Il boom dei visti d’oro italiani

Il visto in cambio di investimenti nel Paese decolla: nei primi mesi del 2021 le richieste sono pari a quelle dei due anni e mezzo precedenti. I big dell’economia godono, ma i rischi non sono trascurabili

13 Maggio 2021 | di Matteo Civillini

Èboom di richieste per il visto d’oro italiano, il lasciapassare che permette ai paperoni del mondo di stabilire la residenza nella Penisola in cambio di lauti investimenti. I dati ottenuti da IrpiMedia mostrano come dall’inizio del 2021 le candidature per l’”Investor Visa” abbiano già raggiunto lo stesso numero registrato nei primi due anni e mezzo di vita del programma. Un incremento di interesse vertiginoso, diretta conseguenza della radicale trasformazione del visto promossa dal governo Conte II. A far gola agli investitori sono stati il dimezzamento delle somme necessarie per investimenti in società di capitali e, soprattutto, l’abolizione dell’obbligo di permanenza fisica in Italia. Una modifica, quest’ultima, che a detta degli esperti ha tramutato l’Investor Visa italiano in un vero e proprio visto d’oro, cosiddetti “golden visa”.

«Quello della libertà di spostarsi tra diversi Paesi è un aspetto fondamentale per i cosiddetti high net worth individuals (cioè persone che dispongono di alti redditi, ndr)», spiegava già lo scorso gennaio a IrpiMedia l’avvocato Marco Bersani, a capo di uno studio specializzato in diritto di immigrazione per investitori esteri. «Questa novità – prosegue Bersani – ha reso l’Investor Visa molto competitivo rispetto agli altri Paesi europei».

Oggi i numeri lo confermano: dalla nascita del programma (gennaio 2018) a metà aprile 2021 le domande pervenute al Ministero dello Sviluppo Economico – il dicastero di competenza – sono state 40. Più della metà (23) sono arrivate in seguito alle modifiche apportate dal governo Conte II durante la pandemia per rendere il visto più appetibile. Il 75% delle candidature su cui si è già espresso il Comitato interministeriale ha portato al rilascio del nulla osta con cui, entro sei mesi, l’investitore può richiedere il visto d’ingresso in Italia. Otto domande erano ancora in corso di valutazione al momento dell’invio dei dati da parte del Mise a IrpiMedia.

Come è cambiato il golden visa italiano

Creato dal governo Renzi con la legge di bilancio 2017, l’Investor Visa prevedeva nella sua forma originale la scelta tra quattro tipologie di investimento: due milioni di euro in titoli di Stato, un milione di euro in azioni in società di capitali, 500mila in quote di startup innovative o un milione di euro in donazioni filantropiche.

Dopo lo scarso successo iniziale, il governo ha approfittato della crisi economica legata all’emergenza Covid-19 per trasformare il programma. La prima novità, introdotta nel luglio 2020 con il Decreto Rilancio, è stato il dimezzamento delle somme necessarie per gli investimenti in società di capitali e startup (500mila e 250mila euro rispettivamente). La seconda modifica, invece, è stata apportata a settembre nel Dl Semplificazioni e riguarda l’abolizione dell’obbligo di permanenza fisica in Italia per tutta la durata del visto.

L’investimento in SpA si conferma l’opzione preferita di chi ottiene il pass privilegiato per la residenza in Italia. Quindici domande andate a buon fine riportano l’indicazione del versamento di almeno 500mila euro in società di capitali. I beneficiari dei restanti visti hanno invece barrato le caselle dell’ investimento in startup (4 casi) o dell’acquisto di titoli di Stato (4 casi). Nessuno ha optato per le donazioni filantropiche.

Eni e Unicredit tra i beneficiari degli investimenti

Da quando è partito il nuovo corso del “golden visa” italiano sono però solo due le aziende che hanno effettivamente beneficiato degli investimenti. Si tratta di Eni e Unicredit, due colossi strategici nello scacchiere dell’industria italiana. Entrambe hanno incassato dagli investitori almeno mezzo milione di euro dando così il via libera al rilascio dei visti. Come avevamo già scritto nella precedente inchiesta, le altre due aziende beneficiarie del programma prima del giugno 2020 sono state Prysmian, leader mondiale nell’industria dei cavi per la trasmissione di energia, e l’azienda alimentare Valsoia.

Il faro del Copasir sugli investimenti stranieri in asset strategici

Sull’acquisizione da parte di investitori stranieri di quote rilevanti di asset strategici nazionali ha puntato i fari anche il Copasir, l’organismo di vigilanza del Parlamento sui servizi segreti. In particolare, in una relazione del novembre scorso il Comitato ha analizzato i possibili rischi derivanti dal crescente ingresso di capitali esteri nell’azionariato di “campioni nazionali” del settore finanziario come Unicredit e Generali.

«Le influenze e gli interessi che grandi imprese ed altri soggetti possono proiettare sulle dinamiche economico-finanziarie interne rappresentano un fattore potenzialmente rischioso – scriveva il Copasir – non solo in relazione a ricadute sul versante sociale, industriale e occupazionale, ma anche con possibili minacce agli interessi nazionali».

Il Comitato evidenziava come il passaggio del controllo di istituti di credito in mani straniere potrebbe comportare uno scollamento con il territorio italiano, con un più difficile accesso al credito per le piccole e medie imprese e un reimpiego delle risorse raccolte in Italia fuori dai confini nazionali.

Nello specifico il Copasir aveva acceso i riflettori su Unicredit definendo «preoccupanti» le voci dei mesi precedenti circa la possibile fusione con l’istituto tedesco Commerzbank o le banche francesi Crédit Agricole e Societé Générale. Operazioni successivamente accantonate con il riassetto del management di Unicredit e il passaggio di consegne tra l’ex Ad francese Jean Pierre Mustier e il nuovo numero uno Andrea Orcel.

I nomi delle altre società indicate dagli investitori nella loro candidature non sono stati resi noti, perché, ad oggi, il versamento dell’ammontare non è ancora avvenuto. L’obbligo di perfezionare l’investimento promesso nella domanda scatta, infatti, solo al termine dell’iter burocratico. Fino a sei mesi possono passare tra il rilascio del nulla osta da parte del Mise e la formale richiesta del visto da parte dell’investitore. Dopo l’ingresso in Italia il detentore del “golden visa” ha a disposizione altri tre mesi per inviare la documentazione comprovante l’investimento. Un arco temporale lungo che, complici anche le restrizioni dettate dalla pandemia, ha portato pochi beneficiari del programma a completare il proprio investimento.

Tra i nulla osta concessi da giugno 2020 a oggi, in soli due casi i detentori hanno perfezionamento l’investimento (in Eni e Unicredit, appunto). Un ulteriore versamento sarebbe stato effettuato, ma è ancora in corso di valutazione da parte del Ministero. Due beneficiari hanno fatto trascorrere i sei mesi di validità del documento senza richiedere il visto e, quindi, investire la cifra promessa. Negli altri casi i possessori del nulla osta sono ancora dentro i tempi tecnici per completare la procedura, sebbene ad oggi non l’abbiano fatto.

Dal punto di vista geografico, la Russia guida la classifica delle nazioni di provenienza dei richiedenti con nove candidature. A seguire troviamo Stati Uniti (con sei) e Canada (con cinque) – quasi tutte pervenute nell’ultimo anno – davanti a Cina, Siria e Israele. I dati forniti dal Ministero non permettono di identificare da quale Paesi provengono gli investitori che hanno effettivamente ottenuto il visto.

La rapida impennata di richiedenti del visto italiano per investitori potrebbe portare un ulteriore attenzione sui rischi che da sempre accompagnano questi programmi. A livello mondiale, infatti, i golden visa godono di una reputazione sempre peggiore. Sia per la creazione di corsie preferenziali, dove pagando ci si può assicurare un bene – come residenza o cittadinanza – precluso ai più, sia per l’infiltrazione di investitori pregiudicati nelle liste di chi fa domanda di visto allo scopo di ricostruirsi un’identità. A finire nel mirino sono stati innanzitutto i “passaporti d’oro” di Malta e Cipro che, a differenza di sistemi come quello italiano, concedono una cittadinanza a tutti gli effetti in cambio di investimenti. Nell’ottobre 2020 l’Unione Europea ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dei programmi dei due Paesi del Mediterraneo in quanto avrebbero concesso passaporti «in assenza di un vero legame» dei beneficiari con il Paese stesso. Il mese successivo, Cipro ha chiuso il programma mentre Malta promette di andare avanti senza cambiare una virgola.

Infografiche: Lorenzo Bodrero | Foto: Daniel Sharp/Unsplash | Editing: Luca Rinaldi

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