#LegaMoney
Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Destinazione Lussemburgo. Tre dei quattro filoni d’indagine che riguardano la vecchia Lega Nord e la nuova “Lega per Salvini premier” approdano nel Granducato. Qui è dove i magistrati danno la caccia ai soldi che, secondo l’accusa, sono stati sottratti alle casse del partito di cui è segretario federale Matteo Salvini.
La prima inchiesta, la madre di tutte le altre, è quella di Genova sui 49 milioni di rimborsi elettorali ottenuti tra il 2008 e il 2010. Secondo i giudici i soldi sono stati rendicontati in maniera irregolare e usati in gran parte per le spese personali della famiglia Bossi. A finire nel mirino l’allora leader del Carroccio e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Dopo una battaglia giudiziaria e il relativo sequestro si giunge al noto accordo per cui il partito verserà 600 mila euro l’anno per ottant’anni.
Più recente invece e ancora nella sua fase preliminare l’inchiesta sulla Lombardia Film Commission che ha portato agli arresti con l’accusa di peculato tre commercialisti legati al Carroccio, Michele Scillieri, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni. Al centro la compravendita di un capannone a Cormano acquistato e rivenduto a un prezzo gonfiato alla Regione con una parte del denaro, sostengono i pm, rimasta nelle tasche dei tre commercialisti.
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Il trait d’union col Granducato
Questi filoni si intrecciano in Lussemburgo attraverso figure di contabili radicati nella bergamasca. Le indagini si muovono spesso assieme alle segnalazioni dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia che ha il compito di vagliare, approfondire e trasmettere all’autorità giudiziaria le segnalazioni antiriciclaggio. Perché è proprio il riciclaggio che gli investigatori vanno cercando.
Nelle società lussemburghesi riconducibili alla Lega ricorre soprattutto un nome: Angelo Lazzari, finora mai interrogato dai magistrati che indagano sui 49 milioni del Carroccio. Ingegnere, nato a Sarnico nel 1968, l’uomo si muove da decenni nella finanza del Granducato. Contatto da IrpiMedia, nega di conoscere sia i commercialisti indagati a Milano, sia gli esponenti del partito.
Eppure secondo le indagini ancora in corso Lazzari avrebbe un ruolo chiave nell’aver facilitato il presunto riciclaggio della Lega. Tra le sue società infatti, ce ne sono tre di particolare importanza, che gli investigatori di Milano e Genova hanno scandagliato a fondo all’epoca delle indagini. La prima è una società anonima lussemburghese, Ivad Sarl, che funziona come una holding. La seconda è Sevenbit, società di fintech di diritto italiano controllata al 90% da Ivad. La terza è Seven Fiduciaria, controllata a sua volta al 100% da Sevenbit. Seven Fiduciaria in particolare, fa da schermo ai reali proprietari di sette società che gli investigatori sospettano possano aver riciclato parte dei 49 milioni.
Definizione: le azioni al portatore
Un’azione è l’unità minima di capitale di una società. Chi la possiede, quindi, è proprietario di una frazione del capitale sociale. Il nome del proprietario è sempre esplicito, tranne che nel caso delle azioni al “portatore”. Qui è il semplice possesso del titolo, anche senza la registrazione del nome, a conferire il diritto previsto dall’azione, come avere una banconota nel portafoglio. Possono essere “al portatore” solo le azioni di guadagno, ossia titoli attraverso cui un socio può ottenere un dividendo, senza però intervenire nei meccanismi decisionali della società di cui è azionista.
Il fondo partecipato dai russi
C’è un’altra storia che comincia con Lazzari e dal Granducato si dipana fino in Russia, altro Paese al centro di indagini che riguardano le casse della Lega. Riguarda Isam, fondo lussemburghese di private equity avviato nel 2012 volto allo sviluppo delle pmi europee, in particolare di quelle italiane, in Russia e di quelle russe in Europa. Protagonisti del fondo sono ancora la Arc Advisory Company e il fondo russo RVC. Gli azionisti sono cinque: Lazzari, il manager russo Mikhail Ievenko, uomo del fondo RVC, Riccardo Aimerito, legale di Lazzari, il capo di Ubi banca a Mosca Ferdinando Pelazzo e un altro manager uzbeko Aleksey Medvedev.
L’esperimento dura poco perché a nemmeno tre anni dalla costituzione del fondo Pelazzo e la componente russa degli azionisti abbandona l’impresa. I bilanci sono modesti e non ci sono tracce di progetti finanziati. Tuttavia l’entità non si sfalda e nel 2015 il fondo Isam si trasforma in Innexto, una vera e propria società di investimento a capitale variabile. Il capitale è in mano sempre al gruppo Arc di Lazzari e in sostituzione del fondo russo RVC arriva la SoGeFid, società fiduciaria di Sarnico, il paese della bergamasca di cui è originario Lazzari. Tra gli amministratori figurano due professionisti domiciliati nel Granducato e altri due residenti a Montecatini Terme. Tra loro il più noto è Salvatore Desiderio, ex amministratore dalla lussemburghese Finmeccanica Finance, società controllata da Finmeccanica, poi cancellata dal registro imprese del Granducato dopo l’inchiesta del 2017 per evasione e appropriazione indebita che aveva coinvolto lo stesso Desiderio.
La ricostruzione degli interessi incrociati fatta dagli inquirenti è stata sempre smentita dai diretti interessati
Il suo coinvolgimento attira ancora una volta gli ispettori dell’Uif: Desiderio è amministratore di alcune «società anonime lussemburghesi, e non solo – scrivono gli uomini dell’antiriciclaggio di Bankitalia -, probabilmente create per “schermare” la riconducibilità agli effettivi titolari, sovente imprenditori italiani». Chiudendo la segnalazione la stessa Uif mette nero su bianco che «non si esclude pertanto che per il tramite di Seven Fiduciaria possano essere stati attivati canali per spostare all’estero fondi di illecita provenienza, anche riconducibili alla Lega Nord».
Tra il 2016 e il 2017 cambia ancora il management di Innexto, e tra i nuovi ingressi, come IrpiMedia ha potuto verificare tra le carte custodite alla camera di commercio lussemburghese, figura l’altro nome chiave delle inchieste sulla Lega in Lussemburgo: Vito Luciano Mancini.
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I soldi di “The Family”: la prima volta in Lussemburgo
Mancini è un altro professionista con una lunga carriera in Lussemburgo. A legarlo a Lazzari, oltre a Innexto, sono quote (di minoranza) in Sevenbit. La sua figura colpisce gli investigatori perché l’uomo compare in tutte le società nelle quali pm e finanzieri si sono imbattuti durante la caccia a una parte, circa dieci milioni, dei 49 milioni di fondi dei rimborsi elettorali che il Carroccio deve restituire dopo la condanna per truffa del Senatùr Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito.
La procura di Genova incappa in Mancini la prima volta nel 2018, mentre è alla ricerca dei soldi dei Bossi. I magistrati interrogano Mancini per chiedere conto di un trasferimento di dieci milioni che il Carroccio ha effettuato nel 2015 dalla Sparkasse di Bolzano alla società lussemburghese Pharus Management, di cui Mancini è risk manager. Due anni dopo i soldi avrebbero fatto il percorso opposto: dalla Pharus Management alla Sparkasse. L’operazione era stata segnalata da un revisore dei conti del partito e ha fatto scattare gli allarmi di Banca d’Italia: così è cominciata l’inchiesta. La Sparkasse di Bolzano ha giustificato il giro di denaro dicendo che si trattava di soldi della banca.
Il nome di Mancini è accostato ai soldi del Carroccio fin dai tempi di Umberto Bossi, il padre fondatore del partito, che ha abbandonato la sua creatura ad aprile 2012
Chi sono i professionisti che fanno girare i denari del Carroccio
Da Lazzari a Siri, tramite la famiglia Arata
Angelo Lazzari compare di striscio anche come partner di Paolo Arata, ex consulente per le politiche energetiche della Lega, in passato deputato con Forza Italia. Arata nel 2019 è finito di nuovo al centro delle cronache giudiziarie perché avrebbe promesso una mazzetta da 30 mila euro al senatore leghista Armando Siri: quest’ultimo avrebbe dovuto emendare gli incentivi per il mini-eolico, una delle componenti del Decreto rinnovabili. Beneficiario ultimo di questa modifica, secondo le ipotesi della procura di Roma, sarebbe stato Vito Nicastri, soprannominato “il re dell’eolico”. L’imprenditore siciliano è ritenuto dall’antimafia uno dei prestanome del boss Matteo Messina Denaro.
Nel 2018 le società della galassia di Lazzari risultano avere una quota di minoranza nell’azionariato di aziende riconducibili alla famiglia Arata e a Vito Nicastri proprio nel settore dell’energia e del mini-eolico in Sicilia. Il diretto interessato ha sempre smentito i rapporti con loro, con Vito Nicastri e con chiunque all’interno della Lega Nord.
La famiglia Arata è connessa alla Lega anche attraverso Federico, il figlio di Paolo. Federico Arata nel 2017 è l’uomo della Lega negli Stati Uniti. Sono gli anni del sogno sovranista, quando Steve Bannon, ex consulente di Donald Trump per la campagna elettorale del 2016, sperava di creare un’internazionale identitaria tra Stati Uniti ed Europa. Salvini era in quel momento il leader in ascesa. Federico Arata si definisce «spin doctor internazionale» del partito, vanta amicizie importanti, in particolare nel settore bancario. Armando Siri è la persona a cui si accompagna più spesso: mister Flat Tax, come chiamano Siri, è entrato in Lega con il principale obiettivo di introdurre la «tassa piatta». E ha bisogno che i mercati siano dalla sua.
Il Fatto quotidiano ha scoperto che l’associazione di Armando Siri Spazio Pin, formalmente scollegata dalla Lega, ha bonificato a Federico Arata 1.178 euro per un rimborso spese per un viaggio negli States. Questa circostanza ha spinto i magistrati milanesi a ipotizzare che le donazioni all’associazione di Siri fossero in realtà destinate alla Lega. È la stessa ipotesi per cui un’altra associazione formalmente scollegata dal partito, Più Voci, è finita sotto indagine a Roma per finanziamento illecito. In quel caso il bonifico sospetto riguarda 250 mila euro versati dal costruttore romano Luca Parnasi. A finire sotto inchiesta è Giulio Centemero, il tesoriere del Carroccio. Così il cerchio si chiude.
Ultima modifica 12 dicembre 2020
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CREDITI
Autori
Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Infografiche
Luca Rinaldi
Editing
Giulio Rubino