La notte tra il 23 e il 24 febbraio 2000, i finanzieri Alberto De Falco e Antonio Sottile erano in servizio lungo le coste dell’Adriatico, alle porte di Brindisi. I due baschi verdi della Compagnia antiterrorismo pronto impiego della Guardia di Finanza, stavano percorrendo la strada complanare della Statale 379. La loro Fiat Punto di ordinanza avanzava nel buio, con i colleghi Edoardo Roscica e Sandro Marras seduti dietro.
Al chilometro 46+300, all’altezza del santuario della Madonna di Jaddico, accade qualcosa, qualcosa che accadeva molto spesso nella Puglia di quegli anni.
Dopo una curva, le due unità si trovarono di fronte un convoglio di contrabbandieri. Avevano appena caricato i mezzi, in spiaggia, spostando le casse di sigarette dalle barche veloci che erano andate a prelevarle da una nave più grande.
L’inchiesta in breve
- La notte tra il 23 e il 24 febbraio 2000, i finanzieri Alberto De Falco e Antonio Sottile vengono uccisi da un convoglio di contrabbandieri, alle porte di Brindisi. Quell’episodio è uno spartiacque del contrabbando di sigarette tra le due sponde dell’Adriatico.
- Il traffico di “bionde” illegali in Italia è nato e cresciuto a Napoli, ma negli anni Ottanta si è spostato in Puglia. «Sempre meglio che andare a rubare», si diceva a quei tempi, in cui il contrabbando era un forte ammortizzatore sociale.
- È anche per gestire questi traffici che, nel 1981, nasce la Sacra Corona Unita, l’organizzazione criminale pugliese, fondata dopo interazioni sia con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo sia con la ‘ndrangheta di Rosarno.
- La morte di De Falco e Sottile porta al lancio dell’operazione Primavera da parte del Ministero dell’Interno: dopo anni di tolleranza, la struttura contrabbandiera viene, di fatto, smontata in poco più di cento giorni.
- Il contrabbando di sigarette tra il nostro paese e la sponda orientale dell’Adriatico continua ancora oggi. Sono cambiati forme e attori e soprattutto la sua importanza si è ridotta. A favore di nuovi traffici molto più redditizi.
Non c’era nessuno in Puglia che non fosse abituato a quelle scene, non solo contrabbandieri e forze di polizia. Coppie di innamorati, gruppi di amici di ritorno da una festa in masseria, famiglie al rientro da una giornata al mare o al ristorante, erano assuefatti all’idea che si potesse incontrare un “convoglio”: macchine veloci, molto veloci; grandi e spesso modificate per avere una sorta di “rostro” davanti in caso di posto di blocco da speronare, lanciate in colonna a tutta velocità – e a fari spenti – nella notte. Lo sapevano tutti. Quello che dovevi fare era farti da parte, lasciarli passare, e riprendere la tua vita.
«Sempre meglio che andare a rubare», si diceva nella Puglia di quei tempi, e lo dicevano la buona borghesia e i proletari, la destra e la sinistra.
Allora, la Puglia era una terra delusa dagli investimenti industriali governativi: avevano trasformato i contadini in operai, ma lo avevano fatto finanziando aziende private che, finite le prebende pubbliche, andavano via, in un processo socioeconomico magistralmente raccontato da Alessandro Leogrande in Le Malevite e in altri suoi lavori. E ancora dovevano arrivare gli anni della turistificazione di massa che ha cambiato la vita della Puglia e che, pur tra enormi contraddizioni, ha offerto nuove opportunità economiche ad ampie fasce di sottoproletariato.
In questo contesto, le sigarette di contrabbando erano l’ammortizzatore sociale per eccellenza. Per chi comprava e risparmiava. Per chi vendeva, e “campava la famiglia”: si calcola che nel 1995 il contrabbando rappresentasse il 40% delle attività economiche brindisine e desse da vivere a cinquemila famiglie.
Di morti legati al contrabbando ce n’erano già stati, in realtà. Vittime innocenti, come Ennio Petrosino e Rosa Zaza, coppia di sposi di 33 e 31 anni, persero la vita la sera del 25 agosto 1999 sull’autostrada Bari – Napoli, all’altezza di Candela, travolti da un convoglio mentre rientravano in moto dalle vacanze in Croazia. Le stime sono incerte, ma si calcola che siano un centinanio le vittime di incidenti come questo.
I finanzieri De Falco e Sottile lo sapevano, quando si videro spuntare di fronte quella colonna, nel cuore della notte. Sapevano dei convogli, delle vittime e dei traffici, ma non sapevano che quella sarebbe stata la notte che avrebbe cambiato tutto.
Napoli prima, la Puglia poi
In principio furono le “bionde”. Così venivano chiamate, a partire dal secondo dopoguerra, le sigarette di contrabbando, il cui traffico ruotava soprattutto intorno alla città di Napoli. Per il sociologo Domenico De Masi, si tratta di un fenomeno sociale ed economico a cui parteciparono migliaia di napoletani a partire dal 1943, dal momento che le sigarette di contrabbando arrivarono in città con le forze alleate.
Napoli ne è stato il centro per tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, ma a partire dal decennio successivo la rotta cambia. E si sposta in Adriatico.

La causa di questo cambiamento è in una guerra di mafia, magistralmente raccontata nel documentario della Rai, del 1978, Contrabbandieri di sigarette a Napoli di Renato Parascandolo. Proprio in quell’anno, la Guardia di Finanza lancia un’operazione massiccia contro il racket del capoluogo campano, che aveva nel mirino il business di Michele Zaza, detto o’pazzo. Secondo gli inquirenti, il suo giro d’affari era di 150 miliardi di lire. Zaza era un anello di congiunzione tra la camorra e la mafia siciliana, con partecipazioni documentate a vertici con pezzi da novanta come Pippo Calò, Bernardo Brusca e Totò Riina.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, nel 1979, per l’eccessiva pressione delle forze dell’ordine, nella tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano, in provincia di Napoli, si ordinò lo scioglimento del cartello tra mafiosi e camorristi per il traffico di sigarette. Lo stesso Zaza, ormai, come molti altri del giro, era più interessato al crescente business delle droghe. Allo stesso tempo, dal carcere, il boss della Nuova Camorra Organizzata (Nco), Raffaele Cutolo, imponeva una “tassa” di 20 mila lire dell’epoca per ogni cassa scaricata. Zaza provò a opporsi, ma perse dopo una sanguinosa faida che, secondo la magistratura e la stampa italiana, causò 1.242 vittime tra il 1978 e il 1985.
Cutolo aveva vinto. E si era anche mosso per cambiare le rotte del contrabbando. Le “bionde”, infatti, non arrivavano più dalle Americhe, ma dal Medio e dall’Estremo Oriente, decretando così l’ascesa della Grecia come porta d’entrata delle sigarette di contrabbando in Europa. Cutolo ne era consapevole e decise che la regione di Bari sarebbe diventata, suo malgrado, l’hub di questo nuovo traffico. Serviva però un’organizzazione locale pronta a gestire questi nuovi flussi e così il boss puntò a creare una succursale pugliese della sua Nco.

Cutolo affidò ai foggiani Pino Iannelli e a Alessandro Fusco il compito di fondare, nel 1981, in Puglia, la Nuova Camorra Pugliese (Ncp) alla quale si affiliarono anche i boss di Taranto, Antonio Modeo e Aldo Vuto. Ma questo schema in Salento e nel barese non funzionò. Ci furono scontri, tensioni e vittime. E il tentativo fallì. Pochi mesi dopo, però, ve ne fu un altro, che ebbe maggiore successo e che nacque dall’idea che la nascente organizzazione dovesse essere più “locale” e più indipendente, almeno all’apparenza.
La notte di Natale del 1981, Giuseppe Rogoli detto Pino, noto anche come Azzarone, fondò nel carcere di Bari la Sacra Corona Unita. Secondo teorie mai dimostrate, la Scu sarebbe nata grazie al sostegno della ‘ndrangheta in funzione anti-Cutolo e, in particolare, con il permesso del capobastone Bellocco di Rosarno, anche lui detenuto a Bari.
Di certo il suo fondatore, Rogoli, è originario di Mesagne in provincia di Brindisi e ha fatto proprio del brindisino il centro di gravità del traffico di sigarette. Il contrabbando era già attivo in città da un decennio, ma non in forma organizzata e controllata. Con Azzarone, invece, il sistema si struttura e nasce il mito di Marlboro City.
Marlboro City e Bari Vecchia
Con il passaggio dei traffici dalla Campania alla Puglia, Brindisi diventa uno dei centri chiave del contrabbando e, se esistono luoghi simbolo, in una sorta di mappa geopoetica dei territori, di sicuro un posto d’onore a Marlboro City spetta al bar Guatemala di Brindisi.
Il locale era una vera e propria “borsa valori” informale del mercato delle sigarette di contrabbando di quegli anni e Benito Ravone gli ha dedicato il documentario Tabacchi Lavorati Esteri. La pellicola racconta il bar, chi lo gestiva, ma soprattutto Damiano Contestabile, che negli anni Settanta fonda la prima “squadra” alla periferia di Brindisi.
La nascita delle squadre di contrabbandieri cambia il modo in cui si fa contrabbando.
Cambia tutto. A Brindisi, così come a Bari, altra città chiave per questi traffici. Nel capoluogo pugliese, un intero quartiere, Bari Vecchia, era impegnato con le “bionde”. Tra scafisti, scaricatori, grossisti e dettaglianti, migliaia di persone lavoravano grazie al commercio delle sigarette di contrabbando, che si potevano comprare ovunque: dagli angoli delle strade fino ai “sottani” del centro storico.
L., 60enne di Bari Vecchia, ex capo e organizzatore, che ha fatto del contrabbando la sua “professione” e la sua vita, ha raccontato alla testata Barinedita quegli anni: «Ho iniziato nel 1972, all’età di 15 anni. All’epoca operavo come semplice scaricatore di sigarette nel porto di Bari, poi con il trascorrere del tempo sono passato di “grado”: ho messo la mia quota e sono entrato in società con altri. C’erano nove “squadre”, ognuna delle quali era formata da 60-70 persone. All’inizio eravamo liberi, poi negli anni Novanta la criminalità organizzata fece irruzione di prepotenza nel mercato, chiedendo prima una percentuale e poi inserendosi nelle varie società».
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«Partivamo dal porto con i nostri motoscafi velocissimi (il mio si chiamava Riva) e raggiungevamo i palmos: contrabbandieri greci che si trovavano con le loro navi a 15 miglia dalla costa. Lì mostravamo il nostro lasciapassare: un mezzo dollaro. In precedenza infatti il capo dell’imbarcazione provvedeva a tagliare in due una banconota americana, siglandola. Una metà la teneva lui e l’altra la dava a noi. Sopraggiunti sulla nave facevamo vedere il “permesso” e avevamo l’ok per scaricare la merce. Dalle 80 alle 100 casse. In ognuna di esse si trovavano 50 stecche: quindi dai 40 mila ai 50 mila pacchetti. Contrabbandavamo più che altro Marlboro e poi c’era il “misto”, ovvero un insieme di altre marche estere», continua.
«Le sigarette, fino agli anni Ottanta, provenivano dalla Grecia. Poi direttamente dall’America, passando per l’ex Jugoslavia. Negli anni Novanta infatti cambiammo il nostro modo di lavorare. Complici anche i maggiori controlli (che non ci permettevano più di tenere i motoscafi nel porto) ci trasferimmo a Zelenica, nell’attuale Montenegro. Da lì aspettavamo il carico dagli Stati Uniti e mandavamo poi la merce con le barche sulle coste pugliesi. Chiaramente senza intermediari il commercio si estese. Arrivammo anche a spedire 500 casse al giorno: 250 mila pacchi. Si guadagnava più o meno 100 mila lire a cassa, da cui però bisognava defalcare tutte le spese di benzina e i compensi per scafisti e scaricatori», conclude l’ex contrabbandiere.
A metà degli anni Ottanta si crea una frattura tra i clan del brindisino e quelli del barese. Questi ultimi si uniscono attorno alla figura carismatica di Savino Parisi, detto Savinuccio, e Bari prende campo. Inoltre molto cambia per la guerra nella ex-Jugoslavia. Come ha raccontato il vecchio contrabbandiere, la dissoluzione del paese fece del Montenegro il regno dei contrabbandieri pugliesi, molti dei quali si trasferirono lì a vivere poiché ricercati in Italia.

A garantire loro copertura era Milo Djukanovic, l’uomo che ha governato il Montenegro per un ventennio. Djukanovic, lautamente pagato per proteggere i ricercati e per mettere a disposizione il porto di Bar come hub per il traffico, è stato più volte sia primo ministro sia presidente del Montenegro, carica che ha ricoperto fino al maggio 2023. La procura di Bari provò a chiamarlo in causa, ma il suo ruolo politico l’ha sempre salvato dalle inchieste grazie all’immunità diplomatica. Oggi che il suo dominio è finito, chissà se si avranno notizie anche di quei tempi.
L’operazione Primavera
«Raccontare il contrabbando di sigarette vuol dire anche raccontare la mutazione dell’Italia meridionale attraverso la mutazione delle sue “male vite”. […] Parlare del contrabbando vuol dire parlare di globalizzazione. Della globalizzazione dei fenomeni criminali», ha scritto Alessandro Leogrande ne Le Malevite. E, infatti, il sistema del contrabbando non tocca solo la Puglia e il Montenegro di Djukanovic, ma è molto più grande e funziona grazie a società e conti offshore. La corruzione attraversa anche Albania, Cipro, Serbia, Svizzera e permette il traffico di centinaia di migliaia di casse di sigarette. Un sistema rodato, fatto di contatti e divisione dei compiti tra quelle persone che il contrabbando lo gestiscono dall’alto e funzionari e uomini di stato che vedono nelle “bionde” un enorme potenziale.
E poi, come sempre, ci sono le commistioni con professionisti: nel processo nato dall’operazione Atlantide, una delle più complesse e articolate sul fenomeno del contrabbando e sul riciclaggio dei proventi illeciti, ad essere arrestate furono una quarantina di persone, tra cui contrabbandieri ma anche direttori di banche, imprenditori, commercianti, gioiellieri. Un mondo sommerso tra le rotte adriatiche e nei conti correnti italiani ed esteri, che, solo nel caso di questo processo, concluso nel 2015, valeva 17 milioni di euro.
Le multinazionali di sigarette e il contrabbando
«A differenza di altri settori di attività criminale – quelli che trattano le armi e gli stupefacenti –, l’intero sistema mondiale del contrabbando [di sigarette, ndr] fa capo a poche società: le stesse che operano legalmente e sono in rapporti economici e di affari con gli Stati». A scriverlo è, nel 2001, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali. Il sistema del contrabbando di sigarette, un’industria globale, non può infatti fare a meno di chi le sigarette le produce e commercializza.
Secondo diversi studi, indagini e cause giudiziarie, sono le stesse multinazionali ad aver facilitato il contrabbando, seguendo una chiara strategia commerciale con l’obiettivo di raggiungere un mercato ancora più ampio: con i Monopoli di stato il prezzo delle sigarette era aumentato, tagliando così una parte di consumatori, gli stessi raggiungibili di nuovo con il contrabbando, in un mercato di massa in cui i prezzi sono più bassi. E tra multinazionali e contrabbandieri ci sarebbe stato solo un livello intermedio: quello di mediatori, quasi sempre con base in Svizzera.
Nel corso del tempo le strategie delle multinazionali sono cambiate: negli anni 2000 Philip Morris e British American Tobacco hanno finanziato campagne milionarie contro il contrabbando in collaborazione con l’Unione europea, impegnandosi a produrre le quantità di sigarette assorbite dal mercato legale. Accordi poi conclusi perché non hanno portato a una riduzione dei traffici illegali. Anche perché, come riportava nel 2001 una relazione della Camera dei Deputati, per le multinazionali gli introiti derivanti dal contrabbando sarebbero pari a un terzo del volume del commercio mondiale.
I finanzieri De Falco e Sottile sapevano quanti soldi muovesse il contrabbando. Per questo, quella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2000, tentarono l’inseguimento del convoglio che si trovarono davanti. Provarono a fermare la Range Rover modificata con un rostro, al volante della quale c’era il brindisino Giuseppe Contestabile (29 anni, all’epoca), con a fianco Adolfo Bungaro, 39 anni, di Francavilla Fontana, sempre in provincia di Brindisi.
Non riuscirono perché il mezzo dei contrabbandieri speronò la loro Punto. I colleghi sui sedili posteriori rimasero gravemente feriti. De Falco e Sottile morirono sul colpo. Avevano rispettivamente 32 e 29 anni.
L’avvocato dei due Contestabile Bungaro, in sede processuale, tentò di far passare per un banale incidente stradale lo scontro. Non ci riuscì, perché ormai la guerra tra Stato e contrabbandieri era scoppiata, degenerando. Di fronte al cordoglio nazionale per la morte dei due agenti, la risposta repressiva si concretizzò in quella operazione Primavera che segnò la fine dell’impero del contrabbando in Puglia. Per sempre.
L’allora ministro degli Interni italiano, Enzo Bianco, inviò solo nel brindisino quasi duemila tra carabinieri, poliziotti e finanzieri, oltre a uomini dell’intelligence. In 700 arrivarono dalla Brigata Tuscania, che negli anni precedenti aveva combattuto la mafia nell’operazione Vespri Siciliani. Quella in Puglia la chiamarono invece Primavera perché l’obiettivo era riportare il sereno smantellando le squadre di contrabbandieri. Si calcola che, con ruoli differenti, vennero impiegati fino a cinquemila uomini nell’azione di repressione del contrabbando, dal Gargano al Salento.
Vennero smantellate le reti operative, chiamate “batterie”, oltre che individuate e distrutte molte “gubbie”, i depositi sotterranei realizzati in aperta campagna, negli angoli più sperduti della provincia, che inghiottivano il tesoro. Erano la struttura di un affare miliardario. Per le famiglie Morleo, D’Oriano, Prudentino e Sabatelli che erano al vertice del traffico e ne controllavano le rotte. Ma anche per i colletti bianchi che finanziavano alcune operazioni e riciclavano i proventi dei boss nell’economia sana della Puglia.
L’operazione Primavera iniziò meno di una settimana dopo la morte di De Falco e Sottile e durò fino al 30 giugno 2000. In poco più di quattro mesi, vennero arrestate 537 persone, 461 quelle denunciate. Nel brindisino furono sequestrate oltre 32 tonnellate di sigarette, mezzo quintale di esplosivo, 47 fuoristrada blindati, 20 scafi, 223 autovetture e 24 depositi. Gli uomini mandati da Bianco scovarono e distrussero nelle campagne le stazioni radio con le quali venivano ripetuti i segnali criptati per gestire gli sbarchi.
Dopo anni di tolleranza, la struttura contrabbandiera che aveva dato a Brindisi il soprannome di Marlboro City era stata smontata in poco più di cento giorni. L’allora procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna disse che l’operazione aveva «determinato un ritiro dalla zona pugliese» e «la conseguente deviazione delle rotte altrove». I contrabbandieri, come dimostrano alcune intercettazioni telefoniche dell’epoca, tentarono di trasferirsi in Molise e Abruzzo. Con scarso successo. Ormai le droghe, le armi e gli esseri umani erano business molto più lucrosi, che vi racconteremo in questa serie.
Duty free e illicit whites
Il contrabbando di sigarette, però, non si è definitivamente spento. Cova ancora sotto le ceneri, tornando a bruciare di più quando alcune condizioni, come l’inflazione e il carovita, lo alimentano. Anche grazie a nuove forme e nuovi attori, come la Cina.
Anche nel nuovo contesto, la Grecia si conferma uno dei principali hub di transito delle sigarette di contrabbando. Nel 2016, la maggior parte delle sigarette illecite presenti nel paese (quasi 4 miliardi in totale) era costituita da pacchetti contrassegnati dalla dicitura del canale duty free o da illicit whites, cioè sigarette di marchi prodotti legalmente in un mercato e venduti consapevolmente ai commercianti che li trasportano in un altro paese dove i prodotti sono venduti illegalmente senza pagare le tasse locali.
Principalmente provengono dall’Est Europa o dai Balcani (specialmente da Ucraina, Macedonia del Nord, Albania, Romania e Bulgaria), dall’Asia (Cina, come detto, ma anche da Vietnam, Filippine), da Egitto, Cipro e Turchia. Spesso le spedizioni giungono in Grecia dopo aver transitato in zone di libero scambio, come Jebel Ali negli Emirati Arabi o Port Klang in Malesia e da là raggiungono l’Italia.
A Napoli, per esempio, le “bionde” di contrabbando continuano ad essere diffuse. In un rapporto del 2019, a cura di Intellegit e Università di Trento, si legge che «quanto a consumo di sigarette non domestiche (e quindi illegali perché non sottoposte a monopolio di Stato) nei primi sei posti in Italia troviamo cinque Comuni della Provincia di Napoli, con il capoluogo saldamente al primo posto; l’incidenza del prodotto di contrabbando tra i consumatori napoletani è costantemente al di sopra della media nazionale, con punte superiori al 54%, rispetto a una media in Italia che oscilla intorno al 5%».
In particolare, per quel che riguarda la rotta adriatica, leggendo gli ultimi report della Direzione Investigativa Antimafia, si avvertono segnali che il traffico possa tornare a crescere. Certo, le dimensioni rimangono molto lontane da quelle dei decenni passati, ma il contrabbando rimane. I carichi di sigarette (sia di grandi che di piccole dimensioni) partono soprattutto dai porti di Patrasso e del Pireo e arrivano in Italia attraverso i porti di Ancona, Taranto e Bari.
È l’ultima evoluzione di quei contrabbandi che, negli ultimi vent’anni, si sono modificati lungo l’Adriatico. Si sono trasformati insieme a mafie e gruppi criminali, che hanno fatto della globalizzazione e della finanza i loro punti di forza, sostenuti da paradisi fiscali sempre più funzionali ai traffici.
Legale e illegale diventano difficili da distinguere: si intrecciano, si ibridano, si sovrappongono. Proprio come le rotte delle sigarette che diventano le stesse di nuovi traffici, ancora più remunerativi, a partire da quello miliardario delle droghe.
