opl245Papers: il fascicolo della discordia

È uno dei casi più importanti degli ultimi anni, finito in primo grado con una piena assoluzione degli imputati. Non una revisione giudiziaria, ma un racconto necessario del sistema

8 Ottobre 2021 | di Lorenzo Bagnoli, Luca Rinaldi

«Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare». La più nota delle Prediche inutili di Luigi Einaudi ci mette davanti al perché di questo progetto. La conoscenza è alla base di una qualsiasi discussione e di una successiva presa di decisione, sia questa giudiziaria, politica o di opinione. Ebbene, il caso Opl 245 ci mette davanti proprio alla necessità di comprendere, discutere e deliberare avendo accesso a una intera collezione di documenti per formarsi un’opinione su un episodio controverso della nostra epoca.

Un episodio, quello della presunta maxi-tangente di un miliardo di dollari che Eni e Shell avrebbero elargito per aggiudicarsi il blocco petrolifero nigeriano Opl 245, che ci mette davanti a ulteriori dilemmi su cui non si possono mettere pietre: sui concetti di verità giudiziaria e verità storica, ammesso che vi siano “verità” e su cosa sia letteralmente “Giustizia” in un caso come questo.

Il progetto

Opl245papers.org è il sito che raccoglie l’intero fascicolo giudiziario milanese del processo che ha visto Eni e Shell, insieme ai loro manager, imputate di corruzione internazionale per l’acquisto di una licenza petrolifera in Nigeria. In primo grado, il tribunale di Milano ha assolto tutti gli imputati perché «il fatto non sussiste». Dalle motivazioni però emergono ancora dei dubbi circa gli accadimenti in Nigeria, il ruolo dei pubblici ufficiali, dei mediatori delle trattative, che vanno ben oltre la singola licenza petrolifera. Non si tratta necessariamente di fatti che hanno un rilievo penale per una corte italiana, però sono fatti che costituiscono pezzi di storia dell’industria petrolifera mondiale in Nigeria.

Eni e Shell sono solo due attori di un contesto molto più ampio, che emerge nei documenti del fascicolo milanese. Dentro i documenti – accessibili attraverso la piattaforma Aleph, creata per realizzare inchieste collaborative transnazionali – si trovano centinaia di nomi di professionisti, progetti, pubblici ufficiali, multinazionali e intermediari. Sono elementi da cui partire per cercare di approfondire la conoscenza di questo settore, così irrimediabilmente collegato alle vicende storico-politiche in Nigeria. In più, la vicenda giudiziaria della licenza esplorativa Opl 245 continua in altre aule di tribunale in diverse parti del mondo, mentre in Italia ha innescato lo scontro tra magistrati e giudici al tribunale di Milano e le rivelazioni (la cui veridicità è ancora tutta da verificare) di Piero Amara, l’ex consulente legale esterno che ha difeso manager e dipendenti di Eni.

Nel sito trovate alcune storie – in aggiornamento – costruite a partire da documenti del fascicolo; una galleria di personaggi legati alla vicenda Opl 245 e all’industria dell’oil&gas nigeriana; una timeline del processo e una selezione per temi di alcuni documenti del fascicolo giudiziario. Un motore di ricerca permette di consultare l’intero fascicolo. Questo sito è stato realizzato con la partnership di Re:Common, organizzazione non governativa tra coloro le quali hanno depositato gli esposti da cui è partito il processo e con la quale IrpiMedia ha già seguito in diretta streaming alcune delle udienze principali del processo.

Questo è l’editoriale di presentazione del progetto Opl245Papers, ovvero la spiegazione del perché secondo noi questa storia è importate ed è importante che sia libero l’accesso ai documenti giudiziari che la riguardano

Nel dirimere la prima questione chi scrive sa bene, come chiunque onestamente voglia affrontare questa dicotomia netta nella forma, ma molto più sfumata nella sostanza, che le due cose spesso prendono strade differenti. Ciò non significa affatto che la sentenza emessa in questo specifico procedimento sia da mettere in discussione nei suoi presupposti giuridici. Pubblici ministeri, difese e Corte giudicante si sono confrontate, e affrontate, per oltre due anni con una imputazione, quella di corruzione internazionale, dai contorni complessi e forse inattuali.

La stessa Eni rispondendo alle domande che nel corso di questo progetto abbiamo posto, per consentire all’azienda di esprimere le proprie posizioni, cerca di farsi contemporaneamente giudice e storica. Prima dando per assodato che una sentenza di primo grado abbia messo la parole “fine” alla vicenda giudiziaria, «rendendo sostanzialmente inutile – scrivono nella loro replica – l’appello proposto dalla procura di Milano» e poi rivelandoci di «faticare» a trovare l’interesse giornalistico del progetto stesso.

Per chi ha seguito lo stesso processo, come chi scrive, ha trovato scelte a tratti illogiche tanto nell’impostazione dell’accusa, quanto in alcune difese. E molto ci sarebbe da discutere sul senso stesso che parti della magistratura conferiscono al proprio lavoro: uomini che esercitano l’azione penale (o civile) codice alla mano o più cercatori di “verità”, storici e sociologi? Non sarà questa la sede per discuterne o stabilirlo, ma anche l’attualità suggerisce che il momento è propizio per affrontare il discorso, e non solo nel parlamentino dei magistrati.

Al contrario però non si può sottovalutare come l’indagine abbia potuto riprendere in presa diretta l’incedere di affari e negoziazioni attorno a un settore in cui sarebbe ipocrita non riconoscere un certo modo di fare affari in contesti certo difficili e complessi, ma a cui non si può ostinatamente riconoscere pulizia. Del resto è ancora famoso lo scambio tra lo stesso Enrico Mattei, presidente dell’Eni dal 1953 al 1962 e il suo collaboratore Giuseppe Ratti: «Presidente, è arrivato un telegramma per lei”. “Da dove viene?”. “Da un Paese di merda”. “Bene! Allora lì c’è il petrolio”».

Per approfondire

The Nigerian Cartel

In Nigeria, da anni, comanda la stessa élite politico-finanziaria. Politici e imprenditori che controllano le due filiere storicamente più redditizie del Paese: costruzioni e petrolio

L’accesso alla mole documentale raccolta durante le indagini e il processo permettono all’opinione pubblica di formarsi un convincimento sul funzionamento di un sistema intero, le cui condotte non devono necessariamente portarci a stabilire una censura penale, ma anche solo a una conoscenza per deliberare sui fatti e sugli impatti che una determinata industria può avere sulle popolazioni locali. E questo di chi è compito se non dei giornalisti come chi scrive? Un lavoro necessario per l’informazione, i cittadini, ma anche la politica, in particolare quella con la P maiuscola che si occupi soprattutto di “politiche”.

La vicenda Opl 245 resta controversa. Non si esaurisce con il procedimento penale italiano, perché nel mondo sono aperti procedimenti civili e amministrativi che riguardano le medesime vicende e in cui transazioni, mediazioni e risarcimenti si definiscono da alcuni anni, con tanto di somme recuperate e restituite a Paesi, governi ed entità che sostenevano di averci rimesso.

Recuperando quindi la predica inutile di Einaudi siamo convinti che l’importanza di questo progetto non stia in una volontà di revisione di un processo penale chiuso favorevolmente agli imputati (la Giustizia funziona proprio perché ci sono condanne e assoluzioni, altrimenti sarebbe giustizia sommaria), ma nella possibilità di conoscere per deliberare che ogni singolo cittadino può e deve esercitare.

Foto: vista di Lagos – ba55ey/Shutterstock

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