01.03.24
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DonneQuesto racconto è liberamente ispirato a #Verified, podcast di inchiesta già pubblicato da IrpiMedia. Nasce dalla volontà della redazione di prendere parte a #Unite, la campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla. L’opera è di finzione: i fatti descritti nel racconto non sono realmente avvenuti.
«Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza».
Sì, giuro di dire la verità.
«L’imputato è il suo unico figlio?»
«Sì. Ne volevamo anche altri, ma non sono venuti».
Dicono che per una madre il momento più bello è quando si stringe per la prima volta al petto il suo bambino, lo sa, magistrato? ma per me no, non è stato così, per me il momento più bello è stato quando ho saputo che era maschio, perché così era tutto più facile, e lei doveva vedere suo padre, magistrato, come era felice anche lui che fosse un maschio.
«Com’era da piccolo?»
«Normale, era un bambino normale: dolce, affettuoso».
L’altro motivo per cui ero contenta che fosse maschio era che mia madre mi diceva sempre che i figli maschi hanno paura dei padri e sono innamorati delle madri. Però Valerio non è mai stato così, si vedeva già appena è nato: il mio latte non lo voleva, non si attaccava proprio, e se piangeva, dovevo lasciarlo stare fino a quando smetteva da solo, ché se lo prendevo in braccio strillava ancora di più…però io pensavo che quando cresceva le cose cambiavano.
«A scuola come andava?»
«Non gli piaceva tanto studiare, ma non l’hanno mai bocciato».
Gli insegnanti mi dicevano che i voti erano bassi ma Valerio si vedeva che era intelligente; si inventava tutti i modi per non essere interrogato o per copiare nei compiti in classe, dicevano, e io lo vedevo che, mentre me lo raccontavano, non erano arrabbiati, anzi, in fondo in fondo, lo ammiravano, “se la cava sempre”, dicevano.
«E la condotta?»
«Qualche nota l’ha presa, perché non portava i compiti o perché chiacchierava in classe, cose così. Ma mai niente di grave».
Quando aveva nove o dieci anni, si è inventato il gioco dell’invisibilità: un giorno, da un momento all’altro, ha cominciato a non rispondermi quando gli dicevo qualcosa, come se non mi sentiva, e se eravamo nella stessa stanza faceva finta di non vedermi, e la sera, quando è arrivato suo padre e mi ha salutata, lui, tutto serio, gli ha fatto “con chi parli?”; ma poi, quando ci siamo seduti a tavola, si è messo a ridere e ha detto che era tutto uno scherzo.
«Con i compagni andava d’accordo?»
«Sì, certo, con tutti».
Il gioco dell’invisibilità poi l’ha rifatto tante volte, a mio marito faceva ridere, “non te la prendere” mi diceva, e spesso si metteva a giocare pure lui: con Valerio commentava le Veline in televisione oppure qualcuna delle sue compagne di scuola che si era sviluppata presto, e parlavano di cosa avrebbero fatto, se avessero potuto, alla Velina o alla ragazzina, come se io non fossi lì. Una volta Valerio ha preso una nota perché una di quelle cose l’ha fatta davvero, una mano sul sedere, niente di grave, e suo padre gli ha detto che se era un bel sedere aveva fatto bene.
«Quando ha avuto la sua prima fidanzatina?»
«Non so, non sono cose che un ragazzo racconta a sua madre».
Un giorno, quando era in seconda superiore, ha portato a casa una ragazza del paese, una che aveva la sua età ma faceva la scuola privata dalle suore; quando sono arrivati lei mi ha salutata ma lui no, e allora ho capito subito che voleva fare il gioco, anche se era da tanti anni che non capitava più; pensavo che se la sarebbe portata in camera per stare un po’ tranquillo, invece, appena mi sono messa sul divano a guardare un po’ di tv, me li sono trovati tutti e due lì di fianco a me; lui l’ha fatta sedere sulle sue ginocchia e si è messo a baciarla e intanto provava a infilarle la mano sotto la maglietta, ma lei si è alzata subito ed è diventata tutta rossa in faccia e guardava un po’ me e un po’ lui senza sapere cosa fare; io volevo tranquillizzarla e le ho detto “non preoccuparti, è solo un gioco…”, ma lei si è messa a piangere ed è scappata via.
«E poi, crescendo, le ha mai parlato di qualche ragazza?»
«No, secondo me non gli interessavano tanto, a lui piacevano i videogiochi e poi stare al computer, quando è arrivato Internet».
Valerio quel giorno si è arrabbiato tanto, non l’avevo mai visto così: prendeva a calci la porta del soggiorno e urlava, diceva delle parole che io non avevo mai sentito usare a nessuno, neanche a mio marito; cercavo di calmarlo ma lui mi ignorava, come se stesse ancora giocando, e più alzavo la voce per farmi ascoltare – “non fa più ridere, questo gioco”, gli dicevo – più lui gridava e diceva brutte parole, e tirava cose per terra, o contro il muro; a me non mi ha neanche sfiorata, ma io…guardi, non so come spiegarlo…avrei voluto che lo facesse, che tirasse qualcosa a me e non al muro, sarebbe stato meno brutto.
«Per cosa usava Internet?».
«Non so di preciso, faceva delle ricerche. Diceva sempre che su Internet c’è di tutto, basta cercare».
Quando Valerio si è calmato ed è andato a chiudersi in camera sua, io ho pulito tutto, mi tremavano le mani, sa?, ma non volevo che mio marito si accorgeva di qualcosa; adesso penso che magari, se invece glielo raccontavo, lui da uomo poteva risolvere il problema, ma allora mi sembrava che era meglio stare zitta, anche perché non sapevo come spiegarmi, non sono mai stata brava con le parole; comunque quella sera mio marito si è accorto da solo che le cose erano sistemate un po’ diverse e che mancava un soprammobile e ha chiesto spiegazioni; Valerio, però, sembrava tornato quello di sempre, mi aveva anche apparecchiato il posto a tavola, e, con tutta la calma del mondo, gli ha detto: “l’ha rotto mamma mentre spolverava”, e io, non so perché, ho annuito e, mentre lo facevo, mi sembrava che era andata proprio così.
«Valerio è andato via di casa presto, vero?».
«Dopo le superiori. Ha voluto fare la selezione per diventare Carabiniere ed è passato subito. Poi da lì ha iniziato a girare tanto per lavoro, fino a quando non l’hanno trasferito fisso a Venezia».
In paese si è sparsa presto la voce che Valerio andava via per fare il Carabiniere e la gente ci fermava per strada, a me e mio marito, e ci faceva i complimenti, ma poi mi guardavano, soprattutto le donne, e mi dicevano che erano dispiaciute, perché per una madre non c’è dolore più grande di avere un figlio lontano, soprattutto un maschio; io dicevo a tutte che era vero, che però mi facevo forza perché ero contenta che lui era contento, ma la verità è che, quando pensavo che non sarei stata più tutto il giorno in casa con lui, non dico che mi sentivo felice, però era un po’ come se mi avessero tolto un peso, perché di cose strane, dopo quel giorno con la ragazza, Valerio ne aveva fatte altre – i video sul computer, la roba nel cassetto, quella volta che aveva lasciato la porta aperta – ma, se provavo a parlargliene, diceva sempre che non avevo capito, che non era andata come dicevo io.
«Lei è mai stata nel suo appartamento di Venezia?».
«Sì, una volta che mi ha chiesto di andare lì per un paio di giorni per aiutarlo a pulire la casa, perché lui con il lavoro non aveva tempo».
Però poi non mi è dispiaciuto, magistrato, quando mio figlio anni dopo mi ha chiesto di andare da lui a fargli le faccende. Mio marito era mancato da poco – un brutto male, sa, nel giro di tre mesi non c’era più – e Valerio a casa non tornava mai, non aveva permessi, diceva, quindi io mi sentivo un po’ sola e poi, con la distanza, avevo iniziato a pensare che forse avevo esagerato a spaventarmi e che magari era vero che non avevo capito certe cose, in effetti, anche mio marito mi diceva sempre che ero un po’ corta di cervello; quindi ci sono andata volentieri, a Venezia, e ho anche comprato apposta una borsa da viaggio per metterci un cambio e un abito elegante, metti caso che mio figlio mi portava a cena in un bel posto.
«In quell’occasione, Valerio era solo in casa?».
«No, aveva un’ospite, una ragazza straniera, credo dell’est».
Valerio non è venuto a prendermi alla stazione, anche se mi aveva promesso di sì, e al telefono non rispondeva; per fortuna la caserma dei Carabinieri era vicina alla stazione e allora sono andata lì, ho chiesto di lui, e ho incontrato un suo collega che mi ha detto che era proprio contento di conoscermi, che Valerio era tanto una brava persona, e che mi accompagnava lui a casa sua con la macchina d’ordinanza, e così ha fatto; quando sono arrivata, però, Valerio si è arrabbiato perché diceva che non era quello il giorno in cui dovevo venire, che mi ero sbagliata e che quella sera aveva un’ospite, una turista straniera, e che figura ci faceva ad avere sua madre in mezzo ai coglioni? scusi, magistrato, ma ha detto proprio così. Poi è uscito e mi ha lasciata lì impalata, con la mia borsa da viaggio in mano.
«Lei ha avuto qualche contatto con questa ragazza?».
«L’ho vista, quando è rientrata con Valerio, ma non ci siamo dette niente, anche perché io so solo l’italiano e basta».
Se c’era ancora mio marito, quel giorno, l’avrei chiamato, ma non potevo più, ormai, e non sapevo come fare per tornare alla stazione da sola; sono stata lì ferma nell’ingresso, fino a che le dita mi si sono aperte da sole per il peso, la borsa mi è caduta, e il tonfo è come se mi ha svegliata; mi sono detta che poteva essere proprio vero che avevo sbagliato giorno e che alla fine mio figlio era una brava persona, come aveva detto il suo collega, e non mi aveva mai torto un capello, quindi non c’era da avere paura ma al massimo da chiedergli scusa; così ho deciso di dare una bella pulita alla casa, almeno gli facevo fare bella figura con la turista.
«L’ospite di Valerio ha dichiarato che quella sera lui l’ha drogata e poi ha abusato sessualmente di lei. Crede che sia vero?».
«No, magistrato. Si vedeva che lei aveva bevuto troppo, non può ricordarsi bene».
Quando sono arrivati erano le dieci passate e io gli sono andata incontro per presentarmi, e dire se volevano che cucinavo qualcosa per loro, anche se avevo il dubbio che magari avevano già mangiato, ma Valerio ha tirato dritto senza salutarmi, come se stesse facendo di nuovo il gioco, dopo tutto quel tempo; la ragazza anche non mi ha salutata, aveva gli occhi mezzi chiusi e per stare in piedi si appoggiava a Valerio, si capiva che era ubriaca, e a me non ha fatto una bella impressione perché aveva tutta la camicetta aperta e la gonna le era salita su fin sopra le cosce, ma lei non provava nemmeno ad abbassarsela, stava tutta accasciata su Valerio per fare la gattamorta.
«La ragazza sostiene che lei può testimoniare a suo favore, perché era presente durante la violenza».
«È assurdo, se l’è inventato».
Loro sono entrati in cucina e io sono andata nella stanza degli ospiti a riposarmi un po’, ché tanto mi sembrava sicuro che la turista avrebbe dormito nella camera di Valerio; da quando era morto mio marito, però, facevo fatica a prendere sonno, anche quando ero tanto stanca, perché mi venivano i pensieri e non ero abituata a stare a letto da sola, e in più, quella sera, sentivo di là musica alta e rumore di piatti e bicchieri, e Valerio che parlava forte – la ragazza invece no, la sentivo poco – forse era ubriaco anche lui; così ho preso dalla borsa la settimana enigmistica, perché mi faceva sempre rilassare fare le parole crociate; ero già a metà di uno schema quando la porta si è aperta.
«Che motivo avrebbe di inventarsi una cosa del genere?»
«Non lo so, dovreste chiederlo a lei».
La ragazza aveva gli occhi chiusi, Valerio la teneva in braccio, sembrava morta, io mi sono sentita come se mi fosse venuto un abbassamento di pressione tutto di colpo, però invece di svenire rimanevo sveglia; non la stava mettendo a letto perché lei si era addormentata per il troppo alcool, non era venuto a dirmi se potevo andare a dormire in camera sua, mentre lui si metteva sul divano, quelle erano cose che potevano succedere se Valerio era un maschio innamorato di sua madre come tutti, ma lui non era così; infatti ha messo la ragazza sul letto, le è salito sopra, si è slacciato i pantaloni e le ha spinto ancora più su quella gonna troppo corta che aveva, poi le ha sfilato le mutande…e poi ha fatto…quello, come se fossimo nel suo gioco e io fossi invisibile.
«Lei crede che suo figlio sia innocente, signora?»
Mentre lui stava sopra di lei, dentro di lei, io cercavo di non guardare, di fissare lo schema delle parole crociate, anche se le caselle mi ballavano davanti agli occhi; non riuscivo a muovermi, non riuscivo ad aprire la bocca, e intanto sentivo che Valerio respirava forte e faceva i versi che fa un uomo in quei momenti lì, e solo dopo un po’ mi è arrivata anche un’altra voce, una voce da bambina, che diceva “no” e altre cose in una lingua che non sapevo, ma il senso lo capivo lo stesso, e a un certo punto sono sicura che ha detto “aiutami, aiutami”; in quel momento ho pensato che volevo essere invisibile davvero.
«Non ha risposto alla domanda, signora».
Sabrina Quaranta è una scrittrice. Dopo aver pubblicato racconti su diverse riviste letterarie, nel 2023 ha vinto il Premio nazionale di Letteratura Neri Pozza con il suo primo romanzo inedito, che verrà pubblicato a maggio.
