• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login
irpi media

Uccidere a distanza: la storia dei droni

Dalla fine dell’Ottocento, con Nikola Tesla, si cerca di sviluppare tecnologie capaci di muovere degli oggetti a distanza. Le guerre sono state un acceleratore del loro sviluppo, fino ai giorni nostri

#GameOfDrones

26.01.24

Raffaele Angius

Argomenti correlati

Armi
Guerra
Iran
Israele
Russia
Turchia

Nonostante l’impiego su larga scala di droni in ambito bellico risalga almeno agli anni Sessanta, è dall’invasione russa dell’Ucraina che il mondo ha iniziato a prestarvi attenzione. Questo tipo di dispositivi, più propriamente detti Unmanned aerial vehicles (veicoli aerei senza equipaggio o Uav), sono di fatto degli oggetti comandati da remoto. Nel conflitto in Ucraina svolgono un ruolo sia come armamento sia come “telecamere volanti”, con la funzione sia di mostrare il conflitto in corso sia di sostenere le operazioni militari dei due belligeranti.

L’inchiesta in breve

  • Nonostante se ne parli in particolare dall’invasione russa dell’Ucraina, i droni sono una tecnologia studiata e perfezionata da più di un secolo. A dare risorse e consistenza alla ricerca, come spesso accade, è stata l’industria bellica, che si è interessata dello sviluppo di tali dispositivi solamente dopo che questi hanno iniziato a rispondere alle esigenze dei più moderni campi di battaglia
  • Non solo bombe o mitragliatori: l’impiego dei droni ha nel tempo fornito l’opportunità di perfezionare le tecniche di battaglia, sfruttando tali dispositivi per scopi di ricognizione o per distrarre il nemico e fargli sprecare munizioni: è la logica del “consumo” e del logoramento
  • Oggetti volanti e intimidatori hanno tuttavia anche una enorme capacità psicologica, che ne ha permesso lo sviluppo in chiave propagandistica. Non solo utilizzando i droni per lanciare volantini su un popolo sotto attacco, ma anche per galvanizzare gli osservatori esterni di un conflitto guadagnandone il cuore: è quanto accaduto in Ucraina, che per prima ha trovato il modo di costruire un’intera narrazione di resistenza intorno al concetto di droni
  • Economia e flessibilità sono i principali driver di un mercato che, dagli albori della ricerca scientifica, oggi diventa rilevante non solo dal punto di vista commerciale ma anche diplomatico: è questo il senso di politiche e accordi internazionali, che con sempre maggiore difficoltà riescono ad arginare la produzione di dispositivi mortali che possono essere costruiti anche con componenti di uso comune

Da un lato l’energica resistenza ucraina, capace di riadattare piccoli droni commerciali come quelli che vediamo nei negozi di elettronica, al fine di trasportare granate oltre le linee nemiche quasi come fosse un gioco di abilità. Dall’altra la lenta ma inesorabile capacità di Mosca di riorganizzarsi, prima importando dall’Iran dei piccoli aerei kamikaze e poi convertendo un intero comparto dell’industria, trasformando persino i droni agricoli in dispositivi da ricognizione o bombe circuitanti, come già raccontato da IrpiMedia.

Tutto sembra essere avvenuto negli ultimi anni, mesi addirittura, grazie alla diffusione massiccia – anche a scopi propagandistici – delle operazioni militari sui social network.

Tuttavia, la storia dei droni è ben più lunga di quello che può apparire. Passa da un’innovazione tecnologica concepita centoventi anni fa e da decenni di tentativi di aumentare il grado di separazione che intercorre tra la persona che uccide e quella che viene uccisa. Perché questo, in fondo, è un obiettivo ricorrente del progresso tecnologico applicato alla guerra, come dimostrano ad esempio le camere a gas, che durante la Seconda Guerra Mondiale permettevano al soldato di turno di aprire delle valvole sterminando in un colpo solo decine di persone, senza dover nemmeno sopportare la vicinanza dei corpi che cadevano. Oggi siamo in grado di farlo dall’alto. 

La preistoria dei droni, che vengono dall’acqua

«Il mondo si muove lentamente e nuove verità sono difficili da scorgere», ebbe a scrivere nel libro Sull’incremento dell’energia umana, edito nel 1900, Nikola Tesla, inventore serbo-statunitense, nato nel 1856 nell’Impero austriaco, in una cittadina oggi croata.

È un trattato che rispecchia in pieno lo spirito dell’epoca positivista: Tesla, a un certo punto, si domanda quale possa essere l’evoluzione della guerra e scrive che il progresso porterà «[al]la continua diminuzione del numero di individui impegnati in battaglia» che si tradurrà a sua volta in conflitti trasformati in spettacoli messi in scena da «automi», evitando finalmente gli «spargimenti di sangue». Perché questo avvenga, però, è necessario prima sviluppare delle macchine “autonome” in grado di essere comandate a distanza. Tesla chiama l’arte di costruirle «teleautomatica»: «Nell’applicare [i suoi principi] per la prima volta, scelsi una barca», scrive. 

È il novembre 1898. La guerra ispano-americana, che stabilirà il predominio degli Stati Uniti nei Caraibi, è in corso (si concluderà il mese successivo). Fin dai momenti prima del suo scoppio, i giornali statunitensi temono un attacco alla flotta nazionale per mano spagnola. Secondo molti biografi di Tesla, è in questo clima che l’inventore si dedica a sviluppare un sistema di difesa da attivare a distanza. In una pagina del New York Herald fa pubblicare un’intervista dal titolo: «Tesla dichiara che abolirà la guerra». Il sommario: «Il mago dell’elettricità annuncia di aver perfezionato un’applicazione della corrente che renderà possibile la distruzione di navi da guerra a qualunque distanza da una base operativa».

Tesla ha appena brevettato la sua invenzione: missili comandati a distanza. Saranno 13 i Paesi in cui lo farà. 

Le cronache dalle fiere espositive riportano varie dimostrazioni di Tesla e di altri inventori di sistemi di controllo a distanza. Il prototipo di Tesla è un piccolo apparecchio galleggiante dotato di antenne. Lo aziona da bordo piscina tramite uno scatolotto in cui sono ospitati i comandi per muovere il natante all’interno di una vasca piena d’acqua. È in grado anche di accendere e spegnere delle luci dell’apparecchio, il tutto grazie alle onde radio.

William J. Clarke, invece, durante una dimostrazione, fa saltare in aria da distanza una piccola imbarcazione giocattolo che, non a caso, ha le fattezze di un incrociatore spagnolo.

Nell’ultima decade del 1800, le superpotenze di allora – Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti e Giappone – si sfidano nella corsa agli armamenti navali. L’evoluzione tecnologica ha come primo obiettivo militare il predominio sui mari. Tesla è convinto che tutti vogliano la sua invenzione, eppure resterà a mani vuote. L’applicazione sul campo di battaglia degli apparecchi navali comandati a distanza sembra assurda anche ad alcuni dei suoi colleghi.

Per quanto sia innovativo il radiocomando di Tesla, ancora un’invenzione è da venire prima che si possa parlare di qualcosa di più simile a ciò che oggi intendiamo con la parola “drone” o, più precisamente, Uav: Unmanned aerial vehicle (veicolo aereo senza pilota). Questa invenzione è l’aereo, ovvero quell’apparecchio con le ali, immaginato e costruito dai fratelli Orville e Wilbur Wright, che per la prima volta nel 1903 hanno posto le basi per la conquista umana del cielo. 

Le guerre mondiali: il primo sviluppo per la battaglia

Sono passati quattordici anni dall’invenzione dell’aereo quando, nel 1917, l’ingegnere britannico Archibald Montgomery Low mette a punto il primo sistema radiocomandato in grado di orientare un aereo a distanza. Sono gli anni della Prima guerra mondiale, in cui i dirigibili Zeppelin vengono utilizzati per la prima volta come bombardieri dall’esercito tedesco – con risultati modesti – compiendo anche dei bombardamenti aerei.

Sebbene gli esperimenti di Low non si siano rivelati conclusivi, questo ha permesso di perfezionare tecnologie come il giroscopio: un dispositivo all’epoca analogico che utilizza la gravità terrestre per restare orientato. Proprio i giroscopi – digitali al giorno d’oggi – sono i componenti che permettono di trasformare uno smartphone in una livella o di tenere un drone “dritto” rispetto all’orientamento della Terra.

Archibald Montgomery Low nel suo laboratorio nel 1919 © E. O. Hoppe/Getty

Secondo numerose ricostruzioni, l’importanza delle scoperte di Low non era tanto apprezzata nel Regno Unito quanto in Germania. Berlino temeva la potenzialità della scoperta tanto da aver cercato di assassinare l’inventore ben due volte nel 1915, riportano alcune biografie. Proprio sulla base delle invenzioni di Low, la Germania ha sviluppato il sistema di guida della bomba volante V-1, ribattezzata Hellhound (segugio dell’inferno), madre dei missili da crociera che hanno martoriato Londra, l’Inghilterra e tutta l’Europa Occidentale tra il 1944 e il 1945. 

Per approfondire

#GameOfDrones
Inchiestage

Droni al fronte

01.09.23
Angius, Bagnoli, Coluccini

Sebbene le scoperte di Low, commissionate e finanziate dai Royal Flying Corps – che cambieranno poi nome in Royal Air Force o Raf – non siano state applicate sul campo di battaglia, sono state comunque fondamentali per lo sviluppo dell’industria. Nel 1918 sulla base delle sue invenzioni è stato creato da Elmer Sperry e Peter Cooper Hewitt lo Hewitt-Sperry Automatic Airplane: un aereo senza pilota ideato nel tentativo di abbattere gli Zeppelin tedeschi.

È tra le due guerre che si sviluppano ulteriormente dei velivoli controllati a distanza che servono inizialmente solo per le esercitazioni militari, dato che costano molto meno di velivoli veri e propri. Sono i target drones, gli antenati più vicini a quelli che oggi sono utilizzati in guerra.

L’accordo di Wassenaar e il problema del controllo delle esportazioni

In quanto completamente equiparabile a quello di un’arma o di un mezzo militare, l’impiego di droni è sotteso alle stesse leggi internazionali. Un Uav che sorvola un territorio straniero, senza le dovute autorizzazioni, può essere considerato un atto di guerra o in ogni caso un atto ostile. Il commercio dei medesimi o di componenti atte a fabbricarli, allo stesso modo, è regolato dagli stessi limiti imposti a un fucile o a un esplosivo.

Cosa sia esattamente un Uav e in che modo debba esserne regolato il commercio è stabilito dall’Accordo di Wassenaar, un regime di controllo delle esportazioni di armi convenzionali e di beni e tecnologie del settore convenzionale che possono essere utilizzati per scopi civili e militari. Firmato nel 1996 nella città di Wassenaar (Paesi Bassi), questo accordo dà origine a un’associazione di Stati (33 i Paesi fondatori, tra cui la Francia, la neo-riunita Germania, gli Stati Uniti e la Federazione russa; oggi sono 42) che si impegna a «contribuire alla sicurezza e alla stabilità regionale e internazionale, promuovendo la trasparenza e una maggiore responsabilità nei trasferimenti di armi convenzionali, beni e tecnologie dual-use, evitando così accumuli destabilizzanti», si legge nell’atto costitutivo: «Gli Stati partecipanti cercheranno, attraverso le loro politiche nazionali, di garantire che il trasferimento di questi oggetti non contribuisca allo sviluppo o al miglioramento di capacità militari che possano minare questi obiettivi e che non vengano dirottati a supporto di tali capacità».

A oggi sembra difficile immaginare che questo accordo stia dando risultati significativi: il commercio di armamenti o di componenti per la creazione dei medesimi sembra fiorire, in particolare lungo le linee di separazione dei conflitti più accesi del Pianeta. Da qui ha origine l’iniziativa di gruppi di Stati di intervenire sanzionando i Paesi responsabili di commerciare illegalmente prodotti ritenuti illegittimi. 

Molti dei droni disponibili in commercio e potenzialmente rilevanti in ambito militare sono al di sotto della soglia di controllo prevista dagli elenchi militari e a duplice uso dell’Accordo di Wassenaar. Questo vale anche per molti dei componenti utilizzati per produrli.

Nel contesto dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, gli Stati hanno cercato di risolvere questo problema ampliando la portata delle restrizioni commerciali per includere una gamma molto ampia di droni e relative parti e componenti, tuttavia i controlli si applicano solo se la Russia, l’Iran o la Bielorussia sono l’utilizzatore finale al momento dell’esportazione, come ha spiegato Privacy International a IrpiMedia. 

I prodotti possono ancora essere venduti a utenti finali – come grossisti commerciali – che hanno sede in Stati che non hanno adottato i controlli sulle esportazioni verso Russia, Iran o Bielorussia. Gli Stati Uniti, l’Unione europea e gli alleati stanno cercando di affrontare questo problema anche facendo pressione su un maggior numero di Stati affinché sottoscrivano le restrizioni commerciali nei confronti di questi Paesi, identificando le aziende che agiscono come punti di riesportazione sistematica e sottoponendole a restrizioni commerciali, oppure pretendendo da loro di assumere una posizione più attiva in relazione all’adozione di politiche di vaglio dei clienti – la cosiddetta due diligence.

Come già ricostruito da IrpiMedia, continuano ad arrivare segnalazioni di aziende in Europa o Stati Uniti che forniscono direttamente parti e componenti agli utenti finali in Russia, in violazione delle restrizioni commerciali.

Gli anni Sessanta, i droni diventano “di consumo”

Gli Uav fanno la loro comparsa in scenari operativi durante la Guerra del Vietnam – o Guerra di resistenza contro gli Stati Uniti, secondo il nome in uso nella storiografia asiatica – tra gli Stati Uniti e la Coalizione comunista nordvietnamita. Ma messe per un attimo da parte le ambizioni offensive di simili dispositivi, in questo caso il loro ruolo operativo viene reimmaginato: innanzitutto al fine ricognitivo, grazie alle fotocamere che sono in grado di trasportare. Poi per ingannare i radar nemici. Infine con intenti propagandistici: i droni venivano utilizzati per lanciare volantini sulla popolazione e indurla a capitolare.

«La Guerra del Vietnam è il primo scenario di guerra nel quale si osserva un impiego su larga scala di droni», spiega a IrpiMedia Ivan Zaccagnini, dottorando dell’Università LUISS e della Vrije Universiteit di Bruxelles, nonché autore di numerosi articoli sull’impiego di droni in contesti bellici: «Il progresso tecnologico a quel punto aveva permesso da una parte di migliorare sensibilmente la qualità degli apparecchi e inoltre di capire come poter sfruttare effettivamente questa tecnologia». 

Nel 1973, mentre nel Sud Est Asiatico la guerra è ormai alle battute finali, dall’altro lato del mondo scoppia un altro conflitto: la Guerra dello Yom Kippur, che vede contrapposti Israele e l’Egitto. Insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito, proprio Israele è uno dei Paesi che maggiormente hanno investito in ricerca nel campo dei Uav e il conflitto arabo-israeliano costituisce uno spartiacque sia nelle relazioni tra i due mondi sia nell’impiego di dispositivi senza pilota in un contesto operativo. 

«Israele dimostra per la prima volta l’importanza dell’utilizzo dei droni come decoy (esche, ndr) contro l’Egitto per fargli sprecare il proprio arsenale, in particolare di missili terra-aria», spiega Zaccagnini. Aerei riconvertiti dunque, comandati a distanza, che hanno l’obiettivo di scatenare una reazione del nemico, quando ogni proiettile ha un costo e le scorte non sono infinite. «L’intento era di logorare le difese egiziane e di metterne sotto stress le scorte».

Dona

Sostieni il giornalismo indipendente.
Aiutaci a costruire l’informazione che vorresti avere sempre con te.

Un salto ancora avanti avviene nel 1982 durante la Guerra del Libano, quando la Israeli Air Force ricorre ai droni non più per sprecare le munizioni nemiche e basta, ma anche per rivelare la posizione prima di attaccare. L’operazione della Iaf, chiamata Mole Cricket 19, è entrata nella storia proprio per l’impiego dei droni, utilizzati nuovamente come esca per scatenare il lancio di missili terra-aria siriani, rivelando così la posizione delle postazioni nemiche. Una volta individuate, l’aviazione vera e propria interveniva per eliminare i bersagli.

«La stessa tattica è stata utilizzata nel 2020 durante la Guerra dei 44 giorni, nel Nagorno-Karabakh, quando l’esercito dell’Azerbaigian ha convertito dei vecchi biplani di produzione sovietica in modo da essere condotti da remoto, lanciandoli contro le forze armene», aggiunge Zaccagnini: «Fa riflettere che con uno scarto di quarant’anni si usino ancora le stesse tattiche». 

Il mercato globale di armi volanti del XXI Secolo 

Secondo le rilevazioni dello Stockholm International Peace Institute (Sipri), il valore dell’industria militare nel 2020 ha raggiunto i 1.981 miliardi di dollari, con una crescita del 2,6 % rispetto all’anno precedente. I Paesi in testa per budget militare sono Stati Uniti (778 miliardi), Cina (252 miliardi), India (72,9 miliardi), Russia (61,7 miliardi) e Regno Unito (59,2 miliardi). A questa rilevazione occorre giustapporre lo scoppio l’invasione russa dell’Ucraina e i conflitti che dal Medio Oriente arrivano fino allo Stretto di Hormuz, che hanno contribuito a spingere per maggiori scorte e nuovi armamenti.

Il drone di fabbricazione cinese DJI Mavic 3, largamente in uso fra le forze armate e facilmente reperibile in commercio, si alza in volo. Il freddo limita la durata delle batterie e i droni rientrano da ogni ricognizione con una leggera patina di ghiaccio © Marco Cremonesi

«In questo quadro complessivo, il mercato dei droni da guerra vale intorno ai 10 miliardi di dollari ma si avvicinerà al raddoppio nei prossimi cinque anni», spiega l’esperto. 

Oggi a farla da padrone sono gli Stati Uniti, anche se Washington è da sempre prudente nella vendita delle proprie tecnologie più avanzate. Se finiscono in mano al nemico, «rubare quella tecnologia diventa sostanzialmente più semplice», spiega Zaccagnini. Per questo motivo gli Stati Uniti, prosegue il ricercatore, fanno una serie di controlli molto stringenti prima di esportare certe tecnologie. La storia ricorda come lo sviluppo nasca sempre dall’incontro tra tecnologie diverse. È quanto successo, per esempio, con gli Shaed-136 – i droni kamikaze prodotti dall’Iran e, successivamente, dalla Russia – che nascono grazie allo studio di motori originariamente prodotti da un’azienda tedesca.

A oggi l’industria dei droni iraniani emerge e compete con quella dei Paesi occidentali. Non per quantità o qualità, ma perché il Paese ha consolidato prima di tutto una capacità di produrre droni nonostante le sanzioni internazionali, che cercano di colpire l’approvvigionamento di componenti provenienti dall’Occidente; inoltre Teheran ha coltivato negli anni un’alleanza strategica con Mosca, a cui ha fornito conoscenze e tecnologie per convertire la propria industria di droni agricoli – impiegati per il monitoraggio dei campi e delle colture – in una fabbrica di Uav da ricognizione da impiegare contro l’Ucraina, come già ricostruito da IrpiMedia. 

Nel mezzo del mercato si posiziona una nuova potenza dello sviluppo dei droni militari, la Turchia, con i suoi Tb2, droni modulari che possono essere configurati sia come ricognitori sia come Ucav (Unmanned combat aerial vehicle, nella loro variante armata), che sono diventati protagonisti nella difesa delle linee ucraine in particolare nel primo periodo del conflitto. Col tempo si sono rivelati meno indispensabili, come spiega Volodymyr Valiukh, ufficiale dell’esercito ucraino, alla testata Defense News. «Siamo estremamente grati per i Tb2, ma all’inizio della guerra venivano utilizzati di più e colpivano di più», spiega. Poi sono intervenute le tecnologie anti drone russe, con migliori sistemi di difesa a causa dei quali oggi un Tb2 “sopravvive” per appena mezz’ora prima di venire intercettato o abbattuto, riporta la testata. 

Ma alla Turchia rimane un record assoluto e insolito: dopo il fallito tentativo di acquisto dagli Stati Uniti di aerei F35 – un affare sfumato quando Washington ha scoperto che Erdogan comprava anche tecnologie antiaeree dalla Russia – Ankara ha dovuto rivedere anche i piani per la produzione di una portaerei che avrebbe dovuto ospitare proprio i caccia statunitensi. Sulla scorta del successo guadagnato sul campo ucraino grazie ai Tb2, nell’aprile del 2023 il Paese ha inaugurato e messo in servizio la Tcg Anadolu: la prima nave portadroni del mondo.

Crediti

Autori

Raffaele Angius

Editing

Lorenzo Bagnoli

In partnership con

Privacy International

Foto di copertina

Droni da ricognizione pronti per la fase di collaudo ad agosto 2022 nella regione di Kyiv © Sergei Supinksi

Condividi su

Potresti leggere anche

#OperazioneMatrioska
Inchiesta

L’“emissario di Putin” che prometteva bitcoin agli indipendentisti catalani

11.05.22
Bagnoli
#MediterraneoCentrale
Feature

Il centro di Al-Mabani è chiuso, ma le milizie sono ancora impunite in Libia

21.04.22
Urbina, Galvin
#OperazioneMatrioska
Editoriale

Guerra in Ucraina, la fine dell’Operazione Matrioska?

04.03.22
Bagnoli
#OperazioneMatrioska
Editoriale

Perché s’indaga il «capitalismo di Stato» russo

23.04.21
Bagnoli

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube

Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}