#LegaMoney

Imprenditori, professionisti e società: i flussi di denaro che inguaiano la Lega
I rimborsi indebitamente percepiti dal partito si sono persi negli anni in mille rivoli più volte finiti sotto la lente dell’Antiriclaggio della Banca d’Italia e per i pm ancora una volta a danno delle casse pubbliche
07 Ottobre 2020

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Il piacere proibito di Tizio è entrare nella proprietà privata di Caio per correre spensierato sul suo prato. Un giorno Tizio scivola malamente sui pantaloni. Una strisciata di verde evidente. Il prato, per altro, mostra i segni dell’incidente. Tizio lascia in fretta e furia la proprietà di Caio e cerca una lavanderia dove pulire i vestiti.

Viste le tracce sul prato, Caio si è messo in cerca del colpevole. Va alla lavanderia del paese per sapere chi ha portato dei pantaloni chiari e sporchi di erba. Sempronio, il gestore, collabora, ma la lista dei clienti di quel genere è lunga. Caio chiede per ognuno di loro di vedere il vestito sporco. Ma Tizio – e altri come lui – ha chiesto a Sempronio di portare il proprio vestito in un’altra lavanderia, con prodotti più forti per togliere le macchie. Tutto giustificato, quindi, anche se Sempronio, in cuor suo, sa che alcuni di quei vestiti in realtà erano già puliti. L’operazione, alla fine, serve solo a sviare le ricerche di Caio: il numero di lavanderie da visitare per trovare quei pantaloni diventa ingestibile. A ogni candeggio, per altro, diventa più difficile scovare segni della scivolata sul prato. Il sistema si compie quando i pantaloni tornano a Tizio, il proprietario, che può ricominciare a usarli come se niente fosse.

Sostituite i vestiti bianchi con i soldi, la macchia d’erba con un reato qualunque e la lavanderia con un fornitore di servizi bancari. Pensate che Tizio sia un criminale, Caio le forze dell’ordine e Sempronio un qualunque professionista. I Sempronio che si prestano a questi servizi sono consapevoli di come l’operazione sia finalizzata all’occultamento di soldi “macchiati”. I passaggi dei vestiti tra lavanderie sono le transazioni: legittime sulle carta, nelle ipotesi degli inquirenti a volte inesistenti oppure gonfiate.

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Russiagate, ultimo atto

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Il risultato è lo schema del riciclaggio di denaro sporco della lavanderia, uno dei mille modi per riciclare denaro. Tizio potrebbe essere uno dei facoltosi clienti che tra il 2006 e il 2017 ha aperto presso una filiale baltica di banche come Ukio o Danske un conto corrente attraverso una società anonima con sede in qualche giurisdizione offshore. Il sistema serviva per reimmettere nel mercato europeo soldi di provenienza ignota. Sulla lavanderia, ritenuta almeno in origine, russa, investigano diverse procure del mondo che faticano a raccapezzarsi negli innumerevoli passaggi di denaro che cercano di allontanare il provento del reato dal reato stesso.

Tra i motivi per cui l’inchiesta è tanto difficile è che dalle lavanderie transitano, contemporaneamente, flussi legali e illegali. Discernere l’origine dei denari è un’attività complessa perché significa cercare di risalire una filiera lunga, costellata di società anonime, i cui segreti sono protetti dalla privacy garantita da qualche legislazione offshore. Il primo ad aver intuito questa complicata macchina è stato l’avvocato russo Sergei Magnitsky, morto in carcere a Mosca nel 2009.

Il sistema è scalabile a seconda dell’ammontare dei soldi di cui nascondere l’origine: può coinvolgere intere banche o una ristretta squadra di commercialisti e professionisti. I Sempronio della “parabola della lavanderia”.

L’inchiesta della procura di Milano sui commercialisti della Lega

Le inchieste delle procure di Milano e Genova sulle casse della Lega parlano proprio di loro. Nel registro degli indagati compaiono a vario titolo i nomi dei commercialisti Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, a cui si aggiunge Michele Scillieri, il professionista presso il quale Manzoni ha cominciato la sua carriera e la Lega di Matteo Salvini aveva registrato la sua prima sede. Sullo sfondo, Giulio Centemero, il tesoriere del partito, che li ha scelti, rispettivamente, per ricoprire gli incarichi di direttore amministrativo del gruppo parlamentare alla Camera e revisore legale del gruppo Lega al Senato. Il loro compito, secondo le ipotesi delle procure e stando alle segnalazioni dell’unità antiriciclaggio della Banca d’Italia, sarebbe stato proprio quello di alimentare la lavanderia, di movimentare continuamente il denaro, in modo che resti intorno all’orbita del partito, ma non nelle sue casse.

Perché il sistema funzioni, infatti, il denaro occultato deve essere sempre in movimento, mescolarsi senza soluzione di continuità con denaro lecito, per poi tornare – pulito – nelle disposizioni dei professionisti o della Lega, in forma di servizi pagati, immobili o altri beni. Per questo i bonifici più significativi sono quelli che rientrano a Manzoni, Di Rubba e Scillieri da clienti all’apparenza legittimi e con una fortuita vicinanza alla Lega. I commercialisti incassano dal partito attraverso sistemi diversi ma sempre a loro riconducibili: società di consulenza in primis (come Dea Consulting, lo Studio CLD, Manzoni & Di Rubba Stp srl), società di servizi da loro partecipate (come Non solo auto) o ancora società immobiliari (come Taaac srl o altre schermate da altre fiduciarie).

Lo schema dei pagamenti ricostruito dagli inquirenti

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Questa continua attività serviva, sempre nell’ipotesi accusatoria, a evitare che lo Stato si appropriasse dei famosi 49 milioni di euro di rimborsi elettorali sottratti dal partito in epoca bossiana, tra il 2008 e il 2010. Sarebbe quella dunque, nell’ipotesi dei magistrati, la macchia iniziale che la lavanderia deve pulire.

Oggi la Lega (bilancio 2019, l’ultimo disponibile) ha in cassa poco più di 520 mila euro con un patrimonio attivo di circa 8 milioni. All’indomani della fase Bossi, con Francesco Belsito come tesoriere, nel 2011, registrava 33 milioni di euro di liquidità e titoli a cui si affiancavano circa 26 milioni di contributi dello Stato e di persone fisiche e giuridiche. Il patrimonio attivo toccava quota 47 milioni. Evitare oggi residui di cassa servirebbe, di conseguenza, secondo gli inquirenti, a mettersi al riparo da eventuali sequestri. Col fatto che le casse già nel 2018 erano pressoché vuote, lo Stato ha dovuto accettare una restituzione del debito in rate spalmate su 80 anni.

L'epopea giudiziaria di Bossi e Belsito

L’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, l’organismo che segnala alla magistratura le movimentazioni di denaro di cui non si capisce l’origine o la causale, sostiene che la tesoreria della Lega sia gestita «nella totale opacità» già dal 2004. Solo che all’epoca le movimentazioni non servivano come ipotizzano oggi i magistrati a far sparire denaro, ma a recuperare soldi già spesi.

Francesco Belsito, il cassiere dell’epoca, doveva pareggiare le uscite dalle casse del partito di soldi dedicata alla famiglia Bossi. Le raccoglieva nell’ufficio della Camera dei Deputati in una cartelletta di cartone che poi ha battezzato l’intera inchiesta: The Family. È l’antefatto della truffa dei 49 milioni di euro, la storia con cui, alla fine, va in crisi il sogno della Padania del Senatùr Umberto Bossi.

Anche questa vicenda giudiziaria è stata piuttosto travagliata. L’inchiesta è suddivisa in quattro filoni, di cui i più significativi a Milano e Genova. A luglio 2017 il Tribunale del capoluogo lombardo ha condannato Umberto Bossi a due anni e tre mesi, il figlio Renzo a un anno e mezzo e il tesoriere Belsito a due e mezzo. Secondo il Tribunale i tre hanno usato soldi del partito per «spese di esclusivo interesse personale»: macchine, una laurea “comprata” in Albania, multe, assicurazioni. La sentenza delinea un progetto unico. È infatti Bossi che dà mandato a Belsito di «badare ai ragazzi» con le casse della Lega Nord. Bossi aveva preso quella decisione a seguito del primo ictus, nel 2004.

Intanto a Genova, dove si celebra la parte più consistente del processo, la Corte d’Appello nel 2018 ha condannato per appropriazione indebita Bossi senior e Belsito, mentre ha prescritto il reato di truffa. In quel frangente è stato confermato anche il sequestro del 49 milioni di euro, certificato in via definitiva anche in Cassazione l’anno successivo.

Nel mandato con il quale Belsito è stato arrestato nell’aprile 2013 si legge che il tesoriere «ha alimentato con denaro non contabilizzato e ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo non veritiero». Tra questi documenti compaiono pagamenti in contanti, assegni circolari, contratti simulati. Le operazioni vanno da investimenti in Norvegia, Cipro e Tanzania fino a rimborsi di spese mai fatte. Il senso di queste operazioni da un lato era nascondere uscite rendendole all’apparenza legittime, dall’altro tamponare l’emorragia finanziaria con altre fonti in entrata.

Belsito, a guardare i bilanci, con la sua gestione spericolata tiene in piedi le casse della Lega. Rendiconti delle spese di partito di cui IrpiMedia è in possesso indicano che mentre al 31 dicembre 2011, un anno dopo l’uscita dell’ex tesoriere prescritto, il partito aveva in cassa liquidità per oltre 33 milioni di euro e ne spendeva 5 per le proprie attività, nel 2018 la liquidità è di 875mila euro, mentre le spese ammontano a 91mila euro. C’è da dire che da quell’anno le operazioni finanziarie si spostano sul neonato partito Lega per Salvini Premier, mentre la Lega resta in piedi ma ormai svuotata. Se il partito fosse un gruppo industriale, la Lega sarebbe la sua bad company, la società “cattiva”, che si prende le zavorre delle attività sofferenti, per lasciare alla Lega per Salvini premier le attività proficue. In questo caso – è l’ipotesi dei magistrati – il motivo sarebbe anche evitare la solita spada di Damocle del sequestro dei conti ordinato dal tribunale di Genova.

A leggere il bilancio, per altro, tra primo e secondo anno (nel 2017 la creatura salviniana è appena nata) la Lega di Salvini spicca un bel salto, nonostante le intemperie giudiziarie che si sono abbattute sui suoi conti. Il totale attivo passa da 1,6 a 3,7 milioni di euro, ma soprattutto il partito muove molto più denaro: gli oneri di gestione ordinaria passano da 1,1 a 8,8 milioni di euro di cui 6,3 milioni per “servizi”. Il dato è dieci volte superiore quello dell’anno precedente. Una spiegazione ragionevole esiste: il partito è cresciuto. Il valore delle uscite per forniture di servizi resta tuttavia interessante dato che è la stessa voce di spesa su cui convergono gli interessi delle procure di Genova e Milano nella caccia ai 49 milioni.

La lavanderia leghista avrebbe redistribuito denaro a entità riconducibili ai commercialisti del partito: possono essere vicini di casa come l’imprenditore Francesco Barachetti, oppure ingegnere della bergamasca con uno sterminato parco di società in Lussemburgo come Angelo Lazzari, oppure classiche teste di legno che si prestano abitualmente a servizi di questo genere, come Luca Sostegni. L’inchiesta della Procura di Milano decolla proprio nel momento in cui arrestano quest’ultimo, mentre stava cercando di andare in aeroporto per tornare in Brasile, il suo buen ritiro. È il 15 luglio scorso.

Questa continua attività serviva, sempre nell’ipotesi accusatoria, a evitare che lo Stato si appropriasse dei famosi 49 milioni di euro di rimborsi elettorali sottratti dal partito in epoca bossiana, tra il 2008 e il 2010

L’inizio del film della Lombardia film commission

La vicenda per cui emerge il nome di Sostegni risale al dicembre 2017, quando la fondazione Lombardia Film Commission (LFC) acquista un immobile a Cormano, periferia nord di Milano, con l’intento di costruirci un cineporto, una sorta di Cinecittà in scala molto ridotta. La procura ritiene che proprio con quei soldi Manzoni e Di Rubba abbiano poi acquistato due immobili sul lago di Garda da 310 e 338 mila euro. Secondo i magistrati della procura di Milano una delle società dei due commercialisti, la Taaac srl, sarebbe stata costituita «al solo fine» di concludere quelle due operazioni immobiliari. Da qui le accuse di peculato per i due professionisti. Questa vicenda giudiziaria è parallela a quella dei 49 milioni: i profitti illeciti sotto scrutinio non sono della Lega Nord. Tuttavia i beneficiari dell’operazione sarebbero gli stessi che avrebbero incassato anche parte dei 49 milioni di euro di rimborsi leghisti. Da qui nasce l’ipotesi che la compravendita dell’immobile possa essere servita a coprire altre movimentazioni su cui indaga la procura di Genova.

Torniamo alla vicenda dell’immobile di Cormano. L’acquirente, la Lombardia Film Commission, è controllata da Comune di Milano, Regione Lombardia, Fondazione Cariplo (fino al dicembre 2014) e Unioncamere. All’atto dell’acquisto, è gestita proprio da Alberto Di Rubba (nominato presidente dell’ente nell’ottobre 2014), il commercialista della Lega. Per la compravendita la fondazione sborsa 800 mila euro di soldi pubblici tutti in una tranche, il 4 dicembre 2017. La società da cui LFC acquista è Andromeda Immobiliare. Come vedremo, è amministrata – via prestanome – da uno dei professionisti che lavora per la Lega, Michele Scilleri, secondo la procura milanese il deus ex machina di questa operazione.

«Sostegni – scrivono i magistrati – ha letteralmente “fatto sparire” 390 mila euro di provenienza dall’Immobiliare Andromeda destinata al pagamento della Paloschi».

Arrivati al conto di Andromeda, gli 800 mila euro della compravendita cominciano un percorso tortuoso. L’immobiliare li muove immediatamente, aggiungendo altri soldi dalle proprie casse. Oltre 666 mila euro tornano in orbita Lega attraverso gli studi dei commercialisti e un fornitore di servizi di cui parleremo più avanti, Francesco Barachetti. Altri 260 mila invece vanno a Luca Sostegni, imprenditore di Montecatini.

Chi è Sostegni e cosa c’entra con l’immobile di Cormano? Sostegni è il liquidatore della Paloschi srl, un’altra immobiliare, nominato dallo stesso Michele Scillieri. La Paloschi è la società che a febbraio, dieci mesi prima che subentri LFC, aveva venduto lo stabile alla Andromeda. Valore delle compravendita: 400 mila euro, teoricamente versati su quattro assegni a gennaio 2017. Teoricamente perché Paloschi non ha mai incassato un centesimo. La società, indebitata per oltre 570 mila euro, viene fatta chiudere dal duo Scillieri-Sostegni appena conclusa l’operazione, senza pagare oltre 200 mila euro di tasse che avrebbe dovuto all’erario. Questo fatto per i magistrati configura il reato di sottrazione fraudolenta di imposte.

Andromeda paga i soldi destinati a Paloschi un anno e mezzo dopo, a maggio 2018. Il destinatario finale, con uno schema molto complesso, è però Michele Scillieri, non l’immobiliare, ormai chiusa. A muovere i soldi è sempre Luca Sostegni: «Sostegni – scrivono i magistrati – ha letteralmente “fatto sparire” 390 mila euro di provenienza dall’Immobiliare Andromeda destinata al pagamento della Paloschi».

Il presunto prestanome di Scillieri sposta i 390 mila euro su quattro conti aperti in Svizzera da una società panamense, Gleason Sa: 250 mila euro provengono dal suo conto personale (Sostegni in precedenza ha incassato da Andromeda 260 mila euro). La parte restante, 140 mila euro, è versata tramite assegno circolare, sempre da Andromeda.

A fare da intermediario tra Andromeda e Gleason c’è una fiduciaria svizzera, Fidirev, dal cui conto in una banca italiana transitano i soldi. Le fiduciarie hanno come prerogativa proteggere la privacy dei propri clienti. In questo caso, l’intromissione di Fidirev alza una cortina di fumo per rendere più difficile il tracciamento dei flussi di denaro e i loro beneficiari, è l’osservazione degli inquirenti.

Scillieri è cliente stabile della fiduciaria svizzera, attraverso cui gestisce anche Andromeda immobiliare, amministrata poi da suo cognato, altro prestanome finito nel registro degli indagati. Nel marzo 2018 Luca Sostegni apre presso Fidirev un mandato fiduciario – il numero 1.200- per la gestione di Gleason Sa. Roberto Tradati, il presidente della fiduciaria svizzera, spiega durante un interrogatorio che già nel 2017 Scillieri lo aveva avvisato che «un suo uomo», ossia Sostegni, avrebbe registrato un mandato per Gleason, allo scopo di «risolvere la situazione». Scillieri si riferisce a una posizione debitoria per 400 mila euro che aveva la sua Gleason con una banca svizzera.

Alberto di Rubba

La soluzione è fornita proprio dal denaro teoricamente destinato a Paloschi, girato sui conti svizzeri da Sostegni. Gli investigatori commentano che «l’operazione sul piano economico non ha nessun senso» perché «l’unico soggetto che ne beneficia al momento è Michele Scillieri»: mantiene il controllo di Gleason, senza più nemmeno i 400 mila euro di fido bancario. Siccome i magistrati ritengono che il denaro che Sostegni fa passare da Fidirev origini dalla sottrazione d’imposta commessa dalla Paloschi, hanno iscritto nel registro degli indagati anche la società elvetica e il suo presidente con l’accusa di riciclaggio.

La cattura di Sostegni è una svolta nell’inchiesta perché il presunto prestanome ha avuto attriti con i commercialisti della Lega per soldi che non gli sono stati riconosciuti, a suo dire (tanto che tra i capi d’imputazione a suo carico c’è anche una tentata estorsione a danno dei due professionisti). Così una volta arrestato comincia a raccontare, definendo sempre di più il ruolo di Michele Scillieri.

Scillieri è un commercialista di primo piano, che ha tra i propri clienti anche l’Ordine degli Avvocati di Milano. Con Sostegni che continua a parlare, anche lui decide di collaborare, anche se non è chiaro in che misura e come. L’ipotesi che la procura spera di vagliare con le parole di Scillieri e Sostegni è che gli stessi Scillieri, Di Rubba e Manzoni non agissero in solitaria ma su ordine e mandato della Lega. Questo elemento è tuttavia il più difficile da dimostrare, sia nella vicenda della LFC, sia in generale in tutte le operazioni connesse ai 49 milioni di rimborsi elettorali occultati. Se nelle ipotesi dei magistrati è chiaro il presunto coinvolgimento dei commercialisti e il loro legame con il partito, tuttavia non risulta altrettanto chiaro chi all’interno della Lega possa aver congegnato questo schema e quale sia la diretta responsabilità dei vertici del gruppo dirigente.

I due livelli della lavanderia

La lavanderia leghista viaggerebbe, secondo le indagini, su due livelli: uno locale e uno internazionale. Al primo appartengono le forniture o gli acquisti come quello dell’immobile della LFC. Sono soldi che finiscono in Italia, meglio se nelle valli della bergamasca, dove i commercialisti della Lega hanno la loro zona d’influenza e il loro quartier generale.

Tra i principali beneficiari di questo livello, anch’egli indagato dalla procura di Milano, c’è Francesco Barachetti, un vicino di casa di Di Rubba, da anni impiegato dal partito per i lavori di ristrutturazione in via Bellerio, storica sede della Lega. Stando alle indagini, la società di Barachetti, prende 461 mila euro per i lavori di ristrutturazione a Cormano. Il pagamento avviene sia direttamente da LFC, sia attraverso altre due società, una delle quali è la precedente proprietaria dell’immobile, Andromeda.

Quando guardano dentro i conti di una delle società di Barachetti, la Barachetti Service srl, gli investigatori scoprono che parte dei clienti dell’imprenditore appartiene all’universo del Carroccio. Su due dei tre conti scandagliati dalle autorità transitano in entrata circa 16 milioni di euro e 15 in uscita. Il tutto in un periodo che va dal 2015 al 2018. Tra dicembre 2017 e febbraio 2018 solo dalle società legate alla Lega riceve oltre 500 mila euro. L’imprenditore bergamasco contattato da IrpiMedia ha fatto sapere tramite i propri legali di non voler commentare le vicende che lo coinvolgono.

Il livello internazionale è più rarefatto. Qui i soldi impiegati per operazioni poco trasparenti si mescolano con flussi di cassa legittimi di società fiduciarie o veicoli finanziari che hanno a disposizione un vasto numero di clienti. Il caso svizzero connesso all’affaire Lombardia Film Commission riguarderebbe proprio la Fidirev, onnipresente società fiduciaria della galassia di Michele Scillieri.

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Spese e licenziamenti

Tra le operazioni indagate, sono poche quelle che riguardano l’interregno a guida del partito dell’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, durato da aprile 2012 a dicembre 2013, tra la fine dell’epoca Bossi e l’inizio di quella Salvini. Una fra queste è la presunta partita di giro da 450 mila euro costata all’assessore leghista in Regione Lombardia Stefano Bruno Galli – fedelissimo di Bobo Maroni – l’iscrizione al registro degli indagati a Genova nell’ambito dell’inchiesta sui 49 milioni.

Galli, presidente dell’Associazione Maroni Presidente, avrebbe usato quei soldi, ricevuti in forma di donazione dalla Banca Aletti, per pagare materiale elettorale a due aziende: la Boniardi Grafiche (perquisita in agosto) e la Nembo srl (oggi chiusa) dal 2013 all’aprile 2018. La prima sarebbe riconducibile a Fabio Massimo Boniardi, deputato leghista dal 2018; la seconda sarebbe sempre assimilabile, sostiene l’accusa, alla galassia leghista. I manifesti però, secondo quanto scritto in un esposto alla Corte dei conti dall’ex consigliere regionale eletto con la lista dello stesso Maroni, Marco Tizzoni, non si sono mai visti. Per questo i magistrati sostengono che quei 450 mila euro fossero in realtà un finanziamento al partito. Gli interessati sostengono invece che il problema sia solo nelle rendicontazioni delle fatture da parte delle società che la Lega ha pagato, ma che l’operazione sia del tutto legittima.

Il contesto storico in cui avvengono questi fatti è particolare. Sono gli anni in cui la Lega Nord inizia a licenziare personale. Da una parte ai dipendenti viene detto che le risorse scarseggiano, dall’altra inizia una erosione significativa del bilancio facendo fluire soldi verso consulenze legali sempre più costose e dismettendo gli investimenti in titoli fatti in precedenza dal partito. Questa circostanza fa guardare con occhi diversi anche operazioni che sulla carta sembrano del tutto legittime, per servizi che appaiono del tutto credibili.

Tra il 2014 e il 2016 guardando ai bilanci si vede come la Lega, già in mano a Salvini, abbia dismesso titoli per 10 milioni di euro. Dismettere un titolo significa incassare liquidità che poi viene usata per le spese del partito. Quei dieci sono una parte dei 49 milioni che vengono poi usati per le spese del partito e di cui si perde ogni traccia. Destinati alla voce di bilancio “oneri diversi di gestione” è appunto possibile che quei denari siano effettivamente stati spesi per le iniziative del partito, ma avendo quella collocazione non è possibile sapere come sono stati spesi.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino
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