«Sono stata stuprata dall’editore della redazione per cui lavoravo». Adele (pseudonimo di una giornalista che, come le altre intervistate per questa inchiesta, ha scelto l’anonimato per timore di ripercussioni) racconta a IrpiMedia la violenza sessuale che ha subito quando aveva trent’anni.
«Non c’erano mai stati segnali che mi avessero fatto avere paura di lui. Era un padre di famiglia, mi sembrava una persona per bene. Un giorno mi ha aggredita nel suo ufficio: io prima ho cercato di respingerlo, poi mi sono bloccata perché avevo paura di essere picchiata. La violenza è durata una ventina di minuti». Adele, una volta in strada, ha cominciato a piangere ed è andata alla stazione dei treni, pensando di buttarsi sui binari.
Inizialmente non ha raccontato nulla a nessuno. Qualche giorno dopo si è confidata con un collega della redazione che però ha pensato che lei si fosse inventata tutto e le ha affibbiato l’appellativo di “psycho”. «Mi sono messa in malattia e poi licenziata», racconta. Il malessere è aumentato nel corso dei mesi successivi fino a quando Adele ha tentato il suicidio.
L’hanno trovata in casa i familiari, impensieriti perché non rispondeva al telefono, priva di sensi. Finita in ospedale, ha raccontato tutto allo psichiatra. Ha saputo che altre due persone della stessa redazione sono state stuprate dall’editore; entrambe se ne sono andate senza denunciare.
L’inchiesta in breve
- L’inchiesta nasce da 100 interviste a giornaliste, assunte e freelance, di agenzie di stampa, testate online e cartacee, radio e televisioni italiane
- In tutti i casi sono state denunciate discriminazioni di qualche tipo, da stupri e tentati stupri, a baci forzati e mani addosso, molestie verbali, ricatti sessuali e discriminazioni di genere
- A compiere le molestie e le discriminazioni sono stati, in gran parte dei casi, direttori e caporedattori. Il picco degli abusi è avvenuto quando le giornaliste avevano fra i 25 e i 34 anni. A essere colpite sono, quasi in egual misura, freelance e assunte
- Le molestie subite hanno spesso effetti negativi sulla salute mentale delle giornaliste. Nelle interviste hanno raccontato anche tentativi di suicidio, oltre a un frequente ricorso a psicoterapia e psicofarmaci per arginare il malessere
- Oltre alle conseguenze sulla salute mentale, ce ne sono anche a livello economico, sia individuale, che aziendale e sociale. Le molestie e le discriminazionicausano interruzioni di carriera, periodi di disoccupazione e perdita di reddito, costringendo chi le subisce a lasciare il lavoro per evitare maltrattamenti
Adele è una delle 100 giornaliste che abbiamo intervistato per indagare il fenomeno della violenza sul lavoro, delle molestie sessuali e delle discriminazioni di genere nei media italiani (giornali cartacei e online, agenzie di stampa, radio e televisioni).
L’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) definisce molestie sessuali «gli atti indesiderati, non reciproci e imposti» che possono includere, tra gli altri, toccamenti, sguardi, linguaggio sessualmente allusivo, riferimenti alla vita privata delle persone e al loro orientamento sessuale e commenti sull’aspetto fisico. Possono essere eventi isolati, ma anche un insieme di atti ripetuti nel tempo.
Per partecipare all’inchiesta le croniste, assunte e freelance, hanno richiesto l’anonimato e l’assenza di riferimenti ai nomi degli editori, direttori, caporedattori, caposervizio e colleghi che hanno commesso gli abusi per timore di ripercussioni. Per lo stesso motivo anche il nome delle testate è stato omesso. Le testimonianze si riferiscono a fatti recenti o di pochi anni fa, fino ad arrivare a vicende più datate che però hanno ancora ripercussioni sul presente in termini psicologici o economici.
Metodologia
Pur non pretendendo di mettere a disposizione di chi legge un campione statisticamente valido, abbiamo condotto 100 interviste per rappresentare il problema della violenza sul lavoro, delle molestie sessuali e delle discriminazioni di genere contro le donne nel giornalismo italiano.
Abbiamo intervistato al telefono oppure di persona giornaliste di diverse parti d’Italia che lavorano per media locali e nazionali (agenzie di stampa, testate cartacee e online, televisioni, radio). I contatti per le interviste sono arrivati attraverso diversi canali.
Tra questi un questionario diffuso nei mesi scorsi al quale hanno risposto 132 giornaliste, ma soltanto una parte ha accettato di farsi intervistare. Altre hanno ritenuto troppo doloroso rispondere a domande sulle violenze subite.
Le testimonianze di questa inchiesta si riferiscono a fatti recenti o di pochi anni fa, fino ad arrivare a vicende più datate ma che hanno ancora ripercussioni sul presente in termini psicologici ed economici.
Del campione esaminato, tutte le giornaliste hanno testimoniato di avere subito molestie sessuali – violenza sessuale, tentata violenza sessuale come baci forzati e mani addosso, molestie verbali, ricatti sessuali – o discriminazioni di genere.
A compierle nel 2% dei casi sono stati editori, nel 43% direttori, mentre nel 26% caporedattori. Il picco degli abusi (61%) è avvenuto quando le croniste avevano tra i 25 e i 34 anni, il 15% tra i 18 e i 24 anni e il 16% tra i 35 e 44 anni. A essere colpite sono, quasi in egual misura, freelance e assunte.
Questa inchiesta segue l’indagine sulle molestie in redazione promossa dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) nel 2019. Abbiamo potuto realizzarla anche grazie a un crowdfunding (con 171 sostenitrici e sostenitori), al supporto della Fnsi, dell’Ordine nazionale dei giornalisti, dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e dell’Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige.
Del problema si era già occupata la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) nel 2019 con un sondaggio realizzato in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini.
L’85% delle 1.132 giornaliste che avevano partecipato all’indagine del sindacato dei giornalisti aveva dichiarato di avere subito molestie almeno una volta nel corso della vita professionale. Sono trascorsi sette anni dalla pubblicazione di quell’indagine e la nostra inchiesta dimostra che il fenomeno persiste.
Mimma Caligaris, giornalista che fa parte dell’associazione GiULiA Giornaliste e che nel 2019 era appena entrata in carica nella Commissione pari opportunità della Fnsi, conferma che il problema resta serio. Manca ancora la maturità culturale per trovare soluzioni efficaci: «Il giorno dopo la pubblicazione della ricerca venni chiamata da un ministro che voleva i nomi di tutti gli aggressori – spiega Caligaris – Questo dà l’idea di quanto lavoro ci sia ancora da fare».
Louise Fitzgerald, psicologa sociale e docente emerita all’Università dell’Illinois, ha definito le molestie sessuali «l’ultimo grande segreto aperto». Sono state a lungo invisibili perché considerate “normali” e rimangono oggi la forma più diffusa di violenza contro le donne.
Come spiegano Patrizia Romito e Mariachiara Feresin nel loro libro Le molestie sessuali. Riconoscerle, combatterle, prevenirle (Carocci, 2019) sono ancora spesso derubricate a «scherzi o battute, forme di corteggiamento o irreprimibili manifestazioni di virilità», quando andrebbero invece riconosciute come attacchi alla libertà e alla dignità femminile, con gravi conseguenze, sia sul piano personale che su quello professionale.
Chi subisce molestie?
Età
La maggior parte ha subito molestie e discriminazioni tra i 25 e i 34 anni di età
Anni di impiego
Una giornalista su 2 ha subito molestie e discriminazioni nei primi 5 anni di carriera
Assunta?
Il fenomeno riguarda, quasi in egual misura, sia assunte che freelance
Cinzia è una freelance, collabora da tempo con una redazione, e ci ha raccontato come fin dall’inizio del suo rapporto con la testata sia stata bersagliata di apprezzamenti via WhatsApp dal caporedattore che avrebbe dovuto farle il contratto, mai arrivato. Un tardo pomeriggio, lui l’ha baciata contro la sua volontà.
Qualche settimana dopo, il caporedattore ha ordito un tranello per fare in modo che lei finisse a dormire con lui in un appartamento affittato per un evento a cui avrebbe dovuto partecipare. Cinzia si è accorta dell’inganno soltanto una volta arrivata nella città della rassegna culturale. È fuggita, nonostante le insistenze a restare del molestatore, senza ricevere il sostegno delle colleghe presenti sul posto.
Quel caporedattore, racconta Cinzia, nel tempo ha fatto carriera e ha avuto comportamenti simili con altre croniste. «Ha sempre fatto avances alla luce del sole, sentendosi impunito».
La serialità è un elemento ricorrente nelle testimonianze che abbiamo raccolto. Il direttore di un media nel quale è finita Alma, dove i tirocini e gli stage erano tutti svolti da ragazze selezionate in base al loro aspetto fisico, faceva battute a sfondo sessuale, mettendo le mani sul viso e sulle gambe alle giovani.
Una delle stagiste, dopo essere stata toccata sulla coscia, sotto il vestito, ha avvertito la madre che è subito andata a prenderla. La donna voleva denunciare il direttore, ma la figlia le ha chiesto di lasciare perdere.
Gli effetti sulla salute mentale
Le molestie, gli abusi di potere e le discriminazioni sul luogo di lavoro possono avere effetti pesanti sulla salute mentale delle donne. Alcune ricerche indicano l’aumento del rischio di suicidio e di tentato suicidio.
Aurora ha pensato di togliersi la vita in seguito a una tentata violenza sessuale. Un collega col doppio dei suoi anni, mentre erano in auto insieme di ritorno da un servizio, le ha toccato le cosce e poi le è saltato addosso.
Aurora racconta che dopo un breve momento di freezing (fenomeno psicologico che porta a reagire alla paura con una immobilizzazione temporanea fisica ed emotiva) l’ha spinto via con tutte le sue forze, restando con una sensazione di soffocamento per il peso addosso dell’uomo.
Il giorno dopo l’ha raccontato al direttore che però le ha risposto che non le credeva, che il giornalista in questione «era una brava persona e un padre di famiglia». La settimana successiva Aurora ha iniziato ad avere pensieri suicidi al punto che ha chiesto di farsi accompagnare al pronto soccorso da un familiare. Per stare meglio, oltre alla psicoterapia, ha dovuto ricorrere agli antidepressivi. «Mi pento di non avere denunciato», aggiunge Aurora.
Accedi alla community di lettori MyIrpi
Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.
Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.
Le implicazioni sulla salute mentale delle molestie sono state indagate anche da Alice Facchini nella sua inchiesta, pubblicata su IrpiMedia nel 2023. Inoltre, uno studio del 2023 pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), ha analizzato oltre 7.800 scansioni cerebrali in 29 Stati, riscontrando addirittura alterazioni fisiche vere e proprie nel cervello delle donne nei paesi dove le discriminazioni di genere sono più forti.
I ricatti sessuali
Il ricatto sessuale, definito quid pro quo, è la richiesta di prestazioni o disponibilità sessuali per ottenere un lavoro, conservarlo o progredire in carriera da parte di colleghi, superiori, datori di lavoro e rappresenta una delle forme più gravi di molestie. Dora, in seguito ad anni di ricatti, ha cambiato lavoro.
Un giorno, all’inizio del percorso giornalistico, dopo avere appena cominciato in una nuova testata, ha ricevuto la chiamata della sua responsabile che le proponeva un programma diverso. «Oggi devi cenare con l’amministratore delegato». Quella, ha detto la capa, era la prassi: le conduttrici dovevano venire «testate» per vedere quante fossero sciolte e tranquille.
Sarebbe stata una cena a due in ufficio. «L’amministratore delegato vuole avere un rapporto molto intimo e diretto con le conduttrici, per cui è possibile che ti venga chiesto anche di andare un pochino più in là», ha aggiunto. Dora ha rifiutato e ha perso immediatamente il posto.
Successivamente ha partecipato a un casting per la conduzione di un programma e le è stato chiesto di mettersi in costume. «Quello intero non bastava, volevano il bikini», racconta Dora. «Mi hanno chiesto di girarmi di schiena e piegarmi davanti alla telecamera, mostrando il sedere. Io ho rifiutato e mi hanno detto che sicuramente non avrei passato il casting perché c’erano altre conduttrici molto più disponibili di me».
Infine, un noto conduttore e giornalista televisivo, durante un colloquio, le ha chiesto di spogliarsi. Di fronte al suo diniego le ha detto che non l’avrebbe considerata per il suo programma perché con le «sue» conduttrici doveva avere «una relazione sufficientemente aperta» e «senza segreti».
Chi abusa delle giornaliste? In 4 casi su 10, il direttore
Nell’85% delle testimonianze, gli abuser sono uomini in posizioni di leadership : direttori, caporedattori, caposervizio, redattori ed editori. Il resto del campione è composto soprattutto da colleghi e personale tecnico e amministrativo della redazione
I ricatti hanno segnato l’avvio della carriera di Lea. Un caporedattore, con il pretesto della riunione per un nuovo progetto, l’ha invitata a casa sua dopo il lavoro affermando che era normale visto che con altri colleghi succedeva di incontrarsi anche in orari extra ufficio.
«Mi sono ritrovata da sola con lui, ero una giovane collaboratrice, ho creduto alla riunione come qualcosa di vero e meritevole. Avremmo dovuto discutere di lavoro, ma capendo che nessun altro era stato invitato mi sono spaventata soprattutto quando lui è diventato ammiccante e mi ha detto che mi sognava nuda nei corridoi della redazione, con la cravatta da scolaretta. Sono fuggita». La nuova opportunità è sfumata per Lea, il caporedattore non l’ha più coinvolta.
Il resto era consuetudine: battute sulla bellezza e molti sgambetti. «Non mi è stato fatto il contratto dopo due anni di collaborazione quotidiana, anzi, mi sono passate davanti collaboratrici arrivate da pochi mesi, figlie di politici e figlie di amici dei vicedirettori e del direttore».
Sempre nella stessa testata, ogni volta che c’era il rinnovo del contratto di collaborazione il direttore suggeriva che lei si sedesse sulle sue ginocchia per firmarlo, «con un tono lascivo che di sicuro non usava con altri collaboratori, sottoposti anche loro a rinnovi continui».
Lei lo ha sempre respinto. Lea aggiunge: «C’è una rete di protezione maschile fortissima, le donne soffrono di un gap economico nell’editoria. Ho tante amiche che guadagnano molto meno dei colleghi uomini a parità di ruolo e comunque non vengono considerate a dovere». Anche oggi che Lea ricopre un ruolo apicale si ritiene una mosca bianca al tavolo con soli – o quasi – colleghi maschi di pari livello.
La segregazione verticale
La «companionship» maschile, cioè il supporto che gli uomini si danno l’uno con l’altro, è un dato di fatto, sottolinea Chiara Volpato, docente senior di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano e autrice di Psicosociologia del maschilismo (Laterza, 2013).
Gli uomini si aiutano tra di loro, supportandosi, e facendo avanzare nei posti di lavoro altri uomini. «Questo avviene in particolare negli ambienti a maggioranza maschile» racconta. Il giornalismo è uno di questi. Tra 1993 e il 2023, la percentuale di giornaliste è aumentata dal 34,6% al 42 per cento.
Sono, però, quasi completamente assenti nei principali ruoli di leadership: secondo l’edizione 2025 del report «Sesso è potere», su 35 quotidiani italiani, solo due hanno alla guida una direttrice (Nunzia Vallini al «Giornale di Brescia» e Agnese Pini, che dirige i quotidiani del gruppo Monrif), mentre tutti i telegiornali nazionali sono diretti da uomini. Unica eccezione sono le agenzie di stampa, dove le direttrici sono 4 su 10.
Monia Azzalini, ricercatrice e responsabile del Settore media, prospettive di genere, diversità e inclusione dell’Osservatorio sui media dell’università di Pavia, riconosce che nel giornalismo le donne sono colpite da una forma di «segregazione verticale», cioè la sovrarappresentazione maschile nei livelli gerarchici apicali e quella femminile nelle posizioni subalterne che ostacola l’avanzamento di carriera delle donne.
«Il giornalismo fa parte di quel gruppo di mestieri in cui il reclutamento e l’avanzamento di carriera non si basano necessariamente sull’esistenza di titoli o meriti», spiega Azzalini. Nei settori in cui la progressione di carriera è regolata da criteri molto chiari, come la pubblica amministrazione, infatti, la segregazione verticale si riduce, così come il divario economico di genere.
Nel settore privato, invece, questi due fenomeni aumentano: nel caso del giornalismo, l’Inps rileva che i giornalisti guadagnano il 16% in più delle colleghe e che il divario si mantiene in tutte le fasce d’età. Lo stesso avviene per i trattamenti pensionistici: in media le pensioni degli uomini raggiungono i 71mila euro, quelle delle donne 48mila euro.
Da diverse ricerche emerge che le molestie sessuali hanno conseguenze economiche negative a livello individuale, aziendale e sociale. Contribuiscono a interrompere la carriera, a periodi di disoccupazione e una perdita di reddito per le vittime, che spesso si sentono costrette a lasciare il lavoro per evitare maltrattamenti.
Ripercussioni che sono state confermate anche dalle giornaliste intervistate per questa inchiesta. A livello aziendale, le molestie possono portare a un maggiore turnover, a una maggiore segregazione di genere e a difficoltà nel trattenere e reclutare dipendenti di talento.
A livello sociale, rafforzano modelli più ampi di disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro, minando i principi di pari opportunità. Mimma Caligaris ha promosso, con altre colleghe della Federazione europea dei giornalisti (Efj), un recente rapporto sulle molestie online.
Dai dati emerge che le giornaliste che fanno attività sindacale e si battono per l’adozione di un linguaggio corretto vengono bloccate negli avanzamenti di carriera e che alcuni settori dell’informazione restano prettamente maschili. «In una fase di crisi dell’editoria le giornaliste sono penalizzate, anche con demansionamenti e nelle assunzioni».
Una delle nostre fonti ha chiesto a uno studio di consulenti del lavoro di calcolare il danno economico patito a causa del ricatto sessuale subito, che le ha fatto perdere, nel corso degli anni, l’avanzamento di carriera, senza l’ottenimento delle due cariche che le sarebbero spettate e che altri colleghi, a parità di percorso, hanno invece ottenuto.
Per approfondire
La cifra, considerando che la giornalista ha un contratto con articolo uno a tempo indeterminato, con i contributi Inps e il trattamento di fine rapporto, è stata calcolata su 22 anni di lavoro e supera il milione di euro.
Il sessismo nelle redazioni
Esiste una forte correlazione tra sessismo sul posto di lavoro e il verificarsi di molestie sessuali. Secondo uno studio dell’Università Bocconi, le donne che dichiarano di lavorare in luoghi in cui sentono costantemente battute denigratorie sulle donne hanno oltre 110 volte più probabilità di dichiarare di aver ricevuto insistenti proposte sessuali e circa 40 volte più probabilità di dichiarare di essere state aggredite fisicamente o sessualmente negli ultimi 12 mesi.
Augusta è stata bersagliata per anni, tutte le mattine, da un gruppo di colleghi che facevano il turno di apertura con lei nell’emittente dove lavorava perché veniva considerata «una femminista». «Mi prendevano in giro perché volevo usare un linguaggio corretto. Mi dicevano che non si poteva più dire nulla, che ero una fissata, che “ministra” non si poteva sentire perché ricordava “minestra”».
Augusta si occupava anche di violenza di genere e i colleghi le dicevano che, oltre ai femminicidi, esistevano anche i maschicidi. «Le ho provate tutte per sopravvivere, ma anche l’ironia non è servita, erano sempre loro quattro contro di me».
Anche Erica è stata bersagliata per anni perché ha cercato di usare un linguaggio inclusivo. «Discussioni continue con caporedattori per un titolo o una foto che non sessualizzasse le intervistate. Spesso tutto inutile e controproducente. Non so se sia stato per questo o per il fatto di essere donna, non mi hanno mai dato la carica di caposervizio, nonostante io di fatto svolga questo ruolo».
Interi articoli declinati al femminile, racconta Erica, venivano sistematicamente cambiati usando il maschile sovraesteso e questo nonostante il manifesto di Venezia (la carta deontologica del 2017 scritta da Fnsi, GiULia Giornaliste e Cpo Usigrai per promuovere un’informazione corretta, attenta e rispettosa sulla violenza di genere) appeso in redazione.
Testimonianze simili vengono riferite anche da altre giornaliste che vengono derise durante le riunioni di redazione, insultate e devono sorbirsi discorsi sessisti e omofobi fatti senza ritegno davanti a tutti.
Donatella voleva abbandonare il giornalismo e cambiare settore a causa dei continui insulti di cui era bersaglio da parte di un superiore. Il vicedirettore inveiva contro di lei e le sue colleghe, che per riuscire a sopportare andavano a piangere in bagno.
Si consolavano a vicenda dicendosi di pensare allo stipendio e all’idea che non avrebbero trovato un posto simile altrove perché avevano un contratto da giornaliste professioniste molto difficile da ottenere di questi tempi.
Stando all’ultimo report dell’Inps sullo stato del giornalismo italiano, nel 2023 chi aveva firmato un contratto nazionale di lavoro giornalistico (Fieg-Fnsi) guadagnava in media 67.188 euro all’anno: si tratta della tipologia contrattuale più diffusa tra i giornalisti assunti (73% dei casi) e anche quella con la retribuzione più alta. Secondo gli ultimi dati dell’Inps, il 70% dei giornalisti freelance guadagna meno di 25mila euro all’anno.
Avere più donne in posizioni di leadership nelle redazioni potrebbe contribuire a ridurre il divario economico di genere e le discriminazioni anche se, come ricorda Monia Azzalini, la sola presenza femminile non basta: serve una consapevolezza trasversale e la capacità di essere solidali con le altre colleghe.
Allo stesso tempo, dal punto di vista dell’esperta, una leadership di questo tipo aiuterebbe il giornalismo, almeno in parte, a superare la perdita di fiducia da parte del pubblico: «Il settore è in crisi anche perché le donne che popolano questo Paese non si riconoscono più nei telegiornali che vedono, nei giornali radio che ascoltano, nei quotidiani o periodici che leggono».
Una maggiore presenza femminile aiuterebbe a superare le discriminazioni per orientamento sessuale come quelle che ha subito Leda che non ha mai nascosto il suo orientamento sessuale e per questo è stata presa di mira da un superiore per il suo aspetto fisico e il suo atteggiamento, da lei descritto come più «duro» rispetto a quello delle colleghe.
«È arrivato a dire, in pubblico, che non sapeva cosa fossi, di certo non una bella ragazza, mi definiva “androgina”. La discriminazione mi ha causato ansia e insonnia. Ho raccontato gli episodi al direttore, ma lui non mi ha creduta», racconta la giornalista.
Nella redazione in cui ancora lavora, il clima di omofobia e sessismo condiziona la ripartizione degli argomenti di cui si scrive: le donne vengono considerate adatte solo ai pezzi sugli spettacoli e se un uomo se ne occupa il suo orientamento sessuale viene subito messo in discussione.
Hai condiviso l’abuso subito?
Solo il 3% delle intervistate si è rivolta a un avvocato o un’avvocata . L’82% del campione ha raccontato gli episodi di molestie e discriminazioni che ha vissuto a qualcuno: nella maggior parte dei casi, a colleghi, amici e famigliari
Gisella per un anno ha subito molestie da un collega e si è rivolta a due capi per ricevere aiuto. Si è sentita rispondere che, essendo una bella ragazza, era normale da parte del collega provare ad avere un approccio con lei e che è risaputo che «il luogo di lavoro è uno dei posti in cui in percentuale ci si innamora di più». Il 3% delle nostre intervistate si è rivolta a un avvocato, che in alcuni casi è stato contattato tramite il sindacato.
«Negli ultimi anni, come sindacato, abbiamo contribuito a creare strumenti che diano alle colleghe la serenità di poter segnalare e denunciare qualunque tipo di abuso o molestie», commenta Vittorio di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi).
Il sindacalista ricorda il Codice anti-molestie (promosso da Usigrai e adottato dalla Rai nel 2017) e il Vademecum contro molestie e intimidazioni in ambito giornalistico (presentato un anno fa, dopo la pubblicazione di Voi con queste gonnelline mi provocate, e redatto dalle commissioni Pari opportunità di Ordine dei giornalisti, Fnsi, Usigrai e associazione Giulia giornaliste). Per Di Trapani è doveroso, da parte del sindacato, sostenere e supportare le colleghe per fare in modo che ottengano giustizia in tutte le sedi, a livello aziendale e legale.
Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine dei giornalisti, dice: «Quanto emerge dalla vostra inchiesta sono comportamenti, se accertati, gravissimi. Posso ribadire quanto affermato anche per il precedente lavoro da voi svolto: se qualcuno ha notizia, a qualunque titolo, di fatti del genere non deve indugiare neppure un istante, deve denunciare tutto e subito. Il Consiglio nazionale dell’Ordine è impegnato a combattere senza alcuna esitazione molestie, violenze e comportamenti simili ovunque essi avvengano e, in particolare, sui luoghi di lavoro».
La difficoltà delle denunce
Gli strumenti e le leggi per difendersi, sia in campo civile sia penale, ci sono. L’iter, però, risulta difficile. Innanzitutto, come spiega Patrizia Romito, «il primo ostacolo è riconoscere con chiarezza che non si tratta di scherzi né di simpatici corteggiamenti, ma di molestie, discriminazioni e abusi di potere. Poi, denunciare fa paura: le donne sanno o intuiscono che il rischio di non essere credute, di essere isolate o mobbizzate è realistico. E quindi il sostegno sociale di famiglia, amiche e colleghi è indispensabile».
In secondo luogo, c’è ancora una scarsa formazione degli addetti ai lavori. Come sostiene Chiara Colasurdo, avvocata giuslavorista che segue il collettivo Amleta (nato per evidenziare e contrastare le discriminazioni di genere nel mondo dello spettacolo), «dal punto di vista del diritto del lavoro la legislazione è abbastanza completa, ma è poco conosciuta tanto dagli operatori del diritto quanto dai sindacati, anche se le cose stanno cambiando».
Tra le intervistate, le uniche cause intentate a livello civile sono state per mobbing. Susanna è stata demansionata e, per anni, maltrattata dal suo direttore al punto da avere due esaurimenti nervosi. Esasperata, ha deciso di andare in tribunale. La giudice del lavoro, però, le ha detto che doveva patteggiare. Susanna è stata licenziata e in cambio ha ricevuto solo due anni di disoccupazione.
Andreina, caporedattrice, dopo anni di vessazioni, ha vinto una causa per mobbing, ricevendo sei mesi di stipendio come risarcimento, ma è stata licenziata, mentre il suo aggressore è rimasto al suo posto. Per molto tempo la giornalista non è riuscita a rientrare nel settore e non ha mai più messo piede in una redazione. Oggi è freelance.«Anche quando vinci, non vinci mai davvero», ha detto.
Guida contro le molestie. Indicazioni dell’avvocata Virginia Dascanio
La prima azione è riconoscere la situazione di abuso. Si tratta, infatti, di un passaggio fondamentale per la consapevolezza della propria condizione, in modo da intervenire in maniera mirata.
Molestia è qualsiasi azione indesiderata verbale, non verbale o fisica, che abbia lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona o di creare un ambiente di lavoro intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.
L’abuso di potere è frequente nelle strutture gerarchiche tipiche delle redazioni giornalistiche. Il fatto che molestie e abusi vengano compiuti da giornalisti con ruoli di comando rappresenta un ulteriore elemento di gravità, in quanto l’asimmetria di potere incide sulla libertà di autodeterminazione della persona offesa e può integrare un abuso di autorità rilevante.
L’impostazione di questo box è schematica per un uso pratico e orientato alla tutela immediata.
- Prima di tutto bisogna mettere in sicurezza se stesse: se la situazione è fisicamente rischiosa, allontanarsi e cercare una persona di fiducia. Si consiglia sempre di rivolgersi a un centro antiviolenza della propria zona territoriale.
- Se si subisce una molestia, è meglio verificare il codice etico aziendale e la procedura di segnalazione. Molte testate prevedono un referente delle risorse umane o un organismo di garanzia. Se esiste un Cug (Comitato unico di garanzia) nelle realtà pubbliche, potrebbe avere senso coinvolgerlo. Nelle redazioni sindacalizzate, contattare la rappresentanza sindacale. Consiglio di inviare la segnalazione per iscritto, chiedendo protocollazione e riscontro.
- Si consiglia, inoltre, di considerare strumenti amministrativi e para-giudiziali come l’Ispettorato del lavoro e la Consigliera di parità territoriale.
- In base al caso specifico, poi, si può prevedere di ricorrere al decreto legislativo 198/2006 per un ricorso per condotte discriminatorie.
- Ovviamente, nei casi penalmente rilevanti, si può sporgere una denuncia e querela e farsi assistere da un legale. Per i casi di violenza di genere è previsto il Codice Rosso (legge 69/2019), che ha introdotto misure urgenti per la tutela delle vittime di reati di violenza domestica e di genere. In tale contesto normativo, il gratuito patrocinio si applica automaticamente a chi intende esercitare azioni collegate ai reati disciplinati dalla legge.
In tutti questi casi la prova è centrale.
- Se si decide di segnalare un comportamento abusante, si consiglia di annotare data, ora, luogo e contenuto. Bisogna conservare messaggi, mail, o foto.
- Nelle redazioni con turni serali o in caso di trasferte, evitare incontri isolati. Meglio preferire spazi visibili o riunioni con più presenti.
- Il divieto di ritorsione è espresso nella normativa antidiscriminatoria: conservare evidenze di demansionamento, come per esempio esclusione da riunioni, mancati incarichi, valutazioni anomale. Sicuramente è una buona soluzione impugnare tempestivamente eventuali provvedimenti disciplinari o licenziamenti.
Nei casi di molestie, abusi o violenze nei luoghi di lavoro, l’azione giudiziaria è uno strumento rilevante ma non esclusivo. È importante agire senza ritardi e con una strategia coordinata. Una consulenza legale iniziale consente di mappare rischi, oneri probatori e obiettivi, poiché la tutela effettiva richiede una valutazione strategica degli obiettivi e dei tempi.
Questo articolo è parte della campagna Unite a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.