Opl 245, fine dei processi per Eni e Shell
Assolte in via definitiva a Milano, incassano verdetti favorevoli anche altrove. Non è stata corruzione internazionale. E la procura generale di Milano dice che «portano ricchezza» alla Nigeria

26 Luglio 2022 | di Lorenzo Bagnoli

Èfinita. Dopo otto anni dall’inizio delle indagini sul modo in cui Eni e Shell hanno ottenuto la licenza petrolifera nigeriana denominata Opl 245, il procedimento penale aperto a Milano si è chiuso con la definitiva assoluzione con formula piena di tutti gli imputati (15, tra i quali le due società e i loro top manager). La presunta corruzione internazionale ipotizzata dai pm non esiste per quanto è stato possibile accertare dal Tribunale. Gli intermediari Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, condannati in primo grado nel filone d’inchiesta con rito abbreviato, sono stati assolti nel giugno 2021, quando è stato ordinato anche il dissequestro di 98,4 milioni del primo e 21, 18 del secondo.

La procuratrice generale di Milano Celestina Gravina il 19 luglio ha deciso di rinunciare all’appello presentato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, titolare dell’inchiesta, per rivedere l’assoluzione decisa il 17 marzo 2021. Quella sentenza, di conseguenza, diventa definitiva. Le parole con le quali la procuratrice ha chiuso la vicenda sono state irrituali a conferma del clima avvelenato che si respira nel palazzo di giustizia di Milano dalla fase conclusiva della stagione del procuratore capo Francesco Greco.

Le inchieste di IrpiMedia

#TheNigerianCartel è la serie di IrpiMedia che indaga sul sistema di potere che governa la Nigeria, tra imprenditori del settore petrolifero e politici. L’inchiesta è cominciata con un viaggio a Lagos e nello Stato di Bayelsa, nel gennaio 2020. Dentro questa serie IrpiMedia ha approfondito il caso Opl 245 in partnership con ReCommon, una delle ong che ha depositato l’esposto dal quale è poi partito il processo milanese. Opl245Papers.org è il sito dove sono stati raccolti tutti i documenti del procedimento penale.

Il colonialismo e la «maledizione delle risorse»

Celestina Gravina, nella sua requisitoria, è stata durissima con i colleghi che hanno condotto l’inchiesta, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Le critiche della procuratrice generale ai colleghi sono soprattutto legate alla decisione di De Pasquale e Spadaro di non rendere disponibile al Tribunale un video (depositato poi dai legali della difesa Eni) in cui l’imputato che ha parlato della tangente per Eni, Vincenzo Armanna, giudicato non credibile dalla corte, discuteva un piano con l’ex legale esterno della società, l’avvocato Piero Amara, l’«inquinatore di pozzi» che ha messo in circolazione la teoria dell’esistenza della Loggia Ungheria, di un piano per scaricare «una valanga di merda» sul Cane a sei zampe (qui i dettagli).

Secondo la lettura dei giudici del primo grado e di Gravina, quell’omissione è stata gravissima. «Non c’è prova di nessun fatto rilevante in questo processo – sono state le parole della procuratrice -. Gli imputati che hanno patito un processo lungo otto anni hanno diritto di vedere cessare immediatamente questa situazione che in questo momento è contra legem rispetto alle indicazioni di regolarità formale del processo, di economia processuale, di durata ragionevole». Ha criticato le richieste di confisca ai danni degli imputati, basate su «una idea vaga». Ha definito gli elementi di prova «chiacchiere e opinioni generiche che toccano i governanti degli ultimi dieci anni in Nigeria». Ha sostenuto che, come «le potenze coloniali tracciavano i confini senza sapere cosa c’era sotto», così il pm ha «imposto» la propria linea, volendo scegliere «al posto di organi democraticamente eletti», cioè il governo della Nigeria e i suoi ministri.

Le due società, secondo Gravina, avrebbero «fatto la ricchezza della Nigeria» anche con non meglio precisati «tributi di sangue» e invece in aula sono state accusate di avere un atteggiamento predatorio nei confronti della Nigeria.

Nelle aule di tribunale di Milano dove si è celebrato il processo per Opl 245, accusa e difese hanno reciprocamente dato una lettura del fenomeno della corruzione in Nigeria e del ruolo delle società petrolifere, come se fosse materia da tribunale e non da storici o analisti. Più che dare un giudizio sugli effetti delle concessioni esplorative nigeriane alle società dell’oil&gas di tutto il mondo, infatti, a Milano si doveva capire se la licenza Opl 245 era stata ottenuta con una tangente pagata dalle società petrolifere.

Questa era l’unica domanda rilevante e la risposta ottenuta è stata no, la mazzetta non è mai esistita.

Tuttavia Gravina nella sua requisitoria, seppure in direzione opposta, esce anche lei dai limiti del processo giudiziario. Sostenere infatti che i soldi delle compagnie petrolifere siano serviti a rendere la Nigeria un Paese ricco è un giudizio non richiesto e che va al di là del merito del caso Opl 245. Il verdetto finale del processo di Milano, infatti, non archivia automaticamente i procedimenti su Goodluck Jonathan, Diezani Alison-Madueke e Mohammed Adoke Bello – presidente, ministra del Petrolio e ministro della Giustizia della Nigeria all’epoca della trattativa con le multinazionali europee (non indagati a Milano) – che sono in corso in Nigeria e che riguardano diversi presunti casi di corruzione.

Procedimenti orientati da motivi politici, visto che sono stati intentati da quando è cambiato il presidente in Nigeria, nel 2015? Forse. Questo però non vuole dire che i sospetti siano infondati.

Già dagli anni Novanta ci sono accademici che definiscono le ricchezze petrolifere della Nigeria e di altri Paesi «la maledizione delle risorse»: «Coniato per la prima volta dal professor Richard Auty nel 1994, il termine si riferisce all’incapacità delle nazioni di utilizzare la loro ricchezza inaspettata per migliorare la sorte della loro popolazione e rafforzare le loro economie – si legge in un articolo del Guardian -. La ricchezza di risorse naturali invece che il positivo sviluppo economico porta in una nazione corruzione e povertà, e, controintuitivamente, questi Paesi che ne dispongono finiscono con una crescita e uno sviluppo inferiori rispetto a quelli senza risorse naturali».

Le ricchezze confiscate a Diezani Alison-Madueke

Diezani Alison-Madueke ha avuto una carriera straordinaria. È stata presidente dell’OPEC, il club dei Paesi produttori di petrolio (2014-2015) e ministra della Nigeria. La carriera nel pubblico è stata la prosecuzione di quella imprenditoriale, cominciata alla Shell. Una donna di potere. Dal 2017, però, è al centro di una serie di indagini internazionali quale volto della corruzione del governo di Goodluck Jonathan. Il ministero della Difesa americano scrive nel 2017: «Dal 2011 al 2015, gli uomini d’affari nigeriani Kolawole Akanni Aluko e Olajide Omokore hanno cospirato con altri per pagare tangenti all’ex ministro nigeriano per le risorse petrolifere, Diezani Alison-Madueke, che ha supervisionato la compagnia petrolifera statale della Nigeria. In cambio di questi vantaggi impropri, Alison-Madueke ha usato la sua influenza per indirizzare contratti petroliferi redditizi a società di proprietà di Aluko e Omokore».

I reati contestati sono per oltre 100 milioni di dollari. La Economic and financial crime commission (EFCC – una sorta di Guardia di finanza della Nigeria) tra il 2017 e il 2022 le ha confiscato appartamenti di lusso e gioielli e un iPhone d’oro, beni dal valore superiore anche in questo caso ai 100 milioni di dollari. Diezani non si trova più in Nigeria, dove è ricercata, e secondo l’inchiesta di Al Jazeera Diplomats for sale non appena iniziate le indagini nei suoi confronti, nel 2015, ha ottenuto dal primo ministro di Dominica Roosevelt Skerrit un passaporto diplomatico con il quale avrebbe potuto ottenere l’impunità.

Anche nel caso della licenza Opl 245 ci sono prove che i soldi non siano finiti nelle casse dello Stato: nelle motivazioni della stessa sentenza di assoluzione con formula piena di tutti gli imputati passata in giudicato dopo il mancato appello della pg Gravina si legge che il tribunale ritiene accertato che tra i beneficiari dei soldi per l’acquisto di Opl 245 ci siano pubblici ufficiali nigeriani («questo giudice ritiene provato, sulla base delle prove dichiarative e documentali illustrate, che anche il generale Aliyu Mohamed GUSAU – ex consulente presidenziale per la sicurezza nazionale, ndr – sia entrato in possesso di parte del prezzo ricevuto da (Dan) ETETE – primo proprietario della licenza, ndr – per la cessione di OPL 245 e ne abbia disposto a fini privati») e manager di Eni «abbiano progettato e verosimilmente realizzato […] il piano criminoso di incrementare il prezzo pagato da ENI in modo da ottenere […] la restituzione in nero di una consistente somma di denaro, nell’ordine di 50 milioni di dollari, da spartirsi tra loro».

L’effetto domino

«Eni ha appreso con grande soddisfazione della rinuncia all’appello da parte della Procura Generale, pronunciata innanzi alla II sezione della Corte d’Appello di Milano, che, prendendone atto, ha sancito la fine della immotivata e sconcertante vicenda giudiziaria penale riferita alla concessione OPL 245 in Nigeria», ha scritto Eni in una nota il 19 luglio, giorno della sentenza. Shell, due giorni dopo l’assoluzione a Milano, ha ottenuto anche l’archiviazione del procedimento in corso nei Paesi Bassi: «Accogliamo con favore la decisione odierna, che segna la fine delle indagini penali nei Paesi Bassi. Segue il ritiro del ricorso della Procura di Milano all’inizio di questa settimana, che ha posto fine a tutti i procedimenti penali e ha confermato la decisione del Tribunale di Milano di assolvere Shell e quattro dei nostri ex dipendenti nel marzo 2021», scrive l’azienda in una nota del 21 luglio.

L’assoluzione di Milano ha indirizzato anche gli altri processi in cui sono sono direttamente coinvolti i soldi pagati dalle due società petrolifere. L’archiviazione olandese commentata da Shell arriva un mese dopo che un altro procedimento, questa volta in sede civile, ha escluso che il pagamento di Eni e Shell facesse seguito a un accordo corruttivo. Si tratta del processo che si è celebrato a Londra davanti alla giudice Sara Cockerill con il quale il Governo federale della Nigeria ha chiesto la restituzione del miliardo di dollari – pagamento di Eni e Shell per la licenza petrolifera – alla banca JP Morgan. Secondo l’ipotesi dello Stato africano, JP Morgan non avrebbe svolto le verifiche necessarie per evitare di autorizzare il pagamento di una tangente.

La richiesta della Nigeria è stata respinta e non ci sarà appello. La giudice Cockerill nella sentenza (consultabile qui) sottolinea come «le stranezze» dei pagamenti all’ex ministro della Giustizia della Nigeria Bajo Oyo oppure «le strane circostanze» dei pagamenti a uno degli imputati milanesi, l’ex manager Vincenzo Armanna, siano giustificabili non necessariamente con un accordo corruttivo. Al di là dei sospetti per il percorso dei soldi, che finiscono nelle tasche di persone che hanno partecipato al negoziato per la compravendita della licenza, non ci sono elementi di prova che sostengano la tesi della corruzione, soprattutto, scrive la giudice Cockerill, alla luce di come si è concluso il processo milanese.

Le possibilità che le inchieste per corruzione internazionale si chiudano con un risultato favorevole all’accusa sono scarse, in Italia e non solo. Abbiamo scritto come in Germania i procuratori scelgano capi d’imputazione differenti per costruire i loro processi. In Italia, tra giuristi si discute da tempo di quanto sia efficace la lotta alla corruzione quando va al di fuori dei confini nazionali. Già i giudici della settima sezione del Tribunale di Milano si sono espressi su una possibile cornice accusatoria diversa, in cui al centro del reato, invece di una tangente, ci sarebbe una «dazione indebitamente pretesa», sulla quale però bisognerebbe indagare più in Nigeria che in Italia. Ma è un’altra storia giudiziaria, che non verrà mai scritta.

Foto: la centrale di Biogas di Eni a Crescentino (Vercelli) – Stefano Guidi/Getty
Editing: Giulio Rubino

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