Il crimine invisibile: il traffico dei pesticidi illegali in Europa
Forze dell’ordine di mezza Europa ne denunciano la pericolosità. Eppure le indagini sono poche e i dati scarseggiano. Per i trafficanti, i rischi sono molto bassi, al contrario del margine di profitto
03 Giugno 2020

Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero

Porto di Anversa, Belgio, 28 aprile 2020. Le dogane sequestrano 778 tonnellate di pesticidi definiti «non conformi» e «sospetti». I prodotti, di per sé, sarebbero legali: sono un erbicida e un fungicida autorizzati. Tuttavia nelle etichette che li accompagnano qualcosa non torna: i dati sono alterati. In altre parole, le sostanze primarie che li compongono sono legali, la miscela che ne deriva invece no, è potenzialmente tossica e non rispetta le prescrizioni europee.

L’erbicida è composto partendo dal bentazone, un prodotto usato per controllare la crescita di cipolle, fagioli e scalogno; mentre il fungicida è un composto che parte dal captano, impiegato per pere e mele. Il principio attivo, l’anima del composto chimico che si miscela ad altri elementi, è autorizzato a livello di Unione Europea, mentre spetta a ciascun Paese membro stabilire quali prodotti possono essere commercializzati nei propri confini nazionali e quali no. L’indagine che ha portato al sequestro di Anversa, frutto di una collaborazione degli inquirenti belgi con l’Agenzia federale per la sicurezza alimentare (Afsca), è cominciata nel 2019 con l’analisi di impurità trovate in pesticidi aventi come principio attivo proprio il bentazone.

Per gli investigatori di tutta Europa trasformare i sequestri come quelli di Anversa in un’indagine sull’intera filiera del traffico di pesticidi è estremamente difficile.

Prima di tutto per il numero di attori coinvolti: da produttore a consumatore la filiera, spiega un report delle Nazioni Unite, può coinvolgere fino a 25 diversi soggetti. «E il rischio di essere arrestati e condannati è minimo, mentre i margini di profitto per il prodotto sono enormi», spiega Rien Van Diesen, poliziotto di Europol esperto nella lotta al traffico dei pesticidi illegali.

Da cinque anni la polizia europea coordina un’inchiesta collettiva paneuropea chiamata Silver Axe, finalizzata a intercettare i fitofarmaci illegali. Arrivata alla sua quinta edizione, dal 2016 l’ammontare sequestrato è di 2.568 tonnellate di pesticidi, una media di 514 tonnellate all’anno. Ma sono solo una frazione: secondo l’Europol, su 350.000 tonnellate utilizzate ogni anno in Europa, 48.000 sono illegali. La loro elevata pericolosità sta nel fatto che non se ne conosce la composizione chimica: i prodotti illegali non hanno fatto test, non si conosce quali possano essere i loro effetti. Nella sola Unione Europea il traffico illegale di pesticidi costa alle aziende circa 1,3 miliardi di euro all’anno, circa il 13% di tutta l’industria continentale.

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Stima dell’incidenza dei sequestri di pesticidi illegali sull’intero mercato europeo (sx) e andamento dei sequestri dell’operazione Silver Axe (dx)

«Alle dogane, un disperato colombiano può finire in carcere per un anno a causa di un chilogrammo di cocaina che ha in corpo, mentre uno che traffica sei container di pesticidi se la cava con una multa di 40 mila euro – ragiona Rob de Rijck, procuratore di Rotterdam tra i maggiori esperti in materia in Europa -. Non lo capisco. Non ho una risposta, onestamente, sul perché accada». Ritiene che il traffico di pesticidi illegali sia un problema sottostimato rispetto i classici reati ambientali, dall’inquinamento allo smaltimento dei rifiuti.

Le difficoltà aumentano a causa della natura dei composti. Questi prodotti possono essere versioni contraffatte di un fitofarmaco regolarmente commercializzato da un’azienda, oppure il risultato dell’alterazione nei dosaggi previsti dai regolamenti europei o ancora essere prodotti vietati perché ritenuti potenzialmente pericolosi. Sapere esattamente da quali elementi sono composti e che effetto possono avere sulla salute delle persone e dei prodotti coltivati è impossibile.

Di solito vengono ordinati online e poi acquistati a rivenditori di fiducia. India e Cina sono i principali Paesi di provenienza dei principi attivi contraffatti, ordinati spesso via Amazon o Alibaba. Per l’acquirente si tratta di normali operazioni online, visto che molti dei prodotti vietati in Europa sono legali altrove. Le aziende produttrici stanno cercando di impedire le pubblicità sulle piattaforme di e-commerce spingendo i governi a firmare accordi bilaterali con le aziende online, come fatto dal Ministero dell’Agricoltura con Alibaba nel 2018. Negli Stati Uniti, invece, Amazon nel 2018 ha dovuto pagare 1,2 milioni di dollari di multa alla Environmental Protection Agency, l’agenzia di protezione dell’ambiente, per aver commercializzato pesticidi irregolari.

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Le poche indagini che approdano in tribunale raramente portano a condanne per gli imputati. In Germania i processi in corso sono undici al momento, di cui nessuno finora arrivato a sentenza. In Polonia – tra i principali Paesi di transito per via della sua porosa frontiera con l’Ucraina – le multe tra il 2016 e il 2018 sono state 3.745, ma in media non hanno superato i 40 euro, meno di una contravvenzione per eccesso di velocità. Il Belgio è un Paese dove c’è attenzione sul tema e uno dei due processi andati a conclusione nel 2019 ha prodotto una multa da 60mila euro per una società produttrice inglese.

In Italia i Carabinieri dei Nas, le forze dell’ordine incaricate dei sequestri insieme a un dipartimento del Ministero della Salute e alle Dogane, dal 2017 hanno sequestrato 1.053 tonnellate di materiale e comminato 531 sanzioni amministrative. Negli ultimi cinque anni in Cassazione sono approdati quattro processi che hanno per oggetto traffici di pesticidi, uno dei quali conclusosi con la piena assoluzione, altri con pene che vanno dall’anno di carcere ai 600 o mille euro di sanzione. Al momento sono tutti pendenti in attesa della decisione sul ricorso presentato dagli imputati.

Da pesticidi a fitosanitari

“Pesticidi” è il termine più diffuso con cui si indicano composti chimici utilizzati in agricoltura per proteggere le piante da organismi considerati nocivi. Deriva dall’inglese. I tre tipi principali sono insetticidi, fungicidi e diserbanti.

Negli Stati Uniti – e gradualmente nel resto del mondo – l’utilizzo dei pesticidi è diventato massiccio a partire dagli anni Quaranta. Sono entrati così nelle case degli americani: l’azienda americana Penn Salt Chemicals nel 1947 ha riempito una pagina di Time magazine con una pubblicità del DDT, il primo insetticida moderno, poi messo al bando negli anni ‘70 per i suoi effetti cancerogeni. La pubblicità diceva “DDT is good for me”, il DDT fa bene, e indicava gli usi domestici dell’insetticida.

Il DDT è stato usato prima per contrastare la malaria in contesti di guerra, poi per uccidere gli insetti che provocavano malattie e infettavano i campi. In questo video del 1946 degli impiegati della sanità pubblica inglese lo spruzzano nel porridge per testimoniare la sua assoluta sicurezza e persuadere delle tribù del Kenya ad utilizzarlo. Diventerà poi l’esempio più clamoroso di come un pesticida, a seguito di adeguate indagini, possa rivelarsi molto pericoloso per la salute umana.

La lista dei prodotti vietati da agenzie nazionali e sovranazionali che si occupano di sicurezza alimentare è costantemente aggiornata ed episodi come il DDT, passato dall’essere una possibile soluzione alla causa del problema, sono molto numerosi. Con la nuova consapevolezza ambientale e sanitaria, il termine pesticida si è connotato così di un tratto negativo. Le campagne per l’agricoltura biologica e sostenibile predicano di evitare ogni prodotto di questo genere. Le normative per il loro utilizzo sono sempre più stringenti. È diventata la parola chiave delle campagne di prevenzione contro gli effetti nocivi su ambiente e salute, tanto da aver condizionato la comunicazione di questi prodotti. Così nelle normative italiane la parola scelta è prodotti fitosanitari e agrofarmaci.

Addetti ai lavori e legislatori considerano ormai la parola pesticida già nell’accezione negativa. In questo articolo consideriamo i termini due sinonimi.

Inchieste

Perché in Italia esiste un mercato parallelo

«La maggior parte degli agricoltori (che acquista fitosanitari illegali, nda) è compiacente, anche perché vengono istruiti su come riconoscere il prodotto che acquistano privo della tipica scheda di etichetta, e su come utilizzarlo. Se accetti e se lo paghi meno della metà allora sei consapevole. I guadagni (e risparmi) sono alti, soprattutto per i grandi produttori», sostiene il comandante dei Nas di Latina, tra le zone più colpite dai traffici di fitofarmaci illegali, Felice Egidio.

Secondo un imprenditore, in passato coinvolto nell’acquisto dalla Cina di fitofarmaci vietati in Europa, ci sono prodotti usciti dal mercato europeo che sono ancora ritenuti efficienti dagli agricoltori e soprattutto possono essere acquistati tra la metà e un terzo del prezzo dei prodotti del mercato legale. Sostiene che gli agricoltori si sentano subissati dai vincoli europei e spinti, per questo, a cercare soluzioni altrove. Dal suo punto di vista, usare certi prodotti, vietati in Europa e non in Cina, significa ottenere abbassamento dei costi e impennata degli effetti. Tradotto, rivolgersi al mercato nero conviene, così da spendere meno e tenere il passo della concorrenza, rischiando poche centinaia di euro di multa.

Rivolgersi al mercato nero conviene, così da spendere meno e tenere il passo della concorrenza, rischiando poche centinaia di euro di multa

L’introduzione in Italia di prodotti vietati è stata depenalizzata nel 1999, quindi perché ci sia un reato e si vada a processo si deve configurare il pericolo per la salute pubblica, oppure il disastro ambientale.

Per gli investigatori e i magistrati è un lavoro complesso individuare questi due elementi nei casi specifici, a volte per mancanza di dati, a volte perché per misurarne le conseguenze serve molto tempo. L’arma repressiva, quindi, funziona fino a un certo punto. Esponenti delle compagnie produttrici di fitofarmaci che chiedono di non essere citati ritengono invece che scegliere di acquistare nel mercato legale sia una scelta in capo esclusivamente agli agricoltori, i quali dovrebbero essere formati dalle associazioni di categoria in modo adeguato. Al netto delle spiegazioni dei diversi soggetti coinvolti, resta lo spargimento di migliaia di tonnellate di materiale che impatta sulla salute e sull’ambiente, per quanto non sempre sia possibile stabilire, in punto di diritto, se costituisca un reato.

Il profitto assicurato è per i distributori, ossia quegli imprenditori che rivendono i prodotti del mercato nero: «Si tratta generalmente di ex rappresentanti di importanti aziende del settore i quali, forti della loro rete di contatti e delle loro competenze tecniche, riescono a collegare offerta e domanda», spiega il comandante dei Nas di Latina.

Il reato è conveniente sotto molti punti di vista. È semplice: si fanno ordini dalla Cina di prodotti chimici non autorizzati per, diciamo, 14 euro al litro e si contattano potenziali clienti in aree particolarmente competitive. È sicuro: i rischi sono calcolati e nella maggior parte dei casi si incappa in poche centinaia di euro di ammenda. È redditizio: detraendo le spese per il confezionamento e il trasporto, li si vende sul mercato nero a 50 euro al litro. Una singola spedizione di 160 tonnellate di prodotto può generare profitti per otto milioni di euro. Esentasse e a rischi minimi.

I regolamenti dei fitofarmaci

Il sistema autorizzativo per i prodotti fitosanitari oggi è molto rigido, paragonabile a quello per i farmaci, ed è impostato su due livelli: europeo, in cui l’Efsa (European food safety authority, l’agenzia dell’Unione europea per la sicurezza alimentare) valuta le sostanze attive nei prodotti; e nazionale, dove il prodotto è dapprima valutato e poi autorizzato per l’utilizzo.

In Italia spetta al Ministero della salute implementare le direttive comunitarie in materia di fitosanitari, disciplinati dal Regolamento quadro (CE) 1107/2009, mentre le questioni relative ai residui di pesticidi nei cibi sono trattate nel Regolamento (CE) 396/2005. Un terzo e ultimo livello assegna alle Asl la responsabilità circa i piani di controllo da mettere in atto.

Quando è in pericolo la salute pubblica?

Il settore dei fitosanitari vive inoltre un paradosso che determina una linea molto sottile tra legale e illegale. Ciò che è consentito utilizzare oggi può non esserlo domani. È il caso, per esempio, del Mesurol, nome commerciale di un composto dal principio attivo Methiocarb e prodotto dalla Bayer. Viene utilizzato nella produzione della concia per la coltivazione di mais e ha come obiettivo quello di respingere i volatili.

Il fitofarmaco nel 2018 è finito sotto la lente della Procura di Udine, allertata dal Consorzio apicoltori della medesima provincia che denunciava una moria di api diventata ormai insostenibile (da 60mila unità a 10-20mila per arnia). In una famiglia in pieno sviluppo, le api bottinatrici (che si occupano della raccolta dei cibi, ndr) sono circa 20 mila, ciascuna delle quali visita un massimo di 100 fiori al giorno. Un danno alle api, dunque, ma anche la mancata impollinazione di due milioni di fiori al giorno. E si intende un singolo alveare. Gli apicoltori hanno sostenuto che lungo tutta la primavera – periodo cruciale per lo sviluppo di un alveare – le api morissero nell’ordine delle decine di migliaia per famiglia. Il periodo coincide infatti con la dispersione sui campi coltivati a mais del concime trattato con il fitofarmaco della Bayer.

La moria di api in un apiario in provincia di Udine – Foto: Consorzio apicoltori della provincia di Udine

Le analisi di laboratorio hanno riscontrato la presenza di Mesurol nelle api morte, nei favi degli alveari e in alcuni casi anche nel miele. Sono finiti così sotto inchiesta 400 agricoltori, tutti operanti nel raggio di volo delle api dei cinque apiari più colpiti, e in 250 avevano subito il sequestro preventivo (poi annullato) dei propri campi. Da quel fascicolo di indagine, conclusosi con il patteggiamento di una ventina di agricoltori, ne è seguito un secondo in cui a 198 titolari di aziende agricole è contestato un utilizzo improprio del Mesurol e di altri insetticidi. Il processo, che dovrebbe celebrarsi il prossimo settembre, è considerato da Legambiente e Wwf «il più importante al mondo per inquinamento ambientale causato a danno delle api e del loro/nostro ambiente da errate pratiche agricole».

Il Ministero della salute lo scorso novembre ha messo al bando tutti i prodotti contenenti il Methiocarb a partire dal 3 aprile 2020.

Ma la difficoltà nel contrasto all’uso improprio e al traffico di fitosanitari illegali risiede anche nella difficoltà di collegare il rischio per la salute pubblica all’uso di specifici fitofarmaci illegali. La sentenza di appello di un processo ai danni di quattro persone nel Lazio ha completamente ribaltato quella di primo grado. I quattro imputati erano stati dichiarati colpevoli in primo grado del reato di contraffazione «in modo pericoloso per la salute pubblica» di due prodotti fuori dalle liste europee nel 2008 e 2009, e di associazione a delinquere. Il tribunale li aveva quindi condannati a 14 anni di reclusione. I giudici di secondo grado hanno però stabilito che l’utilizzo dei fitosanitari in questione non presupponeva un pericolo per la pubblica salute, bensì solo per chi ne faceva uso. Ne è seguita l’assoluzione piena per tutti gli imputati e la derubricazione in illecito amministrativo.

«Un’assoluzione dell’industria agroalimentare»

L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ogni anno pubblica i dati dei residui di pesticidi nel cibo. Che ve ne siano tracce, infatti, è normale, purché restino sotto una certa soglia. Efsa è il solo ente che, al di là del fenomeno criminale, può misurare davvero la pericolosità della situazione. Infatti i pesticidi sono comunque, per quanto legali, prodotti che impattano sulla salute e sull’ambiente, la cui esposizione deve essere mantenuta sotto controllo, proprio in nome della salute pubblica e del principio di precauzione per cui si evita di esporre la popolazione ad un potenziale rischio. Dei 91.015 campioni analizzati dall’Efsa nel 2018, il 95,5% ha residui sotto la soglia di preoccupazione per la salute. L’1,8% può essere considerato al di sopra della soglia. Il rimanente 2,7% è considerato irrilevante. In sostanza, per Efsa i dati non sono allarmanti.

A febbraio 2020 è uscita una seconda analisi di rischio dei residui di fitofarmaci nel cibo, con un focus in particolare sulle malattie degli effetti cronici sulla tiroide e degli effetti acuti sul sistema nervoso centrale, basata sui dati raccolti tra il 2014 e il 2016 dai Paesi membri. Era uno studio piuttosto atteso tra gli addetti ai lavori. La conclusione è che l’esposizione dell’uomo ai residui di pesticidi «non eccede le soglie».

«È uno studio superficiale e grossolano, un tentativo di assoluzione del modello agricolo industriale. Su 70 pagine di documento, 50 sono spese per l’analisi dell’incertezza»

Renata Alleva

Membro della Pesticide Action Network

Forti critiche alla metodologia di quest’ultimo studio sono arrivate dalle principali associazioni ambientaliste italiane tra cui ISDE, WWF, Legambiente e Slow Food: «Più che uno studio finalizzato a tutelare la salute pubblica [è] un tentativo di assoluzione del modello agricolo industriale, fondato sull’uso della chimica e ormai universalmente riconosciuto come fallito», hanno scritto in un’analisi. In altri termini, secondo le organizzazioni, il report non ha nemmeno provato a mettere in discussione l’uso che oggi viene fatto dei pesticidi.

Renata Alleva, nutrizionista, reviewer di importanti riviste scientifiche che si occupano di alimentazione e salute, presidente della sezione provinciale di Isde e membro della Pesticide Action Network, aggiunge: «Il report non aggiunge nulla. Su 70 pagine di documento, 50 sono spese per l’analisi dell’incertezza (dei dati, ndr). È uno studio superficiale e grossolano». Lo definisce una «presunzione matematica», perché invece di raccogliere analisi ad hoc ha cercato di sistematizzare quelli pre-esistenti e dare loro un senso.

I limiti più grandi individuati dalle organizzazioni italiane riguardano la decisione di concentrarsi solo sul cibo dimenticandosi dell’esposizione residenziale (di coloro che risiedono in prossimità dei luoghi di utilizzo dei prodotti, ndr); aver tralasciato le tiroiditi e i disturbi al cervello, scegliendo al contrario di concentrarsi solo sulla «tossicità acuta»; aver deliberatamente ignorato che le sostanze interagiscono tra loro in modo diverso, sono tra le principali criticità osservate. Non c’è nemmeno un’analisi, lamentano le associazioni, che duri nel tempo a sufficienza per rendersi conto dell’impatto sulla salute, che richiede anni per essere misurato.

In un settore in cui è spesso impossibile determinare cosa è legale e cosa non lo è e caratterizzato da strumenti di contrasto ancora fortemente spuntati, il vero vincitore è il mercato stesso, alimentato tanto dall’agricoltura tradizionale quanto dai contrabbandieri. E rispondono entrambi a una domanda sempre crescente.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero

Hanno collaborato

Eva Achinger
Antonio Baquero
George Brock
Kristof Clerix
Anuška Delić
Rasit Elibol
Caroline Henshaw
Nils Mulvad
Krzysztof Story

Editing

Luca Rinaldi

In partnership con

OŠTRO (Slovenia)
Knack (Belgio)
De Groene Amsterdammer (Olanda)
EuObserver (Belgio)
Tagesschau (Germania)
BR24 (Germania)
Tygodnik Powszechny (Polonia)
VSquare (Polonia)
Investigative reporting Denmark (Danimarca)

Infografiche

Lorenzo Bodrero

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