Eni-Saipem: il paradosso delle pronunce tra Milano e New York

Tra Milano, New York e Algeri si gioca la partita sulla società di servizi per il settore petrolifero del cane a sei zampe tra condanne, mediazioni e assoluzioni spesso in contraddizione

29 Aprile 2020 | di Lorenzo Bagnoli

«Il periodo che stiamo vivendo dallo scorso marzo è per l’economia mondiale il più complesso degli ultimi 70 anni e oltre. Per l’industria energetica, ed in particolare per l’Oil&Gas, la complessità è ancora maggiore dato il sovrapporsi degli effetti della pandemia al crollo del prezzo del petrolio». Claudio Descalzi, fresco di conferma come amministratore delegato di Eni, commenta così i dati di un primo trimestre altalenante per i conti dell’azienda.

L’emergenza Covid-19 e la conseguente crisi economica sono fonti di grande preoccupazione a San Donato milanese, sede del colosso petrolifero italiano. Eppure questo primo trimestre non ha portato solo cattive notizie per il cane a sei zampe. Se sul piano dei conti la situazione è inevitabilmente difficile, sul piano giudiziario – in particolare per quanto concerne i casi in cui l’azienda è imputata per corruzione internazionale – il 2020 sembra invece volgere al meglio per Eni, soprattutto tra Italia e Stati Uniti.

Il 22 aprile l’azienda ha annunciato che la Securities and exchange commission (Sec), l’autorità di vigilanza della Borsa americana, «ha concluso l’inchiesta sulla società, che include anche le indagini legate all’operazione Opl245 e le altre indagini legate alle attività di Eni in Congo, senza intraprendere azioni o procedimenti».

Qui Eni, in quanto quotata a Wall Street, era accusata di aver violato il Foreign Corrupt Practices Act (Fcpa), legge del 1977, perno dell’anticorruzione statunitense. Il primo dei due casi riguarda il processo per corruzione internazionale a giudizio a Milano, il secondo un’indagine di cui ancora si attende l’esito i cui sono protagonisti sono lo stesso Descalzi e la moglie Maria Magdalena Ingoba, iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di «omessa comunicazione di conflitto di interessi».

La pronuncia della SEC, l’autorità di vigilanza della Borsa americana

La notizia della Sec fa seguito, prosegue la nota redatta da Eni, alla chiusura dell’indagine della stessa authority americana per l’altro caso di corruzione internazionale, quello in cui è coinvolta Saipem in Algeria e alla medesima decisione presa dal Dipartimento di giustizia americano rispetto sempre ai casi di Eni in Congo e di Opl 245.

Come precisato dalla Sec il 17 aprile scorso, l’accordo è stato raggiunto dopo che Eni ha offerto 24,5 milioni di dollari per azzerare le pendenze «senza ammettere né negare» le accuse nei propri confronti. A questo si aggiunge l’assoluzione per tutti gli imputati del caso Saipem Algeria, verdetto raggiunto dalla Corte d’appello di Milano.

A leggere le motivazioni della sentenza italiana e l’ingiunzione della Sec, si notano delle differenze enormi nella ricostruzione dell’accaduto, a cui si aggiunge il fatto che ci sono ancora due processi in corso in Algeria che riguardano presunti casi di corruzione nel settore petrolifero in cui anche Saipem sarebbe coinvolta.

Al netto di ciò, resta come dato giudiziario il fatto che, a meno di un improbabile colpo di scena in Cassazione, Eni e Saipem escono dal processo senza macchie per il caso algerino e hanno risolto, per il momento, i contenziosi aperti con l’autorità di controllo di Wall Street.

Il caso Saipem Algeria

La vicenda della presunta tangente algerina pagata da Saipem, azienda che fornisce servizi petroliferi le cui quote appartengono per il 30% ad Eni, risale agli anni tra il 2006 e il 2010. All’epoca Eni ne possedeva il 43%.

Saipem, secondo l’impianto dell’accusa, avrebbe fatto versare da diverse società sotto il suo controllo 197 milioni di euro alla società di Hong Kong Pearl Partners Ltd, riconducibile a Farid Bedjaoui, intermediario franco-canadese-algerino, dal 2013 riparato a Dubai quando Italia e Algeria avevano spiccato due mandati di cattura internazionali.

Nipote dell’ex ministro degli Esteri e diplomatico algerino Mohammed Bedjaoui, la procura milanese lo ha indicato «come braccio destro o alter ego» del ministro del petrolio e delle miniere del Paese nordafricano, Chakib Khelil, e «da questi espressamente indicato “come un figlio”».

Le transazioni sarebbero servite a ottenere sette importanti commesse in Algeria (di cui almeno quattro sospette, secondo la Sec americana), dal valore totale di 8 miliardi di euro.

Secondo l’accusa, l’accordo corruttivo sarebbe stato stretto a partire dal marzo 2006 all’hotel George V di Parigi, in occasione di un incontro tra i top manager di Saipem Pietro Varone e Pietro Tali insieme a Chakib Khelil e Bedjaoui. Quest’ultimo è stato definito da Tali «segretario personale del Ministro» in una mail spedita nel 2007 all’allora amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, che incontrerà i due, insieme o separati, in almeno sette occasioni, secondo quanto ricostruito nel processo.

Il ministro del petrolio secondo l’accusa sarebbe stato il collettore delle tangenti algerine e l’uomo in grado di decidere a chi destinare le commesse di Sonatrach, società petrolifera di Stato che rappresenta la principale fonte di ricchezza del Paese e la principale stazione appaltante del settore oil & gas. Khelil ne è stato presidente e ha nominato il successore Mohamed Meziane, anche lui citato nell’inchiesta come uno degli ingranaggi della presunta macchina delle mazzette. Su di lui si indaga in Algeria.

Il primo grado di giudizio si è concluso a settembre 2018 con il congelamento del «prezzo del reato», ossia 197 milioni di euro, e la condanna di Varone e Tali, il primo responsabile della business unit on shore di Saipem e il secondo ex presidente e amministratore delegato della controllata, entrambi a 4 anni e 9 mesi di carcere; 4 anni e un mese ad Alessandro Bernini, ex direttore finanziario prima di Saipem e poi, dal 2008 al 2012, di Eni. Condannati nell’occasione anche gli intermediari della presunta tangente, gli uomini dell’entourage di Khelil: Farid Bedjaoui (5 anni e 5 mesi), il suo collaboratore Samyr Ouraied e l’uomo d’affari Omar Habour (che avrebbe comprato una proprietà negli Usa con i proventi della tangente), entrambi a 4 anni e 1 mese. Assolti invece gli allora top manager di Eni Paolo Scaroni (amministratore delegato) e Antonio Vella (responsabile Nord Africa) e le due aziende in quanto persone giuridiche.

Il ribaltamento della sentenza d’appello

La sentenza d’appello firmata dai giudici Giuseppe Ondei, Alberto Puccinelli e Maurizio Boselli a gennaio, però, ha ribaltato completamente il primo verdetto e ha ordinato lo scongelamento dei 197 milioni di euro bloccati a Saipem.

Nelle motivazioni della sentenza, depositate in Tribunale nei giorni scorsi, i tre giudici bocciano in pieno l’impianto accusatorio mosso nei confronti di Saipem ed Eni ai sensi della 231/01, la legge che disciplina la responsabilità amministrativa degli enti.

Il processo – scrivono – è stato in grado di tracciare solo pagamenti a intermediari e non a pubblici ufficiali, senza i quali non ci può essere corruzione internazionale. La prova della transazione da 197 milioni di euro, aggiungono, «non esaurisce l’onere dell’accusa di dimostrare che il denaro sia stato promesso o versato al pubblico ufficiale estero». «La remunerazione del mediatore – proseguono – non può essere scambiata per una tangente, tenendo conto che molte imprese si avvalgono di agenti del luogo in Paesi molto diversi per cultura e legislazione».

Queste parole, secondo Luigi Ferrarella, firma della cronaca giudiziaria milanese del Corriere della Sera, «alzano l’asticella della ‘corruzione internazionale’ a una misura di prova quasi mai raggiungibile dall’accusa». È atteso dalla procura di Milano un nuovo appello in Cassazione, per il quale c’è tempo fino a fine di maggio.

Un passaggio della sentenza d’appello del tribunale di Milano

Nel ragionamento che li porta a escludere la condotta corruttiva delle multinazionali italiane, i giudici Ondei, Puccinelli e Boselli arrivano anche a mettere in dubbio che Saipem abbia mai avuto un qualunque trattamento di favore in Algeria: «La presenza di un patto corruttivo sarebbe corroborata, nella ritenuta suggestione della sentenza impugnata, dall’evenienza stessa dell’assegnazione a società del gruppo Saipem di contratti per oltre 8 miliardi di euro in pochi anni, trascurando tuttavia di considerare come numerosi altri concorrenti stranieri avessero ottenuto importanti commesse per valori comparabili con quelli di Saipem».

Insomma, l’ammontare dei contratti (l’estensione di uno dei quali è stata ottenuta senza gara) non rileva alcun vantaggio sospetto nei confronti della concorrenza.

Le motivazioni dei giudici milanesi smontano anche l’interpretazione data nel corso del processo delle dichiarazioni dell’amministrazione delegato di Saipem Pietro Varone, rilasciate durante l’incidente probatorio del dicembre 2014 che avevano addirittura aperto un nuovo filone dell’indagine, anche quello archiviato. Questo elemento era ritenuto la prova madre della presunta tangente, mentre la Corte d’appello ha sottolineato come il manager non fosse informato se Bedjaoui pagasse o meno soldi al ministro Khelil («nel modo più assoluto lui ha mai accennato, né perlomeno noi abbiamo saputo, anche indirettamente, il fatto che lui destinasse i soldi della Saipem al ministro o ad altre persone della Sonatrach»).

Secondo la Corte d’Appello, però, le parole di Varone «non sarebbero dimostrative di un accordo raggiunto con il ministro algerino durante quell’incontro, né di alcuna delega a Bedjaoui di trattare per conto suo con i dirigenti di Saipem», perché si limiterebbero invece a dichiarare una reale difficoltà di Saipem che andava superata attraverso una – legittima – consulenza, circostanza che si è effettivamente verificata, dicono i giudici milanesi.

È infatti acclarato che prima dell’intermediazione di Bedjaoui Saipem aveva difficoltà a lavorare in Algeria, mentre dopo il suo intervento ha ricominciato a lavorare come qualunque altra azienda. I giudici di primo grado, sulla base di dichiarazioni di ex dipendenti Saipem, hanno ritenuto fittizi i contratti di consulenza con la società di Hong Kong Pearls Partner, visto che la «società [era] del tutto carente di struttura e personale», al contrario quelli dell’appello ritengono che la consulenza fosse reale e ritengono che un importante riposizionamento sul mercato algerino sia avvenuto dopo scelte strategiche di Saipem che nulla c’entrano con i pagamenti a Bedjaoui.

Le differenze con il pronunciamento della Sec

Nel procedimento del 17 aprile, c’è una ricostruzione di quanto rilevato dalla Commissione americana – organismo che si occupa di procedimenti civili e non penali, ha come principale obiettivo quello della tutela degli investitori e ha potere ispettivo solo nell’ambito delle dinamiche di mercato – sul caso di specie.

«L’intermediario (Bedjaoui, ndr) non ha mai reso alcun servizio legittimo a Saipem – scrive la Sec –. Infatti l’intermediario era del tutto privo dell’equipaggiamento necessario per fornire i servizi di consulenza richiesti nel complicato settore dell’energia, visto non aveva impiegati, non aveva uffici in Algeria, ma solo un “ufficio virtuale” a Ginevra, in Svizzera, con un solo individuo come staff».

Evidentemente il documento, che si basa anche sull’offerta presentata da Eni, ricalca quanto stabilito nella sentenza di primo grado. Invece, secondo la corte d’appello di Milano questa ricostruzione si basa su dichiarazioni di ex dipendenti la cui attendibilità non è mai stata verificata. Tra questi spicca il nome di Tullio Orsi, ex country manager di Saipem in Algeria che «ha fornito mirabolanti oscillazioni smentite dai documenti». Nel 2015 Orsi ha patteggiato una pena di due anni e dieci mesi di reclusione e una confisca di circa 1 milione e 300 mila franchi svizzeri.

I soldi di Tullio Orsi in Costa d'Avorio

L’8 aprile 2013 Tullio Orsi ha detto ai magistrati milanesi che Farid Bedjaoui gli ha retrocesso circa 5 milioni di euro a titolo di “indennizzo”. Ha anche spiegato di aver speso quei denari finanziando in parte «un’attività in Costa d’Avorio, per la produzione di olio di palma». «Ho utilizzato una società svizzera, la Apo Energy Holding SA che, tramite la sua controllata PrOil, ha finanziato le attività in Costa d’Avorio e a questo proposito ha investito circa 1,5 milioni di euro per la costruzione di una fabbrica ad Abidjan», ha spiegato Orsi.

La società ivoriana è stata scoperta da Irpi, in collaborazione con l’Espresso, nel 2017: si chiama Osmon Africa e non sembra aver svolto mai alcuna attività. Ad oggi non risulta chiusa dal registro ivoriano consultabile online, ma l’ultimo aggiornamento è datato 2013.

Orsi, che era socio attraverso una società svizzera che ora non esiste più, aveva spiegato a Irpi di essere entrato in Osmon Africa dopo aver conosciuto un altro socio e senza sapere nulla di Bruzzaniti. La Osmon spa in Italia era finita nel mirino della Guardia di finanza nell’ambito di due inchiesta: una sulla società di gestione dei rifiuti Tirrenoambiente, in capo alla procura di Messina, e un’altra, archiviata poi da Vercelli nell’ottobre 2016, proprio in merito a pagamenti ritenuti illeciti per la vendita di olio di palma.

Significative differenze tra il riassunto della Sec e la sentenza della Corte d’appello milanese si riscontrano anche nel profilo dell’«Executive A», ossia Alessandro Bernini.

L’ex chief financial officer prima di Saipem e poi di Eni non aveva «le competenze per trattare aspetti commerciali, quali la valutazione del compenso dei numerosi intermediari di cui si avvaleva nel mondo la società», si legge nelle motivazioni del dispositivo dei tre giudici milanesi, mentre per il riassunto della Sec «partecipava all’approvazione dei contratti degli intermediari, nonostante fosse consapevole della mancanza di due diligence di Saipem e ha facilitato i pagamenti all’intermediario, nonostante fosse consapevole della mancanza di prestazioni rese dall’intermediario».

Il documento prosegue con un paragrafo in cui si dettaglia il modo in cui Saipem ha usato l’intermediario Bedjaoui senza che quest’ultimo offrisse alcun servizio, mentre un altro è titolato «Eni ha fallito a mantenere la corretta contabilità». Il ruolo di Bernini è cruciale secondo la Sec: l’autorità di vigilanza statunitense ritiene che, insieme ad alcuni colleghi, abbia fatto arrivare i soldi all’intermediario «aggirando le norme interne sui controlli degli appalti», e inviando al consiglio di amministrazione di Eni «documenti falsificati e retrodatati». Anche quando nel 2008 è passato in Eni avrebbe svolto le stesse funzioni, fino alle dimissioni nel 2012.

Il risultato dell’analisi dei due documenti è paradossale: Eni negli Stati Uniti ha accettato di pagare per chiudere le proprie pendenze sulla base di una ricostruzione dei fatti che risulta assai distante con quanto emerso dal verdetto della Corte d’appello di Milano.

L’entourage di Khelil

I giudici di Milano ritengono che nel processo milanese manchino prove circa gli effettivi equilibri di potere in Algeria, in particolare per due circostanze: considerano un «assioma giudiziale indimostrato» la teoria secondo cui «in Algeria pagare Bedjaoui significa pagare il ministro Khelil» e reputano altrettanto privo di prove il fatto che Khalil «avesse mantenuto un controllo assoluto sull’operato di Sonatrach». Non sono nemmeno stati sentiti testi del governo algerino per corroborare la tesi dell’accusa, nota inoltre il collegio giudicante.

L’impianto accusatorio che non ha retto il secondo grado di giudizio in Italia, tuttavia, si allinea con quello degli inquirenti algerini che indagano sull’élite che ha tenuto l’Algeria sotto scacco negli anni di Abdelaziz Bouteflika, il presidente deposto nel 2019, dopo un ventennio, nel momento in cui ha annunciato la volontà di correre per un quinto mandato consecutivo. Chakib Khelil è stato il suo ministro di petrolio e miniere fino al 2010. E nel 2013 è finito per la prima volta nel mirino degli investigatori algerini.

Presidente di Sonatrach fino al 2003, ha nominato al suo posto Mohamed Meziane, altro destinatario di soldi italiani di cui parla l’indagine Saipem. La Corte Suprema di Algeri, nel luglio 2019, he masso Meziane «sotto controllo giudiziario» e gli ha ritirato il passaporto viste le accuse per reati relativi alla corruzione nell’ambito del processo Sonatrach II.

Il primo spezzone dell’inchiesta, 19 imputati tra manager della società algerina, intermediari e quattro società petrolifere europee (Saipem Contracting Algeria, Funkwerk, Contel-Algérie e Contel-Funkwer), si è chiuso a febbraio 2016 con una multa di 5 milioni di dinari (circa 36 mila euro) alle quattro società e cinque anni di carcere per Mohamed Mezanie.

Per quanto riguarda il filone Saipem, Mohamed Reda Meziane, figlio di Mohamed e consigliere di Saipem Contracting Algeria, è stato condannato a sei anni e circa 20 mila euro di ammenda. Tullio Orsi nel processo di Milano aveva affermato che anche l’assunzione del figlio di Meziane in Saipem, così come il pagamento per le sue spese del matrimonio, fosse frutto dell’accordo corruttivo, ma i giudici non hanno riscontrato prove documentali delle sue affermazioni, ritenute quindi contraddittorie.

Le accuse del secondo filone Sonatrach in Algeria, invece, vanno da associazione a delinquere, a corruzione, riciclaggio di denaro e appropriazione indebita di fondi pubblici. In febbraio, la Corte Suprema di Algeri ha ricevuto dal Consiglio giudiziario algerino due dossier su due ex ministri di Bouteflika accusati di corruzione, uno dei quali è proprio Khelil. Secondo indiscrezioni pubblicate il 9 febbraio da Le Soir d’Algérie, il fascicolo sull’ex ministro del petrolio parlerebbe di una ricchezza di 287 milioni di dollari arricchita grazie a «tangenti versate dalle società che volevano investire negli idrocarburi in Algeria». Il dossier è stato riaperto dopo anni di silenzio, ora che l’epoca di Bouteflika è stata archiviata.

Quando per la prima volta nel 2013 il procuratore generale di Algeri ha annunciato l’apertura delle indagini sul caso Sonatrach, aveva parlato di conti correnti di «Chakib Khelil, la sua famiglia e di Farid Bedjaoui» a Hong Kong, Singapore, negli Emirati Arabi Uniti in Libano, in Francia e in Svizzera. La vicinanza tra i due in Algeria è stata riconosciuta dagli inquirenti come un dato di fatto.

Il nome dell’intermediario è spuntato più di recente in un altro filone d’indagine per corruzione internazionale che coinvolge la società petrolifera canadese Snc-Lavalin in Algeria. Anche in quel caso, Bedjaoui avrebbe permesso ai vertici della società straniera di entrare in relazione con le alte sfere del potere algerino, facendo arrivare a funzionari pubblici del governo non meglio identificati un pagamento sospetto nel 2012, via Panama.

L’ex vice presidente esecutivo di Snc-Lavalin Sami Bedawi è stato condannato a 8 anni e mezzo di carcere a gennaio 2020 per corruzione internazionale in Libia, dove si appoggiava al clan dei Gheddafi. Lo schema corruttivo è ritenuto simile a quello usato in Algeria da un’inchiesta del 2019 del quotidiano canadese Le Journal de Montréal.

Nel complicato gioco di incastri dei procedimenti penali internazionali, la partita giudiziaria continua, anche se per Eni e Saipem la parte più difficile sembra essere alle spalle.

Editing: Luca Rinaldi | Foto: Il quartier generale Eni a Roma – Paolo Grassi/Shutterstock

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