#TheCartelProject

L’omicidio di Regina Martínez, la voce di Veracruz
Un caso irrisolto da otto anni. In carcere c’è un innocente. Le inchieste di una reporter che indagava su politica e corruzione, nel regno dei cartelli della droga
06 Dicembre 2020
The Cartel Project

La giornalista Regina Martínez Pérez, un metro e cinquanta per quaranta chili di peso, per difendersi ha graffiato il suo assassino come una gatta. Il killer è entrato di soppiatto nella sua casa di Xalapa, capitale dello Stato messicano di Veracruz. Ha scassinato la porta di ferro che si apriva sul patio che lei tanto amava; un piccolo angolo di tranquillità che l’ha trattenuta dal trasferirsi in una casa più sicura di quel modesto blocco di cemento, tipico di queste zone del Messico. L’ha sorpresa da dietro, in bagno, hanno ricostruito le perizie. Regina si è dovuta arrendere dopo il colpo che le ha rotto la mascella, sferrato col tirapugni. L’ha lasciata senza le forze di opporsi allo straccio che l’ha strozzata.

Quattro mesi prima dell’omicidio, i suoi nemici le avevano lasciato un avvertimento: qualcuno le era entrato in casa, durante le vacanze di Natale, lasciando la vasca da bagno piena di schiuma e tutti i flaconi di sapone aperto, per farle sapere di avere violato il suo spazio protetto. Non aveva denunciato l’accaduto, però, perché Martínez aveva ormai da tempo perso qualunque fiducia in polizia e sistema giudiziario, dopo tutto quello che aveva visto e raccontato. Aveva paura. Un anno e mezzo prima di essere uccisa, in un articolo pubblicato sul giornale per cui lavorava aveva scritto sotto forma anonima: «Vivo in uno stato di terrore. Chiudo a chiave tutte le porte di casa, non dormo e quando esco controllo sempre se sono seguita».

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Anni dopo l’omicidio di Regina Martínez una squadra di giornalisti da Messico, Europa e Stati Uniti ha ripreso le sue indagini da dove è stata fermata. Il progetto è coordinato da Forbidden Stories, organizzazione francese nata per concludere le storie dei giornalisti assassinati. Questa inchiesta appartiene al Cartel Project, un progetto collaborativo che ha coinvolto 60 giornalisti di 25 media in 18 Paesi. IrpiMedia è partner italiano dell’inchiesta.

Speranza per la giustizia e la verità a Veracruz: ecco cosa incarnava Regina Martínez Pérez, uccisa a 48 anni per il suo lavoro, il 28 aprile 2012. Corrispondente locale per il settimanale Proceso, Regina ha raccontato come i cartelli del narcotraffico, con la complicità della polizia locale e federale, si sono impadroniti dello Stato di Veracruz. I suoi articoli avevano un forte impatto. Pochi colleghi, in Messico, hanno osato rifiutare tangenti o ignorare le pressioni dei cartelli per censurare le notizie. «Quello che la stampa locale non pubblicava, usciva tramite la penna di Regina Martínez nella cronaca nazionale», ricorda Jorge Carrasco, oggi caporedattore di Proceso. Dal 2000, sono 28 i giornalisti assassinati nello Stato di Veracruz. Altri otto sono desaparecidos.

Con la sua lunga costa affacciata sul Golfo del Messico e l’omonimo porto internazionale, Veracruz è un luogo strategico per le attività criminali dei cartelli del narcotraffico. Mulattiere isolate connettono il nord al sud di questa lingua di terra, fornendo facili possibilità di estorsione nei confronti dei migranti; le foreste montagnose sono nascondigli ideali per latitanti; il porto di Veracruz è passaggio importante per le principali rotte che connettono il Nord America all’Europa. Questo Stato messicano, ormai in mano ai boss della droga, è tra i posti più pericolosi al mondo dove fare i reporter.

Ostinata capobanda di un gruppo di indesiderati

Di origini modeste, cresciuta in una famiglia numerosa, Martínez Pérez conosceva Veracruz a menadito. Aveva studiato giornalismo e aveva iniziato a lavorare nel 1980 per una televisione locale, capendo da subito come molti giornalisti fossero pagati dall’establishment per pubblicare solo notizie gradite. Lei, la “chaparrita”, la “passerotta”, appellativo affibiatole per la corporatura minuta, no. Per questo, piano piano, è stata isolata sempre di più. Passava il tempo libero da sola, a casa a curare il giardino. «Il lavoro era la sua vita – ricorda la collega e amica di sempre Norma Trujillo -. Era molto interessata a temi sociali e violazioni dei diritti umani e sapeva essere vicino alla gente; questo era il suo superpotere».

«Il lavoro era la sua vita. Era molto interessata a temi sociali e violazioni dei diritti umani e sapeva essere vicino alla gente; questo era il suo superpotere»
Norma Trujillo

Collega e amica di Regina Martinez

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Ha fatto molti scoop in carriera, le cui conseguenze si riverberano ancora nelle cronache odierne. Nel 2006, tre anni prima dello scoppio dell’influenza suina H1N1, ha svelato le miserabili condizioni in cui vivevano i maiali alla fattoria La Gloria, un piccolo villaggio di Veracruz, da cui è poi partita l’epidemia. Nel 2007 ha denunciato la morte di Ernestina Ascencio Rosario, una donna indigena di 72 anni che sarebbe stata stuprata e uccisa dall’esercito messicano. Il 4 dicembre 2020 il principale organismo che si occupa di diritti umani nelle Americhe, la Commissione interamericana per i diritti umani, ha stabilito che la morte è stata invece provocata da «anemia acuta e ulcere».

Fidel Herrera Beltràn e Javier Duarte de Ochoa, i politici che si sono succeduti dal 2004 al 2016 nel ruolo di governatore dello Stato di Veracruz, sono stati figure centrali delle inchieste di Regina su politica, corruzione e cartelli.

Regina Martinez – Foto: Proceso

Dai primi del 2000, Xalapa – la capitale dello Stato – ha iniziato la sua trasformazione per mano dei cartelli. Impercettibile all’inizio: solo il continuo rumore sordo dei fuoristrada e anonimi signori che compravano bar, casinò e locali a luci rosse.

Nel 2008, il cartello dei Los Zetas esce dall’ombra, riversando per le strade una violenza fino allora sconosciuta. «C’erano sparatorie per le strade a tutte le ore, da quando Fidel Herrera era diventato governatore», ricorda Norma Trujillo, l’amica e collega di Regina, testimone oculare di quei cambiamenti. In quella fase storica «il confine tra i cartelli e chi è in quel momento al governo diventa labile: la polizia non fa nulla per fermare la violenza, al contrario è complice del crimine organizzato».

Martínez ha criticato apertamente Duarte e il suo predecessore Herrera per avere lasciato che lo Stato di Veracruz cadesse nelle mani dei cartelli. Scriveva delle sparatorie, della vera conta dei morti che le autorità cercavano di insabbiare, degli affari di imprenditori locali con politica e cartelli. Era una vera spina nel fianco tanto che nel 2010 il suo nome è comparso su una lista di giornalisti indesiderati, trapelata dal palazzo del governo di Herrera. Martínez ha indagato anche le connessioni di Herrera con la criminalità organizzata e nel 2008 ha scritto che l’amministrazione Herrera era in affari con il cartello dei Los Zetas. Le connessioni di Herrera con il cartello, che si sono concretizzate anche con l’assegnazione di appalti pubblici a Veracruz a società riconducibili al cartello stesso sono emerse anche in un processo negli Stati Uniti che ha portato alla sbarra i riciclatori di denaro degli Zetas.

Dall’ascesa politica di Herrera e Duarte a Veracruz il governo locale aveva organizzato un’unità di spionaggio per controllare i giornalisti, oltre che attivisti e dissidenti, ognuno con un file che conteneva i nomi di familiari, colleghi e luoghi frequentati, oltre che una nota sulle affiliazioni politiche e le preferenze sessuali. «Il governo poteva controllare i cellulari delle persone e sapere, in ogni momento, cosa stessero facendo», conferma un ex funzionario della pubblica amministrazione.

L’unità di spionaggio riteneva che Regina Martínez, la più esperta e carismatica, guidasse un gruppo di cinque giornalisti, meritevoli di “attenzioni extra”: «la banda degli indesiderati», l’ha ribattezzata uno dei componenti, che ha chiesto di restare anonimo per timore di ritorsioni. I cinque coordinavano le pubblicazioni in modo che le notizie uscissero in contemporanea, impedendo alle autorità di individuare un unico responsabile.

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«Nella mia carriera non avevo mai visto una tale alterazione di una scena del crimine»

Laura Borbolla Moreno

Procuratrice federale

El Silva, il capro espiatorio costruito a tavolino

Il 29 aprile 2012, 24 ore dopo l’assassinio di Regina Martínez Pérez, il procuratore locale Amadeo Flores Espinosa è stato incaricato di condurre le indagini per scoprire il colpevole. Quattro giorni dopo, da Città del Messico, è arrivata anche una procuratrice federale, dell’ufficio speciale che indaga i crimini contro la libertà d’espressione (FEADLE), Laura Borbolla Moreno. È la magistrata che ha estradato alcuni dei più grandi criminali del Messico, incluso il figlio di Mayo Zambada – attuale boss del cartello di Sinaloa, una che le inchieste le conduce sul serio.

«Ripercorrere questo caso mi causa un estremo stato di rabbia», dice al Cartel Project senza mezzi termini. A cominciare dalla scena del crimine: la polizia locale ha usato un quantitativo eccessivo della polvere che si sparge sulla scena per raccogliere le impronte digitali. Un errore banale: questa tecnica si insegna nei primi mesi del corso di criminologia. «Non può essere un errore», sottolinea la magistrata. Accusa il capo della polizia locale, Enoc Maldonado, di avere volontariamente ritardato la consegna delle prove, diventate con il tempo inutilizzabili.

«Mi diceva: “Ma certo, signora procuratrice, tutto ciò che vuole” e poi si girava e diceva ai suoi uomini di non darmi nulla», ricorda la pm. Altri oggetti sulla scena del crimine, come ad esempio delle bottiglie di birra, le sono stati consegnati mesi dopo, manipolati. Le due impronte digitali che, con fatica, è riuscita a rintracciare nonostante gli errori della polizia non sono mai state identificate. «Nella mia carriera non avevo mai visto una tale alterazione di una scena del crimine», dichiara Borbolla.

L’abitazione di Regina Martinez dopo l’omicidio / Proceso. Scorri le immagini

Nonostante affiancasse il procuratore locale nell’indagine, Borbolla ha saputo dell’arresto del colpevole dell’omicidio Martínez guardando la televisione sei mesi dopo, come tutti gli altri messicani. Flores, durante una conferenza stampa il 31 ottobre 2012, ha annunciato di avere «risolto con successo il caso dell’omicidio Martínez». Il movente: una rapina finita male. Il killer, diceva Flores, ha già confessato.

«Un perfetto capro espiatorio», secondo Borbolla Moreno. Eccolo, incappucciato e ammanettato e circondato da poliziotti armati fino ai denti: «Alza la testa, imbecille», gli dicevano. Il suo nome è Jorge Antonio Hernández Silva, meglio conosciuto come “El Silva”. Tossicodipendente, alcuni precedenti per piccoli reati, era un’anima dannata che viveva di espedienti.

Mai per un momento le autorità locali hanno indagato questo omicidio come legato al lavoro di Regina. Stando alla ricostruzione ufficiale, infatti, El Silva aveva cercato di derubarla, in compagnia di un amico che secondo le autorità locali era l’amante del ragazzo. Vista la resistenza di Martínez al furto, i due l’avrebbero picchiata e uccisa.

Mai per un momento le autorità locali hanno indagato questo omicidio come legato al lavoro di Regina

«Se ci fosse stata una rapina – evidenzia Borbolla -, in casa ci sarebbe dovuto essere tutto in disordine. Invece non era così e gli effetti di valore come un nuovo lettore cd, una stampante, il portafogli e i suoi orecchini d’oro erano lì».

El Silva ha ritrattato la sua confessione il giorno dopo la conferenza stampa, dicendo in una nota inviata all’autorità giudiziaria di essere stato torturato, bendato, per spingerlo a confessare. Diana Coq Toscanini, avvocata di El Silva, ha cercato invano di farlo scarcerare: «È un 34enne positivo all’Hiv che in carcere finirà per morire – dice -. È il perfetto capro espiatorio».

Veline e inchieste interrotte

Il Cartel Project ha avuto accesso al fascicolo dell’omicidio di Regina, composto da più di mille pagine. Le impronte di El Silva non sono mai state rilevate sulla scena del crimine. L’unica testimonianza che lo “inchioda” è il racconto di una persona che lo avrebbe visto vagare nel quartiere. Un testimone che Borbolla Moreno non è mai riuscita a rintracciare. Come non è riuscita mai ad avere accesso a El Silva da sola. Borbolla – che è rimasta al FEADLE fino al 2015 – si è rifiutata di chiudere il suo fascicolo, parallelo a quello di Flores.

In Messico, la procura federale non ha potere d’influenzare le indagini condotte da quelle statali. El Silva, alla fine, è stato quindi condannato a 38 anni di galera, pur dichiarandosi sempre innocente. Flores oggi è notaio. Contattato dai giornalisti del Cartel Project, non ha voluto commentare la vicenda. «Sta tutto sul fascicolo» sono state le sue uniche parole.

Il Cartel Project ha avuto accesso al fascicolo dell’omicidio di Regina, composto da più di mille pagine. Le impronte di El Silva non sono mai state rilevate sulla scena del crimine

La conferenza stampa di Flores con cui è stato dichiarato chiuso il caso è stata ripresa – tra i primi – dal sito di informazione locale ElGolfo.info, il cui editore, in quel momento era consulente del governo Duarte. L’articolo è stato immediatamente condiviso da 190 bot che l’hanno reso virale. Quegli stessi bot hanno rilanciato anche tutti gli articoli che mettevano positivamente in mostra il governatore Javier Duarte. Erano la macchina della propaganda del governatore, un megafono delle sue veline.

Dopo l’arresto di El Silva, Jorge Carrasco è stato inviato dal settimanale Proceso a Veracruz per provare a capirci di più. Dopo mesi di ricerche, il 14 marzo 2013, ha pubblicato un articolo sulle incongruenze nell’indagine: «Il modo in cui la “verità” è stata costruita – scriveva – sembra un copione scritto male». Da quel momento Carrasco ha iniziato a ricevere minacce di morte. Alla fine, il direttore del giornale ha deciso di impedire che Carrasco o altri reporter continuassero l’inchiesta sull’omicidio della collega: era troppo pericoloso.

«Il modo in cui la “verità” è stata costruita sembra un copione scritto male»

Jorge Carrasco

Inviato settimanale Proceso

Le due ipotesi sul movente

Ci sono due ipotesi sul movente dell’omicidio di Regina. La prima sostiene che la giornalista sarebbe stata uccisa a causa dei contatti con Anonymous Messico, rete informale di hacker che stava raccogliendo informazioni sui cartelli.

La vicenda di Anonymous parte l’anno prima dell’omicidio. Nel 2011, due hacker legati alla rete sono stati rapiti e uccisi dal cartello dei Los Zetas, che poi ne rapisce un terzo. In tutta risposta, Anonymous lancia #opCartel, minacciando di pubblicare tutti i nomi dei membri dei cartelli e dei loro complici. L’ostaggio verrà liberato e #opCartel cancellata perché ritenuta troppo rischiosa.

Stando alle dichiarazioni di due ufficiali dell’intelligence messicana intervistati da Cartel Project, l’hacker rapito avrebbe dichiarato sotto tortura di avere passato informazioni a Regina Martínez Pérez. Oggi entrare in contatto con gli hacker che nel 2011 agivano sotto l’effige di Anonymous è impossibile: «Molti si erano messi a fare hacking for hire (cioè operazioni per conto di terzi, ndr), e poi sono stati eliminati (per ciò che sapevano); altri sono stati uccisi per il loro attivismo», spiega una fonte del settore a IrpiMedia. I colleghi di Proceso non erano a conoscenza di contatti tra Regina e Anonymous.

La seconda teoria, invece, lega l’omicidio a una pubblicazione mai realizzata a cui si ritiene stesse lavorando la reporter. Riguardava le fosse comuni a Veracruz, un tema che Regina seguiva già dal 2009. In quelle tombe, rimaste segrete fino a quel momento, finivano per lo più individui che i cartelli volevano silenziare per sempre: imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo, giovani donne che erano state usate come escort alle feste del potere, dissidenti.

Ci sono due ipotesi sul movente dell’omicidio di Regina. La prima sostiene che la giornalista sarebbe stata uccisa a causa dei contatti con Anonymous Messico, rete informale di hacker che stava raccogliendo informazioni sui cartelli

Regina aveva confidato a un amico di essersi «imbarcata nell’inchiesta più pericolosa di tutta carriera» perché, al di là delle fosse comuni dei cartelli, era convinta di avere scoperto uno scandalo più grande: cimiteri collettivi in cui venivano fatte scomparire persone “scomode” dalle autorità stesse.

Per questo, con il fotografo Julio Argumedo era andata a visitare vari luoghi, compresa una fossa a Palo Verde, vicino Xalapa. «Le tombe erano così piene che traboccavano di corpi», ricorda Argumedo che decide di parlare per la prima volta da allora. Mentre lui scattava, Regina intervistava le persone intente a scavare e determinare l’origine di quei corpi ammassati.

Una prima inchiesta Regina l’aveva pubblicata, con altri colleghi di Proceso, a luglio del 2011. Ma il lavoro non era terminato. Le altre foto sono andate perdute un mese e mezzo dopo l’omicidio di Regina, quando il computer e l’hard-disk del fotografo sono stati rubati.

Secondo le stime ufficiali, tra le 24mila e le 25mila persone sono scomparse a Veracruz durante i governi di Herrera prima e Duarte poi e non si sa quanti di loro sono stati sepolti in cimiteri clandestini.

Una fossa comune a Palo Verde – Foto: Julio Argumedo
Le inchieste sulle fosse comuni oggi

Nel 2015 la giornalista Marcela Turati, co-fondatrice del centro di giornalismo d’inchiesta Quinto Elemento Lab, ha iniziato a mapparli, arrivando a contarne oltre 2mila. Un dato che rappresenta solo la punta dell’iceberg. «In alcune regioni i procuratori sono ancora in combutta con i cartelli – spiega Turati – preferiscono nascondere i corpi che essere trasparenti sui numeri».

Dove Martínez stava indagando già quasi dieci anni fa, a Palo Verde, è stata trovata da poco una fossa comune. Mentre nel 2016 un’altra è stata trovata nel giardino della scuola di polizia di Veracruz. Il segretario di pubblica sicurezza del governo Duarte, Arturo Bermúdez, è stato accusato di aver guidato uno squadrone della morte ma il processo a suo carico – dal 2018 – langue.

Il pericolo di indagare le fosse comuni oggi non è diminuito. La giornalista Marcela Turati e la sua squadra hanno ricevuto ripetute minacce di morte. Mentre lo scorso 9 novembre un giornalista del giornale El Salmantino, Israel Vázquez, è stato ucciso mentre stava indagando la scoperta di resti umani nello Stato di Guanajuato.

I governatori corrotti

Contando anche Regina Martínez Pérez, sono 16 i giornalisti uccisi durante il mandato da governatore di Javier Duarte de Ochoa, cominciato nel 2010. Sei anni dopo, Duarte si è dimesso, dopo essere stato accusato di appropriazione indebita di milioni di dollari di fondi pubblici, riciclaggio e associazione a delinquere. Nel 2018, è stato condannato a nove anni di carcere e una multa da 3mila euro.

Forbidden Stories ha contattato il suo legale per un commento. A rispondere è stato lo stesso Duarte che si trova attualmente in carcere, o meglio, chi in questo momento gli cura la comunicazione sui social. Affidandosi a Twitter l’ex governatore ha fatto sapere che «i giornalisti sono sempre stati rispettati, tanto che i loro articoli sono sempre stati pubblicati senza censure». Allo stesso modo nella giornata del 12 dicembre ha affidato a un lungo tweet la negazione di ogni addebito riguardo la morte di Regina Martìnez.

«Durante i miei anni di servizio – ricorda un ufficiale della DEA in pensione che è stato di stanza in Messico – ho visto vari governatori messicani colpevoli di appropriazione indebita e violenze, ma Duarte li supera tutti».

Ha imparato dal predecessore, Fidel Herrera, un altro importante esponente del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, centro-destra) il partito che ha governato il Messico per oltre 70 anni (dal ‘36 al 2000 ininterrottamente, poi dal 2012 al 2016 con Enrique Peña Nieto).

Martínez non smetteva di ripeterlo nei suoi articoli. Herrera aveva accumulato un impressionante livello di ricchezza per un governatore: un jet privato, 22 auto (di cui una blindata), varie fattorie, un hotel e uno yacht. A suo dire grazie alla lotteria vinta due volte in due anni: quasi sette milioni di dollari nel 2008 e tre e mezzo nel 2009. In realtà, il sistema più probabile con cui si è arricchito è un meccanismo di spartizione delle tangenti, che in Messico viene chiamato “diezmo,” il “decimo”: permette ai governatori di ottenere il 10% di ogni contratto pubblico. La DEA conferma che Herrera l’ha utilizzato largamente.

Javier Duarte de Ochoa, governatore di Veracruz dal 2010 al 2016 – Foto: Proceso

Riaprire il caso Martínez

Il 17 novembre scorso, durante una conferenza stampa, il presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador ha promesso ai giornalisti del Cartel Project di impegnarsi per far riaprire il caso sull’omicidio di Regina Martínez Pérez.

Dopo otto anni la cortina di silenzio è ancora invalicabile. A Veracruz oggi è il cartello Jalisco New Generation Cartel (CJNG) a farla da padrone, dopo avere soppiantato i Los Zetas. Il rischio per i giornalisti resta altissimo al punto che non nominano più i singoli cartelli ma li chiamano genericamente “criminalità organizzata”.

Oggi anno, all’anniversario della morte, si cerca di squarciare il silenzio. La sua amica Norma Trujillo pianta ogni volta una targa al centro della piazza antistante il palazzo del governo con scritto «Piazza Regina Martínez». E ogni anno, le autorità la rimuovono. Anche da morta, Regina dà fastidio.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Antonio Baquero (OCCRP)
Paloma Dupont de Dinechin (Forbidden Stories)
Veronica Espinosa (Proceso)
Nina Lakhani (The Guardian)
Dana Priest (The Washinton Post)
Lilia Saùl (OCCRP)
 

In partnership con

Adattamento

Lorenzo Bagnoli

Foto

Norma Trujillo

Traduzione

Cecilia Anesi

Infografiche

Lorenzo Bodrero
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