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Pirelli, da Mosca ombre sulla “quota russa” di Rosneft

Diffuse «Informazioni contraddittorie, Rosneft mai azionista»: così si legge in una causa per diffamazione a un giornalista russo che ha però citato documenti ufficiali

#OpenLux

10.08.21

Lorenzo Bagnoli

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Aluglio 2021, a seguito di una querela da parte del colosso petrolifero di Stato russo Rosneft contro un giornalista, c’è stato un ennesimo colpo di scena in una saga societaria che dopo sette anni sembrava ormai conclusa. I protagonisti sono Pirelli Spa, la società italiana che produce pneumatici, e Rosneft JSC, società petrolifera di Stato russa. Nel 2014 sembrava che quest’ultima fosse diventata azionista di Pirelli con un’operazione passata attraverso una società veicolo lussemburghese. Un’operazione come tante allo scopo di proteggere gli interessi di Rosneft, la quale tuttavia appariva chiaramente come il vero manovratore del veicolo in Lussemburgo. Ora un tribunale arbitrale accusa il giornalista che in Russia ha raccontato quest’operazione – così come in Italia hanno fatto IrpiMedia e La Stampa, non querelate – di aver recato un danno alla società petrolifera di Stato pubblicando delle informazioni «contraddittorie». Quelle informazioni però sono le stesse che ha ricevuto il mercato, quelle che per un obbligo di trasparenza le società quotate devono rendere disponibili a chiunque.

Una sentenza clamorosa

A maggio del 2014 Pirelli Spa aveva informato gli investitori di tutto il mondo che il 13% del suo pacchetto di azioni è stato acquistato da una società lussemburghese, Long Term Investments Luxembourg SA (LTI). Quest’ultima era controllata al 50% dal fondo pensione Neftegarant il quale, liquidato nel 2019, è stato senza ombra di dubbio di proprietà della società petrolifera di Stato russa Rosneft. Il numero tre dell’azienda, il direttore finanziario Petr Lazarev, era parte del suo consiglio di amministrazione e la stessa liquidazione per ordine della corte arbitrale di Mosca su richiesta della Banca centrale russa era stata gestita dalla stessa Rosneft. Oggi sono cambiati i nomi – il fondo pensione russo si chiama Evolution, il quale controlla una società che si chiama Tacticum Capital, a sua volta proprietaria di Tacticum Investment, ovvero la nuova identità di LTI dal 2019 – ma la sostanza è rimasta quella di allora. 

A sette anni di distanza dalle comunicazioni al mercato sempre la stessa corte arbitrale di Bolshaya Tulskaya Ulitsa 17, a Mosca, ha stabilito che questa ricostruzione dei fatti – basata su prospetti informativi agli investitori, bilanci e comunicati stampa delle stesse aziende – «non corrisponde alla realtà». La sentenza risale al 21 luglio e risolve il procedimento scatiurito da una querela per diffamazione che Rosneft ha sporto contro i giornalisti di i-Stories per un articolo. Si tratta dell’inchiesta a cui la testata russa ha lavorato insieme a IrpiMedia e La Stampa, l’analisi delle rete di relazioni che lega Rosneft a Pirelli, attraverso una rete di “prestanome di Stato”. La sentenza, nonostante i documenti ufficiali e le comunicazioni al mercato fatte in precedenza dalle società, ha clamorosamente dato ragione a Rosneft, richiedendo ad i-Stories di rimuovere le informazioni «controverse» dal proprio sito.

La campagna di Rosneft contro i giornalisti di i-Stories

Roman Shleynov non è l’unico giornalista di i-Stories contro il quale Rosneft ha scatenato azioni giudiziarie. Ad aprile il direttore della testata, Roman Anin, ha subito la perquisizioni nella propria casa prima e poi negli uffici del giornale da parte di agenti del Fsb, i servizi segreti russi. Questa volta a innescare la reazione del colosso petrolifero di Stato è un articolo del 2016, quando i-Stories ancora non era nemmeno nata e Roman Anin lavorava per la Novaya Gazeta, noto in Occidente per essere il giornale in cui lavorava la giornalista Anna Politkovskaja. L’articolo s’intitola I segreti del Princess Olga e racconta come il numero uno di Rosneft, Igor Sechin abbia acquistato per l’ex moglie Olga (hanno divorziato poi nel 2017) uno dei più costosi yacht del mondo. L’articolo è stato ripreso da testate di tutto il mondo perché poneva una domanda su quali siano effettivamente le disponibilità economiche del capo di Rosneft. Infatti per il suo incarico si stima – non esistono dati ufficiali – che lo stipendio sia di circa 12 milioni di dollari all’anno. Però lo yacht in questione costava all’epoca tra i 150 e i 180 milioni di dollari, una cifra difficile da raggiungere persino per Sechin. Anin si chiedeva allora quali fossero gli altri proventi di guadagno per Sechin. La risposta dell’azienda di Stato russa è arrivata cinque anni dopo con le perquisizioni in casa e in ufficio. Al momento ufficialmente la posizione di Anin è di testimone nell’ambito del processo. I suoi legali temono però che possa finire in carcere.

Per il tribunale di Mosca queste sono «informazioni contraddittorie»

Durante il processo, Roman Shleynov, il giornalista autore dell’articolo di i-Stories, ha mostrato ai giudici le fonti documentali – disponibili a qualunque investitore – sulle quali si basa il suo articolo, così come quelli di IrpiMedia e La Stampa. Questo è quanto commenta la corte arbitrale moscovita nel dispositivo, dopo averli letti: «Anche i documenti di Pirelli a cui fa riferimento l’imputato non provano che l’informazione (che ha pubblicato, ndr) sia vera». Poco più avanti: «Le informazioni contraddittorie fornite nella divulgazione da Pirelli non sono servite come base per rivedere la credibilità delle sue (dell’imputato, cioè Roman Shleynov di i-Stories, ndr) conclusioni in merito all’acquisto di azioni Pirelli da parte della società».

Tra le fonti di queste «informazioni contraddittorie» secondo la corte di Mosca c’è l’estratto del patto parasociale, documento che serve per informare il mercato di come cambia l’assetto proprietario di una società quotata e che quindi deve essere comunicato alla Consob, l’autorità di vigilanza sulla Borsa. Quello in cui si fa riferimento al legame tra LTI e Rosneft è datato 22 dicembre 2014 e descrive l’allora nuova composizione di Camfin Spa (CF), holding del presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera che è stata impiegata dai nuovi investitori come veicolo per l’ingresso nell’azionariato di Pirelli. Insieme a Long-Term Investments, ne diventavano soci anche UniCredit, Intesa Sanpaolo e Nuove Partecipazioni Spa, altra società riconducibile a Tronchetti Provera. «Long-Term Investments Luxembourg Sa – si legge – è la società che, successivamente alla sottoscrizione dell’Accordo di massima, Rosneft Oil Company ha designato quale investitore in CF».

L’Accordo di Massima è un documento precedente, datato marzo 2014, in cui si definiva l’operazione di investimento per il rilancio di Pirelli. È da allora infatti che si discuteva di questo ingresso di capitale russo in una delle più importanti società italiane. Rosneft è definito «investitore strategico» dell’operazione. Un accordo di massima non può saltare senza che quest’informazione non venga condivisa anche con il mercato, cosa che invece non è successa. Tanto è vero che l’investimento, a maggio, è stato perfezionato.

Il vero mistero: perché querelare sette anni dopo il perfezionamento dell’accordo?

Nel prospetto informativo del 2 luglio 2014, il documento attraverso cui Pirelli dava conto ai mercati del suo nuovo assetto proprietario, si legge infatti che LTI «è un veicolo controllato da Rosneft». Sul sito di Pirelli si trova il rapporto di gestione del 2014 in cui, nella categoria eventi di rilievo, si legge che «in data 24 maggio 2014 è stata perfezionata l’operazione che ha portato Long-Term Investments Luxembourg S.A. – società controllata dal Fondo Pensioni Neftegarant – a detenere il 50% di Camfin S.p.A. (società che detiene il 26,19% di Pirelli & C. S.p.A.)». Pirelli, in sostanza, non ha mai fatto mistero che LTI rappresentasse Rosneft. Tanto è vero che anche l’amministratore delegato di Pirelli Marco Tronchetti Provera ha rilasciato interviste in cui smentiva ogni possibile rischio di sanzioni per Pirelli a seguito dell’ingresso nel pacchetto azionario di Rosneft. Il momento in cui si è perfezionato l’accordo, infatti, ha coinciso con il periodo in cui, a seguito dell’occupazione della Crimea, in Europa e Stati Uniti si iniziava a discutere sanzioni economiche contro la Russia. Anche le agenzie di stampa russe riprese dalla stessa Rosneft in materiali informativi parlavano di «ingresso di Rosneft nel capitale di Pirelli» (ad esempio Interfax, il 24 maggio 2014). 

In pratica, quindi, la sentenza della corte arbitrale moscovita afferma che Pirelli ha fornito «informazioni contraddittorie» al mercato, che i suoi prospetti informativi, i report, i bilanci, gli accordi di massima stipulati con Rosneft riportano informazioni scorrette. «Pirelli non intende rilasciare alcun commento sulla vicenda e ribadisce la correttezza di quanto riportato in tutti i suoi documenti ufficiali», è la replica della società italiana a una richiesta di commento inviata da La Stampa.

Più che stabilire se Rosneft sia o meno dietro a LTI, il vero mistero intorno a questa vicenda è legato al suo tempismo: perché solo nel 2021 Rosneft querela un giornalista che riporta una vicenda avvenuta sette anni prima? In fondo chiunque aveva già scritto dell’ingresso nel capitale sociale di Pirelli. Perché parlare oggi di quel sistema di prestanome che rappresenta Rosneft dentro la società veicolo che ha investito in Pirelli ha provocato una reazione della società di Stato russa, che si è concretizzata nella querela al giornalista?

Di certo c’è che la decisione del tribunale di Mosca fa muro attorno a Rosneft, ma suona come una velata accusa nei confronti di Pirelli di aver elargito comunicazioni fasulle al mercato. L’azienda dal canto suo ribadisce la correttezza delle operazioni, ma questo è un punto su cui i due giganti industriali dei rispettivi Paesi dovranno prima o poi misurarsi.

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Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli

Editing

Luca Rinaldi

In partnership con

La Stampa

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