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Il finanziere dei 49 milioni faceva affari anche con Arata

I 49 milioni fantasma della Lega e l’indagine su Paolo Arata arrivano a legare personaggi come l’ex sottosegretario Armando Siri e l’imprenditore Vito Nicastri, vicino al boss Matteo Messina Denaro.

#LegaMoney

15.01.20

Gianluca Paolucci
Luca Rinaldi

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Politica

C’è un legame tra le due inchieste più calde sulla Lega: quella di Genova sul sospetto riciclaggio dei 49 milioni di contributi elettorali e quella siciliana su Paolo Arata che porta da un lato all’ex sottosegretario Armando Siri e dall’altro a Vito Nicastri, l’imprenditore sospettato di essere un prestanome del superlatitante Matteo Messina Denaro.

Il legame si chiama Angelo Lazzari, bergamasco di 51 anni che controllava il gruppo al quale faceva capo la Sevenbit Fiduciaria. Ovvero, la fiduciaria che “custodiva” una serie di società finite nell’inchiesta sui fondi della Lega perché tutte domiciliate presso lo studio dei commercialisti Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, in via Angelo Maj a Bergamo.

Sette società, sulle quali come hanno svelato una serie di inchieste de l’Espresso si sarebbe concentrata l’attenzione degli investigatori genovesi, che sospettano che possano essere state utilizzate per riciclare parte dei 49 milioni. Di Rubba e Manzoni, con il parlamentare Giulio Centemero, sono gli uomini che si occupano delle finanze della Lega di Salvini. Manzoni e Centemero sono anche indagati dalla procura di Roma per i finanziamenti del costruttore Luca Parnasi. E fin qui la storia nota.

L’incrocio degli affari

Meno noto che lo stesso Lazzari fosse consigliere e principale azionista – sia attraverso la Seven Fiduciaria che attraverso un fondo lussemburghese, Iris Fund – di una società del settore delle rinnovabili, la Te Wind spa. Società che poi si è fusa con la Agatos spa, quotata sull’Aim di Piazza Affari, il listino dedicato alle piccole imprese. Secondo quanto ricostruisce una informativa della Dia di Trapani, a gennaio del 2017, con Lazzari consigliere, «la Agatos stringe un accordo con la Solcara srl di Arata e Nicastri» per sviluppare in Sicilia una serie di progetti di impianti a biometano.

A febbraio dello stesso anno, con l’esecuzione della fusione tra Te Wind e Agatos, Lazzari esce dal cda. Ma Iris Fund e Sevenrestano azionisti, rispettivamente con il 9% e l’1%, di Agatos. Un mese dopo, in marzo, vengono costituite la Solgesta e la Agatos Etnea, con il capitale diviso a metà tra la Agatos e Paolo Arata, che secondo le indagini della Dia ha però a sua volta, come socio occulto, Vito Nicastri. Il ruolo di Arata e Nicastri è fissato negli accordi: l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie a far partire gli impianti.

I rapporti tra la Agatos e il duo Arata-Nicastri non sono però idilliaci: nascono una serie di disaccordi, anche per le spese in “consulenze” e lavori che Arata paga su indicazione di Nicastri. Prima della fine dell’anno le joint-venture vengono sciolte, Arata ricompra il 50% di Solgesta e Agatos Etnea e la Agatos esce di scena. Contattati, i vertici della Agatos si limitano a dire che Lazzari «è uscito dal cda con l’esecuzione della fusione» tra Agatos e Te Wind. Mentre sui rapporti con Arata l’unica risposta è: «No comment».

Il progetto in Sicilia

A parlare agli inquirenti dei suoi affari con Arata e la Agatos (senza peraltro citarli) è lo stesso Nicastri. Dando suo malgrado il via alle indagini che porteranno alle dimissioni del sottosegretario Siri. Il 30 ottobre del 2017, allarmato da alcuni articoli usciti sulla stampa locale che riferivano del coinvolgimento di alcuni personaggi sospettati di collusioni con la mafia in un progetto sulle rinnovabili a Calatafimi, Nicastri – già al centro di altri procedimenti – si reca negli uffici della Dia di Trapani per spiegare di essere solo un semplice «consulente» contattato da alcuni gruppi del Nord interessati al progetto. 

Alla fine del 2018, quando si rompe il sodalizio tra la Agatos e Arata-Nicastri, scoppia anche il caso dei fondi della Lega e del ruolo di Lazzari come “fiduciario” dei commercialisti bergamaschi. E Lazzari si trova in coinvolto in un altro caso finanziario-giudiziario: viene indagato dalla procura di Milano per truffa, nell’ambito delle indagini sul crac di Sofia Sgr, un società di gestione del risparmio che avrebbe venduto titoli ad alto rischio a ignari risparmiatori. 

Due mesi dopo le notizie sull’indagine milanese, un’altra svolta. Lazzari vende tutto. La Ivad sarl, capofila lussemburghese delle sua attività, conferisce tutto ad una società inglese, la Gruppo Arc Ltd. La Gruppo Arc viene quindi comprata da Massimo Merlino. Ingegnere, con un lungo passato nella finanza, che fino a un mese prima era presidente della Banca Cis di San Marino. Poi decade perché a gennaio Banca Cis viene commissariata dalle autorità del Titano e infine messa in risoluzione per una serie di gravi irregolarità, compresi i sospetti di riciclaggio. 

Contattato, Merlino spiega: «Non ho mai dato peso alle vicende giudiziarie e societarie di Lazzari: ho visto una possibilità di business avendo fatto in passato una consulenza per una società del gruppo e ho acquistato. La Seven è in liquidazione da quando sono arrivato e di conseguenza non ho mai avuto sottomano la sua gestione. Non ho mai conosciuto Paolo Arata né ho mai avuto occasione di conoscerlo».

Un furbetto tra Milano e Palermo

Per leggere nella sua interezza il panorama che ha portato sullo stesso scenario il re dell’eolico ritenuto prestanome di Matteo Messina Denaro, Vito Nicastri, l’ex consulente sull’energia di Matteo Salvini, Paolo Arata e l’ex sottosegretario Armando Siri, occorre riavvolgere il nastro degli ultimi vent’anni di inchieste in Italia e percorrere l’asse Milano-Palermo. 

Le indagini hanno cristallizzato i rapporti tra lo stesso Arata e Vito Nicastri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa lo scorso ottobre dopo la maxi-confisca da 1,3 miliardi di euro subita tra il 2011 e il 2013. Da maggio Nicastri collabora con gli inquirenti e se ha sempre voluto respingere le accuse di essere uomo vicino alle cosche ha invece svelato episodi di corruzione di funzionari pubblici chiamando in causa Paolo Arata.

Di certo c’è che sullo sfondo rimane la figura ingombrante di Matteo Messina Denaro e il finanziamento alla sua latitanza che dura ormai da 26 anni. Una fuga che ha trovato linfa vitale nei denari in arrivo dalla rete di imprenditori in odor di mafia. Nuovi e vecchi nomi che portano dagli affari dell’eolico in Sicilia all’Expo di Milano. Ma non solo, perché l’imprenditore arrestato dopo l’avvio della collaborazione dello stesso Nicastri, Antonello Barbieri, porta dritti alla stagione dell’inchiesta milanese sui cosiddetti «furbetti del quartierino».

Secondo gli inquirenti Antonello Barbieri è l’uomo che dal 2011 Nicastri utilizza come schermo per riavere, di fatto, a disposizione le società sequestrate. Ed è proprio grazie all’interposizione fittizia dello stesso Barbieri che Nicastri, scrivono gli investigatori «inizia una serie impressionante di investimenti occulti di capitali in operazioni finanziarie di acquisto, rilevazione, costituzione e cessione di società e beni». 

Tra le operazioni di questo tenore anche quella della società Quantans, la stessa che, rileva la procura di Palermo, suggellò il patto di collaborazione tra Paolo Arata e Vito Nicastri, dando il via a numerosi progetti nel settore delle rinnovabili tra i due. Quantans è inoltre protagonista di uno degli episodi di corruzione più visibili dell’intera inchiesta, ovvero la corruzione con una mazzetta da 115 mila euro dell’ingegnere del comune di Calatafimi che avrebbe dovuto concedere l’autorizzazione per la costruzione e l’installazione di turbine da mini-eolico nel medesimo comune. Mazzetta che arrivò proprio tramite Barbieri.

Chi ha indagato sulla stagione dei furbetti del quartierino Barbieri lo ricorda ancora. Un giovane piuttosto spregiudicato che sapeva far di conto, ma visibilmente impacciato negli abiti eleganti che usava portare per stare in mezzo ai papaveri della finanza di allora. 

Alla Direzione Investigativa Antimafia di Palermo non è sfuggita la sua presenza nel fascicolo Antonveneta, che ricorda come insieme ad Alberto Statti e a Edward Camisa fu coinvolto nella stagione delle scalate: «nel corso della scalata – scrive la Dia – il soggetto che più di ogni altro aveva rastrellato sul mercato azioni Bnl (per conto di Unipol) era stato il fondo Leonardo Capital Fund e il confratello Leonardo Venture Capital, che avevano rapporti con i predetti Edward Camisa, Alberto Statti e Antonello Barbieri. In particolare al Barbieri – conclude la DIA – sarebbe stato riconducibile un conto bancario acceso presso la filiale di Montecarlo della Banca del gottardo, intestato formalmente alla Drake Horizons, sul quale sarebbero transitate grosse somme di denaro impiegate per la suddetta scalata bancaria». 

Un’operazione che costa a Barbieri una condanna in primo grado per riciclaggio.

I legami e le domande

Tornando in Sicilia, se già Nicastri, può spendere la sua competenza tecnica e «le conoscenze dei gangli amministrativi», dall’altra parte per gli inquirenti Arata porta in dote una importante rete di rapporti istituzionali. 

«Dalle attività di indagine, infine – si legge nell’ordinanza che ha portato all’arresto di Vito Nicastri, Paolo Arata e dei rispettivi figli Manlio (anche lui ha iniziato a collaborare con i pm e gli sono stati recentemente concessi i domiciliari) e Francesco – è emerso che Arata ha portato in dote alle iniziative imprenditoriali con Nicastri gli attuali influenti contatti con esponenti del partito della Lega, effettivamente riscontrati e spesso sbandierati dall’Arata medesimo e di cui informava puntualmente». 

Legami sconvenienti per il partito che fino all’estate scorsa era al governo del paese, e che ha portato anche all’apertura del filone romano che vede indagato l’ex sottosegretario Armando Siri per una presunta mazzetta da 30 mila euro per presentare un emendamento al Def vantaggioso per gli affari di Arata, ma poi mai approvato. 

Tutto da chiarire invece il ruolo di Lazzari. Che si trova, consapevolmente o suo malgrado, in mezzo a troppe vicende ancora oscure.

Crediti

Autori

Gianluca Paolucci
Luca Rinaldi

Editing

Redazione Irpi

In partnership con

La Stampa

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