01.10.26
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Era ricercato dal 2020, anno in cui un giudice a Catania aveva emesso un ordine di cattura internazionale. Ma lui, “El Flaco” (il secco), operava dal centro di Città del Messico mentre, ben oltre il giudice catanese, lo cercavano le autorità statunitensi, in quanto figura chiave del traffico di droghe sintetiche verso gli Stati Uniti, in particolare fentanyl.
Sei anni di latitanza, non a Sinaloa, lo Stato messicano di provenienza del cartello di appartenenza, ma vissuta comodamente tra gli eleganti palazzi Art Nouveau della Colonia Roma, uno dei quartieri più in della capitale messicana, pesantemente gentrificato e dove le botteghe tradizionali sono state sostituite da boutiques, bar hipster e ristoranti gourmet.
Qui vivono imprenditori, artisti ma soprattutto nomadi digitali da Stati Uniti e Europa. Ed evidentemente, anche narcotrafficanti ben vestiti, come José Angel Riviera Zazueta, in arte “El Flaco”, o – con l’ultimo upgrade noto – “Don Flaco”.
Da qui – dicono gli investigatori americani – controllava direttamente le spedizioni via aereo dall’aeroporto di Città del Messico: dalla Cina precursori per sintetizzare le droghe sintetiche, dalla capitale messicana agli Stati Uniti l’invio delle droghe.
In breve
- José Angel Riviera Zazueta, in arte El Flaco, era ricercato dal 2020 per l’operazione Halcon di Catania, dove un tribunale lo ha condannato per traffico di cocaina, tra i clienti anche la ‘ndrangheta
- Catturato il 23 settembre 2026 nel centro di Città del Messico, per le autorità statunitensi El Flaco avrebbe un ruolo apicale nel traffico di droghe sintetiche verso gli Usa per il cartello di Sinaloa
- Sei anni di latitanza passati nell’elegante Colonia Roma, uno dei quartieri più in della capitale messicana. Qui lavorava come imprenditore di import export di prodotti chimici
- In realtà, secondo le sanzioni Usa, importava precursori chimici dalla Cina che servivano per sintetizzare droghe, come il fentanyl
- Secondo la giornalista Anabel Hernandez, El Flaco controllava l’ingresso dei precursori e l’uscita dei carichi di droghe dall’aeroporto di Città del Messico, grazie alla corruzione di forze dell’ordine
- Per la Hernandez El Flaco godeva della protezione del governo della città, allora guidato dall’attuale presidente del Messico. Un’accusa rigettata pubblicamente dal Segretario alla Sicurezza
Dopo l’arresto del boss del cartello di Sinaloa Ismael Zambada Garcia, “El Mayo” avvenuto nel 2024, Riviera Zazueta sarebbe stato uno dei principali luogotenenti del traffico di droga per il suo gruppo, e per la Dea – l’agenzia antidroga americana – era un «obiettivo di massima priorità», perché considerato a capo di uno dei principali canali di importazione dalla Cina di precursori per la produzione di droghe sintetiche.
Dopo “l’incidente” per cui era ricercato dalle autorità italiane – ovvero il tentativo di importazione di massicce quantità di cocaina dalla Colombia a Catania, di cui IrpiMedia aveva scritto nel 2020 – Riviera Zazueta sembra essersi mosso con la copertura di un imprenditore di import export di prodotti chimici, distanziandosi dal profilo classico del narcos, e, probabilmente, mimetizzandosi tra gli abbienti messicani e i nativi digitali del centro di Città del Messico.
Nel 2023, Riviera Zazueta era stato sanzionato dall’agenzia governativa americana Ofac per la partecipazione nell’azienda cinese Shanghai Fast-Fine Chemicals, azienda sanzionata a sua volta nel 2021 per avere «contribuito alla crisi oppioide negli Stati Uniti» rifornendo i cartelli messicani di precursori chimici per la produzione illegale di fentanyl destinato al consumo statunitense.
Ofac descrive Riviera Zazueta come «a capo di una organizzazione che produce e traffica droga basata a Culiacan, Sinaloa e a Città del Messico, operante anche nel resto dell’America Latina, Usa, Europa, Asia, Africa e Australia.
L’organizzazione importa precursori chimici dalla Cina al Messico, per produrre fentanyl, Mdma, crystal metanfetamina, 2C-B e ketamina. Inoltre, Rivera Zazueta è responsible del traffico di grandi quantità di cocaina dalla Colombia agli Usa, Spagna, Italia e altri paesi europei, Guatemala, Messico».
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Ma già nel 2024 era stata la giornalista Anabel Hernandez a scrivere quanto Riviera Zazueta contasse in Messico. Nel suo libro La Historia Secreta sul cartello di Sinaloa, Hernandez sosteneva che El Flaco fosse il principale emissario di “El Mayo” Zambada a Città del Messico, una posizione precedentemente occupata dal fratello di El Mayo, Jesús “Rey” Zambada García.
Secondo Hernandez, il principale ruolo di El Flaco era proprio quello di controllare l’ingresso dei precursori e l’uscita dei carichi di droghe presso l’aeroporto internazionale di Città del Messico, grazie alla puntuale corruzione di agenti della marina, del ministero della difesa, della polizia nazionale e delle dogane.
Dopo l’arresto lo scorso 23 settembre, nel suo podcast Narcosistema la giornalista ha raccontato come El Flaco avrebbe operato per anni, protetto dal governo locale della città, all’epoca guidato dall’attuale presidente del Messico Claudia Sheinbaum. Un’accusa che ha fatto saltare dalla sedia il Segretario alla Sicurezza del governo messicano, Omar Hamid García Harfuch, che ha rigettato pubblicamente le accuse in una conferenza stampa, come riportato da Infobae.
Nel podcast, però, Hernández ha rilasciato un estratto audio di un’intervista fatta nel 2023 con un socio de El Flaco, poi diventato collaboratore Dea, che le aveva raccontato retroscena sul sistema di protezione. Se un carico veniva sequestrato, almeno metà del carico sarebbe stata comunque restituita sottobanco ai narcos da parte delle autorità.
Sempre secondo quanto appreso da Hernández, El Flaco avrebbe anche pagato le forze dell’ordine tra i mille e i duemila dollari di mazzetta per ogni chilo di cocaina lasciata passare dall’aeroporto di Città del Messico. E così sarebbe riuscito a trasportare tra i 500 e gli 800 chili di cocaina alla settimana.
Hernández aveva scritto già due anni fa che El Flaco dirigeva il tutto da un ufficio nel quartiere colonia Roma, che ricade proprio nell’area in cui è stato scovato il 23 settembre 2026. Secondo la giornalista è solo grazie alle pressioni della Dea statunitense che si è arrivati all’arresto del narcotrafficante.
Diversa è la posizione ufficiale del governo messicano. Il Segretario della Sicurezza, García Harfuch, ha dichiarato che l’arresto è stato possibile grazie a una collaborazione tra autorità americane, italiane e messicane, e che l’uomo era stato identificato durante «un evento privato, dove non era stato possibile arrestarlo per via della troppa affluenza di persone», e per questo fermato solo in seguito. Le indagini sul suo conto da parte della Procura messicana restano in corso.
Concluso è invece il processo a Catania, dove El Flaco è stato condannato in contumacia per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Secondo l’accusa italiana, nel 2019 aveva provato ad aprire un canale diretto con Catania per far arrivare fiumi di cocaina colombiana, da distribuire poi nel resto d’Italia ed Europa. A “fregarlo” era stata un’operazione sotto copertura della guardia di finanza di Catania. Ma El Flaco era riuscito a salvarsi dall’arresto, restando latitante dal 2020 ad oggi.
Uno degli acquirenti della cocaina di El Flaco a Catania sarebbe stato “Charlie”, ovvero Mauro da Fiume, un broker italiano che operava da Barcellona (dove aveva un ristorante e una import-export) legato alla ‘ndrangheta del clan Piromalli-Molè. Da Fiume è stato estradato nel 2020 dalla Spagna, e condannato in abbreviato.
Nell’indagine catanese, denominata Halcon e di cui IrpiMedia aveva scritto in Cartel Project, era emersa una conversazione che oggi acquista un peso diverso. Gli uomini di El Flaco sono seduti in un ristorante di Catania. Si godono il cibo italiano e si lasciano andare a commenti.
Raccontano alcuni dettagli sulla famiglia di El Flaco, il cui padre avrebbe gestito «20mila “casas de cambio” (cambiavalute, ndr) e contatti con la Cia», ma, soprattutto, sarebbe la garanzia di agganci con la Guardia Nacional, la nuova polizia voluta dall’allora Presidente del Messico.
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