26.07.24
Quella dell’ex Forlanini di Roma, la struttura ospedaliera fondata nel 1920 per trattare i malati di tubercolosi che si estende su un’area di 280.000 mq nel quartiere romano di Monteverde, è una vista a dir poco desolante. Cancelli arrugginiti, intonaco scrostato, vetri rotti e pericolanti, balconi sotto i quali è meglio non passare, immondizia diventata tutt’uno con i cespugli e le erbacce cresciute senza controllo.
Lo stato in cui versano gli interni non è migliore: macchinari rotti, letti e barelle rovesciate per terra, cavi dell’elettricità a vista, macchie di umido e altra spazzatura lasciata da chi ha occupato negli anni il Forlanini, approfittando del suo stato di abbandono.
Il Museo anatomico Eugenio Morelli, uno dei poli museali anatomici più importanti d’Europa costruito nel 1941 all’interno del Forlanini, avrebbe bisogno di attenzioni costanti ma al momento non è dato sapere in che condizioni versa.
L’inchiesta in breve
- L’ex ospedale romano Forlanini potrebbe finire in mano alla Santa Sede e diventare la nuova sede dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Della lettera di intenti firmata tra Santa Sede e Stato italiano però si sa molto poco
- Le associazioni locali si battono da quasi 15 anni per ridare vita all’ospedale pubblico e hanno presentato diversi progetti per la sua rinascita, con l’intanto di scongiurarne la vendita a un privato
- La questione del Forlanini riguarda non solo la dismissione costante della sanità pubblica italiana, ma anche i rapporti ta lo Stato italiano e la Santa Sede, tuttora regolati da trattati centernari.
- Il possibile acquisto del Forlanini non è in linea con la nuova modalità di gestione del patrimionio immobiliare della Santa Sede, riformato da Papa Francesco a seguito di una serie di scandali e utile a sopperire al calo di fedeli e di donazioni
Accedere all’ex ospedale, chiuso nel 2015, non è infatti possibile. Gli ultimi ad aver ottenuto il permesso di visitare il complesso, a fine maggio 2024, sono stati i membri dei coordinamenti e delle associazioni che da anni lottano per la riapertura dell’ospedale romano.
«Il Forlanini non si vende» e «Forlanini proprietà pubblica» sono alcuni degli slogan che ricorrono nelle loro manifestazioni e in cui si sottolinea la necessità di preservare il carattere pubblico della sanità. Le loro richieste, avanzate negli anni alla Regione Lazio, sono però rimaste inascoltate.
L’inchiesta Ground Control
Ground Control è un’inchiesta su chi sono i proprietari dei terreni delle città europee. Nasce dalla collaborazione tra testate internazionali che appartengono a Urban Journalism Network, realtà che si è sviluppata dal precedente progetto investigativo #CitiesforRent.
Tutti gli interrogativi aperti sulla possibile (s)vendita al Vaticano
A febbraio del 2024, una nota stampa rilasciata dalla Santa Sede riportava la notizia della firma di una Lettera d’intenti tra Stato italiano e Santa Sede per la compravendita del Forlanini. A siglare l’intesa sono stati il Segretario di Stato vaticano, Cardinale Pietro Parolin, e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio italiano, Alfredo Mantovano, uomo notoriamente vicino al Vaticano.
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Alla cerimonia erano presenti anche il governatore del Lazio, Francesco Rocca, e il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, l’amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, Dario Scannapieco, il commissario straordinario dell’Inail Fabrizio D’Ascenzo, il presidente dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, Tiziano Onesti, e il ministro della Salute Orazio Schillaci.
Un parterre di grande rilievo e che la dice lunga sul valore dell’intesa firmata tra i due Stati, che rappresenta il primo passo verso la sua cessione al Vaticano.
L’accordo, infatti, prevede l’acquisto da parte della Santa Sede del Forlanini e del terreno su cui questo si erge per spostare a Monteverde il Bambino Gesù, ospedale pediatrico di proprietà vaticana che ha la sua sede principale sul Gianicolo e necessiterebbe di spazi più ampi.
Come ricorda anche l’ufficio stampa del Bambino Gesù in una nota inviata a IrpiMedia, quella dell’ex Forlanini è un’ipotesi intorno alle quale si ragiona da molti anni e che è stata appoggiata da diverse amministrazioni locali e da vari governi nel corso degli anni. Il luogo è stato considerato quello più adatto in base alla vocazione sanitaria dell’area e per la sua accessibilità rispetto ad altre soluzioni.
Sui contenuti dell’intesa preliminare tra Stato e Santa Sede, al momento, si sa molto poco. Della Lettera d’intenti non c’è traccia e gli accessi civici richiesti dal Coordinamento Comitati, Associazioni e Cittadini per Forlanini Bene Comune non hanno prodotto risultati.
Quello che si scopre leggendo la nota stampa della Santa Sede è che quest’ultima acquisterà il Forlanini e il suo terreno, ne cederà il diritto di superficie all’Inail, a cui spetta il compito di ricostruire l’ospedale per poi ricevere in cambio dalla Santa Sede un affitto che remuneri l’investimento dell’ente statale. Le cifre delle diverse operazioni non sono state rese note, ma si possono fare alcuni calcoli sulla base di precedenti stime.
Nel 2014 il Demanio aveva considerato il valore dell’intero complesso 278 milioni di euro, ma già un anno dopo la dismissione il prezzo era sceso a 70 milioni. La ristrutturazione invece, secondo varie fonti stampa, vale tra i 200 e i 600 milioni di euro e dovrebbe essere completata entro il 2030.
In un’intervista al Corriere della sera, il presidente della Fondazione Bambino Gesù, Tiziano Onesti, parlava di circa 450 milioni di euro di investimenti necessari. Nulla si sa invece sull’ammontare e sulla durata dell’affitto che la Santa Sede dovrebbe poi pagare all’Inail.
Le domande senza risposta non finiscono qui. L’iter tratteggiato nella nota stampa è alquanto contorto e soprattutto si scontra con diversi limiti imposti dalla legge. Prima di tutto il terreno su cui sorge il Forlanini rientra nei beni indisponibili della Regione Lazio, come riconosciuto nuovamente ad aprile del 2023 dal Tar del Lazio, espressosi contro la delibera 766 del 2016 usata dalla giunta Zingaretti per trasformare in disponibile – e quindi in un bene che può essere venduto – l’ex ospedale.
Il Tar del Lazio si era espresso già nel marzo 2017 sulla questione, stabilendo che andava salvaguardata e mantenuta la vocazione pubblica e sociosanitaria del complesso.
L’inizio del processo di vendita con la delibera 766/2016
La Delibera approvata nel 2016 dalla giunta guidata da Nicola Zingaretti serviva a individuare le modalità di azione per la valorizzazione dell’ospedale Forlanini e per autorizzarne la riclassificazione nell’inventario dei beni immobili regionali.
Veniva infatti cambiata la natura giuridica del Forlanini da bene indisponibile – che quindi non poteva essere venduto – a bene disponibile per poter procedere alla vendita. La delibera conteneva anche la valutazione del valore del complesso, fissata a 70 milioni dall’Agenzia del Demanio.
Non è chiaro poi secondo quale struttura normativa l’Inail possa ristrutturare gli immobili di uno Stato estero, pur ricevendo in concessione il diritto di superficie.
L’Istituto non ha voluto rilasciare commenti, ma il piano di investimenti triennale dell’Inail datato 14 novembre 2023 – basato sul decreto ministeriale del 14 settembre 2022, che delinea il «programma di investimento per iniziative urgenti di elevata utilità sociale nel campo dell’edilizia sanitaria», riporta che l’Ente sanitario interessato deve disporre «di un’area idonea all’edificazione da vendere a Inail». Nel paragrafo successivo si parla però di «acquisto del terreno/immobile», per cui non è chiaro quale proprietà debba passare a Inail.
Nel caso del Forlanini, comunque sia la proprietà del terreno che dell’immobile restano in capo alla Santa Sede.
Le associazioni in protesta per un Forlanini pubblico
La chiusura del Forlanini è stata decisa nel 2015 dall’allora presidente della Regione Nicola Zingaretti nell’ambito dei tagli alla sanità iniziati con le giunte precedenti guidate da Piero Marrazzo prima e da Renata Polverini poi. Era già stata prevista per il 2010, ma tra il 2007 e il 2008 sono state raccolte 50 mila firme per bloccare l’operazione. La chiusura dell’ospedale, alla fine, è stata rimandata solo di pochi anni.
Nel mentre non sono mancate le proposte di progetti di riqualifica e piani di finanziamento per mantenere pubblico il Forlanini. In prima fila c’è da sempre anche il dottor Massimo Martelli, primario di Chirurgia toracica del Forlanini ed ex Commissario straordinario della struttura ospedaliera.
«Nel 2010 ho presentato un progetto per la riqualificazione che prevedeva la realizzazione di 320 posti di Rsa pubblica per anziani in due padiglioni, il trasferimento di sei poliambulatori per cui la Asl pagava almeno tre milioni di euro d’affitto in altri due. Prevedevo anche il trasferimento della stazione dei carabinieri di Monteverde, che è poi avvenuto. Erano stati trovati anche i fondi», dice.
L’interlocuzione con la Regione, che ne detiene tuttora la proprietà, si è interrotta e il progetto di Martelli è stato archiviato senza comunicazioni ufficiali. Dopo la rottura, il dottor Martelli ha lasciato l’incarico di Commissario straordinario.
La nota stampa sulla Lettera d’intenti riporta anche un altro dettaglio interessante e che ricorda quanto degli accordi ormai storici influenzano tutt’oggi la vita della Repubblica.
La Santa Sede e lo Stato italiano firmeranno infatti un apposito accordo per garantire al Bambino Gesù gli stessi diritti di extraterritorialità di cui gode sul Gianicolo sulla base, stando alla lettera d’intenti, degli articoli 15 e 16 dei Patti Lateranensi, firmati nel 1929 dal regime fascista.
Grazie a questo accordo storico, il Bambino Gesù, nelle sue sedi romane e laziali, non paga l’Iva sulle merci acquistate, non è soggetta alle tasse sugli immobili e il personale medico e paramedico non deve versare l’Irpef allo Stato italiano. Il tutto a fronte di ingenti finanziamenti da parte dallo Stato.
L’ospedale pediatrico vaticano, infatti, è convenzionato con la sanità pubblica ma oltre al rimborso per le prestazioni effettuate ai cittadini italiani riceve dallo Stato un finanziamento forfettario di 49 milioni di euro all’anno. Senza lo Stato, il Bambino Gesù non sarebbe in grado di operare.
Come si legge nel bilancio del 2022, i 413 milioni di euro di ricavi provengono per lo più dai fondi pubblici dato che 294 milioni corrispondono ai rimborsi per le prestazioni sanitarie accreditate e altri 16,25 milioni dai trapianti pediatrici, oltre ad altri otto milioni derivanti dal 5×1000 e dalle donazioni.
Il valore aggiunto, sempre secondo i Bilanci, sarebbe poi distribuito tra il personale e i partner commerciali, ma la trasparenza del Bambino Gesù – come quello della Fondazione a cui è legata e ancora prima della Santa Sede – è piuttosto bassa.
E non sono mancati gli scandali, come quello rivelato nel libro Avarizia di Emiliano Fittipaldi relativo ai lavori di ristrutturazione dell’attico del cardinale Tarcisio Bertone, pagati proprio con i soldi del Bambino Gesù. Senza contare che quei lavoratori a cui sarebbe redistribuito il valore aggiunto sono in sciopero contro la proposta dell’amministrazione dell’ospedale di applicare a infermieri, operatori socio sanitari, ausiliari e tecnici tabellari stipendiali più bassi di tutta la sanità ospedaliera, pubblica e privata.
Ma il problema della trasparenza riguarda anche le prestazioni offerte dall’ospedale cattolico.
Sempre in virtù dell’extraterritorialità, il Bambino Gesù non è sottoposto agli stessi controlli delle strutture ospedaliere delle Regioni né dei servizi dei privati che lavorano con il pubblico. La stessa eccellenza del Bambino Gesù, quindi, è alla fine dei conti una sorta di autocertificazione sostenuta da ingenti investimenti pubblicitari, dato che nessun ente esterno e indipendente può valutare la qualità dei servizi.
Inoltre, come spiega a IrpiMedia Salvatore Costa, del gruppo Forlanini Bene Comune, lo spostamento del Bambino Gesù dal Gianicolo a Monteverde rischia di danneggiare il vicino San Camillo, ospedale pubblico che ha al suo interno anche un reparto di pediatria e che deve già affrontare le conseguenze dei tagli alla sanità e della mancanza di personale che interessa generalmente il comparto ospedaliero italiano.
«Cosa succederà alla pediatria pubblica? Verrà chiusa? Già la Regione ha cercato di sopprimere il reparto di oncoematologia pediatrica del Policlinico Umberto I», si domanda Costa.
La chiusura definitiva di quest’ultimo è stata scongiurata grazie all’impegno delle associazioni interne al reparto “Io Domani”, “Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica” e “Mary Poppins”, con il sostegno del Comitato La Fenice e LISA. Insieme, hanno presentato una diffida alla Regione Lazio per mancanza di offerta pubblica nel settore oncoematologico pediatrico e fatto pressioni – anche con il sostegno del direttore dell’Umberto I – fino ad arrivare alla riapertura del reparto, ristrutturato in buona parte con i fondi raccolti dalle associazioni dell’ospedale e quelli donati da Vodafone.
Dopo la recente pubblicazione del bando di gare per il primario e sei dirigenti medici, il reparto riaprirà il primo settembre e accoglierà bambini con tumori solidi ed ematologici, colmando un vuoto che avrebbe lasciato la oncoematologia pediatrica del centro Italia al Vaticano.
Secondo Costa però la minaccia al San Camillo non si limita a un solo reparto. Una volta trasferitosi al Forlanini, il Bambino Gesù passerebbe dagli attuali 620 posti letto a più di duemila, per cui potrebbe trasformarsi con il tempo in un ospedale generico. A quel punto – secondo le ricostruzioni delle associazioni – per la Regione non avrebbe senso pagare due ospedali situati nello stesso quartiere e che offrono gli stessi servizi.
Su questo punto, l’ufficio stampa dell’ospedale smentisce categoricamente, affermando che non ci sarà nessun aumento dei posti letto disponibili e nessun ampliamento dell’offerta oltre la pediatria. «La nuova struttura avrà una superficie maggiore dedicata alle attività sanitarie, scientifiche e di accoglienza, garantendo una migliore gestione del paziente e della sua famiglia», recita la nota ricevuta da IrpiMedia.
Il timore di Costa però è confermato anche da Riccardo Fatarella, ex direttore generale del Policlinico Umberto I e parte dei comitati in difesa del Forlanini, il quale condivide i timori di un allargamento dei servizi. Un allargamento, commenta Faterella, che giustificherebbe a quel punto l’acquisto proprio di un complesso delle dimensioni dell’ex sanatorio romano. Senza contare, continua l’ex direttore, che già nella sede di San Paolo le prestazioni offerte vanno oltre la semplice pediatria.
Per la Regione Lazio invece l’interesse della Santa Sede è un’opportunità. Come spiega a IrpiMedia il portavoce della Regione, i soldi della vendita del Forlanini andranno nelle casse dell’amministrazione regionale, che si troverà nel proprio territorio un nuovo ospedale senza bisogno di investire denaro.
Per la Regione, poi, lo spostamento del Bambino Gesù al Forlanini non rappresenta un problema per il vicino San Camillo data la vocazione pediatrica dell’ospedale vaticano. Proprio questo aspetto invece preoccupa i comitati, dato che anche al San Camillo è presente la chirurgia pediatrica.
«I tagli alla sanità sono un oltraggio all’umanità»
Ricapitolando, una struttura pubblica di 280 mila metri quadri – da ristrutturare tramite un investimento pubblico – potrebbe presto finire in mano alla Santa Sede, diventando la nuova sede di un ospedale di proprietà di uno Stato estero, sovvenzionato dallo Stato italiano, non sottoposto ai controlli dell’ente nazionale che si occupa di monitorare le performance delle aziende ospedaliere, con scarsa trasparenza sulla gestione econmica (nessun ente terzo certifica dei reali bilanci del Bambino Gesù), esentato dal pagamento delle tasse, che nel codice etico scrive che «esclude qualsiasi intervento di natura clinico-assistenziale che provochi la volontaria interruzione della vita e dunque l’aborto o l’eutanasia» e situato a due passi dal San Camillo, la cui sostenibilità diventerebbe incerta in caso di ampliamento dell’offerta.
Una situazione che sembra mal coniugarsi con quanto affermato da Papa Francesco nel discorso pronunciato a novembre del 2023, nell’udienza alla Confederazione “Federsanità” che riunisce le Aziende sanitarie locali, Ospedaliere, e gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, oltre ai rappresentanti dell’Associazione dei Comuni italiani.
In quell’occasione, il Pontefice ha ricordato che «la Sanità pubblica italiana è fondata sui principi di universalità, equità e solidarietà», valori che «rischiano di non essere applicati», invitando i presenti a «conservare questo sistema, che è un sistema popolare, nel senso di servizio al popolo» e ribadendo che «tagliare le risorse per la sanità è un oltraggio all’umanità».
«Il Papa in persona ha chiesto di difendere la sanità pubblica perché c’è una divisione crescente tra chi può pagare per curarsi e chi no», afferma Costa.
Come ribadito da tutte le associazioni, con il passaggio dell’ex ospedale alla Santa Sede, uno Stato estero diventerebbe il principale fornitore di servizi sanitari nel campo della pediatria (e forse non solo), mentre la sanità pubblica perderebbe pazienti, andando in deficit.
«La sanità pubblica ha bisogno di sostegno oltre le tasse, infatti si pagano i ticket e i superticket nel momento in cui i soldi pubblici non bastano. Nel Lazio è stato fatto – ricorda ancora Costa -. Un privato che investe in questo settore deve guadagnare ma non è obbligato a reinvestire nella sanità. Il pubblico invece non può chiedere allo Stato di aumentare il bilancio se ha soldi rimanenti che possono essere reinvestiti nella sanità».
Interrogato su questo punto, l’ufficio stampa del Bambino Gesù ci tiene a ricordare che «l’ospedale è parte integrante del Sistema Sanitario Nazionale, non persegue finalità di lucro, poggia la propria sostenibilità sui finanziamenti provenienti da soggetti pubblici e privati a sostegno della propria attività di ricerca scientifica e di assistenza. La sua vocazione di cura, ricerca e assistenza è rivolta a tutti, sia in Italia che all’estero, in particolare nei Paesi in via di sviluppo. La missione del Bambino Gesù dunque incarna perfettamente l’idea di sanità pubblica promossa dal Santo Padre».
Il Codice etico sottoscritto dal Bambino Gesù spiega in effetti che non vengono mai perseguite le logiche di profitto, ma come già detto l’ospedale non è tenuto al pagamento delle tasse pur venendo sovvenzionato dallo Stato, non c’è controllo sull’utilizzo che viene fatto dei ricavi e gli scandali in passato non sono mancati. Lo stesso codice «garantisce l’attività clinico-assistenziale in ambito pediatrico, con attenzione anche verso coloro ai quali l’accesso alle cure non sempre è garantito con pregiudizio della dignità umana e spirituale».
Per questi motivi, secondo Salvatore Costa, «questa operazione va eticamente contro il discorso fatto dal Pontefice».
Sul tavolo resta poi un’ultima questione, che si ricollega alla gestione del patrimonio immobiliare della Santa Sede. Nel caso di spostamento del Bambino Gesù a Monteverde, non è chiaro che cosa ne sarà della sede al Gianicolo. Lo Stato avrebbe il diritto di prelazione, ma allo stato attuale l’acquisto di una struttura sanitaria avrebbe poco senso, per cui la Santa Sede potrebbe mantenerne la proprietà e destinarlo a diverso uso, anche profit, potendo contare come sempre sui vantaggi fiscali derivanti dall’extraterritorialità.
In attesa che la questione si chiarisca e che emergano maggiori dettagli sulla Lettera di intenti, il Comitato La Fenice sta scrivendo una nuova proposta.
«Pensiamo alla creazione all’interno del Forlanini di un’Università del Mediterraneo in cui giovani provenienti dall’Africa possano formarsi, svolgendo l’attività clinica nel vicino San Camillo, prima di fare ritorno in patria. Si potrebbero utilizzare i fondi del Piano Mattei», spiega Antonella Saliva a IrpiMedia.
Le possibilità di utilizzo presentate alla Regione, quindi, sono molteplici, ma il futuro del Forlanini è una questione più politica che di mera sanità e in questo i rapporti tra lo Stato e la Chiesa hanno un peso rilevante. Molto più dell’etica o del benessere del popolo che secondo lo stesso Papa andrebbe tutelato.
Gli investimenti immobiliari della Chiesa cattolica a Praga
La Chiesa cattolica di Praga ha adottato una nuova strategia per superare le difficoltà finanziarie previste dopo il 2030, quando cesseranno i finanziamenti statali.
L’Arcidiocesi di Praga intende investire oltre 100 milioni di euro in alloggi da mettere in affitto entro il 2025 e prevede di entrare in possesso di mille appartamenti. Per questo motivo, nel 2021 ha creato XPlace, attraverso cui offrire appartamenti in affitto a Praga. Il sito web sostiene di fornire «un’alternativa equa agli alloggi di proprietà sempre meno accessibili», ma non è così.
Un appartamento con una camera da letto di 40 metri quadrati in un edificio di recente costruzione nel quartiere Smíchov di Praga costa mille euro al mese. Il prezzo, hanno ricostruito Denik Referendum, è superiore di 10 euro al metro quadro rispetto all’affitto medio del quartiere. Sempre Denik Referendum ha scoperto che questo tipo di investimenti è in contraddizione con le linee etiche stabilite dalla Conferenza Episcopale Ceca. Inoltre, la Chiesa ha annunciato di voler vendere le proprietà “non redditizie”.
Una di queste è il lussuoso hotel Clara Futura, alla periferia di Praga. L’Arcidiocesi di Praga ha acquistato la proprietà dell’ex castello come forma di compensazione da parte dello Stato per gli espropri del passato, e ha investito milioni di euro per trasformarlo in un hotel di lusso. L’investimento si è però rivelato poco redditizio e l’’hotel è stato affittato a una società privata che lo ha acquistato di recente, come abbiamo scoperto.
Il proprietario della società è l’imprenditore Jan Čížek, legato ad un gruppo di uomini d’affari a cui la Chiesa ha venduto appezzamenti di terreno di 350 mila metri quadrati a un decimo del prezzo di mercato tra il 2020 e il 2022.
Tra crisi morale e riforme
La questione del Forlanini può sembrare interessante solo per il pubblico romano o laziale, ma ha invece una portata più generale. L’acquisto della struttura ospedaliera è legata alla gestione immobiliare della Santa Sede, a sua volta influenzata dagli scandali di natura sessuale e finanziaria e dalla crisi di fedeli.
Come certificato dall’Istat, nel 2022 solo il 18,8% della popolazione italiana affermava di recarsi a messa almeno una volta la settimana, mentre il 31% non ha preso parte ad alcuna funzione. Negli ultimi venti anni, i praticanti sono passati dal 36 al 18,8%, con i non-praticanti quasi raddoppiati. Secondo una ricerca effettuata da Doxa nel 2019, i non-credenti corrispondono al 15,3% della popolazione.
Questa dinamica è riscontrabile anche in altri Paesi d’Europa. Come dimostra l’indagine effettuata dalla European Social Survey, tra il 2002 e il 2020 il numero di persone che affermano di non andare mai in chiesa è aumentato. In Germania è passato dal 34% al 50%, in Polonia dal 4% al 14%, in Svezia dal 38% al 51%, in Belgio dal 45% al 59%, in Repubblica Ceca dal 56% al 65%.
Tornando al caso italiano, questa crisi spirituale ha avuto un effetto negativo non solo sul prestigio della Chiesa cattolica, ma anche sulle entrate che le derivano dall’8xmille, la quota del gettito Irpef che ogni cittadino può scegliere di destinare ad attività di rilievo sociale e culturale dello Stato o di alcune confessioni religiose.
Come rivelato dall’Assemblea dei vescovi a maggio di quest’anno, il gettito dell’8xmille si è fermato a circa 910 milioni, in calo rispetto al miliardo e 111 milioni del 2022 e al 1,3 miliardi del 2023.
Come funziona l’8xmille
L’8xmille è la percentuale calcolata sull’Irpef che i contribuenti possono decidere di destinare allo Stato oppure ad una confessione religiosa, tra cui la Chiesa cattolica italiana. È stato introdotto dal primo Governo Craxi a seguito dell’Accordo di revisione del Concordato stipulato tra Stato e Santa Sede del 1984. Al momento della dichiarazione dei redditi, i contribuenti possono esprimere una preferenza verso un ente per la destinazione dell’8xmille, ma secondo i dati del ministero dell’Economia e delle finanze, più del 50% non lo fa.
Le somme derivanti dalle dichiarazioni che non contengono nessuna preferenza sono poi destinate in proporzione ai voti derivanti da chi invece ha indicato la sua preferenza. Questo meccanismo ha agevolato la Chiesa cattolica, come affermato anche nel 2015 dalla Corte dei Conti. In quella stessa sentenza, la Corte evidenziava anche la discriminazione verso le confessioni escluse e la mancanza di meccanismi di vigilanza necessari per certificare la corretta destinazione dei fondi.
Dietro al calo dei fedeli – e del gettito fiscale – vi sono diverse cause di tipo sociale e demografico, ma a pesare, come detto, sono anche gli scandali finanziari e quelli legati alla pedofilia susseguitisi nell’ultimo decennio.
Tra questi vi è un caso in particolare che ha sconvolto gli equilibri di potere all’interno del Vaticano: lo scandalo finanziario legato all’acquisto per fini speculativi di un palazzo a Sloane avenue, a Londra. L’operazione è costata ai bilanci vaticano tra i 139 a i 189 milioni di euro, secondo Alessandro Diddi, promotore di Giustizia dello Stato Vaticano.
Il caso è cominciato nel 2014, quando la Segreteria di Stato ha affidato 200 milioni di sterline al fondo Athena gestito dal finanziere R.M. per l’acquisto di un edificio di lusso nel cuore della capitale britannica. Il fondo ha acquistato dallo stesso imprenditore il 45% del palazzo e un’altra parte dei capitali è stata indirizzata da M. su operazioni speculative.
A fine 2018, la Segreteria di Stato ha cercato di sfilarsi dall’investimento e ha assunto come consulente il broker Gianluigi Torzi, per poi trovare un accordo con M.: ha rilevato il restante 55% del palazzo, è uscita dal fondo Athena e ha pagato 40 milioni di sterline di conguaglio. Intanto però era nato anche un contenzioso con Torzi per la governance del palazzo che si è concluso con il pagamento nel 2019 di 15 milioni al broker.
Tra il 2014 e il 2019 il Vaticano si è trovato a pagare provvigioni a M., Torzi e altri per almeno 100 milioni e ha poi rivenduto il palazzo a soli 186 milioni di sterline.
La riforma dell’Apsa per aumentare gli incassi della gestione immobiliare
Oltre alla perdita economica c’è stato anche il danno d’immagine, provocato soprattutto dalla provenienza dei soldi dell’investimento. L’Obolo di san Pietro, infatti, è il fondo che raccoglie le donazioni che ogni anno i fedeli di tutto il mondo fanno al Papa e che devono essere destinate a opere di bene e al sostentamento della Curia.
Con l’occasione, Papa Francesco ha messo mano alla gestione del patrimonio mobiliare e immobiliare della Santa Sede. Nel 2020 ha infatti affidato all’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede (Apsa) i fondi gestiti fino a quel momento dalla Segreteria di Stato vaticana, incaricando del controllo e della vigilanza la segreteria per l’Economia.
Nel mentre, la Santa Sede ha anche varato una nuova politica per gli investimenti, vietando quelli che contraddicono i principi fondamentali della Chiesa cattolica «come la santità della vita o la dignità dell’essere umano o il bene comune» ed escludendo esplicitamente quelli di natura speculativa. Gli investimenti accettati, invece, sono quelli che «contribuiscono a un mondo migliore e più giusto» o diretti verso aziende che offrono «una gestione onesta, affidabile, trasparente, prudente e fiscalmente responsabile».
Le istituzioni della Curia hanno quindi dovuto affidare i loro investimenti all’Apsa, trasferendo la liquidità da investire o i titoli depositati presso banche estere o quella vaticana, lo Ior, sul conto dell’ente amministrativo.
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Sulla base della nuova politica sugli investimenti, l’Apsa ha chiarito nei suoi Bilanci che l’obiettivo «non è il profitto, ma la conservazione ed il consolidamento del patrimonio ricevuto in dote» e, ove possibile, «un aumento della redditività dei beni immobili attraverso la manutenzione, il recupero ed il rinnovamento edilizio».
Le due considerazioni sembrano però in contraddizione con la firma l’anno successivo della lettera d’intenti per acquistare il terreno del Forlanini. L’Apsa, contattata per un commento, non ha fornito risposta.
Nei bilancio del 2022 – l’ultimo disponibile – si parla invece di due progetti messi in campo per ristrutturare alcuni immobili, così da ridurre il numero di quelli rimasti sfitti e aumentare i profitti.
Tra il 2021 e il 2022 l’Apsa ha anche registrato un incremento dei ricavi derivanti proprio dai canoni di locazione pari a € 1,8 milioni e la gestione immobiliare nel 2022 ha fruttato ben 52 milioni di euro, ossia 31,4 milioni in più rispetto ai 20,7 milioni del 2021 e il doppio rispetto a quelli mobiliari.
L’Apsa amministra 4.726 unità immobiliari, di cui 2.734 sono direttamente dell’Amministrazione mentre le restanti 1.338 appartengono ad altri enti. Tra le unità dell’Apsa, 1.389 sono a uso residenziale, 375 a uso commerciale, 717 sono pertinenze e 253 sono quelle a redditività ridotta. Per quanto riguarda i ricavi, 1.887 unità sono sul libero mercato, 1.208 a canone agevolato, 977 a canone nullo. Il 92 per cento degli immobili in Italia sono nella provincia di Roma.
Secondo il bilancio del 2022, il risultato delle gestioni del settore mobiliare, immobiliare e di altre attività è stato di 32,3 milioni di euro, in calo rispetto ai 38,1 milioni del 2021 a causa degli effetti della guerra in Ucraina e della lenta ripresa dalla pandemia. Nel 2020 invece il risultato gestionale è stato di 22 milioni, un risultato decisamente negativo rispetto ai 73 milioni del 2019. A influire sono stati la pandemia e i problemi derivanti dallo scandalo di Londra.
Tenere traccia degli investimenti della Santa Sede, però, non è facile. L’Apsa dal 2020 al 2022 ha reso pubblici i propri bilanci, ma i dati non sono sufficienti per operare una reale verifica. Inoltre il nuovo presidente, il salesiano don Giordano Piccinotti, ha messo fine ai timidi tentativi di trasparenza messi in campo dal suo predecessore, monsignor Nunzio Galantino.
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