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Milioni e politica: la scalata dell’imprenditore italiano alla banca tajika del microcredito
Dai rapporti bilaterali tra Bielorussia e Tajikistan alla Banca europea per la ricostruzione e sviluppo passando per il finanziere italiano di stanza a Mosca: il caso Imon International
25 Giugno 2021

Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini
Ilya Lozovsky

Nato nel 1999, durante i postumi della brutale guerra civile tajika, l’ente di microcredito Imon International è considerato all’interno del sistema bancario europeo un progetto rivoluzionario, soprattutto da quegli istituti che si occupano di promozione dell’impresa nei Paesi poveri. Le menti dietro Imon sono Gulbakhor Makhkamova e Sanavbar Sharipova, due donne: il fatto è ancor più straordinario se si pensa che il Tajikistan è l’ex repubblica sovietica con il maggiore tasso di disparità di genere ancora oggi. Il principio guida delle due imprenditrici è di fornire piccoli prestiti ai cittadini più poveri ignorati dalle grandi banche nazionale in mano al regime politico. A ventuno anni dalla fondazione, però, Makhkamova e Sharipova hanno perso il controllo della loro creatura dopo quella che appare sempre di più una scalata ostile all’istituto a opera dell’oligarchia tajika con il sostegno degli investitori esteri, in testa la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

Il progetto rivoluzionario di Imon International

Nel tempo Imon, sostenuta inizialmente dal governo locale e dal 2005 anche dalla stessa BERS, diventa un progetto sempre più solido e dunque una preda appetibile per l’oligarchia tajika, la quale cerca di arginare in qualche modo l’ascesa imprenditoriale delle due donne. Per scalare l’istituto si scomodano infatti il vice presidente della banca nazionale tajika, Jamoliddin Nuraliev, che è tra le altre cose genero dell’attuale presidente Emomalī Rahmon, la banca olandese per lo sviluppo FMO, e la società di investimento Triple Jump, sempre dai Paesi Bassi. Ma l’ariete dell’intera operazione, in tandem con la BERS, è un imprenditore italiano di stanza a Mosca da decenni, Vincenzo Trani, l’uomo che a marzo ha trattato con la Russia per far arrivare il vaccino Sputnik in Italia. Tra le altre cose Trani è anche consigliere di amministrazione del fondo russo a partecipazione statale Mir, presidente della Camera di commercio Italia-Russia ed ex console onorario della Bielorussia a Napoli, incarico che ha ricoperto dal 2009 al 2020. Non a caso anche il governo bielorusso è tra i protagonisti di questa scalata, grazie alle stabili relazioni economiche e diplomatiche con il Tajikistan.

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Le due fondatrici per gestire l’istituto inizialmente aprono una fondazione non profit, la Imon Foundation e il primo investitore straniero è proprio la BERS, che concede un prestito da un milione di euro per sviluppare ulteriormente l’attività. Una volta ottenuto il prestito Makhkamova e Sharipova costituiscono una società, l’odierna Imon International, di cui la fondazione diventa l’azionista principale. Nel 2013 BERS acquisisce il 12,5% dell’ente di microcredito per 6,4 milioni di dollari, in partnership con il fondo di sviluppo olandese FMO. Imon è dunque una storia di successo, ma che per l’oligarchia tajika si sta ritagliando un’indipendenza eccessiva all’interno del sistema.

L’ariete dell’intera operazione, in tandem con la BERS, è un imprenditore italiano di stanza a Mosca da decenni, Vincenzo Trani, l’uomo che a marzo ha trattato con la Russia per far arrivare il vaccino Sputnik in Italia

Fuori dal controllo del regime

Le mire del presidente Rahmon e del sistema tajiko verso Imon si concretizza a partire dal 2015 quando l’istituto di microcredito fa domanda per ottenere una licenza bancaria a tutti gli effetti. A valutare la pratica è la Banca Nazionale del Tajikistan, la banca centrale del Paese di fatto guidata dal vicepresidente Jamoliddin Nuraliev, genero del presidente Rahmon. La richiesta rimane nel cassetto, non viene accettata né rigettata. Nel frattempo, Imon viene avvicinata da banche nell’orbita della famiglia presidenziale con quello che a tutti gli effetti è un ricatto: formare una partnership per ottenere la licenza. Quando Imon rifiuta, il conflitto con il potere politico si inasprisce. Nell’estate del 2017 la Banca centrale multa Imon per una serie di violazioni di lieve entità delle normative sullo scambio di valuta. Imon opera una serie di modifiche interne per essere più conforme alla legge e in quell’ottica si apre ulteriormente agli investitori internazionali, facendo entrare, tra gli altri, la Mikro Kapital dell’imprenditore italiano Vincenzo Trani nel capitale sociale. Tuttavia, qualche mese dopo, la Banca nazionale tajika alza nuovamente il tiro, accusando Imon di aver agevolato attività illecite: l’istituto di microcredito – secondo l’accusa della Banca nazionale – avrebbe permesso operazioni sottobanco di cambio di denaro nelle proprie filiali, violando così le normative internazionali sull’antiriciclaggio. Le prove sembrano deboli: «La Banca Nazionale ci ha mostrato un video di cambi di valuta effettuati all’interno di una nostra filiale, ma non direttamente da noi», spiega l’allora direttore generale di Imon International Zakir Abdrashitov.
L'oligarchia tajika e i finanziamenti della BERS

Il Tajikistan è considerato dall’ong Human Rights Watch un regime repressivo. Dall’inizio degli anni Novanta è governato senza soluzione di continuità da Emomali Rahmon, eletto all’ultima tornata di ottobre 2020 con oltre il 90% dei voti. Attivisti politici sono spesso rapiti o costretti all’esilio all’estero. Il potere politico e la ricchezza sono concentrati nelle mani della famiglia presidenziale che monopolizza qualsiasi asset strategico. Il tessuto economico e infrastrutturale è ancora pressoché inesistente, ma la presenza di importanti risorse come alluminio, oro, argento, carbone, acqua, petrolio e gas rendono il Paese un interessante beneficiario per scambi di cooperazione internazionale. Nel 2020, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha investito in Tajikistan 839 milioni di dollari per 135 progetti di sviluppo.

Dalle licenze estrattive fino anche alle scuole guida, tutto, in Tajikistan, appartiene alla famiglia al potere e alla sua ristretta cerchia di accoliti. Anche il settore bancario ricade sotto il controllo diretto del regime e diversi istituti di credito hanno legami diretti con l’elite al governo. Per rimanere sul mercato l’imprenditoria privata è costretta a ingraziarsi la famiglia presidenziale. Chi diventa troppo ingombrante «subisce un acquisizione, viene inglobato, o viene semplicemente  rimosso», spiega un economista tajiko a Occrp.

L’utilizzo di piccole violazioni tecniche per esercitare pressione nei confronti di persone sgradite è una pratica comune in Tajikistan, spiega Edward Lemon, analista esperto del Paese: «In Tajikistan l’anticorruzione è, per sua natura, discriminatoria – afferma -. Quasi tutte le banche effettuano transazioni che possono in qualche modo violare le intricate norme bancarie del Paese. Nella maggior parte dei casi gli viene comunque concesso di rimanere in attività».

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L’intesa con il genero del Presidente

Nel giugno 2018, a un anno dall’inizio dello scontro tra le fondatrici di Imon e il governo tajiko, Trani vola a Dushanbe, capitale del Paese, per un incontro che cambierà le sorti della banca di microcredito. Parlerà infatti con Jamoliddin Nuraliev, vicepresidente della Banca nazionale tajika, considerato il vero deus ex machina delle politiche monetarie e bancarie del Paese. Trani dice di non avere «alcuna relazione personale o professionale con Nuraliev», aggiungendo inoltre di averlo incontrato solamente «per il ruolo ricoperto alla Banca Nazionale del Tajikistan».

Due settimane prima della visita, a Dushanbe era venuto il presidente bielorusso Lukashenko. Tra Minsk e il Tajikistan, infatti, c’è una forte cooperazione bilaterale, in particolare nel settore agricolo, il principale motore dell’economia tajika. A testimoniarlo è proprio una visita dello stesso Lukashenko ai capannoni della Agrotechservice, azienda tajika che assembla e rivende macchinari agricoli, finanziata dalla BERS in seguito a un accordo siglato tra i due Paesi nel 2014.

Secondo quanto riferito agli altri azionisti della Imon dallo stesso Trani, durante la visita istituzionale in Tajikistan il dittatore bielorusso, attraverso il suo ministero degli Esteri, avrebbe trovato il tempo anche per organizzare il meeting di Trani con Nuraliev.

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Vincenzo Trani con il Ministro degli Esteri della Bielorussia, Vladimir Makei, nel luglio 2013

Nel corso della discussione, Trani esterna il proprio interesse a ottenere una posizione più consistente dentro Imon, di fatto mettendo alla porta l’azionista di maggioranza, la Imon Foundation. La proposta incontra il favore di Nuraliev, che si dice pronto a sostenere il tentativo di Mikro Kapital di acquisire una quota maggioritaria.

L’imprenditore, così, propone alle due fondatrici Makhkamova e Sharipova di rilevare le loro quote in Imon International ad un prezzo pari alla metà del valore nominale delle azioni. L’offerta viene rispedita al mittente, ma Trani insiste con una nuova accusa di irregolarità, forte del sostegno della Banca centrale tajika: sostiene che non sia stata fatta una adeguata verifica su uno dei clienti di Imon il quale avrebbe spostato somme ingenti in una ventina di società tra Cina e Hong Kong.

La verifica degli organismi interni della stessa Imon confermano la mancanza della adeguata due diligence sul cliente, ma non configurano l’operazione come riciclaggio. Tuttavia per Trani l’episodio rappresenta la prova della cattiva gestione delle due fondatrici e per la Banca nazionale un buon pretesto per far fuori le due dirigenti invise al regime.

L'uomo a Mosca

Vincenzo Trani, trasferitosi a Mosca dall’inizio degli anni 2000, gestisce un mini-impero che si dipana nell’Est Europa e in Asia Centrale lungo gli assi di politica e affari. Oltre ai ruoli istituzionali, l’imprenditore ha stretto negli anni relazioni importanti. È infatti vicino al politico Pavel Borodin, vecchia conoscenza del governo russo fin dai tempi di Boris Yeltsin e più recentemente a capo dell’Unione Russia-Bielorussia, un ente sovranazionale che facilita scambi economici e politici tra i due Paesi. Anche in Italia ha amicizie di rilievo: dall’ambasciatore Pasquale Terracciano all’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei Vincenzo Amendola (per un breve periodo, prima di assumere l’incarico, membro del consiglio di vigilanza di una delle sue società con sede in Lussemburgo). 

Il capitale di relazioni è stato fondamentale anche per le fortune imprenditoriali di Trani. In Russia, negli anni, è stato in grado di richiamare investitori importanti. Ad esempio, la VTB, potente banca di Stato russa controllata direttamente dal Cremlino e da giugno azionista dell’azienda di car-sharing di Trani, la Delimobil.

Ma Vincenzo Trani è innanzitutto il proprietario di Mikro Kapital, un network di società che si occupano di microcredito, ovvero la concessione di piccoli prestiti. Sebbene la sede legale di Mikro Kapital sia in Lussemburgo, le sue attività commerciali sono concentrate principalmente in Russia, nell’Europa dell’Est e in Asia Centrale. Il modello di business di Mikro Kapital è relativamente semplice: la holding lussemburghese si finanzia emettendo bond che vengono acquistati da investitori nell’Europa Occidentale, allettati da cedole sopra la media. Anche il Vaticano aveva sottoscritto bond dell’azienda lussemburghese per 6 milioni di euro, già rimborsati nel 2019. I soldi raccolti dagli investitori vanno poi a finanziare i micro-prestiti elargiti dalle numerose filiali di Mikro Kapital. 

Il precedente: la scalata a Petroneft

La scalata a Imon International ricorda un’altra operazione in cui Trani sembra aver giocato un ruolo determinante. Nel mirino quella volta c’era Petroneft Resources, compagnia petrolifera con sede in Irlanda e diverse licenze esplorative in Siberia. Bisogna riavvolgere il nastro a marzo 2014, quando scoppia lo scontro tra l’allora dirigenza e Natlata Partners, principale azionista. Natlata è un veicolo d’investimento con sede alla Isole Vergini Britanniche controllato da Maxim Korobov, ex deputato di Russia Unita – il partito di Vladimir Putin – eletto per tre volte nella regione di Tomsk, la stessa in cui Petroneft ha i suoi interessi commerciali. 

Con una serie di comunicati infuocati Natlata attacca il consiglio d’amministrazione della compagnia petrolifera irlandese, accusandolo di non aver fatto fruttare gli asset in Siberia.  Ma l’ex politico russo non esige solo la cacciata di cinque membri del CdA. Cerca infatti di ottenere anche il controllo della maggioranza assoluta di Petroneft. In tutta risposta, il CdA della società irlandese accusa Korobov di voler ottenere il controllo di Petroneft al risparmio e invita gli altri azionisti a bocciare la proposta di Natlata nel corso della prossima assemblea generale. Le risoluzioni proposte da Natlata vengono rigettate

Korobov però non demorde ed è qui che scende in capo un veicolo offshore nelle mani di Vincenzo Trani. Non è chiaro quale sia il legame tra l’ex politico russo e il finanziere italiano, né cosa abbia spinto quest’ultimo a buttarsi nell’affare. Trani sostiene di non conoscere Korobov.

A partire dal terzo trimestre del 2014 un’anonima società con sede alle Isole Marshall, General Invest Overseas, inizia a rastrellare azioni di Petroneft, arrivando a controllare fino a circa il 10% del capitale. Trani ha confermato a IrpiMedia di esserne il beneficiario ultimo ribadendo ancora una volta di non conoscere Korobov.. 

Dopo aver consolidato la propria posizione nell’azionariato di Petroneft, General Invest Overseas porta avanti una battaglia parallela – ma di fatto identica – a quella di Natlata. Trani ricorda che all’epoca non era soddisfatto della gestione dell’azienda. 

Quando nella primavera del 2016 Maxim Korobov torna alla carica, spingendo per la rimozione del CdA, General Invest gli dà manforte. La dirigenza di Petroneft risponde con una «nota restrittiva», ossia il congelamento di quote e posizioni nel consiglio di amministrazione fino alla fine della crisi interna. Il presidente della società scrive che Petroneft «non è mai stata in grado di ottenere risposte soddisfacenti in merito al fatto che non ci sia un’azione di concerto  tra General Invest e Natlata», In altre parole, il timore è che le due società facciano cartello per acquisire Petroneft in toto. Al board non risultano infatti persone fisiche a cui collegare la General Invest Overseas. 

Due settimane più tardi, quando le restrizioni vengono rimosse, General Invest Overseas chiede la convocazione di un’assemblea straordinaria, chiedendo nuovamente la sostituzione di cinque membri del CdA. Una delle due persone che la società delle Isole Marshall propone come nuovo consigliere è l’avvocato romano Antonio Giuseppe Pititto, che su Linkedin si definisce «direttore legale» di Mikro Kapital e per diversi anni associato di Carnelutti Russia, studio legale fondato da Trani. Alla fine l’assemblea straordinaria, dove si sarebbe dovuta discuterà la nomina di Pititto, non avviene. Trani sostiene che Pititto non abbia mai avuto nessun ruolo dentro Mikro Kapital, né come legale né con altre posizioni.

A risolvere la crisi è l’accordo tra Natlata Partners e la dirigenza di Petroneft, che si piega alle richieste di Korobov: General Invest Overseas, ha mantenuto poi  il proprio investimento in Petroneft fino a metà 2018.

La resa dei conti avviene nel novembre 2018, nel corso di un incontro del consiglio di amministrazione di Imon. Insolitamente, il meeting si tiene nella sede di Mikro Kapital a Mosca, con la partecipazione di Vincenzo Trani, sebbene in quel momento non sia un membro del CdA. Il direttore generale di Imon viene sollevato dall’incarico con effetto immediato e sostituto da un uomo di fiducia di Trani, Aleksandr Eryomin, che in Tajikistan ha già lavorato sia con Nuraliev sia in un progetto della BERS nel 2017. Una delle fondatrici di Imon, Sharipova, viene rimossa dal ruolo di presidente del CdA.

I cambiamenti proposti da Mikro Kapital ricevono l’approvazione anche di tutti gli altri investitori internazionali – BERS, FMO e Triple Jump – tranne uno. Terminato l’incontro, Eryomin e Nikolas Drude, il rappresentante della BERS dentro Imon, volano immediatamente a Dushanbe e assumono il controllo della banca

I cambiamenti proposti da Mikro Kapital ricevono l’approvazione anche di tutti gli altri investitori internazionali – BERS, FMO e Triple Jump – tranne uno. Terminato l’incontro, Eryomin e Nikolas Drude, il rappresentante della BERS dentro Imon, volano immediatamente a Dushanbe e assumono il controllo della banca. Drude non ha risposto alle richieste di commento di Occrp

Con l’ingresso di Aleksandr Eryomin in qualità di direttore generale la pressione politica nei confronti delle fondatrici di Imon si intensifica. La banca dà mandato a Deloitte di compilare un report segreto che indaghi sulla vita privata di Makhkamova e Sharipova, compresi dettagli sulle loro abitazioni, sulle famiglie e sui loro spostamenti. Nessuna informazione di particolare rilevanza viene svelata, ma il dossier viene inviato in forma anonima alle due fondatrici in quello che sembra essere un tentativo di intimidazione.

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Insieme al vecchio management, le due fondatrici provano a passare al contrattacco, facendo appello agli investitori internazionali e, soprattutto alla BERS. Trani risponde nuovamente facendo leva sui legami con la banca centrale: nel maggio 2019 invia una lettera a Nuraliev nella quale chiede un «intervento ulteriore» nei confronti delle fondatrici di Imon. Anche gli altri azionisti esteri mandano una missiva alla Banca Nazionale, insistendo su l’impossibilità a «coesistere con l’azionista di maggioranza, la Imon Foundation». In pratica, mettono la banca centrale di fronte a un ultimatum: se non escono loro, ce ne andiamo noi.

Trani: nessuno ha costretto a vendere (la banca tajika) a Mikro Kapital

Le repliche di Bers, Mikro Kapital ed Eryomin

Dopo essere stati contattati nei giorni scorsi da Irpimedia e Occrp con una serie di domande sull’operazione, la BERS e Mikro Kapital hanno pubblicato un comunicato congiunto nel quale fanno sapere che «la transazione è stata perfezionata nella piena osservanza delle norme locali, delle rispettive scelte aziendali dei soggetti coinvolti e dello statuto della società (la banca tajika, Imon, ndr)».

«Gli azionisti compratori – continua il comunicato – condannano fortemente i tentativi da parte di soggetti terzi di minare la transazione concordata tra tutti i soggetti coinvolti formulando accuse senza fondamento attraverso rappresentazioni errate degli eventi degli ultimi anni». Vincenzo Trani aggiunge inoltre che «nessuno ha costretto a vendere (la banca tajika) a Mikro Kapital».

Rispondendo alle domande di Occrp, Eryomin, il quale dice di aver partecipato alle riunioni preparatorie alla scalata di Imon, ha dichiarato che «l’asserita cooperazione tra Trani e Nuraliev è priva di fondamento». Ha specificato che «le informazioni fornite nella richiesta di commento non sono basate sui fatti, ma rappresentano la posizione di un certo gruppo di azionisti di Imon International, presentate esclusivamente nel loro interesse di parte ed estremamente faziose».

Aleksandr Eryomin (al centro) taglia una torta decorata con il logo di Imon – Foto: Imon International’s Facebook Page

Nel maggio 2019 la Banca nazionale coglie l’ultimatum di BERS, Mikro Kapital, FMO e Triple Jump e fa la mossa decisiva: qualche mese più tardi emette un’ordinanza che obbliga formalmente la fondazione a cedere le proprie quote in Imon. Inserita all’interno di un documento che delinea i provvedimenti presi per allineare il sistema bancario tajiko al quadro normativo Basilea III, la clausola sembra cucita su misura per risolvere, in modo drastico, l’affare Imon: tutte le associazioni non profit di microfinanza che hanno interessi in istituti bancari devono vendere le azioni entro tre mesi.

Oggi la Fondazione ha ricevuto 5,4 milioni di dollari per il 43% di Imon. Otto anni prima, la BERS e FMO avevano pagato un milione in più per il 25% di una banca che all’epoca aveva un volume d’affari minore

Makhkamova e Sharipova chiedono tempo per trovare un nuovo acquirente, ma la controparte non vuole sentire ragioni. Alla fine sono costrette ad accettare l’offerta di acquisizione presentata congiuntamente da Mikro Kapital e dalla BERS.

L’affare viene chiuso nel marzo 2021, la procedura di acquisizione si completa il 22 giugno: Trani assume il controllo del 43% di Imon, mentre Bers e FMO salgono entrambe al 17,9% dell’azionariato. A oggi le due fondatrici restano nella lista dei soci presente sul sito di Imon, seppur con quote minoritarie e senza diritto di voto. A ottobre 2020 un report di un consulente esterno della vecchia dirigenza valutava negativamente i numeri della Mikro Kapital. Il documento parla di una possibile valutazione eccessiva di alcuni asset strategici, oltre che di una gestione opaca dei passaggi di denaro all’interno del gruppo.

La definizione: Basilea III

Il quadro normativo detto Basilea III è un insieme di norme varate nel 2011 per rendere più stabile il sistema bancario internazionale. L’obiettivo era costruire regole comuni per scongiurare un nuovo fallimento come quello della banca Lehman Brothers, avvenuto nel 2008.

Per gli investitori internazionali è un colpo grosso. I termini dell’affare fanno capire quanto Imon sia stata svalutata dalla lotta intestina e dalle pressioni politiche: oggi la fondazione ha ricevuto 5,4 milioni di dollari per il 43% di Imon. Otto anni prima, la BERS e FMO avevano pagato un milione in più per il 25% di una banca che all’epoca aveva un volume d’affari minore.

La Banca europea ha giocato la sua partita a favore di Alternative Fund allo scoperto: nell’ultima tranche di finanziamento a Imon, un aumento di capitale da 1,5 milioni di dollari approvato il 23 ottobre 2020, scrive chiaramente che tra gli obiettivi del progetto c’è «incoraggiare l’investitore privato, Alternative Fund, ad acquisire la maggioranza delle quote». La BERS si è sempre giustificata sostenendo che l’operazione fosse necessaria per rispettare i requisiti imposti dalla banca centrale tajika.

«Gli azionisti hanno sempre agito in buonafede nello sforzo di rispettare le ordinanze emesse dalla Banca Nazionale del Tajikistan», ha dichiarato il portavoce della BERS Usmanov.

Ma un ex dirigente della banca europea, che ha chiesto di rimanere anonimo, trova la spiegazione deficitaria: «Certo, sulla carta hanno dovuto farlo per seguire le normative, ma solitamente lavoriamo con le autorità per assicurarci che ci sia il rispetto delle regole. Qui chiaramente non è andata così».

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli Matteo Civillini Ilya Lozovsky

In partnership con

Editing

Luca Rinaldi

Foto

Dushanbe, Tajikistan – Ronan Shenhav/Shutterstock

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