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Come ti senti? La prima indagine sulla salute mentale dei giornalisti freelance in Italia

Un campione di 558 giornalisti ha preso parte all’inchiesta partecipata per individuare i fattori di stress principali di una categoria che ha visto andare in frantumi le certezze del passato, con alcune specificità rispetto alla crisi generale del mondo del lavoro

#ComeTiSenti

11.12.23

Alice Facchini

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Salute

Stress, ansia, insonnia, abuso di cibo e sostanze, dipendenza da internet, attacchi di panico, burnout. Sono allarmanti i risultati emersi dall’indagine Come ti senti, condotta da IrpiMedia per approfondire lo stato della salute mentale dei giornalisti freelance in Italia. La raccolta dati si è svolta da luglio a ottobre 2023 attraverso un questionario anonimo, a cui hanno risposto 558 giornalisti da tutta Italia. I fattori che vengono individuati come quelli maggiormente impattanti sul benessere psicologico sono in primis l’instabilità e la precarietà, seguito dai compensi troppo bassi, dal fatto di rimanere sempre connessi e reperibili, e dai ritmi frenetici. Tra i disturbi più comuni l’87% afferma di soffrire di stress, il 73% di ansia, il 68% sente un senso di inadeguatezza. Più del 40% denuncia la sindrome da burnout, attacchi di rabbia immotivati e dipendenza da internet e dai social network. Uno su tre parla esplicitamente di depressione.

Il campione dell’indagine

L’indagine ha raccolto 558 risposte: il 55% dei rispondenti sono donne, 44% uomini e l’1% preferisce non specificarlo. Per quanto riguarda l’età, vi è una prevalenza di giornalisti nelle fasce più giovani: il 46% ha tra i 18 e i 35 anni, il 31% è nella fascia 35-45 anni, il 14% nella fascia 45-55, il 6% nella fascia 55-65 e solo il 2% ha più di 65 anni.

Questi dati rispecchiano la composizione del gruppo dei freelance, che in media hanno un’età inferiore rispetto alla classe dei giornalisti nella sua totalità. Il 75% dei rispondenti è iscritto all’Ordine dei giornalisti, mentre solo il 23% ha la cassa di assistenza sanitaria della professione Casagit. Sul totale del campione, il 65% si definisce come giornalista freelance, il 14% è composto da giornalisti che lavorano nel campo della comunicazione, l’11% lavora come ufficio stampa, mentre il 10% è composto da giornalisti filmaker, il 7% da fotogiornalisti e un altro 7% da giornalisti che lavorano come social media manager.

Quali disturbi colpiscono i giornalisti?

L’87% afferma di soffrire di stress, il 73% di ansia, il 68% sente un senso di inadeguatezza. Più della metà soffre di insonnia. Uno su due ha la sensazione di non essere compreso e prova un forte senso di solitudine. Il 42% afferma di soffrire di sindrome da burnout, di avere attacchi di rabbia immotivati e di essere dipendente da internet e dai social network. Uno su tre parla esplicitamente di “depressione”. Il 28% denuncia perdita di appetito o abuso di cibo, il 27% ha attacchi di panico e il 26% ha difficoltà a intraprendere e mantenere relazioni di coppia. Il 15% dice di aver subito disturbi da stress post traumatico. Solo il 2% dichiara di non aver mai sofferto di nessuno di questi problemi. Interessante anche analizzare le risposte che sono state segnalate all’interno della casella “altro”, dove diverse persone scrivono di avere difficoltà legate all’abuso di alcol, tabacco o sostanze.

Analizzando le risposte in base alle diverse fasce di età, risulta che i giornalisti più anziani affermano di essere impattati mediamente in misura minore rispetto ai giovani, e questo vale per tutti i disturbi presi in considerazione. Questo risultato potrebbe essere espressione di una situazione di maggiore benessere psicologico, ma anche di una minor propensione a dichiarare aspetti critici dal punto di vista emotivo, trend che tipicamente si registra in questionari che affrontano argomenti come questi.

In particolare, le maggiori differenze si riscontrano sui dati che riguardano gli attacchi di panico: il 57% di chi ne soffre ha meno di 35 anni, mentre gli over 65 sono sotto l’1% e solo il 3% ha tra 55 e 65 anni. Poi c’è la depressione, la perdita di appetito o abuso di cibo e i disturbi da trauma continuo, che impattano per il 53% i giovani under 35, mentre gli over 55 sono rispettivamente il 4% nei primi due casi e il 5% nel terzo. Infine, emblematico è l’andamento di risposta all’opzione “Non mi è mai capitato di avere questi problemi”: il 22% di chi ha selezionato questa casella ha più di 65 anni.

Differenze simili si riscontrano suddividendo le risposte per genere: le donne hanno dichiarato di essere impattate in misura mediamente maggiore da quasi tutti i sintomi di disagio presi in considerazione. Si tratta, questa, di una tendenza riscontrata spesso in letteratura e ricondotta a un contesto socio-culturale in cui gli uomini tendono a sottostimare gli aspetti legati alla propria emotività e intimità.

Di nuovo, la differenza più marcata si registra nelle risposte sugli attacchi di panico: il 70% di chi dichiara di soffrirne è donna. Seguono i disturbi da trauma continuo (il 68% è donna), la perdita di appetito, l’abuso di cibo e l’insonnia (il 65% è donna). Viceversa, gli uomini sono la maggioranza solo tra chi dichiara di soffrire di disturbi da stress post traumatico e di avere difficoltà a intraprendere o mantenere relazioni di coppia (in entrambi i casi il 54% è uomo). Inoltre, gli uomini rappresentano l’83% di chi afferma di non aver mai sofferto di nessuno di questi problemi.

Quali fattori impattano sulla salute mentale dei giornalisti?

Per capire quali siano le cause del malessere vissuto dai giornalisti, sono stati presi in analisi 14 stressor (i fattori di stress). Tra questi, i compensi troppo bassi sono considerati il fattore più impattante sul benessere psicologico della categoria: su una scala da 1 a 4, dove 1 significa che quel fattore non impatta per nulla e 4 significa che impatta molto, l’85% dei rispondenti dichiara che i bassi compensi incidono “abbastanza” o “molto” sulla propria salute mentale. Subito dopo viene la precarietà lavorativa, con una percentuale dell’83% di giornalisti che hanno risposto “abbastanza” o “molto”, seguita dal rimanere sempre connessi e reperibili (76%), dai ritmi frenetici (70%), dall’ipercompetitività (65%) e dall’ambiente giudicante (57%).

Per approfondire

#ComeTiSenti
Serie

Senza rete: indagine sulla salute mentale dei giornalisti in Italia

Aggiornata il: 15 Dicembre 2023

Tuteliamoli, tuteliamoci

15.12.23
Facchini

Quello che i giornalisti non dicono

13.12.23
Facchini

Analizzando l’andamento delle risposte, ed osservando come esse si aggregano intorno a fattori statisticamente rilevanti, abbiamo potuto suddividere i 14 stressor in quattro macro-categorie: fattori economici (che mette insieme precarietà e bassi compensi); rischi connessi all’ambiente di lavoro (tra cui ipercompetitività, ambiente giudicante, lavoro in solitudine, ritmi frenetici, rimanere sempre connessi); pericoli e minacce (che comprende le querele temerarie, la mancanza di assistenza legale, le minacce, gli attacchi online e i pericoli sul campo); discriminazioni e molestie. Il risultato è che a colpire la salute mentale sono soprattutto i fattori economici, che sono considerati “molto” o “abbastanza” impattanti dall’84% dei rispondenti. Seguono i rischi connessi all’ambiente di lavoro (63%), i pericoli e le minacce (31%) e discriminazioni e molestie (un altro 31%).

Analizzando l’andamento delle risposte, ed osservando come esse si aggregano intorno a fattori statisticamente rilevanti, abbiamo potuto suddividere i 14 stressor in quattro macro-categorie: fattori economici (che mette insieme precarietà e bassi compensi); rischi connessi all’ambiente di lavoro (tra cui ipercompetitività, ambiente giudicante, lavoro in solitudine, ritmi frenetici, rimanere sempre connessi); pericoli e minacce (che comprende le querele temerarie, la mancanza di assistenza legale, le minacce, gli attacchi online e i pericoli sul campo); discriminazioni e molestie. Il risultato è che a colpire la salute mentale sono soprattutto i fattori economici, che sono considerati “molto” o “abbastanza” impattanti dall’84% dei rispondenti. Seguono i rischi connessi all’ambiente di lavoro (63%), i pericoli e le minacce (31%) e discriminazioni e molestie (un altro 31%).

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I dati cambiano se consideriamo le diverse categorie di giornalisti. Suddividendo i rispondenti in quattro tipologie (giornalisti contrattualizzati, giornalisti freelance, fotogiornalisti e filmaker, giornalisti che lavorano nel campo della comunicazione), quello che emerge è che i giornalisti freelance dichiarano sistematicamente di essere impattati in misura maggiore, considerando il valore medio di tutti gli stressor presi in esame.

Viceversa, i giornalisti contrattualizzati dichiarano di essere meno impattati, soprattutto per quanto riguarda i temi economici. Nello specifico, i fattori nei quali le risposte dei freelance si distaccano di più rispetto a quelle dei giornalisti contrattualizzati sono instabilità e precarietà (i freelance dichiarano che questo fattore impatta il 21% in più), compensi troppo bassi (17% in più) e mancanza di assistenza legale (14% in più). Per quanto riguarda la pericolosità del lavoro sul campo, invece, ad essere più colpiti sono i fotogiornalisti e filmaker, che dichiarano che questo stressor impatta il 19% in più rispetto ai contrattualizzati.

Prendendo in considerazione le diverse fasce di età, anche in questo caso si nota come i giovani dichiarano di essere impattati mediamente di più da tutti gli stressor presi in esame. In particolare, le differenze maggiori si registrano nelle risposte inerenti all’ipercompetitività: i giovani nella fascia 18-35 anni dichiarano che questo fattore impatta il 38% in più sulla propria salute mentale rispetto agli over 65. Altri stressor che hanno una differenza statisticamente rilevante sono l’instabilità e la precarietà (che impatta il 35% in più negli under 35 rispetto agli over 65), rimanere sempre connessi e reperibili (31% in più), compensi troppo bassi (27% in più).

Qual è la cosa più spiacevole che ti è capitata sul lavoro?

«Meno di una settimana prima dell’inizio di un nuovo contratto, il direttore mi ha comunicato che non mi avrebbero rinnovato, come se la colpa fosse mia. Io, che per quel lavoro avevo cambiato città, mi sono sentita crollare la terra sotto i piedi: soffrivo di insonnia e attacchi di apnea notturna»

«Ricevevo continuamente pressioni da parte del capo per l’ennesima breaking news da scrivere velocemente. Non riuscivo a dormire se non sognando breaking news, avevo attacchi d’ansia continui».

«Per uno dei principali quotidiani italiani con cui collaboro mi trovo a svolgere anche innumerevoli altri ruoli: caposervizio per prodotti editoriali del gruppo, social media manager, organizzazione eventi, ufficio stampa. Durante un evento mi è stato chiesto di servire gli antipasti».

Qual è la cosa più pericolosa che ti è capitata sul lavoro?

«In Medio Oriente, per scrivere un reportage finito sulla prima pagina di uno dei maggiori quotidiani italiani, sono stato temporaneamente detenuto. Quando, dopo la pubblicazione, chiesi quanto mi avrebbero pagato, mi risposero: “Ti stiamo insegnando un mestiere”. Avevo 21 anni».

«Dopo aver consegnato un pezzo da fare sul campo dopo la mezzanotte, sono rimasta sola in strada in piena notte subendo catcalling. Non avevo alcun modo di tornare a casa, i mezzi pubblici erano chiusi».

«Ero in Africa per un reportage e non mi è stato dato il budget per pagare un autista privato, così mi sono dovuto affidare a un mototaxi locale. Ho rischiato di essere rapito, per un pezzo da freelance pagato all’epoca 83 euro lordi. Con foto, ovviamente».

Qual è la cosa più spiacevole che ti è capitata sul lavoro?

«Meno di una settimana prima dell’inizio di un nuovo contratto, il direttore mi ha comunicato che non mi avrebbero rinnovato, come se la colpa fosse mia. Io, che per quel lavoro avevo cambiato città, mi sono sentita crollare la terra sotto i piedi: soffrivo di insonnia e attacchi di apnea notturna».

«Ricevevo continuamente pressioni da parte del capo per l’ennesima breaking news da scrivere velocemente. Non riuscivo a dormire se non sognando breaking news, avevo attacchi d’ansia continui».

«Per uno dei principali quotidiani italiani con cui collaboro mi trovo a svolgere anche innumerevoli altri ruoli: caposervizio per prodotti editoriali del gruppo, social media manager, organizzazione eventi, ufficio stampa. Durante un evento mi è stato chiesto di servire gli antipasti».

Qual è la cosa più pericolosa che ti è capitata sul lavoro?

«In Medio Oriente, per scrivere un reportage finito sulla prima pagina di uno dei maggiori quotidiani italiani, sono stato temporaneamente detenuto. Quando, dopo la pubblicazione, chiesi quanto mi avrebbero pagato, mi risposero: “Ti stiamo insegnando un mestiere”. Avevo 21 anni».

«Dopo aver consegnato un pezzo da fare sul campo dopo la mezzanotte, sono rimasta sola in strada in piena notte subendo catcalling. Non avevo alcun modo di tornare a casa, i mezzi pubblici erano chiusi».

«Ero in Africa per un reportage e non mi è stato dato il budget per pagare un autista privato, così mi sono dovuto affidare a un mototaxi locale. Ho rischiato di essere rapito, per un pezzo da freelance pagato all’epoca 83 euro lordi. Con foto, ovviamente».

Infine, esistono anche marcate differenze di genere nella percezione delle minacce alla propria salute mentale. Le donne hanno risposto in maniera sistematicamente differente, dichiarando di essere colpite in media in misura maggiore dai vari stressor rispetto agli uomini, il che è coerente con l’andamento delle risposte sui disturbi che colpiscono i giornalisti e le giornaliste. Nello specifico, le maggiori differenze si riscontrano nelle risposte legate alle discriminazioni di genere e alle molestie, che impattano rispettivamente il 34% e il 21% in più sulle donne rispetto agli uomini. Altri fattori dove si riscontra una differenza statisticamente significativa sono l’ambiente giudicante (13%), l’ipercompetitività (11%), rimanere sempre connessi e reperibili (9%), e attacchi online e sui social network (8%).

L’importanza di chiedere aiuto

Il dato positivo che si ricava dal questionario riguarda la capacità dei giornalisti di chiedere aiuto. L’89% dei professionisti che hanno risposto ha raccontato le proprie difficoltà ad amici, partner e familiari. L’81% si è confidato anche con altri giornalisti e giornaliste: di questi, l’83% ne ha parlato con colleghi e colleghe, mentre solo il 19% ha espresso le proprie difficoltà con i superiori. Il 52% è stato già seguito da uno psicoterapeuta. Purtroppo, però, a fronte delle difficoltà e delle necessità di supporto, attualmente non esistono sostegni adeguati: solo il 5% ha ricevuto aiuto sul lavoro rispetto al proprio benessere psicologico. La percentuale non varia in maniera rilevante tra diverse tipologie di giornalista: si va dal 4% dei freelance al 6% dei giornalisti contrattualizzati.

Il 62% riterrebbe utile accedere a sedute individuali gratuite di psicoterapia, il 50% vorrebbe gruppi di condivisione e auto-mutuo aiuto, il 37% workshop e training su giornalismo e wellbeing, il 20% un numero verde e una chat di supporto.

La metodologia di indagine e i prossimi passi

Questa è un’indagine giornalistica, che non ha pretese di essere scientifica né tantomeno esaustiva. Le domande del questionario sono nate da un confronto interno alla redazione di IrpiMedia e non sono stati svolti focus group preliminari, né tantomeno è stato incaricato un comitato scientifico per avallare la metodologia. Tutto questo avrebbe necessitato di tempi più lunghi e di costi più ingenti: abbiamo preferito seguire l’urgenza delle storie, e dare la priorità alla necessità di raccontarle. La raccolta dati si è svolta da luglio a ottobre 2023 attraverso un questionario anonimo diffuso sulla piattaforma Google Forms: abbiamo ricevuto in tutto 558 risposte.

Prima ancora di pubblicare il questionario, siamo partiti dalla consapevolezza che ogni domanda è, per sua natura, intrinsecamente tendenziosa, perché influenza la risposta qualsiasi siano le parole che si usano. A posteriori, se potessimo tornare indietro, probabilmente alcune parti del questionario le scriveremmo in modo diverso.

Interessante è, più ancora dell’analisi quantitativa, il valore qualitativo delle testimonianze che abbiamo raccolto. Testimonianze che sono state approfondite attraverso alcune interviste telefoniche, realizzate con chi ha scelto di lasciare il proprio contatto alla fine del questionario. Le loro storie contengono tante altre storie: quelle dei professionisti che hanno vissuto sulla propria pelle le stesse difficoltà. A partire da queste, IrpiMedia pubblica una serie di approfondimenti che ruota attorno a tre nuclei tematici emersi come particolarmente problematici: precarietà, rischi sul campo, discriminazioni di genere.

Abbiamo scelto di usare nomi di fantasia per tutti i giornalisti che hanno deciso di raccontarsi. Parallelamente ci siamo a lungo interrogati su una questione: fare i nomi o non fare i nomi delle testate coinvolte? Alla fine abbiamo valutato che non sia questo il punto: i problemi che emergono sono talmente diffusi che abbiamo ritenuto riduttivo additare quel giornale o quel canale tv, abbiamo preferito dipingere un quadro generale di sfruttamento diffuso, che porta con sé molte minacce per la salute mentale dei lavoratori. L’unica eccezione è quella della Rai, in quanto si tratta del servizio pubblico italiano, finanziato con i soldi dei contribuenti.

Per tutti questi motivi, i dati che abbiamo raccolto non puntano ad avere una validità scientifica, ma mirano a suscitare un dibattito e una presa di responsabilità: le persone che abbiamo intervistato denunciano il loro disagio e chiedono di essere ascoltate. Ecco perché consideriamo questa indagine non come un punto di arrivo, quanto piuttosto come un punto di partenza, dal quale potranno scaturire nuovi interventi, ricerche e approfondimenti.

Crediti

Autori

Alice Facchini

Editing

Christian Elia

Visuals

Lorenzo Bodrero

In partnership con

Società Italiana di Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione

Illustrazioni

Claudio Capellini

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