Riciclaggio e criminalità finanziaria: il caso del Regno Unito

In che modo un’azienda può essere utilizzata per riciclare denaro? E quali anomalie possono aiutare ad identificare casi a rischio o vulnerabilità sistemiche?

5 Giugno 2020 | A cura di IrpiMedia e Transcrime – Università Cattolica

In che modo un’azienda può essere utilizzata per riciclare denaro? E quali anomalie possono aiutare ad identificare casi a rischio o vulnerabilità sistemiche? Per capirlo possiamo prendere in considerazione, oltre ai dati già esistenti, i primi risultati emersi dal progetto europeo DATACROS sul Regno Unito.

DATACROS è un progetto coordinato da Transcrime e ha l’obiettivo di identificare anomalie nelle strutture societarie di imprese regolarmente registrate per individuare casi a rischio di criminalità finanziaria e riciclaggio di denaro. Il progetto è condotto in collaborazione con i giornalisti investigativi di IRPI, la Polizia spagnola (CNP), e l’Agenzia anticorruzione francese (AFA).

Il caso del Regno Unito

Il Tesoro britannico stima che ogni anno nel Regno Unito venga riciclato denaro sporco per un valore di decine di miliardi di sterline; nella stessa nota, ammette anche che è ragionevole supporre che le cifre reali si aggirino nell’ordine delle centinaia di miliardi di sterline all’anno. Se così fosse, parliamo di volumi che superano il 5% del Pil del paese. Questi numeri trovano conferma nel ruolo centrale giocato dal sistema britannico in molti dei maggiori schemi di riciclaggio scoperti negli ultimi anni, come i casi Danske Bank, Panama Papers e Troika Laundromat. Anche per le mafie italiane, il Regno Unito è una delle mete preferite per il riciclaggio, come evidenziato nell’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia e da una serie di inchieste apparse su questo giornale.

Gli schemi di riciclaggio su larga scala (ma non solo) si basano sull’utilizzo di valuta virtuale. Spostare grandi quantità di denaro in contante presenta troppi rischi e problemi logistici: le banconote occupano spazio, possono attirare altri criminali o domande scomode alle frontiere. Ma la globalizzazione ha favorito i processi di integrazione dei sistemi finanziari e la dematerializzazione dei flussi, creando nuove opportunità anche per la criminalità. I capitali riciclati transitano nei grandi centri finanziari, dove milioni di transazioni avvengono in frazioni di secondo, e i volumi rendono difficile per le autorità isolare i flussi illeciti. Il Regno Unito ha un peso specifico importante come hub finanziario globale, con la City di Londra al centro del sistema. Il settore dei servizi finanziari contribuisce ad oltre il 10% del Pil britannico, e impiega oltre due milioni di persone.

Ma non è certo sufficiente l’effetto gravitazionale dei mercati finanziari ad attirare i capitali sporchi. Quali sono le vulnerabilità che rendono il Regno Unito così attraente per il riciclaggio e la criminalità finanziaria? Ne abbiamo individuati almeno tre.

1. Registro delle imprese

Riciclare denaro virtuale presenta un problema: la tracciabilità. E qui entrano in gioco le aziende: il riciclaggio su larga scala avviene prevalentemente su conti intestati ad aziende regolarmente registrate, ma per cui è particolarmente difficile risalire all’identità di chi in ultima istanza le controlla – il cosiddetto titolare effettivo, o beneficial owner.

A livello europeo, si sta cercando di facilitare l’identificazione dei beneficial owner con la costituzione dei registri dei titolari effettivi, introdotti dalla quarta (e poi quinta) Direttiva antiriciclaggio. Nel Regno Unito un simile registro – Companies House – esiste ed è attivo da tempo, ma presenta una combinazione paradossale di trasparenza e completezza.

Da un lato, la buona notizia è che il registro del Regno Unito è trasparente e pubblico, e riporta per ogni azienda le cosiddette PSC (People with Significant Control), ossia le persone che esercitano un controllo azionario significativo. Trovare informazioni sulla struttura proprietaria delle aziende è più semplice che in altri paesi dell’Unione europea. Nell’ambito del progetto DATACROS, tramite l’uso delle banche dati di Bureau van Dijk, Transcrime ha analizzato i dati sull’azionariato di oltre 50 milioni di imprese registrate in 28 paesi europei (UK+EU27). Degli oltre 4 milioni di società di capitali registrate nel Regno Unito, il 94,4% riporta dati di azionariato, un valore molto alto se rapportato alla media europea (circa 67%): molto bene.

La cattiva notizia, però, riguarda l’attendibilità delle informazioni riportate nel registro di Companies House. Le verifiche sulla correttezza dei dati inseriti sono largamente insufficienti, perché Companies House non ha poteri di controllo in questo senso. Dunque, quali anomalie nelle caratteristiche nelle imprese britanniche si possono identificare e misurare con i dati a disposizione?

Anomalie nelle caratteristiche delle imprese britanniche
Da uno studio condotto da Global Witness (2019), risulta che nel registro delle imprese britannico:

  • 6.711 imprese sono controllate da un titolare effettivo che controlla oltre 100 altre imprese, suggerendo la possibile presenza di prestanome;
  • Circa 4.000 titolari effettivi riportano meno di 2 anni di età, e due devono ancora nascere – un livello di imprenditorialità anomalo anche per i padri fondatori del capitalismo moderno.

Partendo dai dati contenuti nei registri camerali, identificare anomalie nelle anagrafiche dei titolari, come nello studio di Global Witness, è una prima strada. Altri tipi di anomalie invece possono emergere analizzando l’opacità delle strutture di ownership, cioè delle proprietà delle aziende. Per nascondere la reale identità dei titolari effettivi, le strutture di controllo delle aziende possono presentare complesse catene di società interposte, legami azionari con giurisdizioni offshore, forme societarie poco trasparenti come trust o fiduciarie, o schemi di azionariato circolare.

La complessità degli schemi societari

Dai primi risultati del progetto DATACROS, Transcrime ha calcolato (fonte: Bureau van Dijk) che nel Regno Unito:

  • Oltre 30.000 società di capitali sono controllate da trust, fiduciarie o fondi d’investimento che non permettono di identificare un titolare effettivo. È un numero cinque volte superiore a quello che si osserva in media negli altri paesi europei, al secondo posto dopo l’Olanda (oltre 60.000);
  • L’1,5% delle società di capitali ha legami azionari con giurisdizioni presenti in una blacklist o grey list di giurisdizioni non-cooperative nella lotta al riciclaggio o nella lotta all’evasione fiscale, come riportate dalla Financial-Action-Task Force (FATF) e dalla Commissione europea. Il Regno Unito si classifica al sesto posto di questa speciale classifica europea. Isolando l’area di Londra però, questo valore più che raddoppia, raggiungendo il 3,6%.

Il caso Formations House

Caso significativo è quello relativo alla vicenda Formations House, società che fino al 2017 apriva società per conto terzi dal civico 29 di Harley Street, a Londra. Oggi ha cambiato sede, ma non ragione sociale. Sono oltre 400 mila le aziende aperte da Formations House nell’arco di dieci anni e iscritte al registro del commercio di Sua Maestà. Un leak ottenuto dagli attivisti di Distributed Denial of Secrets (Ddos) e condivisi con un consorzio di giornalisti coordinato da OCCRP, tra cui quelli di IrpiMedia, e Finance Uncovered, ha svelato come tra i numerosi clienti di Formations House si trovassero società non in grado di passare un banale controllo dell’antiriciclaggio inglese.

Negli oltre 400 gigabyte del leak si trovano mail, contratti, documenti riservati e telefonate che svelano come chiunque, compresi criminali più o meno organici alla malavita organizzata, abbiano usato Londra come fosse un’isola caraibica per costruire il proprio scrigno all’interno dei confini della vecchia Europa.

Del resto, come ha dichiarato ai giornalisti David Clarke, presidente del Fraud Advisory Panel, sono state solo 23 le denunce recapitate per profili sospetti alle autorità inglesi da agenzie analoghe a Formations House. Tutto ciò nonostante non mancassero le anomalie nei profili analizzati. La stessa Formations House era stata avvisata dalle autorità antiriciclaggio del Regno Unito nel 2016 dell’alto rischio di infrangere le norme internazionali sulla provenienza illecita del denaro. Ma quell’avviso è rimasto lettera morta.

Così dei servizi forniti dalla società hanno potuto beneficiare, tra gli altri, alcuni noti riciclatori italiani legati alla criminalità organizzata, gli eredi del boss di cosa nostra Totò Riina, già coinvolti nelle indagini dell’antimafia in Italia e l’ex presidente degli Hell’s Angels svedesi, banda criminale ritenuta dall’Europol particolarmente pericolosa in 17 Paesi dell’Unione europea. La lista prosegue con alcuni magnati russi che hanno costruito nel tempo sistemi di società offshore per ricevere pagamenti nei paradisi fiscali, e in Africa dove addirittura sono stati generati istituti bancari fantasma pronti a operare con tanto di codice SWIFT.

Non è quindi un caso che le aziende registrate nel Regno Unito abbiano giocato un ruolo importante in molti dei maggiori schemi di riciclaggio identificati negli ultimi anni in Europa. Nel caso Danske Bank – uno dei più grandi schemi di riciclaggio della storia – fondi sospetti per oltre 200 miliardi di euro sono transitati tra il 2007 e il 2015 nella filiale estone della banca danese; i titolari dei conti bancari coinvolti nascondevano la propria identità dietro strutture societarie registrate presso la Companies House britannica.

Nel caso Troika Laundromat, oltre mille imprese registrate nel Regno Unito hanno contribuito a spostare 9,9 miliardi di sterline facendo transitare fondi dalla Russia all’Europa tramite una banca lituana. Nel 2018, con l’operazione “Piano B”, la Direzione Investigativa Antimafia ha scoperto che il clan dei Casalesi aveva investito 12 milioni di euro utilizzando società con sede in Gran Bretagna.

Fino a quando il livello di controlli sulle iscrizioni al registro delle imprese rimarrà tale, gli incentivi per riciclare utilizzando società britanniche rimarranno intatti.

2. Dipendenze della Corona e Territori d’oltremare

L’accessibilità del registro delle imprese britannico permette se non altro l’identificazione di possibili anomalie nelle catene societarie delle aziende registrate. Ma cosa si può dire sul livello complessivo di opacità finanziaria del sistema britannico? Possiamo identificare vulnerabilità ed anomalie in questo senso?

Non è facile rispondere a questa domanda. Una possibilità è guardare il Financial Secrecy Score, un indicatore composito prodotto dalla Tax Justice Network, gruppo di organizzazioni che dal 2003 chiedono la creazione di sistemi fiscali più equi in tutto il mondo. Lo Score combina 20 misure qualitative di opacità finanziaria ottenute analizzando le legislazioni e le caratteristiche del sistema finanziario e bancario di 130 paesi. In questo senso, il caso del Regno Unito è molto interessante. Il suo Financial Secrecy Score relativo al 2020 indica un rischio tra i più bassi a livello globale (126° nel ranking complessivo). Nonostante ciò, Tax Justice Network stima che il Regno Unito ospiti oltre il 16% del volume globale di servizi finanziari offshore. Questo è possibile perché il Regno Unito si trova di fatto al centro di un network di giurisdizioni particolarmente opache che la Corona supporta e controlla. Tra queste, spiccano le tre dipendenze della Corona (Jersey, Guernsey e l’Isola di Man), e i 14 territori d’oltremare, tutti Paesi con livelli di opacità finanziaria ben oltre la media, sette dei quali sono ufficialmente riconosciuti come paradisi fiscali: Anguilla, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Cayman, Gibilterra, Montserrat e Turks & Caicos.

Il Financial Secrecy Score è una misura di segretezza finanziaria pubblicata ogni due anni da Tax Justice Network per più di 100 paesi. La scala va da 0 (segretezza minima) a 100 (segretezza massima)

Quali anomalie possiamo osservare nelle aziende registrate in queste giurisdizioni? Per DATACROS, Transcrime ha analizzato i dati di Bureau van Dijk sulle aziende registrate nelle Dipendenze della Corona: dai primi risultati emerge che a Guernsey le società di capitali che non presentano alcuna informazione sull’azionariato sono il 79,1% del totale (rispetto al 5,6% del Regno Unito). Si trovano valori ancora maggiori guardando a Jersey (90,3%), e sull’Isola di Man (96,7%). Guardando alle aziende che riportano una struttura proprietaria, poi, si identificano ulteriori anomalie: tra Jersey e Guernsey, il 10,4% di queste hanno legami azionari con giurisdizioni presenti in blacklist internazionali, un numero sette volte superiore a quello riscontrato nel resto del Regno Unito.

3. Mercato immobiliare

L’utilizzo delle società offshore per scopi illeciti, nel Regno Unito, è spesso legato a filo doppio con il mercato immobiliare. Per stessa ammissione del governo, gli alti prezzi degli immobili, in particolare a Londra, forniscono un’ottima opportunità per riciclare grosse somme di denaro in un’unica transazione. A questo si unisce un sistema particolarmente frammentato di controlli antiriciclaggio.

Infatti, i soggetti coinvolti in una transazione immobiliare, in materia di antiriciclaggio devono sottostare a regolamentazioni ed autorità diverse. Le banche riportano alla Financial Conduct Authority (FCA), i servizi legali alla Solicitors Regulation Authority (SRA), e gli agenti immobiliari alla HMRC (l’equivalente della nostra Agenzia delle Entrate). Proprio questi ultimi sembrano rappresentare l’anello debole del sistema di controlli. Nel 2019 gli agenti immobiliari hanno segnalato solo 710 operazioni sospette – meno dello 0,15% del totale delle segnalazioni effettuate in UK.

Se il mercato immobiliare è così vulnerabile, quali anomalie si possono identificare? Private Eye ha mappato tutte le proprietà immobiliari in Inghilterra e Galles acquisite da società offshore fra il 2005 e il 2014. Lo studio stima che il valore totale di queste proprietà superi i 200 miliardi di sterline. I territori di provenienza di queste aziende? Gli stessi che abbiamo incontrato nel paragrafo precedente: Isole Vergini Britanniche, Jersey, Isola di Man e Guernsey.

Per approfondire

#29Leaks

I “formation agents” sono società che aprono aziende per conto terzi. Formations House, al 29 di Harley Street, a Londra, è tra questi: ha aperto oltre 400 mila aziende iscritte al registro del commercio di Sua Maestà. Tra i numerosi clienti, però, qualcuno non avrebbe avuto i documenti in regola per passare un banale controllo dell’antiriciclaggio inglese.

Conclusioni

Le vulnerabilità strutturali del sistema del Regno Unito contribuiscono a creare opportunità per riciclare denaro, in particolare dove i controlli sono meno stringenti, come nel caso del registro Companies House, delle giurisdizioni offshore o del mercato immobiliare.

La frammentazione del sistema di controlli antiriciclaggio è un problema che coinvolge l’intera economia, come emerge da un rapporto parlamentare del 2019. Nel paese operano 25 diverse autorità competenti in materia antiriciclaggio, un assetto che non sembra garantire un filtro di controlli efficace. Alla frammentazione interna si uniscono i problemi legati alla cooperazione con gli altri paesi europei: mentre l’UE cerca di muoversi verso un’integrazione della regolamentazione e dei presidi antiriciclaggio (4° e 5° Direttiva AML), il processo della Brexit sembra trascinare il Regno Unito nella direzione opposta, rendendo più difficile affrontare un problema di natura internazionale. Fuori dall’Unione europea, il Regno Unito potrebbe anche non avere più accesso a Europol e al suo sistema di informazione (EIS), fondamentale per le attività di intelligence transnazionali.

Il Regno Unito si appresta ad affrontare un periodo cruciale nel breve-medio termine, in cui i policy maker dovranno pianificare la ripresa economica dopo la pandemia da Covid-19 e le difficili tappe del processo della Brexit. In questo contesto rimane da capire se la lotta al riciclaggio e alla criminalità finanziaria avranno una posizione prioritaria nell’agenda di Downing Street. Se così sarà, il Governo dovrà fare uno sforzo per definire con maggior precisione la dimensione del problema riciclaggio – al momento sono disponibili solo stime per difetto – e portare ordine all’interno del frammentato sistema di regolamentazione e supervisione. Sarà necessario prestare particolare attenzione alle vulnerabilità costituite dal registro Companies House, dalle giurisdizioni off-shore legate alla Corona e dal mercato immobiliare.

E un utile punto di partenza possono essere proprio le anomalie nelle strutture societarie che Transcrime sta identificando tramite il progetto DATACROS che si concluderà l’anno prossimo.

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