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A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, a quanto pare, per corrompere un giudice servono quattro milioni di euro. Denis Matoshi, uno dei più importanti trafficanti di cocaina che la criminalità albanese abbia a disposizione, li ha pagati per farsi scarcerare da una prigione emiratina, secondo quanto è emerso dalle indagini.
Matoshi – un broker in grado di gestire carichi anche da quattromila chili di cocaina, considerato da altri trafficanti «il numero uno» nel settore – era stato arrestato a Dubai nel settembre 2020, perché ricercato dell’Italia. La procura di Firenze, infatti, lo ritiene «un elemento di vertice del narcotraffico mondiale della criminalità albanese». In prigione nell’emirato, però, Matoshi non ci è rimasto molto: dopo un anno è stato liberato, formalmente per la decorrenza dei termini entro cui l’Italia doveva presentare richiesta di estradizione.
In realtà, come risulta da due indagini della procura di Reggio Calabria e della polizia tedesca, la sua liberazione, risalente al 2021, «sarebbe frutto di una corruzione che ammonterebbe a quattro milioni di euro». Agli atti c’è una confidenza, rimasta inedita, fatta su una chat criptata a un trafficante calabrese da un albanese residente a Dubai: Matoshi, spiega il connazionale, ha «320 milioni di euro» nelle banche dell’emirato, e ha fatto un «contratto con lo Stato», pagando «quattro milioni» per venire liberato e non essere consegnato alle autorità italiane.
L’inchiesta in breve
- Alcuni dei principali narcotrafficanti della criminalità albanese – che sono stati indagati o condannati in Italia – hanno investimenti immobiliari a Dubai. La città emiratina è «il Paese delle meraviglie del riciclaggio internazionale», dice un investigatore italiano
- Dubai è anche una città di paradossi. Gode della reputazione di luogo senza criminalità ma offre protezione a capitali sporchi e trafficanti di droga. Ha tra i suoi residenti molti ricercati internazionali, nonostante fra il 2020 e il 2022 la polizia locale ne abbia estradati 450. Il paradiso per latitanti ha cominciato a scricchiolare. Non per tutti, però: estradare ricchi criminali che investono i propri capitali è una questione di volontà politica e a Dubai il potere giudiziario non è autonomo
- Eldi Dizdari, alias Denis Matoshi, è un narcotrafficante albanese capace di muovere carichi da quattromila chili di cocaina. IrpiMedia ha scoperto che dal 2019 investe in immobili di lusso a Dubai e nel 2021 ha pagato quattro milioni alle autorità emiratine per evitare di essere consegnato all’Italia
- Arben Zogu in Italia trafficava con il narco-ultrà della Lazio «Diabolik» Piscitelli. Due settimane dopo essere stato espulso dall’Italia, a fine pena, ha ottenuto un visto per Dubai. Pioniere della criminalità albanese a Roma, Zogu è stato raggiunto nell’emirato dal cugino Dorian Petoku, a cui era passata la leadership dell’organizzazione romana durante la sua prigionia
- Artur Hoxhosmani, arrestato in Albania nel 2025, è stato indagato per la sua rete di narcotraffico in Lombardia. Ha un permesso di residenza negli Emirati dal 2020 e a Dubai ha investito circa otto milioni di euro in appartamenti
- Renato Muska e suo cugino Altin Sinomati sono considerati dei narcotrafficanti di «grandi capacità». Il primo a Dubai ha diverse proprietà, tra cui una villa nella esclusiva Palm Jumeirah, mentre il secondo, è stato arrestato ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati, perché accusato come mandante di un omicidio dalla procura di Roma
Sono ormai cinque anni che le autorità degli Emirati non estradano Matoshi. Come spiega una fonte a conoscenza della vicenda, tempi tecnici di alcuni anni sono normali, per via della complessità di queste procedure. Molto, però, nella federazione di monarchie emiratine «dipende dalla volontà politica», aggiunge la fonte: a Dubai il potere giudiziario non è indipendente dalle decisioni del governo autoritario di Mohammed Al Maktoum, sceicco dell’emirato e vicepresidente degli Emirati.
Se passa l’idea che Dubai è troppo pericolosa per i criminali che vengono a investire grandi capitali, la sua economia – che da decenni beneficia anche dell’afflusso di soldi sporchi – «perde di appetibilità».
Un investigatore italiano definisce Dubai «il Paese delle meraviglie del riciclaggio internazionale»: il luogo perfetto per ripulire le centinaia di milioni frutto del traffico di droga, in una paradossale coesistenza con quella retorica dell’assenza di criminalità e della sicurezza su cui Dubai ha costruito la propria immagine – messa a dura prova nelle scorse settimane dai bombardamenti da parte dell’Iran.
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Chi indaga riconosce anche che Dubai non sia più il «paradiso» di un tempo, grazie ad alcune riforme per contrastare i flussi finanziari illeciti e alla collaborazione con le autorità europee. L’applicazione delle norme, però, è di nuovo una questione di volontà politica, e investire denaro sporco rimane per i criminali ancora troppo facile.
È il caso della criminalità organizzata albanese, che nell’ultimo decennio ha assunto un ruolo di spicco nel traffico internazionale di cocaina. IrpiMedia e la testata albanese Shteg hanno scoperto che a Dubai, in questi anni, Denis Matoshi ha investito milioni di euro in ville e appartamenti di lusso. E lo stesso hanno fatto altri narcotrafficanti, indagati o condannati in Italia, di nazionalità albanese.
Matoshi, il «fantasma»
A partire dal 2019 Denis Matoshi, all’anagrafe Eldi Dizdari, ha riversato milioni di euro nel real estate di Dubai. Quando era già ricercato dalla procura di Firenze ha comprato, per circa tre milioni di euro, una villa di quasi 950 metri quadri in costruzione nell’esclusiva comunità di Mbr City, una città nella città voluta dall’emiro Mohammed Al Maktoum in persona. Appena due settimane dopo che venisse completata, Matoshi ha rivenduto, non è noto a chi, la villa a un milione di euro in più. Dopo la scarcerazione, fra 2022 e 2023 ha ceduto altri tre immobili sull’isola artificiale di Bluewaters, e messo in affitto due lussuosi appartamenti per più di 10mila euro al mese.
La mancata trasparenza del governo di Dubai
Molte delle transazioni immobiliari analizzate in questo articolo contengono solo il nome e la nazionalità dei proprietari. Provengono da una fuga di informazioni condivisa dall’organizzazione C4ADS con il consorzio di testate internazionali del progetto #DubaiUnlocked, di cui fa parte IrpiMedia per l’Italia.
Ulteriori dettagli delle transazioni non sono verificabili perché – dopo la pubblicazione nel 2024 delle inchieste sulle proprietà immobiliari di criminali da tutto il mondo – il governo di Dubai ha ristretto l’accesso pubblico ad alcune sezioni del catasto.
In Italia, le prime indagini su Matoshi risalgono al 2015. Quell’estate il presunto trafficante – all’epoca ventiseienne e ancora residente a Tirana, in Albania – aveva passato qualche giorno al campeggio Al Boschetto di Condofuri Marina, in provincia di Reggio Calabria. Qui si era incontrato con un colombiano e alcuni membri delle ’ndrine Mammoliti e Pelle per accordarsi, secondo la polizia, sulla fornitura di grosse partite di droga.
Allo stesso periodo risalgono le indagini della procura di Firenze, che porteranno al suo arresto a Dubai. Nel 2016 un emissario della Kompania Bello – un cartello internazionale di trafficanti albanesi guidato da Dritan Rexhepi – lo aveva cercato per fare affari. La trattativa, dopo un lungo «braccio di ferro» a distanza fra i due boss, si era conclusa con l’investimento comune in una spedizione di 600 chili di cocaina in partenza dal porto di Guayaquil, in Ecuador. Matoshi avrebbe garantito che i container con la cocaina, in arrivo nei porti belgi o olandesi, non avrebbero subito controlli. «Era il mio sogno fare un affare del genere», commentava l’emissario al suo capo Rexhepi.
Finita la trattativa, Matoshi era diventato, secondo gli inquirenti, «una sorta di fantasma». Aveva infatti iniziato a usare sistemi di messaggistica criptata – al posto dei telefoni Blackberry che le autorità all’epoca riuscivano a intercettare – e gli investigatori avevano perso le sue tracce.
IrpiMedia e Shteg hanno scoperto che, già l’anno dopo, Matoshi aveva ottenuto un visto per entrare negli Emirati Arabi Uniti, convertito in permesso di residenza e rinnovato fino al 2023, nonostante la richiesta di estradizione. Chi può permettersi di spostare la residenza negli Emirati ha il vantaggio di non pagare tasse, può viaggiare senza bisogno di visto quasi ovunque nel mondo, comprare immobili e aprire conti correnti con facilità. Tuttavia, la legge emiratina prevede che possa essere espulso per questioni di «interesse pubblico» o «sicurezza pubblica». Nel caso di Matoshi non è successo.
Matoshi e Rexhepi erano considerati dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze parte di un «cartello» di «associazioni albanesi» attive nella filiera della cocaina, dalla fornitura in Sud America alla distribuzione in Italia. L’ipotesi della «federazione» è stata rigettata dal giudice ma Rexhepi è stato ugualmente condannato a vent’anni con rito abbreviato.
Nel 2024 la procura speciale albanese contro la criminalità organizzata e la corruzione (Spak) ha confiscato a Matoshi – sulla base dell’indagine di Firenze – due appartamenti, un garage e un terreno a Tirana, oltre a un conto corrente con 40mila euro. Delle proprietà a Dubai scoperte da IrpiMedia e Shteg non non c’è traccia.
Non è stato possibile raggiungere Matoshi. Il suo avvocato in Italia ha risposto di non essere attualmente in grado di inoltrare le domande di IrpiMedia al suo assistito.
Zogu, il pioniere
A fare affari a Dubai non c’è solo chi, come Matoshi, è in attesa di estradizione. È il caso di Arben Zogu, detto «Ricky» o «Riccardino», nato a Lehze, sulla costa nord dell’Albania. È considerato uno dei pionieri della criminalità albanese a Roma, primo capo di quella «batteria di Ponte Milvio» che trafficava droga per conto del narco-ultrà Fabrizio «Diabolik» Piscitelli.
Zogu – arrestato l’ultima volta nel 2015 e poi condannato a dieci anni per narcotraffico in diverse indagini della procura di Roma – è stato espulso prima di scontare tutta la pena, con il divieto di rientrare in Italia per dieci anni. Appena scarcerato, dopo una breve tappa in Albania, si è stabilito a Dubai, dove aveva già investito in passato.
Il provvedimento di espulsione dall’Italia è datato 10 dicembre 2022. IrpiMedia e Shteg hanno scoperto che già due settimane dopo, il 18 dicembre, Zogu aveva ottenuto un visto emiratino, poi convertito in permesso di residenza e ancora attivo. A Dubai negli scorsi anni ha preso in affitto un appartamento di 130 metri quadri al 45esimo piano di un grattacielo nel business district di Dubai, per 3.200 euro al mese. A quanto si apprende, da qui continuerebbe a gestire il traffico di droga.

In Italia gli albanesi della batteria di Zogu erano stati usati prima di tutto come «picchiatori», per imporre le sale scommesse e per il recupero crediti, dai referenti del clan dei Casalesi nella zona di Acilia, fra Roma e Ostia. Un ruolo di manovalanza, che – come ha accertato un’indagine della procura di Napoli del 2010 – li ha resi temuti sul territorio.
Poi, grazie al rapporto con i fratelli Esposito – figli di un appartenente al clan di camorra dei Licciardi – Zogu e la sua banda erano riusciti ad affermarsi nella zona nord di Roma, in particolare a Ponte Milvio.
Per eliminare la concorrenza, «Ricky» non aveva problemi a ricorrere alle minacce. Al telefono con un gestore intenzionato ad aprire una sala slot a Guidonia, Zogu intimava in romanesco, alzando la voce: «Stai a venì o venimo noi du cose una risposta devi dare, sì o no!». Un collaboratore di giustizia, riferendosi alla batteria di Zogu, spiegava agli inquirenti: «Era il nuovo gruppo criminale, pesante, […] che faceva paura a Roma».
Gli arresti subiti, fra 2013 e 2015, avevano solo facilitato altri contatti. Nel carcere di Avellino, Zogu era stato invitato a pranzo e a cena da un altro detenuto, un esponente della cosca di ’ndrangheta dei Bellocco di Rosarno. Per chi ha indagato si tratta di «un dato rilevantissimo, un capobastone di quel livello non ti convoca così, c’è una necessità». Un ulteriore «upgrade» per la batteria di Ponte Milvio che, grazie ai calabresi, era riuscita a entrare in nuovi traffici di droga.
Mentre Zogu era in prigione, «leader» degli albanesi di Ponte Milvio era diventato suo cugino, Dorian Petoku. Nel 2018, dopo una «spedizione punitiva» un debitore aveva deciso di pagare subito un anticipo di 40mila euro. Il braccio destro di Fabrizio Piscitelli diceva a Petoku: «Stecchiamo (dividiamo, ndr) noi, ne diamo un po’ a Ricky», all’epoca in carcere a Spoleto. Persino al «capo degli albanesi» Zogu, notavano i giudici, toccava una quota degli «stipendi» per i «sodali detenuti».
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Con due anni e mezzo di pena rimasti da scontare, nel 2022 Zogu è stato infine scarcerato ed espulso dal territorio italiano. Si è ricollocato a Dubai, dove è stato raggiunto dal cugino Petoku, evaso in modo rocambolesco da una comunità di recupero a Nola e poi arrestato a Dubai nel 2024. Deve scontare anche lui 10 anni per narcotraffico, e – confermano fonti di IrpiMedia – oggi è libero in attesa di estradizione.
All’inizio di marzo di quest’anno, la deputata del Movimento 5Stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione parlamentare, citando la presenza a Dubai di Arben Zogu e Dorian Petoku. C’è il rischio, sostiene Ascari, che in libertà «possano continuare a dirigere da remoto le attività di narcotraffico».
IrpiMedia ha provato a contattare Zogu per un commento tramite il suo legale, che ha risposto: «Purtroppo attualmente non sono in contatto con il mio cliente».
L’ascesa della criminalità albanese nel traffico di cocaina
di Gabriele Ciraolo
L’ascesa della criminalità organizzata albanese sulla scena internazionale ha inizio tra la fine degli anni ‘90 e il 2000. Sono gli anni della diaspora albanese che, dopo la caduta del regime comunista, ha giocato un ruolo cruciale per connettere i trafficanti albanesi nel mondo. Molti si sono stanziati anche in Italia, mostrando sin da subito una certa propensione alla violenza. Invece di combatterli, le mafie italiane hanno sfruttato le loro abilità, coinvolgendoli in alcune tra le attività più rischiose, come il recupero della droga dai porti.
«Altamente riservati e spietati, gli albanesi hanno per certi versi emulato la mafia siciliana degli anni passati, col loro codice d’onore basato su un sistema patriarcale di rispetto» scriveva l’analista Gus Xhudo nel 1996. Pensare, però, che la criminalità albanese abbia imparato dalle mafie italiane è una distorsione. «Che la ‘Ndrangheta, la Sacra corona unita o chi per loro abbia insegnato agli albanesi a trafficare è inverosimile perché sono stati sempre estremamente bravi nel contrabbando», spiega a IrpiMedia Ruggero Scaturro, autore del libro La Mafia Albanese e analista della Gi-toc. Le mafie italiane, continua Scaturro, «sono state un punto di apertura al continente europeo per l’Albania, che in quegli anni veniva da un isolamento totale».
Col tempo c’è stata una maturazione. All’inizio si trattava di piccole bande composte da delinquenti improvvisati, dediti soprattutto a furti, rapine e sfruttamento della prostituzione. Nel giro di pochi anni, in particolare dal 2010, le organizzazioni criminali albanesi sono diventate tra le più sofisticate nel traffico della cocaina, grazie alla loro efficienza e flessibilità, all’accesso alle infrastrutture portuali e, soprattutto, alla loro presenza in Sud America. L’espansione in Ecuador – Paese che condivide 500 chilometri di confine con la Colombia, il maggior produttore di cocaina – è stata un’intuizione strategica.
Tra il 2016 e il 2018 c’è stato un boom nella richiesta di cocaina e gli albanesi hanno consolidato la loro presenza in Ecuador, controllando una fetta sempre maggiore del mercato, dal produttore in Sud America alla logistica in Europa (e Regno Unito).
«La struttura organizzativa della criminalità albanese è orizzontale, basata su rapporti familiari. Non è verticistica, ma confederata, con vari gruppi che si uniscono per aumentare i profitti» spiega a IrpiMedia Giovanni Buda, vicequestore della polizia di Stato in servizio alla Direzione centrale per i servizi antidroga. Da un lato, ricostruisce Buda, ci sono gruppi «aterritoriali» – quelli dei broker che muovono la cocaina dal Sud America, con grandi disponibilità economico-finanziarie, che trattano con i produttori. Dall’altro ci sono le grandi organizzazioni territoriali, che gestiscono piazze di spaccio «aperte», con un controllo sul territorio più «occulto» rispetto alle piazze di spaccio «chiuse» e infiltrazione nella movida.
La presenza delle organizzazioni criminali albanesi, oggi, è visibile in tutti i segmenti della supply chain della cocaina. Come spiega una fonte investigativa a IrpiMedia, oggi non è più solo la ’Ndrangheta a comprare la cocaina in Sud America «sulla parola». Adesso lo fanno anche gli albanesi, e capita di sentire esponenti delle ’ndrine lamentarsi che i ruoli si sono invertiti: «quello che prima facevano gli albanesi ora lo fanno i loro ragazzi, e vorrebbero riprendersi quel posto».
Sono diversi gli investigatori che hanno segnalato l’«ascesa», «sottotraccia», delle organizzazioni albanesi, già 10-15 anni fa. Quando ancora, per molti, «erano solo picchiatori, corrieri e autisti», mentre già era evidente l’«imprinting imprenditoriale».
Nonostante i rapporti con le mafie “tradizionali” in Italia, per nessuna organizzazione albanese è stato accertato il reato di associazione di stampo mafioso. «Il sentimento di intimidazione che dà un’organizzazione sul territorio è solamente legato alla violenza?», si chiede il vicequestore Buda. «Questo è legato alla difficoltà di definire mafioso un gruppo delocalizzato, che si stacca dalla casa madre per radicarsi in un luogo diverso, cioè di accertarne la capacità di intimidazione. Dove c’è mafia silente è ravvisabile l’associazione mafiosa? Quella mafia in quel momento è silente perché la violenza potrebbe essere già stata usata in precedenza come meccanismo di affermazione sul territorio, rendendo più difficile la qualificazione giuridica del reato», sostiene Buda.
I nuovi grossisti di Milano e Roma
Non sono solo figure pionieristiche come Matoshi e Zogu ad aver investito a Dubai. Qui ci sono anche grossisti e broker albanesi che negli ultimi anni hanno iniziato a rifornire di cocaina le piazze di spaccio di Milano e Roma. Come Artur Hoxhosmani alias «Lambo», indagato nel 2025 dalla procura di Milano per aver fornito 150 chili di cocaina a trafficanti della famiglia Barbaro di Platì. Un altro quintale, secondo un’indagine dello scorso anno condotta dalla procura di Brescia, Hoxhosmani lo avrebbe fatto uscire dal porto di Gioia Tauro, grazie ai suoi contatti in Calabria, per spedirlo in Lombardia.
La procura albanese contro la criminalità organizzata ha ricostruito che – in appena pochi mesi, durante il periodo del Covid – Hoxhosmani avrebbe contribuito a far arrivare circa quattro tonnellate e mezzo di cocaina dal Sud America ai porti del nord Europa.
Hoxhosmani, secondo i pm milanesi, era «di fatto dimorante a Dubai», ma nel 2025 è stato arrestato in Albania, e non è stato possibile rintracciarlo per chiedergli un commento. IrpiMedia e Shteg hanno scoperto che aveva un permesso di residenza negli Emirati dal 2020 e, nei due anni successivi, aveva acquistato almeno sette appartamenti a Dubai, per una cifra fra i sette e gli otto milioni di euro.
La sua figura, sotto certi aspetti, è simile a quella di Renato Muska, anche lui indagato nel 2025 ma dalla procura di Roma. È considerato – insieme a suo cugino Altin Sinomati – un fornitore di cocaina «di straordinarie capacità». A beneficiare delle loro capacità erano stati Giuseppe Molisso e Leandro Bennato, subentrati nel mercato romano della droga dopo l’arresto degli albanesi di Ponte Milvio e dei fratelli Esposito. Grazie alle importazioni di Muska e Sinomati, Molisso e Bennato erano riusciti a riunire «le più importanti piazze di spaccio della capitale».
Nel novembre 2025 Sinomati è stato arrestato ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati, perché ritenuto il mandante dell’omicidio di un connazionale, avvenuto cinque anni prima sulla spiaggia di Torvaianica. A Dubai IrpiMedia e Shteg hanno individuato varie proprietà intestate a suo cugino Renato Muska, fra cui una villa con cinque camere da letto su Palm Jumeirah, l’isola artificiale a forma di palma, messa in affitto per circa 600mila euro l’anno. Per via delle restrizioni imposte dal governo dell’emirato, non è però possibile verificare altro se non il nome del proprietario. A oggi non risulta che l’Italia abbia chiesto l’estradizione di Muska e alle domande di IrpiMedia il suo avvocato non ha risposto.
Da Roma a Dubai
Ai due cugini la procura contesta anche una rapina – per cui il gip ha escluso l’aggravante mafiosa – avvenuta quasi dieci anni fa a Casal Lumbroso, fuori dal Grande raccordo anulare. Su mandato di Molisso e Bennato i due trafficanti albanesi avrebbero rubato, armi in pugno, 10 chili di cocaina ai fratelli Simone e Fabrizio Capogna, poi diventati collaboratori di giustizia.
In un interrogatorio, Simone Capogna ha dichiarato che Arben Zogu e Dorian Petoku, «volevano uccidere Molisso e Bennato, ritenuti responsabili dell’omicidio di Diabolik», alias Fabrizio Piscitelli, freddato nel 2019 con un colpo alla nuca mentre era seduto su una panchina al parco degli Acquedotti. Nel giugno 2023 a Capogna era stato confidato che Zogu «stava pianificando di tornare ed “uccidere tutti”». Lo conferma a IrpiMedia una fonte investigativa: alla fine il piano di Zogu per tornare da Dubai e vendicare l’omicidio del proprio mentore Piscitelli non si è concretizzato, in nome degli affari.
Un paradiso dalle fondamenta precarie
Per provare a far estradare da Dubai i latitanti (inclusi quelli con cittadinanza albanese), negli ultimi anni l’Italia ha intensificato le proprie relazioni con gli Emirati Arabi Uniti. A febbraio 2025 il presidente emiratino Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, in visita in Italia, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno espresso «soddisfazione per le iniziative comuni implementate per combattere le attività della criminalità organizzata». A ottobre il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha incontrato a Roma il suo omologo emiratino. «Sono molte le nostre richieste di rogatoria e di estradizione e sono fiducioso che vi saranno sviluppi positivi», aveva dichiarato Nordio.
Fonti di IrpiMedia hanno confermato che in queste visite si è parlato concretamente dei casi pendenti, compresi quelli di Dorian Petoku e Denis Matoshi.
Il governo italiano, in risposta alle domande di IrpiMedia, non ha chiarito quali siano le iniziative concrete, rimandando al ministero della Giustizia. Il dicastero di Nordio, però, non ha commentato.
I latitanti italiani arrestati
Numero di latitanti arrestati all’estero dalla Polizia italiana nel 2025
IrpiData | Dati: Ministero della Giustizia, richiesta di accesso civico generalizzato di IrpiMedia
«Dubai, negli ultimi due anni – afferma Fatjona Mejdini, analista della Global initiative against transnational organised crime (Gi-toc) – ha iniziato a essere un paradiso un po’ precario. Prima era un paradiso assoluto, andavi là e nessuno ti avrebbe toccato». Per lungo tempo, confermano molteplici fonti investigative, le autorità di Dubai, semplicemente, non collaboravano alle richieste di cooperazione giudiziaria, non solo quelle inviate dall’Italia: qualcuno lo definisce «un muro di gomma».
Un accordo fra gli Emirati Arabi Uniti ed Europol, l’agenzia di polizia europea, esisteva dal 2016, ma non consentiva lo scambio di informazioni su singoli casi. Poi, anche grazie alla pressione internazionale, le cose hanno iniziato a cambiare. Fra il 2020 e il 2022 la polizia di Dubai ha dichiarato di aver estradato o rimpatriato quasi 450 latitanti in decine di giurisdizioni.
Lo avevano capito due pezzi grossi del narcotraffico internazionale: Raffaele Imperiale – all’epoca broker della cocaina per la camorra, residente da anni a Dubai – e Bartolo Bruzzaniti, narcotrafficante della cosca di ’ndrangheta Morabito. In una chat criptata Bruzzaniti consigliava a Imperiale: «Compa andate via da li. Ascoltate a me. Li ha fatto il suo tempo compa». Aveva capito che Dubai non era più sicura. «Hanno fatto sti nuclei speciali», insisteva Bruzzaniti, «e stanno prendendo dappertutto».
Meno di un anno dopo la conversazione, ad agosto 2021, Imperiale era stato arrestato e poi consegnato all’Italia.
Oggi gli Emirati hanno ufficiali di collegamento presso la sede Europol dell’Aja, e alcune richieste di estradizione sono andate a buon fine. La ragione è che le autorità emiratine hanno iniziato a innervosirsi per la presenza di trafficanti di droga fra i più importanti al mondo sul proprio territorio: «È il Paese delle meraviglie del riciclaggio internazionale, e quello deve rimanere, non può diventare la centrale del narcotraffico internazionale», ragiona un investigatore.
I casi di estradizione negli Emirati Arabi Uniti
Numero di procedure di estradizione attive, cioè richieste dall’Italia, nei confronti degli Emirati Arabi Uniti nel periodo 2019-2025. I dati sulla percentuale di accoglimento delle richieste non sono disponibili
IrpiData | Dati: Ministero della Giustizia, richiesta di accesso civico generalizzato di IrpiMedia | Creato con: Flourish
Che Dubai non sia più un paradiso per i latitanti, è evidente. Le difficoltà, però, sono ancora molte. Secondo alcuni investigatori, la collaborazione da parte delle autorità emiratine è strettamente legata a questioni di opportunità diplomatica e volontà politica.
Gli Emirati sono uno Stato formato da sette monarchie, i cui interessi non necessariamente coincidono: l’economia della capitale Abu Dhabi, basata sugli investimenti istituzionali, non vuole avere problemi reputazionali; quella di Dubai, invece, ruota intorno alla finanza e a un settore immobiliare in continua espansione, e vuole attrarre investimenti senza eccessivi controlli che ne pregiudicherebbero l’attrattività.
È difficile infatti che l’arresto di un ricercato a Dubai sia frutto di un’iniziativa autonoma della polizia locale. La lunghezza dei procedimenti di estradizione, poi, è legata alle formalità necessarie: per l’arresto serve inviare una richiesta tramite il canale Interpol, che può essere convalidata dal procuratore locale solo se il reato è perseguibile in entrambi gli Stati; per chiedere l’estradizione, poi, occorre un carteggio fra i rispettivi ministeri della Giustizia, sulla base di un trattato bilaterale: se la richiesta non perviene entro due mesi – ed è praticamente impossibile considerando la necessità di tradurre centinaia di pagine di atti in arabo – l’arrestato negli Emirati viene rilasciato col solo divieto di uscire dal Paese.
Una volta presentata la richiesta, poi, sono possibili appelli e impugnazioni, esattamente come in Italia. Tempi lunghi, anche di alcuni anni, quindi non devono stupire: a Dubai il numero di richieste di estradizione è «enorme», rivela una fonte, al punto che i tribunali sono «intasati». Le autorità emiratine non hanno risposto alla richiesta di commento di IrpiMedia.
Per facilitare la cooperazione, a febbraio 2026 il ministero della Giustizia ha nominato il pm Michele Fini primo magistrato di collegamento italiano negli Emirati Arabi Uniti. Resta da vedere se la pressione diplomatica e le iniziative di cooperazione produrranno gli effetti sperati.
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