#OperazioneMatrioska

Lavanderia Italia, il sistema finanziario parallelo in mano agli oligarchi – Il fronte finanziario
Come è nata e come si è sviluppata la lavatrice di denaro sporco che ha sostenuto il potere finanziario dei potenti di Russia, anche in Italia
09 Aprile 2020
Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

Yacht, ville, vestiti d’alta moda, mobili di pregio, macchinari per l’industria, viaggi, noleggio aerei. Alla lista si aggiungono bonifici dalla causale molto più vaga: “fee”, un generico “pagamento”. In tutto si tratta di circa due miliardi di euro di transazioni, dal 2007 alla fine del 2017, tutti destinati all’Italia. Sono i soldi entrati da tre istituti di credito dei Paesi baltici, ai quali arrivano dopo un lungo e tortuoso viaggio che parte dalla Russia.

Il meccanismo è stato ribattezzato dai giornalisti di tutto il mondo “laundromat”, lavatrice, ed è stato possibile ricostruirlo grazie a tre leak attraverso cui fonti interne hanno rivelato la natura dei bonifici arrivati alla Danske Bank di Riga, in Lettonia, alla Troika Diaolog, la più importante banca privata russa, e alla Ukio Bankas, la banca lituana a cui si appoggiava Troika.

Il meccanismo è una lavatrice perché “ripulisce” l’origine del denaro, di transazione in transazione, di garanzia bancaria in garanzia bancaria. I soldi delle banche baltiche infatti arrivano da una moltitudine di società-veicolo offshore: semplici caselle postali, vuote, aperte in aree del mondo dove il regime finanziario è agevolato, dove i soci possono nascondersi dietro trust e restare anonimi, oppure arrivano da sconosciuti istituti bancari la cui unica operazione tracciabile pare essere quella di aver concesso un prestito a qualche società appartenente alla lavanderia. Più aumentano i passaggi di denaro, più diventa complicato risalire all’origine.

Il mondo offshore

Una società offshore ha la caratteristica di essere registrata in un Paese diverso da quello in cui svolge la sua attività. Di solito i Paesi scelti hanno un sistema fiscale particolarmente vantaggioso (come ad esempio Panama, le Isole Vergini Britanniche, le Bahamas, oppure Malta o la Gran Bretagna). Di per sé non è un crimine, ma ricorrere all’apertura di società offshore spesso è un comportamento-spia di qualche reato.

I Paesi dove si registrano le società offshore sono come delle isole del tesoro per i pirati del Settecento: sono luoghi dove è semplice restare anonimi, nascondere il bottino, spesso in posti difficili da raggiungere con rogatorie internazionali. Maggiori sono i passaggi offshore, più è complesso risalire all’origine dei soldi e alla proprietà. Quando una società è anonima solitamente viene gestita attraverso un trust (o una fiduciaria). In pratica si chiede a una società terza di gestire la propria società.

Questa nuova entità avrà i suoi amministratori, che però non sono i veri beneficiari dei proventi della società. Questi, infatti, “di lavoro” amministrano la società per conto terzi. Tale meccanismo è particolarmente diffuso in Paesi dove il diritto societario è di stampo anglosassone.

Un labirinto così tortuoso può servire a nascondere tangenti, riciclare denaro sporco, finanziare partiti in modo illecito o anche solo a eludere i dazi doganali della Russia e aggirare le sanzioni (in minima parte e solo i pagamenti post 2014). È una manifestazione del più alto potere finanziario: accedervi significa essere praticamente intoccabile per le autorità antiriciclaggio, che ancora non sono riuscite a capire davvero cosa sia passato per questi canali in questi anni. Quello che è certo è che alcune società della lavanderia in precedenza sono state coinvolte in una frode che in Europa, ormai, si crede sia stata congegnata proprio da uomini del Cremlino.

L’ha scoperta un avvocato russo, Sergei Magnitsky, lasciato morire in un carcere moscovita nel 2009. Lavorava per William Browder, cittadino americano che in Russia dal 1996 guidava l’hedge fund Hermitage Capital Management. Patrimonio gestito: 4,5 miliardi di dollari.

Sta di fatto che nel 2005 la sua attività inizia a diventare indigesta al Cremlino: il finanziere si sposta a Londra, mentre il suo avvocato Magnitsky resta a Mosca. Nel 2007, dopo vari blitz della polizia negli uffici di Hermitage, il fisco russo pretende da Hermitage 230 milioni di dollari. Il giorno stesso in cui la somma viene versata, i soldi vengono girati dall’erario russo ad altre società, prevalentemente offshore.

#InterferenzeRusse

Perché s’indaga il «capitalismo di Stato» russo

L’analisi di reti e relazioni permette di decifrare equilibri economici e politici interni che hanno riflessi internazionali. Equilibri delicati, come dimostra la perquisizione dell’Fsb a casa del giornalista Roman Anin

È la prima operazione del Laundromat. Un meccanismo che si ripeterà all’infinito lasciando intuire il modo in cui i potenti del mondo sono riusciti a disegnare un sistema economico internazionale che li ha resi immuni da ogni giurisdizione fiscale. La banca che ha avuto il ruolo più importante nel meccanismo della lavanderia è la Danske Bank. In tutto, la banca danese avrebbe movimentato soldi di origine sospetta per circa 200 miliardi di euro.

Chi è Bill Browder

Americano di nascita, britannico di passaporto, Bill Browder a partire dal 1998 ha costruito una fortuna da Londra, città dove si è trasferito, grazie a operazioni finanziarie altamente speculative con la Russia. Oggi è tra i principali nemici di Mosca, ma un tempo è stato tra i suoi principali alleati, in veste di lobbista per visti facili in Gran Bretagna e Stati Uniti, come spiega The Guardian.

La sua strategia in Russia era la seguente, secondo il quotidiano britannico: diventare azionista di aziende controverse, mettere i manager all’angolo muovendo i media e infine capitalizzare riscuotendo a prezzi stracciati azioni di colossi dell’impresa russa. L’investitore sostiene di aver rinunciato alla cittadinanza statunitense perché suo padre Felix, leader del partito comunista negli anni Cinquanta, è stato uno dei bersagli delle campagne antisovietiche del famoso senatore repubblicano Joseph McCarthy. La nuova residenza inglese negli anni in cui la capitale britannica si trasformava in “Londongrad”, il paradiso degli oligarchi dell’alta finanza, gli ha permesso anche notevoli vantaggi sul piano fiscale, come sostiene il The Independent.

È entrato nella lista dei nemici da quando il suo avvocato Sergei Magnitsky ha cominciato a indagare il Laundromat e quando, in prima persona, si è speso come lobbista per introdurre sanzioni contro gli oligarchi di Mosca e da allora è stato fermato dalle autorità russe diverse volte.

Nel 2008 Sergei Magnitsky era riuscito a ricostruire il modo in cui il Cremlino aveva favorito oligarchi vicini a Putin con il denaro pagato dalla Hermitage. Non ci sono sentenze a comprovarlo, ma solo ipotesi investigative ora nelle mani degli inquirenti di mezza Europa.

Investigare a fondo questo tipo di movimenti è però molto difficile, non tanto per la complessità dei meccanismi finanziari, che in fondo sono solo sequenze di trasferimenti bancari di cui esistono tracce relativamente semplici da seguire, quanto per l’enorme livello di privacy concessa da troppe legislazioni in tutto il mondo.

Facendo transitare opportunamente i soldi per giurisdizioni dove i diritti dei capitali sono più forti di quelli delle persone (e ce ne sono molte anche in Europa) si creano degli “schermi” che spesso neppure le forze dell’ordine possono squarciare. Fondi di investimento, società “al portatore”, fiduciarie e fondazioni possono legalmente nascondere a chiunque l’identità delle persone dietro le transazioni. Il risultato è che senza un whistleblower, o una fuga di informazioni dall’interno di uno di questi istituti, questo tipo di casi non verrebbe mai alla luce.

Combattere questi meccanismi però significa aggredire alla radice i privilegi non solo degli oligarchi russi, ma dei super-ricchi di tutto il mondo, che hanno lobby molto potenti a “consigliare” all’orecchio dei governi di lasciar stare il can che dorme.

Facendo transitare opportunamente i soldi per giurisdizioni dove i diritti dei capitali sono più forti di quelli delle persone (e ce ne sono molte anche in Europa) si creano degli “schermi” che spesso neppure le forze dell’ordine possono squarciare

Per la lavanderia russa, naturalmente, queste reticenze si sommano a quelle di natura più prettamente politica e, fino al 2017, nessuno ha voluto davvero fronteggiare la Russia su questo tema.

Mosca dal canto suo, invece che aprire un’inchiesta, nel 2008 ha sbattuto Magnitsky in carcere con l’accusa di frode fiscale, fino al giorno in cui è stato trovato morto, senza mai affrontare un processo (fu arresto cardiaco per le autorità russe).

Nel 2012 l’amministrazione Obama ha emanato il primo Magnitsky Act globale, una serie di sanzioni che hanno congelato i beni e vietato l’ingresso negli Stati Uniti a una serie di oligarchi ritenuti tra i possibili responsabili dell’omicidio dell’avvocato.

Nel 2014 le contromisure nei confronti della Russia sono state rafforzate a seguito dell’invasione della Crimea, territorio ucraino occupato militarmente da Mosca: non solo il Magnitsky Act sugli oligarchi, ma delle sanzioni complessive per indebolire l’economia russa. Da quel momento in avanti, l’ipotesi degli investigatori è che il meccanismo del Laundromat sia servito anche per aggirare le sanzioni.

Nell’agosto 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che né la durata della carcerazione, né il trattamento, né la mancanza di cure riservate a Magnitsky rispettano la Convenzione dei diritti umani. Motivo per il quale la Russia è stata condannata a pagare la cifra simbolica di 34mila euro di risarcimento alla moglie e alla madre dell’avvocato morto in carcere. Secondo Bill Browder, dal 2012 sono 15 i Paesi nel mondo in cui si è cominciato a investigare il Laundromat.

Per la magistratura russa la storia è molto diversa: nessun trattamento inumano, Magnitsky è stato avvelenato da membri di una “gang internazionale” guidata dallo stesso Browder, che da novembre 2018 è sotto accusa a Mosca. Avrebbe ucciso il suo avvocato per difendere se stesso.

La matrioska

Ruben Vardanyan è la matrioska-simbolo della lavanderia italiana. Filantropo, studioso, banchiere, imprenditore, le sue vesti sono infinite. In Italia possiede vigne e ville e ha fatto acquisti di beni di lusso. Sembra che a muovere Vardanyan siano sempre e solo i soldi. Però tra le attività di cui è membro del Supervisory Board e sostenitore c’è il Dialogue of Civilizations Research Institute (Doc), organizzazione molto vicino al Congresso mondiale delle famiglie (Wcf).

Creatore dell’istituzione è Vladimir Yakunin, presidente della società ferroviaria russa dal 2005 al 2015, legato a doppio filo con l’universo pro-life. Non ha mai fatto mistero della sua vicinanza con il presidente russo Vladimir Putin (sottolineata anche dal provvedimento del Tesoro americano con cui è stato messo sotto sanzioni).

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

Illustrazioni

Sofia Chiarini/DataTalk
Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino
Copy link
Powered by Social Snap