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Fondi sostenibili poco sostenibili

I fondi di investimento con denominazione sostenibile rischiano di ingannare gli investitori attirandoli come api sul miele di titoli che continuano a investire in aziende fossili. L’autorità europea sta cercando di porre un freno a fenomeni di greenwashing, ma potrebbe non bastare

#Greenwashing

30.04.24

Novella Gianfranceschi
Carlotta Indiano

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L’ennesimo record nel registro climatico globale è arrivato a marzo 2024: il decimo mese consecutivo più caldo mai misurato, secondo i dati dell’agenzia europea per il cambiamento climatico, Copernicus. «Dati incontrovertibili, come è innegabile che la crisi climatica sia anche un rischio economico. Gli investimenti green costano, ma quanto costerà non farli?», si chiede Roberto Grossi, vicedirettore generale di Etica Sgr, azienda del settore del risparmio specializzata in fondi sostenibili e responsabili. 

La domanda di Grossi suona come un avvertimento: ignorare la necessità di un’equa transizione ecologica potrebbe rivelarsi più costoso della decarbonizzazione e dello sforzo per adattarsi alla crisi climatica. È in questa direzione, dunque, che dovrebbero muoversi politiche e investimenti.

La finanza sostenibile sembra aver raccolto la sfida. Anche a seguito degli Accordi di Parigi, ha avuto una crescita molto rilevante. Secondo l’agenzia di rating Morningstar, le masse gestite dei fondi aperti e degli ETF sostenibili (Exchange Traded fund, fondo scambiato in borsa) sono passate da 237 miliardi di euro nel 2015 a 371 miliardi nel 2017, per arrivare a 2.500 miliardi nel 2023. In Italia, secondo Assogestioni, il patrimonio gestito dai fondi aperti sostenibili è passato da 8,4 miliardi di euro nel 2017 a 482 miliardi nel 2023.

Molti sperano che gli investimenti responsabili mettano un freno alla crisi climatica, come un deus ex machina in grado di moltiplicare gli sforzi verso politiche ambientali. L’idea, però, si scontra con il pragmatismo del settore: la ragione di fondo per cui qualsiasi privato investe è di ottenere un rendimento positivo, aiutare il clima può essere al massimo un beneficio collaterale.

A complicare il quadro, l’Unione europea ha una normativa in materia di investimenti sostenibili ancora vaga e poco esaustiva, che l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA, European Securities and Markets Authority) vorrebbe rendere più stringente. 

In Europa infatti alcuni fondi di investimento che hanno nel nome termini legati alla sostenibilità hanno nei loro portafogli titoli (strumenti finanziari utilizzati per raccogliere risorse economiche) dedicati alle aziende fossili.

The Great Green Investment Investigation è un’inchiesta giornalistica paneuropea guidata dalle piattaforme olandesi Follow the Money e Investico, in cui IrpiMedia e altri 10 partner internazionali in nove Paesi europei indagano il contributo del settore finanziario alla lotta al cambiamento climatico. Questa edizione 2024 analizza la composizione dei fondi di investimento sostenibili e che usano la sigla “ESG” nel nome.

The Great Green Investment Investigation

The Great Green Investment Investigation è un’inchiesta giornalistica paneuropea guidata dalle piattaforme olandesi Follow the Money e Investico, in cui IrpiMedia e altri 10 partner internazionali in nove Paesi europei indagano il contributo del settore finanziario alla lotta al cambiamento climatico. Questa edizione 2024 analizza la composizione dei fondi di investimento sostenibili e che usano la sigla “ESG” nel nome.

Secondo un database di Morningstar, in Italia ci sono 493 fondi di investimento che si definiscono ESG (Environmental, Social, and Governance, in italiano ambientale, sociale e di governance), di cui circa la metà, 240, continuano a mantenere nel proprio portafoglio investimenti in aziende fossili. Di questi, 14 fondi sono domiciliati in Italia, soggetti quindi alla vigilanza della Consob. Assieme ammontano a circa due miliardi e 20 milioni, e dentro di questi una piccola percentuale, 68 milioni di euro, è dedicata a investimenti fossili.

Interrogata in merito da IrpiMedia, la Consob (Commissione nazionale per le società e la borsa) ha dichiarato di non poter rispondere perché «la questione ha a che fare anche con i lavori di vigilanza, che per un esplicito vincolo di legge (art. 4 comma 10 del Tuf), sono coperte dal segreto d’ufficio».

La quota per il fossile è effettivamente minima, e il dato è in linea con la precedente inchiesta di IrpiMedia sui fondi di investimento categorizzati in articolo 8 e 9 e dunque light green e dark green secondo il regolamento SFDR, Sustainable Finance Disclosure Regulation (vedi box).

L’illusione verde e la normativa europea

Nel 2019 la Commissione europea prova a creare una cornice normativa per gli obiettivi ESG. Si chiama SFDR, Sustainable Finance Disclosure Regulation, e si inserisce all’interno del Piano d’azione per la Finanza sostenibile, lanciato a marzo 2018. Il piano comprende anche la Tassonomia europea e il Regolamento sui Low Carbon Benchmarks, ovvero gli indici di riferimento sulle emissioni di gas serra.

Il regolamento SFDR, che viene implementato a marzo 2021, ha l’obiettivo di introdurre informazioni obbligatorie e standardizzate sulle caratteristiche ESG dei prodotti di investimento e contrastare fenomeni di greenwashing finanziario.

Identifica tre tipologie di fondi, anche se lascia ancora vaga la definizione di “investimento sostenibile”. Il primo è definito dall’articolo 6 e indica tutti i fondi che nel loro prospetto non prendono in considerazione parametri ambientali, sociali o di buone politiche quando si tratta di scegliere le aziende su cui investire.

Gli altri due tipi di fondi presentano diverse sfumature di verde: quelli inclusi nell’articolo 8 del regolamento prediligono caratteristiche ESG nel processo di scelta dell’allocazione delle risorse, e sono anche chiamati light green, mentre i fondi compresi nell’articolo 9, definiti dark green, sono caratterizzati dalla presenza nel proprio prospetto di specifici obiettivi di investimento sostenibile.

Il Forum per la Finanza sostenibile descrive le due tipologie di prodotti finanziari sostenibili inquesto modo: 

  • i prodotti che promuovono caratteristiche ambientali e/o sociali (cosiddetti “prodotti Art.8”), intesi come prodotti che tengono in considerazione almeno un criterio di sostenibilità (ad esempio: se applicano l’approccio delle esclusioni, oppure la strategia best-in-class, etc.);
  • i prodotti che hanno come obiettivo investimenti sostenibili, come definiti dal Regolamento (cosiddetti “prodotti Art. 9”).

Ne abbiamo parlato nella nostra inchiesta L’Illusione Verde, un progetto collaborativo con altre 11 testate che indaga i fondi dark green e light green disponibili agli investitori retail (risparmiatori, imprese, società, investitori non istituzionali, ndr) nei principali mercati europei come Paesi Bassi, Germania, Francia, Spagna, Lussemburgo, Belgio, Irlanda, Austria, Danimarca e Italia.

L’inchiesta ha rivelato che quasi la metà dei fondi cosiddetti verdi investiva ancora in industrie fossili e il settore dell’aviazione.

Ma per quanto la quota di investimento nei fossili sia bassa, il problema sta in quello che questa percentuale rivela. Le industrie in cui questi fondi investono sono infatti Chevron Corp; TotalEnergies; Shell; OMV AG; Eni SpA; Marathon Petroleum Corp; Repsol SA, Engie: tutti colossi dell’energia fossile  

I gestori dei fondi contattati da IrpiMedia hanno tutti risposto confermando (per la gran parte) la presenza di titoli nel settore fossile, ma sottolineando lo sforzo di dover compiacere una normativa complessa e, contemporaneamente, rispettare i criteri di un mercato votato alla redditività. Le azioni dei fondi dedicate ai titoli di aziende fossili rimangono quasi in tutti i casi sotto il punto percentuale, eppure appaiono irrinunciabili per garantire il rendimento positivo del fondo. In pratica, se si vuole vedere un profitto, è ancora obbligatorio investire nel fossile.

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Questi fondi, inoltre, sono comunque prodotti commerciali rivolti a un pubblico di non addetti ai lavori: piccoli risparmiatori e privati, e devono quindi competere con altri fondi simili. I clienti sembrano sceglierli spesso sulla base del “nome” che a questi fondi viene dato, e negli ultimi anni, il clima vende benissimo. Scegliere di definirsi “ESG” o in qualche modo “sostenibili” è quindi una strategia di marketing apparentemente molto efficace.

Le società di investimento hanno iniziato quindi a cercare di attrarre gli investitori interessati al settore della sostenibilità, ed è qui che nasce il rischio di greenwashing.

Normativa carente 

«Non esiste ad oggi un regolamento, una legge che indichi chiaramente chi può utilizzare un nome piuttosto che un altro», afferma Roberto Grossi, vicedirettore di Etica Sgr., un’azienda del settore del risparmio che investe in fondi sostenibili. La normativa di riferimento è infatti il regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), che disciplina l’informativa relativa alla finanza sostenibile. La norma impone alle società di gestione del risparmio di comunicare se i loro investimenti possano avere impatti negativi in ambito ambientale o sociale ma, per il vicedirettore, «si tratta di uno strumento che non prevede criteri di esclusione (per esempio per le aziende fossili) né stabilisce standard per quanto riguarda le caratteristiche dei fondi». 

La distinzione tra art. 8 e art. 9 all’interno della normativa, che abbiamo esplorato nella precedente inchiesta L’illusione verde, non impedisce a un fondo d’investimento di essere venduto come investimento sostenibile anche quando investe nel fossile. Agli operatori resta un certo margine di libertà quando si tratta di investimenti nel fossile:

«Allo stato attuale non c’è nessun obbligo che vieta di investire in società del settore dei combustibili fossili, anche se nella denominazione del prodotto vi è un’indicazione di ESG. I fondi che investono anche in oil&gas, infatti, rientrano nell’articolo 8 dell’SFDR, cioè promuovono caratteristiche di sostenibilità, ma non ha come obiettivo specifico il contrasto al cambiamento climatico», conferma un amministratore delegato che ha preferito rimanere anonimo.

Per aver certezza che una data azienda, inoltre, sia davvero sostenibile e abbia un impatto positivo secondo la definizione ESG, l’azienda stessa dovrebbe fornire moltissime e dettagliate informazioni su come lavora, sobbarcandosi un “onere della prova” che richiede molto lavoro e limita la loro libertà. 

«Quanta efficienza energetica ha il mio portafoglio? Quante emissioni di CO2? qual è il suo consumo energetico? Sono tutti aspetti che valuto attraverso indicatori sofisticatissimi e puntuali (nel linguaggio finanziario i PAI, Principal Adverse Impact, n.d.r.) che valutano i dati messi a disposizione dalle aziende», spiega Daniela Carosio, senior partner di Sustainable Value Investors e docente di CSR & Business Ethics alla Bologna Business School. 

Approvata a gennaio 2023, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) disciplina proprio la rendicontazione di sostenibilità delle aziende, obbligandole dunque a esplicitare gli impatti avversi che verranno considerati nella composizione dei portafogli. Sebbene questo sia un passo avanti nella gestione dei dati e nella trasparenza aziendale, rimane poco regolamentata la comunicazione di tutte queste informazioni agli investitori.

Chiunque voglia investire in un fondo deve sottoscrivere un questionario detto MiFid (Markets in financial instruments directive) che dovrebbe garantire il consenso informato del cliente rispetto ai rischi connessi all’investimento. Ma, spiega Daniela Carosio, «la MiFiD non parla di articolo 8 e articolo 9, ma solo di impatti negativi per cui non c’è una perfetta sovrapposizione tra la normativa che dà istruzione su come comporre e poi gestire i fondi e poi la profilazione del cliente», cioè, se da un lato le norme classificano il livello di sostenibilità dei fondi con una certa precisione, le comunicazioni obbligatorie al cliente queste classificazioni non le spiegano.

Il regolamento SFDR, inoltre, non contiene alcuna indicazione riguardo la denominazione “ESG” ma prova solo a definire cosa sia un “investimento sostenibile” (articolo 2, punto 17). Ma anche su questo aspetto Grossi sottolinea la fallacia della norma e l’incapacità di definire e quindi tutelare tutti gli aspetti di una finanza veramente sostenibile:

«Nel momento in cui mi descrivi un investimento sostenibile semplicemente come qualcosa che contribuisca a un obiettivo ambientale e che non arrechi danno significativo ma poi mi dici, ad esempio, che il nucleare può essere considerato tale mi dovresti anche dimostrare che c’è una filiera certificata e sicura per l’approvvigionamento dell’uranio, che assicuri che non provenga da Paesi dove i diritti umani non sono rispettati». 

Per provare a colmare i vuoti normativi almeno sul piano ambientale, a dicembre 2023 l’Esma ha pubblicato sul proprio sito un documento dal titolo Aggiornamento delle linee guida sui nomi dei fondi che utilizzano ESG o termini relativi alla sostenibilità. L’obiettivo è imporre criteri più stringenti anche per quei fondi che nel nome hanno l’acronimo ESG. 

Queste linee guida, però, sono ancora delle indicazioni e non è chiaro quando e se verranno integrate in un quadro legislativo. La gestazione del documento ha richiesto più di un anno, pur trattandosi di indicazioni e non di una vera e propria regolamentazione. 

Secondo il Forum per la Finanza Sostenibile queste linee guida nascono proprio con l’obiettivo di proteggere gli investitori dal rischio di greenwashing, puntando a garantire che i fondi che includono termini come “ESG”; o “sostenibilità” nei loro nomi siano supportati in modo concreto da prove di caratteristiche o obiettivi di sostenibilità.

Per approfondire

#Greenwashing
Inchiesta

L’illusione verde

29.11.22
Indiano, Papetti

«Insieme agli obblighi di disclosure dettati dall’SFDR, le nuove linee guida rappresenterebbero uno strumento importante per garantire la disponibilità di informazioni affidabili e comparabili», spiega a IrpiMedia Alessandra Asmundo, senior policy officer del Forum per la finanza sostenibile.

Secondo quello che si legge nella bozza dell’Esma, affinché un fondo possa adottare un nome che lo definisca sostenibile è necessario che rispetti i seguenti criteri:

  • gli investimenti relativi alla sostenibilità devono essere almeno l’80% del totale;
  • applicare le restrizioni dell’indice di riferimento allineato con l’accordo di Parigi, il PAB (Paris-Aligned Benchmark);
  • investire in modo significativo in “investimenti sostenibili”, come descritto dal regolamento SFDR. 

Tuttavia sembra possa esserci ancora spazio per le interpretazioni. I gestori dei fondi domiciliati in Italia interrogati da IrpiMedia hanno dichiarato che, espresse in questo modo, le linee guida non impediscono l’utilizzo della sigla ESG a fondi che abbiano titoli fossili.

«L’Esma distingue tra la denominazione “ESG” e i termini “sustainability-related”- spiega a IrpiMedia uno dei gestori – quello che voi avete evidenziato in relazione all’applicazione dei criteri di esclusione del Paris-Aligned Benchmark è riconducibile solo a fondi che nella loro denominazione hanno termini “sustainability-related”, quindi non mi sembra che ci sia un impedimento». E non è il solo a pensarla così.

«Quello che sta provando a fare l’ESMA ha un nobile scopo – afferma Grossi – ma in realtà si tratta ancora di un nice to have, niente di vincolante». Starà agli enti regolatori nazionali come la Consob far rispettare le indicazioni. «E non essendo un regolamento, non c’è neanche uniformità nell’applicazione a livello europeo. Ad esempio, in Lussemburgo c’è una vigilanza se vogliamo più permissiva, in Italia, invece, la Consob richiede che i prodotti finanziari rispettino criteri molto più stringenti», conclude. 

La questione normativa riflette sicuramente il conflitto fra esigenze e politiche differenti: il Legislatore europeo fa fatica a soddisfare le esigenze del libero mercato direzionando allo stesso tempo le scelte finanziarie verso investimenti sostenibili. Questo perché mentre l’obiettivo della finanza classica rimane massimizzare il profitto attraverso un rendimento costante, l’Unione europa sta provando ad associare alle pratiche di mercato obiettivi valoriali come la salvaguardia della biodiversità, l’azzeramento delle emissioni ma anche aspetti più discussi politicamente come l’immigrazione e l’integrazione sociale.

A ostacolare la creazione di una finanza veramente sostenibile è quindi soprattutto la percezione del rischio finanziario, un principio della finanza “classico” che mal si sposa con la crisi del nostro tempo.  

Agnosticismo finanziario

Per una società di investimento compilare portafogli ESG può essere una scelta strategica aziendale o la risposta a una domanda di mercato. A fronte di un interesse crescente da parte degli investitori, i gestori dei fondi si trovano a dover percorrere strade sempre più tortuose per rispondere alle esigenze di mercato con i loro prodotti. Per tortuose si intende soprattutto poco redditizie.

Nella percezione delle società di gestione dei fondi, infatti, i rischi finanziari di un investimento completamente sostenibile sono ancora molto elevati e la normativa dovrebbe tenerne conto.

«Oggi chiunque si direbbe interessato al cambiamento climatico e alla sostenibilità. Ma quali sono poi le implicazioni per l’investimento dal punto di vista del rischio e del rendimento? In alcuni casi non abbiamo evidenza empirica di quelli che possono essere i risultati finanziari sul lungo termine di un’attività interamente sostenibile», spiega a IrpiMedia un fund manager che considera l’approccio europeo troppo rigido. «Il fatto che una società abbia un piano di investimento concentrato solamente sulle rinnovabili non necessariamente vuol dire che quella società sia in grado, come investimento, di generare un rendimento rispetto al suo benchmark (indice) di riferimento tenuto conto dell rischio utile al sottoscrittore», continua l’esperto. «Una società può essere “pulitissima”, ma rappresentare un pessimo investimento. E al momento questo rischio non può permetterselo nessuno. Ci sono altre dimensioni da considerare nella costruzione di un portafoglio che impattano la performance finanziaria di mercato e soprattutto ancora molta formazione da fare». 

Cos’è un benchmark di riferimento

Un indice di riferimento, o benchmark, è un indice statistico utilizzato per valutare le performance di un investimento, di un portafoglio o di un fondo. Questo indice rappresenta un gruppo di titoli selezionati che rappresentano un determinato mercato o settore. Gli indici di riferimento sono utilizzati per confrontare le performance di un investimento con quelle del mercato di riferimento.

I gestori di fondi e gli investitori utilizzano gli indici di riferimento come punto di riferimento per valutare le performance di un investimento e per determinare se il rendimento del fondo o del portafoglio è stato superiore o inferiore rispetto al mercato di riferimento. Questo consente loro di valutare l’efficacia della gestione del portafoglio e di prendere decisioni informate sull’allocazione degli investimenti relativamente ai rischi. 

L’esposizione degli indici di riferimento si riferisce alla misura in cui un fondo o un portafoglio di investimento segue o replica le performance di un particolare indice di riferimento. E quindi la percentuali di esposizione a un’azienda fossile indica la percenutale investita in aziende fossili in quel determinato portafoglio.

L’esposizione agli indici di riferimento può variare a seconda della strategia di investimento del fondo o del portafoglio. Si parla di gestione attiva e gestione passiva. Un fondo gestito passivamente mira a replicare esattamente le performance di un indice. Al contrario, un fondo a gestione attiva potrebbe avere un’esposizione parziale all’indice di riferimento o potrebbe adottare una strategia diversificata che si discosta significativamente dall’indice di riferimento. 

L’esposizione agli indici di riferimento è un elemento importante da considerare quando si valuta un fondo o un portafoglio di investimento, poiché può influenzare il rischio e il rendimento complessivo dell’investimento. Ed è per questo che molti gestori, per giustificare la presenza di titoli dedicati ad aziende fossili nei propri portafogli, dichiarano l’aderenza all’indice di riferimento.

Eppure, secondo uno studio pubblicato su Nature ad aprile dal Potsdam Institute for Climate Impact Research (Pik) rischiamo di perdere circa 38 trilioni di dollari all’anno a causa del cambiamento climatico. Anche se le emissioni di CO2 dovessero essere drasticamente ridotte a partire da oggi, l’economia mondiale sta già subendo una riduzione del reddito globale del 19% fino al 2050. I danni economici sono sei volte superiori ai costi di mitigazione necessari per limitare il riscaldamento globale a due gradi centigradi.

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Nel mondo finanziario, però, uno dei principi fondamentali rimane la diversificazione del portafoglio. Se un gestore ha la possibilità di scegliere titoli in più mercati, settori e Paesi tende a massimizzare la diversificazione. E il rischio finanziario scende. Viceversa, applicare le esclusioni definite dall’articolo 9 dell’SFDR, o più in generale applicare le linee guida di Esma, significa limitare la diversificazione e dunque l’efficacia. In altre parole se hai tutte le uova nello stesso paniere il rischio che si rompano tutte insieme è più alto. 

«Costruire un fondo che abbia solo obiettivi climatici sarebbe agnostico rispetto alla performance finanziaria», sottolinea l’amministratore delegato interrogato da IrpiMedia. 

Ma per Carosio «l’impegno della Commissione non è soltanto quello di avere prodotti buoni con un rendimento finanziario interessante e quindi con un rischio minore ma è proprio quello di spostare i capitali verso l’economia sostenibile». «Il problema – sostiene la docente – è che la finanza classica vuole massimizzare il profitto e ridurre il rischio. Dunque se massimizzo il profitto distruggendo l’habitat e gli ecosistemi magari tra due tre anni avrò entrate importanti ma tra dieci anni avrò costi altissimi in sanità, situazioni invivibili, cambiamento climatico. Il tema è un trade off tra il breve e il medio lungo termine». 

Approccio americano

Lo scontro tra pragmatismo e normativismo in cui si sentono costretti a operare i gestori finanziari è un approccio tipicamente europeo non condiviso da tutto il settore finanziario. Se la Commissione europea si pone come obiettivo quello di spostare i capitali finanziari verso investimenti sostenibili, per alcuni gestori «l’approccio normativo europeo è molto rigido, basato sull’esclusione, ma non tiene conto che non c’è ancora sensibilità su questi temi e gli impatti finanziari possono essere molto pesanti».

Per il manager di una società di risparmio contattata da IrpiMedia l’approccio americano è preferibile: «Ci sono state una serie di sentenze in alcuni Stati degli USA tra cui la Florida che hanno vietato ai gestori di sovraimporre delle scelte di esclusione ai portafogli nell’interesse dei propri clienti, perché i fund manager sono tenuti all’obbligo fiduciario nei confronti dei clienti e quindi a fare il loro migliore interesse economico».

A gennaio 2024 il governatore della Florida Ron DeSantis ha annunciato che lo Stato inizierà a reprimere le regolamentazioni ESG nel settore finanziario. Approvata nel 2023, la legislazione anti-ESG della Florida proibisce alle istituzioni finanziarie e alle banche di prendere in considerazione fattori non finanziari, come quello ambientale, nelle scelte di investimento.

DeSantis descrive la denominazione ESG come uno strumento «usato dalle principali banche e istituzioni finanziarie per imporre un’agenda sociale attraverso l’economia» e lo considera una violazione del «migliore interesse» dei sottoscrittori. 

La Florida non è l’unico Stato negli Usa a proporre questo approccio e qualche voce gli fa eco anche nel Vecchio continente: «A meno che il cliente non abbia con consapevolezza detto, deciso e stabilito che i carburanti fossili non li vuole, e allora si prende lui i suoi rischi, il gestore da solo non può sovraimporre delle scelte che possono penalizzare i sottoscrittori», ci tiene a precisare l’amministratore delegato. 

La conseguenza di questo tipo di strategia è un arresto della finanza sostenibile.

«Quegli Stati la cui economia è ancora basata sul petrolio, e sono Stati a guida repubblicana, hanno vietato ai fondi statali di investire in prodotti ESG e ciò ha creato un grave danno agli asset manager. La società di investimento Blackrock per esempio ha smesso di parlare di ESG, continuano a farli ma temono di perdere ancora più clienti», spiega a IrpiMedia Carosio. 

In ogni caso «tutta questa regolamentazione molto innovativa riguarda solo l’Europa e le aziende europee che saranno sempre di più tenute a rendicontare questa tipologia di dati», lamenta Grossi di Etica Sgr. «Nel mondo, l’Europa è solo un piccolo tassello ed è normale che ci sia chi mantiene un approccio prudenziale anche qui». 

Con le prossime elezioni europee il rischio è che l’approccio “pragmatico” degli Stati Uniti si diffonda anche in Europa: «L’ascesa di un fronte populista potrebbe mettere un freno alla creazione di una normativa che funzioni», mette in guardia Carosio. «E quindi anche la lotta al cambiamento climatico, visto come appannaggio della sinistra, potrebbe non essere più considerato oggetto di investimenti finanziari. Ma le perdite economiche nel futuro sarebbero devastanti».

Crediti

Autori

Novella Gianfranceschi
Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

In partnership con

Follow the Money
Investico

Foto di copertina

Matt Cardy/Getty

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