Appalto Consip mascherine: 60 milioni attese, poco più di 3 milioni quelle consegnate

La non verifica sulle aziende, pensata per ridurre i tempi, ha in realtà allungato le procedure e consegnato le commesse anche a società inesistenti o ritenute irregolari

27 Aprile 2020 | di Lorenzo Bodrero, Matteo Civillini

Ci si aspettava 60 milioni di mascherine grazie alle gare Consip. Ma ad oggi alle strutture sanitarie e alle pubbliche amministrazioni ne sono arrivate poco più di 3 milioni. Prima l’assegnazione dei contratti, poi la verifica delle aziende. Questa è la filosofia che sta caratterizzando buona parte dell’approvvigionamento pubblico di materiali per far fronte all’emergenza Covid-19.

Procedure straordinarie, in deroga al Codice degli Appalti, che, in teoria, dovrebbero accorciare i tempi nelle corsa globale ai dispositivi di protezione individuale. Ma in realtà qualcosa sembra non funzionare. I vincitori delle gare saltano, spesso in seguito a inchieste giornalistiche, e le forniture arrivano col contagocce.

Alcune tra le gare più ricche le ha battute proprio Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione.

La prima, pubblicata agli inizi di marzo, dovrebbe garantire a ospedali e pubblica amministrazione 35 milioni di mascherine e oltre 145 milioni di articoli vari tra cui guanti, camici, occhiali protettivi. Finora ne sono stati consegnati poco meno di 20 milioni in totale (di cui 3,2 milioni di mascherine).

L’ultima gara, aggiudicata il 27 marzo scorso in via provvisoria, base d’asta di 132 milioni di euro, avrebbe dovuto portare altre 25 milioni di mascherine. Dispositivi di protezione individuale consegnati finora: zero.

Il motivo è semplice: tra le maglie larghe degli appalti si infilano soggetti per cui la pandemia è solo un’occasione in più per fare business. Per questo all’avvio dei controlli dopo l’assegnazione delle gare scatta la revoca e l’annullamento di numerose aggiudicazioni, allungando così i tempi di consegna dei materiali.

Il caso Pivetti e la stretta sull'export dalla Cina

Frode nell’esercizio del commercio. È l’ipotesi di reato contestata all’ex presidente della Camera dei deputati, Irene Pivetti, per aver importato e poi distribuito migliaia di mascherine Ffp2 con il marchio CE – secondo la procura di Savona – contraffatto. Gli inquirenti sono partiti dai prezzi gonfiati del 2-300% delle mascherine in vendita nel savonese nei primi giorni di aprile, in piena ascesa del contagio.

Ripercorrendo a ritroso la filiera, la guardia di finanza ha quindi sequestrato il carico in giacenza all’aeroporto di Malpensa e intestato alla Only logistics Italia srl, di cui è amministratrice unica l’ex militante della Lega Nord. L’appalto, gestito dalla Protezione civile e assegnato con procedura d’urgenza, prevedeva la fornitura di 15 milioni di mascherine per 30 milioni di euro. Pivetti ha annunciato ricorso, spiegando sulle pagine del Corriere della Sera che le regole sulla verifica delle certificazioni siano cambiate in corsa.

Intanto, il 25 aprile il ministero del commercio della Cina ha annunciato controlli più severi circa l’export di dispositivi di protezione prodotti nella Repubblica popolare. Da oggi, chi esporta dovrà presentare una dichiarazione di idoneità del prodotto in merito alle misure di sicurezza del Paese destinatario. Il giro di vite arriva due giorni dopo gli esiti di un’operazione che ha portato al sequestro di 89 milioni di mascherine e 418 mila dispositivi di protezione in tutto il Paese e alle reiterate proteste di Olanda, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia e Canada che hanno dovuto restituire milioni di pezzi giudicati non conformi.

La Cina è al momento di gran lunga il principale fornitore di materiali di protezione, con una produzione di 116 milioni di mascherine al giorno.

Per Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia, si tratta della riprova che molte gare sono state sì velocissime, ma disastrose. «Lo abbiamo detto fin da subito che scartare del tutto trasparenza e controlli per gli acquisti Covid banditi in urgenza non fosse una buona idea,» dice Del Monte a IrpiMedia. «Paradossalmente, fare le cose in velocità ha rallentato, e spesso reso vano, tutto il processo. Speriamo sia di lezione per le fasi successive, dove già aleggia la volontà di allargare ancor di più le maglie dei controlli, con grande piacere di mafie e truffatori.»

Il caso più clamoroso è quello della Biocrea dell’imprenditore Antonello Ieffi – arrestato proprio in seguito alle verifiche sulla gara Consip e su denuncia dell’Ente appaltante. Turbativa d’asta e inadempimento di contratti per pubbliche forniture sono le accuse mosse dalla Procura di Roma nei suoi confronti.

Un altro contratto ad essere annullato è stato quello con Indaco Service, cooperativa sociale di Taranto con un burrascoso trascorso giudiziario, come già raccontato da IrpiMedia. Nel 2017 aveva perso la concessione per il centro di accoglienza straordinario Indaco-S.Maria del Galeso a causa di gravi carenze di carattere gestionale, strutturale e igienico-sanitario. Il manager di Indaco Service, Salvatore Micelli, è stato inoltre arrestato nel dicembre 2018 con l’accusa di aver partecipato a una maxi-truffa da oltre tre milioni di euro ai danni dello Stato. Micelli sostiene la sua innocenza, dicendo di «non aver preso neanche un euro illecitamente».

Una settimana fa vengono revocate le aggiudicazioni a un’altra azienda del terzo settore. Si tratta di Agmin di Verona, che si occupa di forniture beni e servizi nell’ambito della Cooperazione Internazionale. Dal 1983 realizza progetti finanziati da Onu, Unione europea e Banca mondiale. È controllata dai costruttori romani Cucchiella, già clienti dello studio Mossack Fonseca al centro del caso Panama Papers.

Inizialmente la Agmin si era aggiudicata 6 lotti per la fornitura di mascherine e tute protettive. Una sua controllata, la Agmin Italy spa, era stata esclusa nel 2018 dalle gare europee per tre anni. Al centro del contenzioso un bando Ue da 900 mila euro per la fornitura di strumenti in grado di misurare l’efficienza energetica in Bielorussia. Stando a quanto affermato dalla Commissione Europea, la Agmin Italy non avrebbe consegnato la merce richiesta e non avrebbe sostituito la garanzia finanziaria necessaria dopo che quella precedentemente emessa era risultata non valida.

L’azienda veronese ha presentato una causa alla Corte europea. La decisione sarebbe stata lesiva dei propri diritti – sostiene Agmin Italy – in quanto a causare la mancata fornitura sarebbe stato il rifiuto della Commissione Europea di accettare la sostituzione di Agmin con un altro produttore. Ad oggi la Corte non si è ancora espressa.

La prima e l’ultima gara Consip (al 27 aprile 2020) per i Dpi con il materiale consegnato rispetto alla richiesta

L’ultimo aggiudicatario ad aver visto sfumare il contratto con Consip è la Italian Properties. Holding bresciana guidata da Marco Melega, 47enne cremonese, arrestato lo scorso luglio per una presunta maxi-truffa online. Secondo le accuse della procura di Cremona, il gruppo di Melega avrebbe creato siti per l’acquisto all’ingrosso di vini, buoni carburante e prodotti elettronici a prezzi stracciati. Secondo l’accusa, la società non sarebbe stata in possesso di alcun prodotto e quindi i compratori sarebbero rimasti a mani vuote.

Melega è accusato di associazione a delinquere finalizzata alle truffe online, frode fiscale, bancarotta fraudolenta e riciclaggio. Dice di essere «stato profondamente turbato» dall’arresto e di «star affrontando la situazione con determinazione precisando agli inquirenti la mia estraneità ai fatti».

In seguito all’annullamento dei contratti sono pochi i vincitori del maxi-appalto Consip che rimangono ancora in corsa.

Tra di essi spicca la Holding Aleda Group, aggiudicataria di tutti i lotti dell’ultima gara Consip. Fa capo a due sorelle che producono e commercializzano vino nei Colli Romani. Nata a febbraio, il 23 marzo scorso l’azienda ha ampliato lo scopo sociale per comprendere appunto la fornitura di materiale sanitario e Dpi. Appena in tempo per consegnare l’offerta per la gara Consip chiusa il giorno successivo.

Interpellata da IrpiMedia nelle settimane scorse, Alessia Consoli (socia al 50%) non ha fornito risposte. Qualche giorno fa, al Fatto Quotidiano, ha spiegato che avendo in Cina il mercato principale avevano contatti tali da poter garantire le forniture, di essere pronte ad onorare il contratto anche se ancora non avevano ricevuto da Consip l’ordine di acquisto.

Foto: IrpiMedia su immagini Shutterstock | Infografica: Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

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