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Il processo all’eredità di Modigliani

Intorno all’autenticità delle opere dell’artista livornese c’è una guerra tra esperti che dura da anni. In palio c’è la custodia di un marchio dal grande valore economico e culturale

30.12.20

Lorenzo Bagnoli

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Arte
Riciclaggio

A meno di nuovi rinvii, il 21 gennaio 2021 a Genova inizia un processo sui presunti falsi esposti durante Modigliani, mostra che si è tenuta a Palazzo Ducale tra il 16 marzo e il 13 luglio del 2017. La procura ritiene che 20 opere su 40 esposte fossero contraffatte: di queste, 14 sono di Amedeo Modigliani, il celebre pittore e scultore livornese, le altre di Moise Kisling, pittore coevo di origini polacche naturalizzato francese. Negli ultimi anni di vita Kisling completava i dipinti che Modigliani non riusciva a terminare a causa delle condizioni fisiche precarie in cui versava. Da questa circostanza sono nati i primi storici problemi di attribuzione per Modigliani. Vissuto sempre ai limiti della povertà, l’artista livornese – detto Modì – è famoso in tutto il mondo per i ritratti con i colli allungati e le forme sinuose, essenziali ed eleganti. Apprezzato dai collezionisti e dagli storici d’arte solo dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1920, ha lasciato una grande quantità di opere che oggi valgono molto nel mercato dell’arte.

Gli inquirenti ipotizzano per la mostra di Genova i reati di ricettazione, messa in circolazione di opere contraffatte, falso materiale, falso ideologico e truffa aggravata. Le opere sono state sequestrate dal Nucleo tutela patrimonio dei Carabinieri tre giorni prima della chiusura programmata della mostra a seguito dei risultati delle analisi condotte dalla squadra di tecnici chiamata dall’esperta Isabella Quattrocchi, secondo la quale l’esposizione dei falsi è stata organizzata di proposito. Le analisi scientifiche svolte dal suo team hanno dimostrato che quattro dipinti tra quelli esposti hanno un bianco realizzato con un materiale che circola solo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, decenni dopo la morte di Modigliani.

Il processo è l’ennesimo atto di una disputa infinita che si consuma intorno all’eredità di Modigliani. La contesa è complessa anche perché Modì è morto giovane e la figlia Jeanne è deceduta in circostanze poco chiare mentre ancora stava cercando di ultimare gli archivi del padre. Fin da quando era in vita, Modigliani è stato amato dai falsari, tanto che oggi sono 1.200 le opere che gli vengono attribuite. Quattro volte di più il numero dei pezzi censiti dal catalogo ad oggi ritenuto più affidabile, redatto dal critico Ambrogio Ceroni nel 1972. Queste 337 tele e sculture sono battute dalle case d’asta anche a centinaia di milioni di euro l’una: il sito Exhibart scrive che solo nel 2015 Modigliani «è fruttato in totale 251 milioni di dollari, incassati grazie al Nudo Disteso venduto per 170,4 milioni».

La locandina della mostra da cui è scaturito il processo di Genova

È acquisito nell’ambiente della critica che il catalogo di Ceroni sia parziale, come accade di frequente con artisti prolifici. Sono sorti diversi gruppi di studiosi ed esperti che promettono nuovi cataloghi ragionati da anni. In palio, per chi saprà accreditarsi più degli altri nella comunità scientifica, c’è un posto dentro l’istituzione che sarà custode della memoria di Modigliani. Le questioni che l’organizzazione dovrà affrontare sono due: una rivolta al passato, l’altra al futuro. La prima consiste nel distinguere le opere vere dai falsi, la seconda riguarda in prima persona la nipote, ultima erede dell’artista, Laure Nechtschein Modigliani, che per la legge francese è la persona che detiene – in pratica – il diritto d’autore su Modigliani. Sarà lei a disporre del nome del nonno come fosse un marchio.

L’affaire Modigliani

Gli inquirenti italiani, che nel corso dell’indagine hanno avuto supporto anche dall’Fbi, ritengono in sostanza che un gruppo criminale attivo tra New York, Lugano e l’Italia abbia esposto per oltre 20 anni in piena coscienza opere d’arte contraffatte allo scopo di alzarne il valore e rivenderle come dei Modigliani autentici a collezionisti poco esperti.

Il gruppo sarebbe composto dagli imputati nel processo di Genova: il curatore della mostra, Rudy Chiappini, uno storico d’arte piacentino trapiantato in Svizzera prossimo alla pensione come capo dei servizi culturali della città di Locarno; il mercante ungherese di passaporto statunitense Joseph Guttmann, proprietario di undici dei 20 quadri contestati, che guida la Global Art Exhibitions di New York; Pedro Pedrazzini, scultore e collezionista svizzero, che all’esposizione genovese ha prestato il ritratto di Chaïm Soutine, e Massimo Vitta Zelman, l’organizzatore dell’evento, che è presidente del principale gruppo editoriale specializzato in Italia, MondoMostre Skira, per il quale lavorano anche altri due imputati, Nicolò Ponzilli e Rosa Fasan.

Fin da quando è scattato il sequestro, i protagonisti hanno dichiarato di essere al centro di un regolamento di conti interno al mondo dei professionisti, tutti ex consulenti o frequentatori del circolo di critici che girava intorno agli Archivi Legali Modigliani. Quest’ultimo è l’organismo che dagli anni Settanta si candida a tutelare la memoria dell’artista. È costituito da una raccolta di cataloghi, documenti ed expertise – le perizie utili per stabilire l’autenticità di un quadro – raccolti nel corso di una vita da Jeanne Modigliani, la figlia dell’artista scomparsa dopo una sospetta caduta dalle scale nel 1984.

I falsi e l’aumento “fittizio” del valore di un’opera

Ci sono diversi modi attraverso cui è possibile creare distorsioni nel mercato dell’arte. Uno è la diffusione di falsi. Non si commette un illecito quando si “copia” un artista, ma quando si guadagna da un pezzo “copiato” che si spaccia come originale. Di conseguenza, il reato non sta nel “falso” in sé, ma nella “contraffazione”. La separazione tra falsi “leciti” e falsi “illeciti” è un concetto giuridico ancora recente e che muterà con il tempo. Il tema pone interrogativi che vanno al di là della giustizia, ad esempio cosa sia l’arte, di chi sia la sua proprietà e quale sia il suo valore, in termini economici e non solo. In merito a quest’ultimo punto, stando stretti sul versante monetario, ci sono diversi elementi che concorrono al prezzo, di cui uno dei più importanti è il curriculum dell’opera d’arte. Semplificando, più un’opera ha viaggiato per esposizioni, più il suo valore aumenta. Nell’ipotesi dell’inchiesta genovese, il gruppo di imputati sapeva che i quadri erano falsi e li esponeva per dare spolvero al curriculum dei dipinti e venderli a collezionisti sprovveduti.

Secondo le testimonianze raccolte dalla procura genovese, la mente del sistema era Guttmann, il quale – in combutta con Chiappini – avrebbe fatto pressioni insieme al curatore per rendere i dipinti della sua collezione il cuore della mostra. Lo scopo sarebbe stato accrescerne il valore in ottica di rivenderli a collezionisti poco esperti. Attraverso pressioni su Skira – non ritenute sospette in quanto assecondate senza titubanze da Chiappini – il mercante d’arte avrebbe poi cercato di ottenere una forma di immunità per le proprie opere dal Ministero dei Beni Culturali, che però non ha accettato. L’autenticità di alcune delle opere esposte risulta a diversi critici d’arte che fosse già stata messa in discussione da decenni, ma il circolo dietro alla mostra di Genova ha ignorato le diatribe precedenti. La difesa di Guttmann sostiene che da parte del collezionista ci sia sempre stata buona fede e smentisce categoricamente l’esistenza di qualunque accordo tra curatori, espositori e collezionisti che hanno prestato le opere.

Dubbi sulla modalità e i tempi del sequestro sono stati sollevati anche dai proprietari delle opere sequestrate non appartenenti a Guttmann, che al New York Times, a gennaio 2018, hanno sottolineato come nulla nel pedigree delle opere in loro possesso potesse far pensare che fossero dei falsi clamorosi, come invece dicevano gli esperti della procura. Una delle proprietarie, Giuseppina Antognoni, è riuscita a ottenere nel 2019 l’affidamento giudiziale del suo dipinto, un ritratto di quella che i critici ritengono essere Hanka Zborowska, aristocratica polacca ritratta da Modigliani. L’opera, tra le ventuno sequestrate, tramite l’affidamento giudiziale, può restare in custodia dalla proprietaria, ma non può essere esposta. Un altro disegno è stato restituito dopo un’analisi del Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri di Roma che aveva dimostrato la compatibilità tra i materiali pittorici dei dipinti con quelli in uso ai tempi di Modigliani.

Fin da quando è scattato il sequestro, i protagonisti hanno dichiarato di essere al centro di un regolamento di conti interno al mondo dei professionisti, tutti ex consulenti o frequentatori del circolo di critici che girava intorno agli Archivi Legali Modigliani

La giornalista Rai Dania Mondini e l’ex ispettore della polizia di Stato e sociologo Claudio Loiodice hanno indagato la saga dell’eredità dell’artista in un libro pubblicato nel 2019 con Chiarelettere, L’affare Modigliani, di cui ora è disponibile anche la versione inglese The Modigliani Racket. Nel corso della loro inchiesta, i due autori portano ulteriori elementi a sostegno dell’ipotesi dell’esistenza di un gruppo criminale, aggiungendo un nome fondamentale all’ipotetico gruppo. Lo deducono da due mail ricevute dal curatore Rudy Chiappini pochi giorni prima del sequestro, a mostra ancora in corso. «… tutto deve tornare immediatamente, e spero che Lei provveda con molta diligenza», si legge in uno. «Non ha seguito i consigli… La sua posizione è molto compromessa a livello d’immagine…», dice l’altro.

L’autore di queste comunicazioni è Christian Parisot, un esperto d’arte piemontese che dal 1982 al 2015 si è dichiarato unico proprietario degli Archivi Legali Modigliani. Parisot non è stato nemmeno indagato, per quanto invece sia la persona su cui convergono le testimonianze anche di altre persone informate sui fatti. Mondini e Loiodice sostengono che anche il documento con cui Jeanne Modigliani cede gli archivi del padre sia pasticciato e, ipotizzano, forse frutto di un raggiro. Riepilogano la chiacchierata relazione tra Parisot, all’epoca studente dell’Università Sorbona, e l’erede di Modì, sua professoressa di Letteratura italiana. Parisot ha sempre negato, si è dichiarato estraneo alla vicenda di Genova e ha minacciato di querelare i due autori del libro.

Dopo la pubblicazione di L’affare Modigliani

Il 18 dicembre 2020 gli autori di L’affare Modigliani sono stati rinviati a giudizio davanti al tribunale di Trento in un procedimento per diffamazione sporto dal gallerista Fabrizio Quiriti. La procura di competenza è stata scelta sulla base del luogo dove è stato stampato il libro. Notifica della querela al tribunale, rinvio a giudizio e convocazione della prima udienza sono avvenuti in gran fretta, tanto da sollevare dubbi nei querelati. L’associazione Articolo21 si è schierata a loro favore, denunciando il caso come l’ennesimo esempio di querela temeraria. Fabrizio Quiriti è stato citato nel libro in quanto autore di quadri di Modigliani falsi, come confermato da diverse fonti – tra cui Pepi e Restellini – sentite dagli autori. Il collezionista è finito già in passato in diverse vicenda giudiziarie.

Nel 2018 è stato assolto per sopraggiunta prescrizione del reato per appropriazione indebita e la Cassazione ha comunque confermato i risarcimenti in sede civile. La vicenda riguarda fatti del 2009: all’epoca Quiriti era il gestore di fatto di una galleria di proprietà dell’ex calciatore Jonathan Zebina, grande collezionista e amante dell’arte, che all’epoca non aveva abbastanza tempo per stare dietro alla sua attività. Quiriti ha venduto cinque quadri di Mimmo Rotella a Flavio Briatore, cuneese come lui, «senza poi versare gli importi nelle casse societarie». La provvisionale del danno per Zebina è calcolata dalla Corte d’Appello di Milano in 200 mila euro, confermati in Cassazione. Uno dei veri protagonisti del libro, Christian Parisot, ha promesso azioni legali su varie testate, ma agli autori al momento non risulta alcuna querela depositata.

L’archivio impossibile

Lo scandalo dei falsi esposti a Genova è scoppiato prima su Facebook, tra aprile e maggio 2017, a seguito della denuncia di un appassionato con la fama di esperto. Carlo Pepi, ultra ottantenne collezionista d’arte di Crespina, nel pisano, se l’è guadagnata nel 1984, quando è stato l’unico a dichiarare false le teste di donna ritrovate a Livorno a seguito di un dragaggio dei canali. Lo scavo era stato organizzato in contemporanea allo svolgimento della mostra per il centennale della nascita, dando credito alla leggenda popolare secondo cui un frustrato Modì nel 1909 avesse gettato alcune sculture nei canali di Livorno, nei pressi di piazza Cavour. Con un incredibile colpo di scena, sul finire dell’esposizione la draga aveva riportato alla luce tre manufatti. I tre pezzi recuperati dall’escavatore, però, erano stati scolpiti da tre studenti che si sono autodenunciati in seguito alla stampa. Era stato solo uno scherzo, insomma, nel quale però erano casacati alcuni dei più importanti storici d’arte d’Italia.

Il 29 aprile 2017 lo stesso Carlo Pepi ha scritto sui social un post che ha fatto tornare alla memoria i giorni di quella beffa: «Ho avuto la disgrazia di vedere il catalogo della mostra del povero bistrattato Modigliani a Genova e come temevo, rarissime sono le opere di sua mano». È stata la prima presa di posizione pubblica, a cui ne hanno fatto seguito altre. Il mondo dell’arte, ancora una volta, si è spaccato su Modì e i suoi falsari. Per quanto osservatore ormai di fama, però, Pepi, non è un esperto in senso stretto. Non ha una bibliografia di pubblicazioni alle spalle. Non appartiene al circolo dei professionisti. Non guida una fondazione Modigliani “approvata” dai legittimi eredi. Ma ne ha fatto parte dalla prima metà degli anni ‘80 fino al 1990, sempre in contrasto con chi la guidava, cioè Christian Parisot.

L’opera di Amedeo Modigliani Il venditore di fiori. Olio su tela, 1919 © Everett Collection/Shutterstock

La “facoltà autentica” – quindi la possibilità di assegnare a un’opera d’arte un “passaporto” che ne legittima la circolazione – è un tema molto delicato. Per gli artisti non viventi, non è una prerogativa esclusiva di un solo esperto. Il certificato è più o meno autorevole a seconda di chi l’ha redatto. I migliori sono quelli per mano degli eredi o delle fondazioni dedicate a un’artista. Queste ultime sono le istituzioni in cui si conservano gli archivi e le collezioni, che secondo il Testo Unico Sui Beni Culturali «non possono essere smembrati, a qualsiasi titolo, e devono essere conservati nella loro organicità». Questo rende i responsabili di archivi e i proprietari delle collezioni i custodi dell’eredità di un artista. Il titolo di esperto e l’appartenenza a una fondazione non implicano che l’autentica sia sempre esatta. Anche i più accreditati addetti ai lavori possono sbagliare in una scienza lontana anni luce dall’essere esatta. Capita inoltre che l’attribuzione di un’opera abbia pareri discordanti. Di solito in questi casi prevale l’esperto il cui curriculum è più accreditato per un certo artista.

Arte e riciclaggio

L’osservatorio economico ArtMarket calcola in 64 miliardi di dollari l’indotto del mercato dell’arte nel 2019. È un mercato esclusivo, molto ristretto, in cui la cerchia di collezionisti e addetti ai lavori si conosce e si frequenta. È un mercato che fa ancora molta attenzione alla tutela della privacy di chi acquista, dati i valori economici in ballo. Per questo le transazioni sono più difficili da tracciare rispetto ad altri settori. L’anonimato dei pagamenti rende l’arte un ambiente a rischio in termini di riciclaggio di denaro sporco. A conferma di una scarsa attenzione al problema, nonostante gli obblighi delle verifiche a cui sono tenuti per la normativa europea antiriciclaggio, gli addetti ai lavori della filiera dell’arte non hanno segnalato nemmeno un’operazione sospetta alla Banca d’Italia nel 2019. Lo ha rilevato Il Sole 24 Ore nel corso di un’intervista di giugno 2020 con il procuratore capo di Milano, Francesco Greco.

«Ho avuto la disgrazia di vedere il catalogo della mostra del povero bistrattato Modigliani a Genova e come temevo, rarissime sono le opere di sua mano».

Carlo Pepi

Quello che fa la differenza sul piano giudiziario è però l’intenzione: chi intenzionalmente trucca una perizia e dice il falso commette un illecito. Nel caso della mostra di Genova, gli inquirenti ritengono che gli imputati fossero consapevoli di quanto fosse contestata l’autenticità dei quadri esposti. Il problema, però, è che l’eredità è ancora sprovvista di un vero e proprio tutore: non esiste ad oggi un archivio Modigliani completo con un proprietario certo. È questo il cuore della battaglia su Modì. «Dire che la situazione del catalogo ragionato è un disastro è un eufemismo», è la sintesi del 2017 di Kenneth Wayne, direttore dal 2013 del Modigliani Project, uno dei tentativi di sistematizzare la raccolta delle opere dell’artista.

Le dispute sulla proprietà e il valore degli Archivi

L’Archivio Legale Modigliani conterebbe circa 6mila pezzi, tra appunti, schizzi e opere. La sua proprietà è ancora oggi contestata e, forse, ormai smembrata tra collezionisti in diverse parti del mondo. «Ma questa è solo un’ipotesi senza prove e va presa come tale», spiega a IrpiMedia Jean Olaniszyn, editore, artista e curatore ticinese che nel 2006 e 2007 ha organizzato mostre su Modì. Olaniszyn ha sollevato problemi sulle attribuzioni di Modigliani da sempre e si è schierato subito con chi ha bollato come falsi alcuni dei dipinti di Genova. Però, dice, «gli imputati possono cavarsela sul piano giudiziario», perché sarà difficile dimostrare la volontà di inquinare il mercato, visto che le opere già circolavano da tempo, e visti i dubbi sulla tenuta dell’impianto accusatorio che solleva l’assenza di Parisot tra gli imputati. Per districare la matassa di Modigliani, Olaniszyn ritiene si debba passare da un istituto da costruire intorno agli Archivi Legali e a Laure Nechtschein Modigliani, l’ultima erede.

Al contrario, il critico Marc Restellini, che insieme a Pepi ha fatto partire l’esposto alla procura genovese, sostiene che il valore scientifico degli Archivi Legali sia pressoché nullo. Studia Modì dal 1997, anno in cui ha cominciato a lavorare su un catalogo ragionato di 440 pezzi da attribuire all’artista livornese atteso già nel 2020. Nel 2015 ha creato l’Institute Restellini, organizzazione che si occupa della catalogazione e dell’analisi delle opere d’arte. «L’Istituto conosce queste opere perché sono dei falsi, noi disponiamo dell’insieme della documentazione anche scientifica per dimostrarlo – si legge in una nota pubblicata su Facebook il 24 maggio 2017 -. Si tratta di contraffazioni note per almeno un terzo dei dipinti esposti». Ha in corso una causa negli Stati Uniti per quanto riguarda la diffusione del suo studio su Modigliani, che a suo parere va trattato come un «segreto commerciale» e quindi non può essere divulgato.

Nel novembre 2006 sembrava che i tenutari, tra cui Parisot, avessero donato gli Archivi Legali Modigliani all’Italia, fino allora tenuta fuori dall’eredità di Modì, da sempre parigina. Nel 2007 il Modigliani Institut Archives Legales, Paris-Rome, così si doveva chiamare la fondazione, aveva ottenuto la sua sede a Roma, a Palazzo Taverna. La senatrice del Movimento Cinque Stelle Margherita Corrado, autrice a giugno 2020 di un’interrogazione parlamentare in merito alla vicenda, ha scritto però che il Ministero «nega che la donazione sia mai avvenuta». Gli autori de L‘affare Modigliani sono però in possesso di documenti attraverso i quali lo stesso Parisot chiederebbe all’Italia il permesso all’esportazione temporanea di beni culturali. L’ennesimo mistero irrisolto intorno all’eredità di Modì.

Nel 2015 è subentrata come proprietaria una nuova collezionista, la italosvizzera Maria Stellina Marescalchi. Le versioni su come sia andata la compravendita anche questa volta divergono, a seconda delle parti in causa. Secondo Marescalchi (ed esponenti del mondo dell’arte come Olaniszyn) la collezionista sarebbe l’ultima legittima proprietaria, dopo l’acquisto per meno di 300mila euro da Christian Parisot. Il materiale sarebbe stato custodito e analizzato da Glenn Horowitz, importante archivista ed editore dagli Stati Uniti, che ne avrebbe in seguito stimato il valore a oltre 4 milioni di dollari. Parisot ha però contestato la ricostruzione. Attraverso il suo avvocato, ha dichiarato alla stampa svizzera a maggio 2020 di aver denunciato per appropriazione indebita Marescalchi, sostenendo che la sua intenzione era solo prestare e non vendere l’archivio, per valorizzarlo e farne una fondazione. La causa è ancora in corso. A maggio 2020 la Procura di Bellinzona ha intercettato gli Archivi nel porto franco di Ginevra e li ha sequestrati in attesa che si concludano i contenziosi giudiziari intorno alla proprietà.

Sul giornale specializzato We Wealth, la storica dell’arte Sharon Hacker ha cercato di riportare tutta la querelle giudiziaria a una questione più profonda. Al di là di quando sarà completo il prossimo catalogo ragionato e della prossima fondazione (già ne esistono, per altro) a chi appartiene Modigliani? La guerra degli archivi può lasciar pensare che chi li detiene diventi automaticamente l’unico esperto “certificatore” di Modigliani. Invece la realtà non sarà mai così semplice, ci sarà sempre spazio per aggiornare, approfondire e colmare le lacune che ci sono sulla produzione artistica di Modigliani o chi per lui. Le divergenze tra punti di vista degli esperti dovrebbero essere un valore, almeno sul piano culturale. Al contrario, sono state tenute al di fuori del patrimonio di conoscenza pubblico e sono sempre emerse come contrasto tra “campioni” di Modigliani. È chiaro che l’interesse artistico per Modì sia l’ultimo dei problemi e che il confronto sia solo per evitare di deprezzare pezzi che circolano nel mercato dell’arte.

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli

Editing

Luca Rinaldi

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