#PesticidiAlLavoro

Agricoltori a rischio: il mito dei dispositivi di protezione contro i pesticidi
Il legame tra pesticidi e alcune malattie come il morbo di Parkinson è ormai noto. Tute, maschere e mascherine dovrebbero proteggere gli addetti ai lavori. Usarle però è spesso impossibile e i dati sugli ammalati mancano
16 Febbraio 2022

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli
Francesco Paolo Savatteri

Le prime evidenze scientifiche sono emerse circa vent’anni fa: tumori, linfomi e malattie neurodegenerative possono essere provocati dall’esposizione a fungicidi, insetticidi, erbicidi e a tutti gli altri prodotti chimici che si spargono sui terreni agricoli di tutto il mondo. In Francia, il Paese europeo all’avanguardia nell’approfondimento scientifico sul nesso malattie-pesticidi, l’ultimo studio risale al giugno 2021 e lo firma Inserm, l’Istituto nazionale della sanità e della ricerca medica, una delle principali istituzioni pubbliche francesi che si occupa di ricerca scientifica, salute pubblica, sviluppo tecnologico.

Lo studio si basa sulla revisione di 5.300 documenti e sentenzia: «Considerando gli studi che riguardano figure professionali che manipolano o sono a contatto frequente con pesticidi e che sono a priori i più esposti, gli esperti confermano la forte presunzione di un legame tra esposizione a pesticidi e sei patologie: linfoma non Hodgkin (NHL), mieloma multiplo, cancro alla prostata, morbo di Parkinson, disturbi cognitivi, nonché alcuni disturbi del sistema respiratorio (broncopneumopatia cronica ostruttiva e bronchite cronica)».

«Andate a vedere gli agricoltori che muoiono di morte naturale – invita l’agronomo Carlo Antellini, che di mestiere forma gli agricoltori italiani in merito all’utilizzo corretto dei trattamenti con prodotti chimici -. Sono quelli che stanno in zone dove non si fanno trattamenti». In realtà uno studio italiano complessivo dedicato all’impatto dei pesticidi sulla salute degli agricoltori non esiste, né in Italia, né a livello europeo. L’unica eccezione è ancora la Francia. In Italia però esistono i monitoraggi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sulle tracce di pesticidi in acqua: «In Italia si usano 114.000 tonnellate l’anno di pesticidi, che rappresentano circa 400 sostanze diverse», si legge su Transizione ecologica aperta, dove va l’ambiente italiano? rapporto presentato al Parlamento a dicembre 2021.

Più avanti: «Nel 2019 le concentrazioni misurate di pesticidi hanno superato i limiti previsti dalle normative nel 25% dei siti di monitoraggio per le acque superficiali e nel 5% di quelli per le acque sotterranee». Il dato è ancora più significativo alla luce della considerazione seguente: «La contaminazione rilevata è ancora sottostimata, a causa delle difficoltà tecniche e metodologiche, anche se negli anni l’efficacia del monitoraggio sta migliorando in relazione alla copertura territoriale, al numero di campioni analizzati e alle sostanze cercate».

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L’inchiesta in breve
  • Sono sempre più numerosi gli studi scientifici che collegano alcune malattie, come il morbo di Parkinson, all’uso dei pesticidi in agricoltura.
  • I dati che riguardano gli agricoltori che si ammalano in Europa sono scarsi, così come i numeri sulle malattie professionali riconosciute.
  • In Italia il quadro è di 20 denunce per l’insorgere del morbo di Parkinson e dieci indennizzi riconosciuti per disturbi extrapiramidali e del movimento tra il 2016 e il 2020. In Europa il quadro non è migliore: in Germania si discute da oltre dodici anni se introdurre il Parkinson come malattia occupazionale, in Svezia i casi sono tre negli ultimi cinque anni, in Danimarca non conoscono il problema e in Polonia si riconoscono quasi esclusivamente i morsi delle zecche come infortuni sul lavoro.
  • La soluzione per contenere i rischi sanitari che corrono gli agricoltori è un regolamento europeo sulla carta molto stringente che impone l’impiego di dispositivi di protezione individuale (Dpi).
  • L’uso prescritto dei Dpi è impossibile da seguire in condizioni di lavoro normali: temperature, difficoltà di movimento e costi dei dispositivi spesso producono il riciclo di materiali che dovrebbero essere monouso oppure il mancato impiego di certi indumenti.
  • Studi scientifici come Pestexpo in Francia hanno dimostrato che i Dpi non vengono utilizzati e quando accade, in attività come la pulizia e il trattamento, alla fine producono maggiore contaminazione. Non rappresentano quindi una misura certa di contenimento dei rischi sanitari per gli agricoltori.
  • L’unica soluzione vera è ridurre al minimo i trattamenti con i pesticidi: anche i prodotti naturali hanno un impatto ecologico e sanitario.

“Sottostima” e “difficoltà tecniche” nel tracciamento della contaminazione da pesticidi sono ancora più evidenti quando si parla dell’impatto dei pesticidi sulla vita degli agricoltori. Nonostante l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) sia l’unico ente europeo che – insieme al corrispettivo francese – ammette patologie come il morbo di Parkinson quali malattie professionali legate all’uso di prodotti chimici in agricoltura, l’istituto ha finora raccolto dati molto bassi sia di denunce di Parkinson quale malattia professionale in agricoltura (venti tra il 2016 e il 2020), sia di casi di «disturbi extrapiramidali e del movimento», tra cui il Parkinson (dieci tra il 2016 e il 2020). Nelle tabelle dell’Inail il morbo di Parkinson compare addirittura dal 2008, ma a parte un caso nel 2005, gli altri riconoscimenti della malattia occupazionale, per quanto è stato possibile dimostrare, si sono verificati tra il 2014 e il 2015.

È evidente che si tratti di numeri irrisori per un Paese in cui i lavoratori agricoli – stagionali e non – oscillano tra un milione e un milione e cento mila secondo i dati dell’Inps (a questi vanno poi aggiunti i lavoratori in nero, ovviamente non considerati in queste stime). I malati di Parkinson secondo il Ministero della salute sono circa 230 mila in Italia e l’Istituto superiore di sanità (Iss) indica l’agricoltura come il primo settore occupazionale di rischio.

L’uso di pesticidi in Europa

Raffronto tra la media europea (Ue27), l’Italia e i Paesi membri sull’utilizzo di pesticidi per ettaro su terreno coltivabile dal 1990 al 2019 [Valori in Kg/ha]

Secondo il report dell’Inail sulle malattie occupazionali in agricoltura del 2021 «da alcune ricerche (sugli agricoltori, ndr) sembrerebbe esserci anche un’associazione tra questo tumore (il melanoma, ndr) e l’esposizione a pesticidi». «Numerosi lavori – si legge – hanno indicato che i lavoratori agricoli hanno maggiori probabilità di sviluppare il morbo di Parkinson rispetto alle persone nella popolazione generale e ulteriori indagini suggeriscono che questo rischio sia dovuto all’esposizione a erbicidi tossici, quali il Paraquat, di cui è vietato l’utilizzo in Europa dal 2007».

Eppure nelle slide di un corso del 2016 sull’uso dei fitofarmaci, organizzato dalla Regione Veneto, con dati su Veneto e Trentino Alto-Adige, due delle principali regioni che consumano pesticidi in Italia, si legge: «A una ipotizzata prevalenza di sindromi parkinsoniane in soggetti residenti in aree rurali ed agricole, non corrisponde ancora un adeguato andamento di richieste ad Inail di riconoscimento come malattia professionale».

L'inchiesta
#PesticidiAlLavoro è un’inchiesta collaborativa sulle conseguenze sanitarie per gli agricoltori che impiegano i pesticidi. L’inchiesta è coordinata da Investigative Reporting Denmark e Le Monde. Partecipano Tygodnik Powszechny (Polonia), Ostro (Croatia e Slovenia), De Groene Amsterdammer (Olanda), Ippen Investigativ (Germania), TV2 (Danimarca), Marcos Garcia Rey (Spagna) e The Midwest Center for Investigative Reporting dagli Stati Uniti. In Italia, IrpiMedia è in partnership con Scomodo.

L’unico caso di malattia professionale segnalata nella presentazione, che si concentra solo nell’area geografica di Veneto e Trentino Alto-Adige, riguarda un lavoratore della Val di Non che nel 2015, a 71 anni, si è visto riconoscere il morbo di Parkinson insorto nel 2013 come malattia occupazionale. Aveva utilizzato dal 1965 il Mancozeb, fungicida revocato dalla Commissione europea e dal Ministero della salute nel gennaio 2021, tra le polemiche. Da notare che il prodotto, secondo i dati ufficiali, circola dal 1971 – sei anni dopo il primo impiego rintracciato nel caso del lavoratore della Val di Non – e continua a essere disponibile online.

Stando a diverse fonti sentite tra avvocati, agronomi, sindacalisti, ingegneri che si occupano di ispezioni del lavoro, agricoltori, i motivi di questo risultato spaziano da una mancanza di consapevolezza degli agricoltori, che spesso non rispettano alcune regole sulla gestione dei fitosanitari e quindi non hanno nemmeno interesse a denunciarsi, all’impreparazione di medici del lavoro e patronati, fino alle maglie dell’Inail troppo strette per poter ottenere alla fine il riconoscimento della malattia occupazionale.

In Francia esiste un’associazione delle vittime di prodotti fitosanitari, fondata nel 2011. Tra il 2012 e il 2020 Phyto-Victimes, questo il nome dell’associazione, ha raccolto richieste di aiuto di oltre 540 lavoratori agricoli che temono di essersi ammalati per l’esposizione ai pesticidi. Si tratta per di più di uomini nati tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. In Olanda, l’associazione nazionale di malati di Parkinson ha aperto una linea telefonica destinata a chi lavora nei campi e ha ricevuto circa 130 segnalazioni in un anno. Anche in Italia il Comitato Italiano Associazioni Parkinson si sta muovendo per colmare il vuoto dei dati, chiedendo informazioni ai suoi iscritti, partendo proprio da un censimento preciso delle persone con Parkinson, tuttora non presente, per poi avanzare lungo la strada di supporto e indennizzo a lavoratori e lavoratrici.

Il Parkinson in agricoltura

Numero di casi di disturbi del sistema nervoso (morbo di Parkinson e simili) denunciati e accertati in Italia come malattie professionali in agricoltura

Il quadro europeo

In Francia, dove il morbo di Parkinson è stato inserito tra le malattie professionali nel 2012, i dati dell’Inrs – il corrispettivo francese dell’Inail – mostrano che tra i 2012 e il 2017 sono stati riconosciuti 221 casi di malattia occupazionale: numeri che, per quanto non altissimi, sono molto più grandi di quelli italiani (al ritmo attuale l’Inail ci metterebbe 110 anni per arrivare allo stesso numero di casi approvati). Eppure secondo i dati Eurostat, l’Italia ha circa 900 mila lavoratori agricoli mentre la Francia 700 mila.

In Polonia – dove il comparto agricolo conta 2,3 milioni di addetti – l’ultimo cancro sviluppato sul posto di lavoro, stando ai dati ufficiali, risale a oltre dieci anni fa. Non ci sono mai state intossicazioni da agenti chimici e gli unici infortuni costantemente riconosciuti sono per i morsi delle zecche, che rappresentano l’80% delle compensazioni complessive.

In Germania alcuni documenti governativi ottenuti dai partner tedeschi di questa inchiesta, dimostrano che l’agenzia che dipende dal Ministero del lavoro e che delibera in materia di malattie occupazionale, discute da oltre dodici anni se inserire o meno il morbo di Parkinson tra le malattie provocate dai pesticidi. Senza questa decisione, per ottenere un indennizzo i lavoratori tedeschi devono andare in tribunale. Dal 2010 sono stati 61 i lavoratori agricoli tedeschi che si sono registrati con l’associazione specializzata che si occupa delle assicurazioni SVLFG per ottenere il riconoscimento del Parkinson come malattia occupazionale. Nessuno ci è ancora riuscito.

In Danimarca il sindacato 3F, specializzato sui lavoratori agricoli, dichiara di non aver mai sentito di insorgenze di malattie legate all’impiego di pesticidi. In Svezia, dove gli indennizzi riconosciuti per malattie occupazionali nel 2020 sono stati circa 35 mila, quelli legati all’impiego dei pesticidi sono stati tre negli ultimi cinque anni.

I dispositivi di protezione individuale nella vita reale

Per mitigare il rischio ambientale e sanitario, sia per chi abita vicino ai campi coltivati, sia per i lavoratori, a livello europeo la normativa prevede regole molto stringenti in merito alle modalità d’impiego dei pesticidi. L’Efsa, l’agenzia europea che si occupa della sicurezza alimentare, rivede insieme alla Commissione e agli Stati membri quali fitosanitari introdurre nel mercato e in quali condizioni. Per i lavoratori che trattano i pesticidi, è obbligatorio impiegare dispositivi di protezione indviduale (Dpi): tute, maschere con filtri per la respirazione, guanti, occhiali, stivali, cabine di trattori con speciali sistemi di ventilazione.

In teoria, si dovrebbero conseguire dei patentini per utilizzarli, si dovrebbero acquistare solo da rivenditori autorizzati, si dovrebbe disporre di una documentazione specifica da esibire in caso di controlli, si dovrebbero disporre gli spargimenti solo in alcune finestre temporali. In pratica, specialmente in Italia, c’è un fiorente mercato nero dove circolano anche prodotti teoricamente vietati, i prodotti si acquistano facilmente online, i controlli, troppo bassi, non sono un disincentivo all’incuria nella gestione dei materiali, per quanto tossici.

«Il problema fondamentale è l’utilizzo dei dispositivi di protezione», commenta Carlo Antellini, agronomo della regione della Sabina che si occupa di fare formazione agli agricoltori. Come conferma Tina Balì, Segretaria di Flai Cgil nazionale, all’organizzazione sindacale non risulta che la maggior parte dei lavoratori utilizzino Dpi durante i trattamenti fitosanitari. Al di fuori delle serre, i fitofarmaci vengono sparsi da marzo a ottobre-novembre, un periodo per di più caldo. Quando si indossano certi dispositivi che hanno la caratteristica di essere completamente impermeabili «diventa impossibile starci dentro, ma se sono permeabili si dovrà fare molta attenzione», ragiona Antellini.

Sui pacchi dei semi di mais sono presenti i nomi dei fungicidi (protioconazolo e metalaxil) ma nessuna istruzione per l'uso - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde
Sui pacchi dei semi di mais sono presenti i nomi dei fungicidi (protioconazolo e metalaxil) ma nessuna istruzione per l’uso – Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde

Indossarli rende difficile, se non impossibile, muoversi. Lo confermano gli agricoltori tedeschi, spagnoli, polacchi, francesi, sloveni e croati: i dispositivi di protezione individuale spesso non vengono utilizzati. «Poi molti li riciclano, mentre io puntualizzo e consiglio sempre di farne monouso», aggiunge Antellini. Tra i motivi ci sono anche i costi dei dispositivi, troppo alti secondo Antellini. La pandemia ha avuto l’effetto di contenere almeno il prezzo dei guanti.

In Polonia, se un agricoltore viene scoperto senza Dpi rischia di perdere la pensione. Motivo per cui le denunce nel Paese sono tanto basse: il rischio è che la responsabilità della malattia ricada sullo stesso malato, che però è inadempiente perché non indossa dei presidi sanitari che secondo gli stessi addetti ai lavori spesse volte sono inutilizzabili.

Il silenzio dopo lo studio Pestexpo

Il mancato uso dei Dpi, ormai un dato di fatto sottaciuto per anni, è stato corroborato dallo studio Pestexpo – Pesticides exposure. Cominciato vent’anni fa tra la Normandia e la regione di Bordeaux, lo studio si pone l’obiettivo di osservare sul campo, nel corso del tempo, gli effetti dell’uso dei pesticidi sugli agricoltori. È stato il primo studio che ha saggiato gli effetti reali dei modelli matematici attraverso cui si stima il limite tollerabile dell’esposizione ai pesticidi. Nel 2006 anche il Ministero dell’agricoltura francese ha evidenziato che solo una percentuale intorno al 40% degli agricoltori transalpini usa davvero i dispositivi di protezione personale.

Due ricercatori francesi di Pestexpo, Isabelle Baldi e Pierre Garrigou, nel 2007 hanno pubblicato un documento di segnalazione del rischio, note d’alerte in francese, con l’Università di Bordeaux. S’intitola Dall’inefficacia delle tute per proteggere dal rischio fitosanitario alle carenze organizzative nella prevenzione. Secondo i risultati dello studio, i viticoltori che indossano le tute protettive durante «le fasi di trattamento e di pulizia», cioè quando preparano e applicano i prodotti fitosanitari e quando puliscono le tute dai residui di pesticidi, «sono complessivamente più esposti alla contaminazione di chi non le indossa» rispettivamente di due e tre volte.

I motivi sono diversi e i primi due sono legati da un lato al riutilizzo di materiale che non sempre è pulito nel modo corretto dalle tracce di agenti chimici, dall’altro al fatto che il getto d’acqua sparato sulla superficie della tuta, può defluire verso l’interno, insieme alle tracce di agenti chimici. A questo si aggiunge un terzo elemento: la composizione chimica dei pesticidi permette loro di penetrare qualunque cellula. Il polivinilcloruro (pvc) di cui sono fatti certi grembiuli, per esempio, resiste perfettamente all’acqua, ma non al filtraggio dei pesticidi.

L’Agenzia francese per la sicurezza sanitaria dell’ambiente e del lavoro (Affset) nel gennaio 2010 ha condotto un suo studio per verificare indipendentemente l’efficacia protettiva delle tute. «L’indossare un indumento non garantisce da solo la protezione dei lavoratori», si legge nelle conclusioni. «L’impiego di indumenti protettivi non deve quindi intervenire in sostituzione, ma a completamento di una protezione collettiva e di un’organizzazione del lavoro adeguata», prosegue il rapporto. Da ultimo, il rapporto accenna a quello che ancora non si conosce: «L’adeguatezza (delle performance, ndr) delle tute immesse sul mercato alle sostanze o miscele di sostanze utilizzate in condizioni reali rimane una questione essenziale poiché i prodotti testati sulle tute e indicati sul manuale di istruzioni differiscono dai prodotti utilizzati nel settore, così come poiché le condizioni di laboratorio non riflettono le condizioni reali».

Se in Francia almeno c’è stata una presa di posizione, nel resto d’Europa non è successo nulla. Dopo dieci anni dall’uscita dello studio dell’agenzia ministeriale francese, un gruppo di ricercatori, tra cui Baldi e Garrigou, hanno ripreso i risultati delle loro ricerche sui dispositivi di protezione individuale in un paper dal titolo Revisione critica del ruolo dei Dpi nella prevenzione della rischi legati all’uso di pesticidi in agricoltura, pubblicato sul giornale scientifico Safety Science nel 2019. «Alcuni prodotti pericolosi – scrivono i ricercatori – hanno ricevuto la licenza (per la commercializzazione, ndr) solo perché si dà per assodato che l’impiego di Dpi limiti considerevolmente l’esposizione». Concludono che «senza questa presupposta protezione, sarebbero vietati».

La reazione europea, stavolta, non è tardata ad arrivare. CropLife Europe, lobby che rappresenta a livello europeo i produttori dei fitosanitari e aziende del biotech, ha risposto con una lettera al giornale in cui ha accusato i ricercatori di aver preso «una posizione emotiva», priva di base scientifica, e di essere «esagerati nella migliore delle ipotesi, fuorvianti nella peggiore». CropLife Europe ha negato l’intervista a Le Monde, partner di questo progetto, ma ha fornito alcune dichiarazioni scritte: «Non abbiamo ritenuto che (il paper di Baldi e Garrigou, ndr) presentasse una visione equilibrata», si legge. La ricerca, concludono da CropLife Europe, «ha esagerato i rischi per la salute per gli operatori e enfatizzato eccessivamente l’importanza assegnata in fase di autorizzazione (dei pesticidi, ndr) ai fattori di protezione».

Prodotti naturali ma pericolosi

La poltiglia bordolese, o solfato di rame, è un prodotto che si spruzza per combattere alcune malattie delle piante. Secondo Carlo Antellini è tra i trattamenti tradizionali erroneamente considerati del tutto innocui perché naturali: «Conosco molte persone che hanno avuto il morbo di Parkinson in forma precoce, ma nessuno ha mai correlato la malattia con l’uso di prodotti come la poltiglia bordolese». Sostiene che in tanti ancora facciano resistenza ad ammettere la sua pericolosità. «Il solfato di rame addirittura veniva usato per medicarsi – aggiunge -. Serviva a curare la zoppia delle pecore e così si usava anche per curare per esempio il nervo sciatico infiammato». Il rimedio consisteva nell’immergere nel prodotto direttamente i piedi. «Il rame è un metallo pesante e la forma di assorbimento è, guarda caso, quella cutanea», continua Antellini.

Tra gli effetti oggi riconducibili all’eccessiva esposizione al rame c’è anche il morbo di Parkinson. Il rame come antifungino è tollerato anche nell’agricoltura biologica purché rispetti dei limiti fissati dal Ministero delle politiche agricole. Al di là degli effetti nocivi della salute, infatti può inquinare le falde acquifere.

Ridurre i trattamenti

Vito Merra è un agricoltore biologico di Cerignola, provincia di Foggia. Figlio di agricoltori, si sente appartenere agli ideali di Giuseppe Di Vittorio, lo storico sindacalista, tra i fondatori della Cgil, costretto ad abbandonare la scuola per fare il bracciante dopo che il padre si è ammalato lavorando nei campi. Si sente riconoscente verso chi ha permesso che anche i figli dei lavoratori agricoli potessero andare a scuola: «Questo mi ha consentito nel momento in cui ho deciso di prendere i terreni di mio padre di fare la conversione al biologico», racconta. «Qui siamo in un contesto di 60 mila ettari coltivati, con molte aziende agricole medio-grandi – continua -. Lavorare in queste aziende significava esporsi con molta frequenza all’uso pesticidi che venivano utilizzati da persone scarsamente istruite che certo non avevano nessuna cognizione del pericolo, né tanto meno consapevoli di tutte le precauzioni che ci sono oggi».

Chiama “nemico” le conseguenze sulla salute dell’uso degli agenti chimici: «Per almeno 40-50 anni una generazione ha affrontato a mani nude il nemico: non aveva gli strumenti cognitivi per prendere precauzioni».

Passare al biologico è stata una scelta naturale dopo che Merra ha visto diverse persone ammalarsi, compreso suo zio morto per tumore alla prostata. È una delle malattie che secondo gli ultimi studi è più riconducibile ai pesticidi, insieme al Parkinson. «Chi può dire che un tumore alla prostata o una leucemia siano stati causati o concausati dall’uso di prodotti sul posto di lavoro – si chiede Merra -. Credo che sia abbastanza complicato sul caso singolo ma sui grandi numeri sicuramente si potrebbe trarre qualche conclusione».

Di studi a riguardo, però, non ce ne sono. «Credo che ci sia ancora tanta leggerezza nel gestire questi prodotti e penso che gli agricoltori abbiano bisogno di avere più formazione», aggiunge. Formazione che alla fine dovrebbe portare a cercare di ridurre al minimo indispensabile i trattamenti, anche quelli naturali consentiti nell’agricoltura biologica: «Cerchiamo di non esagerare col rame perché è sì consentito, ma se utilizzato quando non serve produce solo sprechi e inquinamento inutile».

CREDITI

Autori

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli
Francesco Paolo Savatteri

Hanno collaborato

Stéphane Horel (Le Monde)
Marcos Garcia Rey
Eva Achinger (BR)
Daniel Drepper (Ippen Investigativ)
Katrin Langhans (Ippen Investigativ)
Staffan Dahllöf
Nils Mulvad (Investigative reporting Denmark)
Krzysztof Story (Tygodnik Powszechny)
Ante Pavić (Oštro Croazia)
Matej Zwitter (Oštro Slovenia)
Rasit Elibol (De Groene Amsterdammer)
Katharine Quarmby
Gaia Buono, Nicolò Benassi (Scomodo)

In partnership con

Scomodo (Italia)
Le Monde (Francia)
BuzzFeed News (Germania)
BR (Germania)
Investigative reporting Denmark (Danimarca)
Oštro (Slovenia/Croazia)
VSquare (Polonia)

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Foto di copertina

Ed Alcock/MYOP (Le Monde)

Con il sostegno di

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