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Gli ultimi di Tarkwa Bay

Da una parte della laguna di Lagos il faraonico progetto di Eko Atlantic City, dall'altra i poveri che a suon di sgomberi devono farsi da parte

#TheNigerianCartel

25.03.20

Lorenzo Bagnoli

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Agala Ajebo Onisiwo è una minuscola isola ai bordi della baia di Lagos. Sta incagliata tra il molo di Apapa, uno degli snodi portuali della capitale economica della Nigeria, e Tarkwa Bay, comunità aperta sull’oceano Atlantico, dove esiste da tempo una piccola industria del turismo.

Oggi è off limits: la Marina militare ha sgomberato le comunità che la abitavano dalla Seconda Guerra mondiale e non vogliono che nessuno si avvicini. Erano case fatiscenti, poco più che baracche, ma erano tutto per gli abitanti di una comunità dove aveva sede anche una scuola e una chiesa evangelica. Tutto distrutto. I reduci si sono spostati poco più a nord, nel primo lembo di terra, fango e acquitrini dove hanno trovato un po’ di pace. Almeno per ora.

Ci si arriva solo in piroga, dal molo che affaccia su Marina Road, in una delle zone dove si stagliano più alti i grattacieli della locomotiva dell’Africa occidentale. Si passa in mezzo a enormi petroliere e navi cargo, minuscoli. Dalle acque agitate dal traffico della laguna, si approda all’immobile Badagry Creek. Vegetazione bassa, sabbia, rifiuti: sull’isola ci saranno circa 150 persone, suddivisi in tre agglomerati. Il punto di riferimento è il baobab all’ombra del quale i pescatori si passano la sbobba di giornata, in una ciotola. I bambini razzolano insieme alle capre, le donne cercano di ripararsi dentro una specie di gazebo.

Un momento della protesta dello scorso 28 gennaio © Lorenzo Bagnoli

C’è miseria: gli averi di tutti gli abitanti sono accatastati in uno spiazzo accanto all’unica struttura rimasta in piedi, i bagni. Da novembre 2019 a febbraio 2020 decine di migliaia di persone sono state sfrattate da questa e da altre 22 comunità sparse intorno alla laguna di Lagos, stimano gli stessi residenti. Solo da Tarkwa Bay il 21 gennaio sono stati cacciati in 4.500. Il 70% degli abitanti di Lagos vive in condizioni abitative simili.

Dalla Dubai di Lagos agli ultimi di Tarkway Bay

Sull’altra sponda del canale di Lagos, però, sorge quella che dovrà essere la città del futuro: Eko Atlantic City, 10 chilometri quadrati di cantiere dove sorgeranno uffici, appartamenti di lusso e un mega distretto commerciale. I poveri della laguna dovranno farsi da parte: dove abitavano loro dicono che sia previsto l’allargamento di un porto e la costruzione di altre strutture per i residenti di Eko Atlantic City. Questo sviluppo urbano era pensato in principio allo scopo di proteggere l’isola di fronte a Eko Atlantic, chiamata Victoria e cuore commerciale di Lagos, dalle piene marittime che l’hanno spesso allagata in questi anni.

Non capiamo cosa stia succedendo. La marina militare ci ha accusato dei furti di petrolio, ma le autorità non hanno mai considerato di parlare con i nostri capi. Ci hanno minacciato, hanno anche sparato a un uomo che è ancora in ospedale

Saheed Onisiwu, Delegato del re della comunità di Tarkwa Bay

Ma sono molte le voci critiche secondo cui Eko Atlantic proteggerà solo l’isola di Victoria, veicolando le piene dell’oceano nelle zone dove vivono le comunità più povere, che non hanno infrastrutture che le possono difendere. Dall’ufficio stampa di Eko Atlantic, sostengono di aver passato a pieni voti la valutazione d’impatto ambientale e soprattutto smentiscono categoricamente ogni possibile implicazione con gli sgomberi. «Non sono terreni nostri», spiegano. Secondo gli sfrattati, il governo ha usato la scusa dei danni agli oleodotti per cacciarli. Ma i movimenti che difendono i diritti delle comunità locali, sostengono che il motivo sia il valore commerciale di quei terreni, in particolare intorno a Eko Atlantic City. Si sentono come in un incubo, cominciato la scorsa vigilia di Natale.

«Vivo come un profugo nel mio stesso Paese. Mi sveglio al freddo, senza nulla da fare, senza il mio negozio. Guardami – dice con lo sguardo fisso Aremo Solomon Adewnmi, 34 anni, fino a gennaio gestore di un piccola drogheria della comunità di Tarkwa Bay -. Sono un disabile (è zoppo, ndr). Vorrei comunque lavorare, ma il governo di Lagos me lo impedisce». Reclama il diritto a un tetto, seppur di lamiera. Reclama il diritto di esercitare una professione, seppure in luogo dove non arriva nemmeno l’elettricità e i generatori, quando c’erano, ronzavano senza sosta. «Il governo vuole che diventi un criminale, un ladro di petrolio. Ma qui da noi non si fa». Il riferimento è ai gruppi criminali che nella zona del Delta del Niger impazzano rubando petrolio almeno dagli anni Novanta, ma da queste parti non è mai avvenuto. Eppure è la scusa ufficiale con cui Aremo Solomon stato cacciato dalla sua casa.

Slum e sgomberi, cronistoria minima

Le operazioni di sgombero, coordinate dallo Stato di Lagos e svolte operativamente da marina militare o forze di polizia, hanno sempre avuto pochissime ore di preavviso e non hanno poi portato alcun ricollocamento delle persone, secondo quanto riportano le organizzazioni nigeriane che si occupano di sfratti. Questi i principali casi in cui è stata coinvolta la Justice empowerment initiative:

  • Le conseguenze dello sgombero di Maroko (1990): il primo sfratto di una comunità informale per «motivi ambientali»: 300mila persone sono state costrette a lasciare le abitazioni per il pericolo di finire inghiottiti dalla marea. La legge imporrebbe un ricollocamento, che però non è mai avvenuto. L’area di Maroko sorge in una delle zone dove ci sono stati i maggiori sviluppi urbani della città. Ha subito un secondo sgombero nel 2012. Qui il ricorso di un’organizzazione locale alla Corte africana per i diritti dell’uomo, con sede in Gambia.
    Makoko (2012): Lo sgombero ha colpito 30mila persone. Riporta Landportal.org, sito che monitora i casi di landgrabbing nel mondo, che Makoko è stato uno dei nove slum finanziato con 200 milioni di dollari dalla Banca mondiale. I fondi obbligano le autorità nazionali a sviluppare progetti insieme alla comunità, circostanza che invece non si è verificata.
  • Badia East (2013): La comunità coinvolta aveva 9mila abitanti. L’area è inserita all’interno di Apapa, complesso urbano che comprende il più importate porto di Lagos. Amnesty International, a sei mesi dallo sgombero, denunciava l’assenza di ricollocamenti. Badia East era un altro slum beneficiario dei fondi della Banca mondiale. Un report interno dell’istituto con sede a Washington del maggio 2012 ammetteva: «C’è un aumento nel numero di progetti [finanziati] che innescano politiche di ricollocamento». “Ricollocamento” che in realtà non si è poi verificato.
  • Otodo-Gbame (2017): il caso dove le operazioni sono state più violente. Negli sgomberi, che hanno coinvolto almeno 5mila persone, sono morti in 11 e altri 17 sono da allora dispersi, spiega Amnesty International in un rapporto di aprile 2017. Il governo ha accusato la comunità di offrire un rifugio per i criminali. Bbc riporta che a giugno 2017 la Corte di Lagos ha emesso una sentenza in cui ha definito lo sgombero «incostituzionale» e obbligato lo Stato di Lagos a risarcire e ricollocare le vittime.

«Non capiamo cosa stia succedendo. La marina militare ci ha accusato dei furti di petrolio, ma le autorità non hanno mai considerato di parlare con i nostri capi. Ci hanno minacciato, hanno anche sparato a un uomo che è ancora in ospedale». Chief Prince Saheed Onisiwu è il delegato del re della comunità locale. Appartiene alla famiglia che regna su questo pezzo di terra da centinaia di anni. Sì, una famiglie reale: in Nigeria al di sotto dell’apparato federale e nazionale esiste un tessuto parastatale che precede l’arrivo dei coloni. Centinaia di regni e califfati suddivisi in comunità. Il Chief, il capo, è un delegato che rappresenta il re in eventi pubblici. Chief Onisiwu è discendente della famiglia regnante sui sette milioni di abitanti, al quale appartengono anche le sei comunità sfrattate a Tarkwa Bay. Nel contesto europeo sarebbe un Paese con una popolazione paragonabile a quella svizzera. «Abbiamo bisogno del progresso, venite, negoziamo le condizioni – grida, in un appello rivolto alle autorità dello Stato di Lagos -. Invece non vi interessa: usate la politica solo per prenderci la terra, l’unica cosa che abbiamo».

Il corteo della manifestazione contro gli sgomberi diretto alla House of Assembly dello Stato di Lagos © Lorenzo Bagnoli

In questo quadro di povertà e abbandono, l’uomo indossa un kembe (abito tradizionale), di seta rosa, molto appariscente, sotto il quale scintillano dei mocassini neri. Un’ampia collana rossa gli pende dal collo fino alla pancia. In mano tiene un borsello e un bastone il cui manico ha le sembianze di una testa d’aquila, dorato. Nonostante l’outfit lascerebbe intendere il contrario, anche lui vive in quell’intreccio di fango e lamiere. Intorno all’erede della famiglia reale la folla mugugna approvazioni. Di chi è la colpa di questa assurda situazione? «Non sappiamo cosa stia succedendo, sappiamo però che qualcosa c’è», dice il capo.

«Ho sentito degli spari in aria. “Cosa succede, cosa succede?” gridavo. Poi ho visto i bulldozer che cominciavano demolire. Volevano che ce ne andassimo in due ore: picchiavano le persone con il koboko (una frusta, ndr) affinché si sbrigassero». Padre Vincent Fayemi, un pastore evangelico di circa 60 anni, è appoggiato a una scrivania insieme ad altri quattro sfrattati di Tarkwa Bay. È un sabato pomeriggio di fine gennaio a Sabo Yaba, un quartiere centrale di Lagos. È venuto qui, alla sede della Justice & Empowerment Initiative (JEI), un movimento che raccoglie gli sfrattati di oltre dieci anni in Nigeria e non solo, per una riunione: stanno organizzando una protesta davanti agli uffici governativi.

Insieme agli altri sfrattati, padre Fayemi dorme per strada, anche se la legge prevede che chi subisce uno sfratto venga spostato in qualche nuova struttura e riceva una compensazione per ciò che ha perso. Insieme ai quattro di Tarkwa Bay, ci sono decine e decine di altre persone, che vengono da sfratti precedenti. La più giovane (e timida) del gruppo di Tarkwa Bay è Prudence, che ha intorno ai 18 anni. Studiava in una scuola di comunità per fare la fashion designer. Lagos è una città all’avanguardia nella moda e i mestieri che vanno sempre più sviluppandosi assomigliano molto a quelli a cui aspirano coetanei in Europa o in Nord America. «Ora vivo per strada, anche mangiare è diventato un problema. Non so cosa ci succederà, non abbiamo soldi. Mia madre è una commerciante, ma le hanno distrutto il negozio», racconta nel suo inglese cantilenante, troppo musicale per la durezza della storia che ha da raccontare.

Sgombero continuo

«C’è un andamento ciclico negli sgomberi: arrivano allo zero durante le campagne elettorale, per poi aumentare subito dopo. È un momento in cui c’è una riduzione delle spazio per le proteste e i primi su cui il governo si sta rifacendo sono i poveri degli slum che come unica ricchezza hanno la terra», spiega Megan Chapman. Americana di nascita, vive a Lagos da dieci anni, dove guida JEI, dopo aver lavorato nella cooperazione internazionale. La riunione che conduce sembra una messa evangelica: chi parla si deve alzare in piedi, con una formula declamare a cui il resto dell’uditorio deve rispondere. «Information» grida una donna a cui è stata data la parola. «Power» risponde la folla. Le formule sono diverse, anche in lingua locale. La ritualità aiuta a concentrare l’attenzione su chi sta per parlare e a mantenere un’atmosfera distesa.

Un momento della riunione presso la sede della Justice & Empowerment Initiative (JEI), un movimento che raccoglie gli sfrattati di oltre dieci anni in Nigeria © Lorenzo Bagnoli

Chapman aiuta il movimento sul piano legale: sta conducendo diverse battaglie per pretendere ricollocamento degli sgomberati e compensazione per quanto hanno perso durante le demolizioni. A giugno 2017 il JEI ha ottenuto una sentenza favorevole per la comunità di Otodo Gbame, nella parte nord orientale dell’isola di Victoria, vicino a un altro quartiere di lusso. Sono stati sgomberati tra novembre 2016 e aprile 2017. Le stime dicono che ci abitassero almeno 30mila famiglie. «Le autorità locali hanno fatto appello alla sentenza e la prossima udienza sarà stabilita a giugno del 2021. Nel frattempo usano questa scusa per non ottemperare a quanto stabilito dalla sentenza di primo grado», spiega con un sorriso che tradisce tutta la frustrazione. «Se fosse vero che vogliono combattere i furti di petrolio, che in effetti sono un problema, avrebbero arrestato qualcuno – aggiunge -. Invece no, volevano solo la terra». Eko Atlantic è un intreccio di interessi pubblici e privati: «Anche lo Stato di Lagos ha approvato questo sfratto, ci deve essere un interesse per lo sviluppo dell’area». Nulla però è stato comunicato ai vecchi residenti.

Il 28 gennaio, qualche centinaio di manifestanti sfila da Toll Gate – uno snodo autostradale nella parte settentrionale della città, fino ad Alausa, il quartiere sede dei palazzi governativi. La camminata dura circa un’ora, a bordi delle strade imbottigliate di macchine, come sempre accade nella megalopoli nigeriana. Insieme ai sfrattati, c’è una consistente fetta di persone con disabilità appartenenti a un gruppo che lavora con JEI. Sono venute a esprimere solidarietà. La folla si muove in modo sempre più concitato mano a mano che ci si avvicina alla sede del governo.

Appena le guardie del palazzo vedono il trambusto, chiudono i cancelli del viale d’ingresso al palazzo del Governo. La reazione immediata è rabbia: qualcuno si appende al cancello, scuotendolo. Dopo qualche ora di stallo, una petizione scritta viene passata oltre le sbarre: la promessa è che nel giro di 24 ore verrà data una risposta ufficiale. Le comunità ancora la aspettano, così le comunità si stanno organizzando per una nuova marcia. 

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli

Editing

Giulio Rubino

Ha collaborato

Kelechukwu Ogu

In partnership con

Sahara Reporters

Con il supporto di

Money Trail Project

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