#MafiaInUk

La trentennale carriera dell’imprendibile riciclatore della ‘ndrangheta
Sebastiano Saia, riciclatore della cosca Marando, si è mosso come un fantasma tra Londra, USA, Torino e i Balcani. La sua storia segna l'inizio della collaborazione tra mafie e mondo della finanza
13 Maggio 2020

Cecilia Anesi
Matteo Civillini

Era un venerdì sera di giugno del lontano 1994. Il lungomare di Brighton, Inghilterra, era illuminato degli arcade e delle luci dei locali notturni. Gli agenti di Scotland Yard, attenti a non farsi notare tra la folla, seguivano la pista lasciata da un carico di mezza tonnellata di eroina trafficata dal Medio Oriente. Seduto in una pizzeria lungo la marina, Sebastiano Saia, consulente finanziario di 47 anni, non si aspettava certo di finire in manette. Ma era proprio lui il bersaglio degli agenti, il volto pulito di un cartello del narcotraffico internazionale, composto da calabresi, siciliani, turchi e pachistani. Un’irruzione e un arresto che è rimasto nella storia, perché all’epoca l’Europa era sì invasa dall’eroina, ma un carico così grande non era comune.

Scotland Yard agiva per conto del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Roma: erano stati loro con l’operazione “Riace” a informare gli inglesi che Saia aveva giocato un ruolo cruciale nei negoziati tra uno dei signori incontrastati dell’eroina, il broker turco Paul Waridel, e una potente famiglia di ‘ndrangheta, i Marando di Platì, veri e propri pionieri del narcotraffico internazionale.

L’eroina in quegli anni era all’apice della popolarità, e il traffico di questa sostanza fruttava miliardi specialmente per Cosa Nostra, sia in Europa sia in America. Ma la mafia siciliana si era spinta al limite delle proprie capacità operative per gestire un business così grande, trovandosi costretta ad “aprire le porte” ad altre organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta calabrese, che di lì a pochi anni finirà per rubargli il timone del narcotraffico.

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Mentre dall’altra parte dell’oceano, in Colombia, Pablo Escobar già dagli anni ‘80 aveva dato il via alla prima vera impresa di produzione massiccia di cocaina, in Italia il giovane Pasquale Marando aveva intuito la possibilità di espandersi ben oltre l’eroina e i turchi. I narcotrafficanti occidentali scambiavano con i Colombiani l’eroina in rapporto 1/4 con la cocaina destinata al mercato europeo e Marando capisce subito il potenziale di un prodotto quattro volte più prezioso, e con la possibilità di diventare un prodotto di massa, non più solo per ricchi. Al contrario dell’eroina, destinata solo alle fasce marginali della società, la cocaina è “funzionale” e quindi in grado di regalare profitti al di là di ogni immaginazione.

Chi ha reso davvero possibile questo cambiamento, al di là della capacità visionaria dei grandi trafficanti, sono stati i riciclatori, i consulenti finanziari che si sono prestati al gioco, che hanno preso quei contanti nascosti sottoterra dentro bidoni impermeabili e li hanno ripuliti, pronti a rientrare nel circuito economico, e a fruttare.

Pasquale Marando

Per Marando, l’uomo chiave è stato Sebastiano Saia. Non un bon vivant, piuttosto un sobrio criminale che ben si sposava con lo stile aspromontano della ‘ndrangheta. Pochi vezzi, un successo da tenere nascosto, una capacità innata per essere sempre un passo avanti agli inseguitori.

Nato a Grammichele, cittadina in provincia di Catania, Saia è divenuto uomo di mondo capace di parlare più lingue, esperto di finanza e con il fiuto per gli affari, soprattutto quelli illeciti. Personaggio poliedrico, inizia con assegni rubati e truffe alle banche per poi sviluppare una profonda conoscenza della finanza offshore quando ancora era materia per pochi, mettendo questa abilità a frutto tanto per rubare i risparmi di poveri “polli” tanto per mettere al sicuro e far fruttare i capitali neri delle mafie. Un ruolo svolto con lealtà, tanto da renderlo persona di fiducia della famiglia Marando.

Gli inquirenti che hanno seguito l’operazione “Riace” ritengono Saia uomo chiave del cartello, non solo perché «la conoscenza di più lingue straniere gli consente rilevanti entrature internaziona­li», ma anche perché parla direttamente con Marando e si occupa della contrattazione economica dei carichi presso il mercato Ortofrutticolo di Milano. Saia intercettato parla di «bestie» dimagrite da 1.000 kg a 300 kg (a processo si difenderà dicendo che erano mucche), mentre alcuni acquirenti di droga all’ingrosso lo descrivono come «quello lì dell’ingrosso che vende funghi!» da pagare «45 mila al chilo».

Per Marando, l’uomo chiave è stato Sebastiano Saia. Non un bon vivant, piuttosto un sobrio criminale che ben si sposava con lo stile aspromontano della ‘ndrangheta. Pochi vezzi, un successo da tenere nascosto, una capacità innata per essere sempre un passo avanti agli inseguitori.

Alla fine degli anni ‘80 il Nucleo Operativo allerta quindi vari paesi – tra cui Svizzera e Inghilterra – delle attività di un cartello del narcotraffico, un’alleanza tra i Marando e gli Hafeez, pericolosi narcos pakistani, che stava importando tonnellate di eroina in Europa. E riciclando, ça va sans dire, milioni e milioni di proventi illeciti.

È così che Saia finisce in manette a Brighton, mentre Marando si salva perché latitante a Platì. Ma l’estradizione verso l’Italia non avverrà mai. Saia rimarrà in Inghilterra fino al 2009, anno in cui torna in Italia continuando però a gestire aziende inglesi a distanza.

Saia ha continuato a muovere capitali per oltre 30 anni, senza che nessun organo inquirente si sia davvero interessato a capire di più sul misterioso mondo finanziario movimentato dal broker. Nonostante una condanna di agosto 2019 del Tribunale di Torino confermi come il legame con la ‘ndrangheta di Platì non si sia mai interrotto.

Sebastiano Saia all’inizio degli anni ’90

Il Pablo Escobar d’Italia e il “Sultan” della droga

Alla fine di giugno del 1992 Sebastiano Saia era su un volo Atene-Milano. «Hanno fatto casino tra loro e ora tocca a noi sistemarlo», si lamentava con Luigi Tommaso Dapueto, suo compagno di viaggio e noto contrabbandiere di sigarette detto “il re delle bionde”. La missione che dovevano compiere era rintracciare Paul Waridel, narcotrafficante turco-svizzero che lavorava gomito a gomito con Cosa Nostra, e ottenere da lui una risposta sulla sparizione di un carico di eroina.

Milioni di dollari erano stati anticipati da Marando, ma la droga non era mai arrivata. E così Saia e Dapueto erano stati mandati a mediare fino in Grecia, una delle basi di Waridel, a quell’epoca porta d’Europa per l’eroina.

Nato nel paesino aspromontano di Platì, nella Locride calabrese, Marando ha scalato il potere criminale a metà anni Ottanta. Nella Calabria rurale dell’epoca, segnata da povertà e assenza dello Stato, la ‘ndrangheta sedeva su una pila di contanti guadagnati con i sequestri: una liquidità che in pochi riuscivano ad immaginare come usare. Marando fu tra i primi a intuire le possibilità offerte dal mercato in espansione del narcotraffico internazionale, diventando di fatto il Pablo Escobar d’Italia.

La villa di Volpiano, alle porte di Torino, sequestrata a Pasqualino Marando – Foto: IrpiMedia

Fino ad allora, la ‘ndrangheta aveva acquistato i carichi di droga da Cosa Nostra. Marando aveva deciso di fare di testa sua e in modo innovativo: la cocaina aveva intenzione di andarsela a prendere direttamente in Colombia diventando il primo narcotrafficante calabrese ad attraversare l’oceano (all’epoca si andava a contrattare con i colombiani in Spagna) per trattare direttamente nella giungla colombiana, strappando così un prezzo molto inferiore. Un’innovazione di grande successo, che gli aveva permesso di costruire un modello di distribuzione internazionale che andava dall’America Latina agli Stati Uniti, sfruttando poi i porti di Spagna, Inghilterra e Nord Europa.

Per l’eroina Marando era legato a dei fornitori d’eccellenza: la famiglia pakistana Hafeez che già dagli anni ‘90 aveva costruito una solida base proprio a Londra dove come copertura vendeva tappeti.

Era in questo frangente che le autorità italiane avevano allertato i colleghi inglesi, ma dalle verifiche fatte da IrpiMedia non risulta che alle informazioni sia mai stato dato seguito in Inghilterra. C’è voluta la Drug Enforcement Agency (Dea) americana più di vent’anni dopo: ad agosto 2017 su loro segnalazione gli agenti della NCA (National Crime Agency) britannica hanno fatto irruzione in una villa di Londra e arrestato il milionario Muhammad Asif Hafeez. L’accusa al “Sultan”: traffico internazionale di eroina. Dalla fine degli anni ‘80 ad oggi gli Hafeez sono diventati sempre più ricchi – ufficialmente con il commercio di oro – e ben inseriti nell’alta società inglese, tanto da giocare a polo con la famiglia reale. “El Sultan” Muhammad Asif Hafeez resta però nel carcere di Belmarsh in attesa di estradizione verso gli Stati Uniti d’America.

Per l’eroina Marando era legato a dei fornitori d’eccellenza: la famiglia pakistana Hafeez che già dagli anni ‘90 aveva costruito una solida base proprio a Londra dove come copertura vendeva tappeti.

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Nel reportage di IrpiMedia e nel documentario Se potessi tornare abbiamo raggiunto e visitato i bunker dentro i quali i latitanti della famiglia Marando si nascondevano e quei tunnel che dozzine di volte hanno percorso sui gomiti per sfuggire all’arresto.

La partnership con gli Hafeez ha permesso ai Marando di stipare grandi ricchezze. Le stime al ribasso parlano di almeno 35 milioni di euro (circa 70 miliardi di lire dell’epoca) tenute sapientemente al sicuro e per nulla rispecchiate nella vita sobria che ha contraddistinto sia Pasqualino che il suo fratello e socio Francesco. Per loro era molto più importante investire in complesse opere di ingegneristica che gli permettessero facili nascondigli, doppifondi, cunicoli e bunker. Una vera e propria città sotterranea per entrare e uscire dalle proprie case senza essere visti, in piena latitanza, e dove stoccare migliaia di chili di stupefacente in serbatoi protetti da botole a scomparsa. Una vita sul filo, quella dell’Escobar italiano, ucciso in una faida a Platì nel 2001 – nonostante per la legge resti latitante, perché il corpo non è mai stato trovato e così le sue fortune: al sicuro in qualche paradiso fiscale.

Dai nascondigli sotto terra infatti, il contante dei Marando era entrato in qualche banca – nell’indagine “Marcos” della Procura di Torino si parla di Gibilterra – e da lì era diventato capitale pulito, da reinvestire e muovere negli anni a venire. Grazie soprattutto a Sebastiano Saia. «Il compito di Saia era quello di trovare attività commerciali pulite in cui poter investire i ricavi del narcotraffico operato dai calabresi», ha ricordato nelle sue memorie Dapueto, il contrabbandiere che ha accompagnato Saia ad Atene.

Aziende dormienti per frodi attive

Durante la sua permanenza nel Regno Unito, Saia è stato un precursore anche nell’ambito delle truffe finanziarie. Dalla città marittima di Torquay, nel sud dell’Inghilterra, assieme a due soci tedeschi, aveva infatti organizzato una frode piuttosto complessa per quell’epoca.

Il piano era attirare investitori ignari convincendoli a pagare delle somme in anticipo con la promessa di ottenere poi dei prestiti vantaggiosi. Per renderlo credibile, il trio aveva aperto delle finte banche nel paradiso fiscale americano del Delaware, con nomi come BancEurope e AngloNippon Bank, pubblicizzando con annunci sui giornali in Austria, Germania e Svizzera. E a chi ci cascava, il trio mandava documentazione in carta intestata di aziende fantasma della City di Londra o Manhattan. Oggi potrebbe sembrare una truffa rudimentale, ma a suo tempo funzionò perfettamente. Ben 250 le persone cascate nella rete, e che ci hanno lasciato un totale di 7 milioni di sterline (poco meno di 18 miliardi di lire all’epoca).

Nel settembre del 1995 è stata l’autorità antifrode inglese a fermarlo, arrestandolo assieme ai due complici tedeschi. Quattro anni dopo il Tribunale di Bristol ha condannato Saia a quattro anni di carcere e all’interdizione dalla direzione di aziende per dieci anni. Per il giudice di Bristol sarebbe stato saggio estradarlo visto che aveva «altre tre condanne precedenti per reati in Italia», ovviamente mai scontate. Così nel 2000 le autorità italiane provarono nuovamente a richiedere l’estradizione proprio per quelle condanne, ma un giudice del Tribunale di Bow Court di Londra si oppose perché il giudizio era avvenuto in contumacia – anche se il giudice italiano aveva specificato come Saia avesse deliberatamente scelto di non presentarsi in aula.

Nonostante le sentenze cadute lettera morta, nel 2003 Saia si era nuovamente attivato nel mondo dell’impresa anglosassone. La condanna per truffa non gli permetteva di spendersi in prima persona, ma aveva trovato un escamotage perfetto: sarebbe rimasto solo come segretario mentre l’amministratore delle sue aziende sarebbe stato un prestanome, una traduttrice macedone. Saia tirava le fila e in alcuni casi firmava i bilanci come direttore senza che nessuno presso la camera di commercio inglese se ne accorgesse.

«Casi come questo, e ce ne sono molti altri, ci dimostrano come l’Inghilterra sia scarsamente equipaggiata per fronteggiare i crimini economici», ha spiegato a IrpiMedia Prem Sikka, professore emerito di economia all’Università di Sheffield ed esperto del mondo delle imprese inglese. «Companies House (la camera di commercio, ndr) di fatto funziona attraverso un’autodichiarazione senza che vi sia controllo sulla reale identità delle persone che registrano le aziende. E questo è chiaramente un sistema aperto a violazioni».

Non è possibile comprendere a fondo che scopo abbiano avuto le aziende inglesi di Saia, perché l’oggetto sociale specificato è estremamente vago – “commercio in genere” e “attività di investimento”. Ma hanno sicuramente molto in comune: un ufficio virtuale, nessun patrimonio e per di più sono tenute “dormienti”, ovvero inattive. Non hanno mai, almeno ufficialmente, svolto attività commerciali concrete.

Secondo gli esperti intervistati da IrpiMedia, questi sarebbero dei campanelli d’allarme. In molti casi, infatti, aprire un’azienda in Inghilterra può servire come copertura per altri tipi di manovra. «Anche se l’azienda non è attiva, chi la apre otterrà comunque un documento chiave: il certificato di incorporazione», spiega il professor Sikka. «E quello – conclude Sikka – può essere usato per aprire conti bancari a nome dell’azienda, attraverso i quali si può poi far passare qualsiasi sorta di fondo nero».

Le aziende che fanno capo a Saia non sono mai stata indagate. Perciò è impossibile sapere con certezza a che scopo siano state create e se vi sia stato l’intercedere mafioso. Quel che è certo è che, negli anni, Saia non ha mai reciso il filo che lo legava alla famiglia Marando – come dimostrato da una recente sentenza della Corte d’Appello di Torino.

«Anche se l’azienda non è attiva, chi la apre otterrà comunque un documento chiave: il certificato di incorporazione. Quello può essere usato per aprire conti bancari a nome dell’azienda, attraverso i quali si può poi far passare qualsiasi sorta di fondo nero»
Prem Sikka

Professore emerito di economia all’Università di Sheffield

Ritorno alle origini

Nel 2008 Saia ha abbandonato la sua residenza di Wembley, Londra, per tornare in Italia. Pasquale Marando era già morto da sei anni, ma i suoi parenti erano ancora impegnati a nascondere la sua immensa ricchezza, affinché non venisse sequestrata dalle autorità.

Tra le varie proprietà in cui i Marando avevano reinvestito i proventi del traffico di droga c’era anche una fattoria e 19 terreni alle porte di Torino. Un’operazione perfezionata attraverso l’utilizzo di un’azienda offshore di Gibilterra, la Green Farm, per schermare la presenza dei Marando che hanno coinvolto Saia in prima persona, e come prestanome sua moglie, Beata Molnarova, una 31enne ceca senza reddito dichiarato.

Nel 2012 la procura di Torino, a caccia dei 35 milioni di euro di Pasqualino Marando, ha spiccato un mandato di cattura per Saia, con l’accusa di riciclaggio, proprio per i terreni della Green Farm. Ma il broker risultò introvabile.

Tra le varie proprietà in cui i Marando avevano reinvestito i proventi del traffico di droga c’era anche una fattoria e 19 terreni alle porte di Torino. Un’operazione perfezionata attraverso l’utilizzo di un’azienda offshore di Gibilterra.

#SePotessiTornare

Nelle viscere dell’Aspromonte

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A marzo 2015 è stato rintracciato dall’Interpol in Turchia. I carabinieri erano venuti a sapere che lì Saia gestiva un resort turistico, probabilmente legato ai Marando. Ufficialmente però, Saia aveva un’azienda alimentare senza reale attività economica dichiarata alla camera di commercio, registrata e gestita dalla moglie Molnarova.

IrpiMedia ha scoperto che Saia negli anni successivi si era spostato in Grecia dove si era focalizzato nuovamente sulle truffe finanziarie. Per questo, a giugno 2016 un Tribunale del Pireo lo aveva accusato di frode, arrestandolo. L’indagine era partita dopo che un imprenditore greco aveva denunciato Saia per averlo convinto a dargli 500mila euro con la promessa di ottenere una garanzia bancaria per un fido molto più alto. Una tipologia di truffa in cui Saia si era già mostrato abile anni prima, associandosi a un gruppo di truffatori portoghesi, spagnoli e italiani di cui Irpi si è occupato nel 2015. Specialità: promettere garanzie bancarie, bond, ad aziende in difficoltà lasciandole completamente sul lastrico.

Tre mesi dopo l’arresto in Grecia, il Tribunale di Torino ha condannato Saia in primo grado a cinque anni di carcere per avere riciclato i soldi dei Marando, informando le autorità greche. Saia è rimasto incarcerato nel nord della Grecia fino a giugno 2018, quando è stato liberato con l’obbligo di firma a Komotini. A ottobre 2018 è stato scagionato dall’accusa di frode in Grecia ed è immediatamente sparito. Nuova meta: Cipro. Nonostante il legale storico di Saia, Mario Bertolino, abbia spiegato a IrpiMedia di non avere più notizie e quindi di non essere in grado di recapitare una richiesta di commento, IrpiMedia è riuscito a tracciare gli ultimi movimenti del broker a Famagosta, nella parte turca di Cipro. Famagosta, di fronte alla Siria, è una località nota per vari tipi di traffici, dall’hashish all’eroina, dalle armi al gasolio di contrabbando.

Una fonte confidenziale del “mondo di sotto” ha confermato a IrpiMedia che per almeno tutto il 2019 Saia è stato attivo a Famagosta in «affari finanziari» e connesso al mondo mafioso dell’isola. «Che tipo di operazioni criminali non lo posso dire, violerei le regole di rispetto tra bande criminali» spiega la fonte. «Ma ha organizzato alcune azioni contro la mafia russa nella parte greca di Cipro».

Ad agosto 2019, la sentenza per riciclaggio a Torino è diventata definitiva. Saia in Tribunale non si è mai presentato e il suo avvocato italiano continua a non avere notizie di lui. Un mese più tardi due delle aziende inglesi storicamente collegate a Saia hanno dato nuovi segni di vita: un ragazzo portoghese nato nel 1990 e che su Facebook dichiara di risiedere a Grammichele, cittadina natìa di Saia nel catanese, è diventato amministratore. Mentre il controllo delle quote è passato ad una vecchia conoscenza: la Anglo Nippon Bancorp, una delle finte banche aperte da Saia nel Delaware e utilizzate per le frodi bancarie a metà degli anni ‘90.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Matteo Civillini

Hanno collaborato

Zeynep Sentek
Yannis Souliotis

Editing

Giulio Rubino

Con il sostegno di

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