Jan Kuciak, due anni dopo
A 24 mesi dall’omicidio del nostro collega slovacco, vi raccontiamo novità processuali, dietro le quinte inediti e le inchieste 2019 in una edizione speciale illustrata. Perché in questa storia ci sono troppe cose che le parole non riescono a dire
21 Febbraio 2020

#JanProject

Caro Jan, quella notte sotto la neve

21 Febbraio 2020 | di Cecilia Anesi

Quella notte incastrata tra il 25 e il 26 febbraio la neve scendeva copiosa a Roma. Erano le cinque di mattina quando, nella bufera, ci mettiamo alla guida. Dobbiamo raggiungere Catania dove la missione è raccogliere informazioni per il “Progetto Daphne”, ovvero l’inchiesta a cui stavamo partecipando per continuare il lavoro della giornalista uccisa con un’autobomba a Malta pochi mesi prima.

Mentre l’auto slitta, mentre cerchiamo di raggiungere stazione Termini indovinando la strada nel bianco spettrale, non riesco a tenere a bada i battiti. C’è una profonda inquietudine in me: il giorno precedente mi era stato rubato il bagaglio da un’auto in affitto, spaccata in pieno centro. Oggi mi chiedo se quell’irrequietezza non fosse dettata dal sesto senso.

Alle sette di mattina un sms ci informa della cancellazione del volo. Così rientriamo a casa, intirizziti, frustrati. Seduta alla scrivania, cerco di capire lo stato dei voli. Alle 7.50 mi arriva un messaggio dalla collega ceca Pavla Holcova: «Hanno ucciso il nostro collega slovacco».

Non capisco immediatamente, non mi pare possibile che si tratti del collega con cui stavamo lavorando fino a quel momento. Chi, come, dove? Un turbinio di domande. A casa sua, lo hanno trovato ieri sera, gli hanno sparato, a lui e alla fidanzata. Stai attenta, tu e i colleghi. Non sappiamo chi sia stato.

Stavamo lavorando ad un’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Slovacchia. Due famiglie diverse, una della zona del reggino, una del cosentino ma naturalizzata belga. La pubblicazione era prevista per la prima settimana di marzo: stavamo aggiustando la bozza, Jan aveva insistito per darsi una mossa. Era convinto che l’inchiesta avrebbe avuto un enorme impatto in Slovacchia, e che non si potesse aspettare oltre.

Quella mattina è stato come prendere un muro di cemento in piena faccia. Altro che querela: a Jan avevano appena sparato. Sparato. Per minuti interminabili ho sentito solo il ronzio del silenzio e il pulsare del sangue nelle orecchie.

È stato Drew Sullivan, direttore della rete OCCRP che ci coordinava, a scuotermi. «Dobbiamo pubblicare la bozza del lavoro che avevate preparato, dobbiamo farlo subito così da proteggervi. Non sappiamo se chi ha ucciso Jan volesse fermare la pubblicazione, ma è possibile», mi dice Drew in una chiamata.

Siamo una piccola redazione, giovane, cresciuta sulla strada e non sotto il tetto di un grande editore. E noi un manuale che ci dicesse come comportarsi in questo caso, non lo avevamo. Era un fulmine a ciel sereno: da nessuna parte, dentro di me, potevo appigliarmi a delle istruzioni. Stavamo lavorando senza sosta ad un progetto il cui scopo era rendere giustizia a Daphne Caruana Galizia e dare un messaggio, ovvero che non è possibile chiudere la bocca ai giornalisti ammazzandoli.

Ed ecco che l’impossibile si ripeteva: un altro collega era stato ucciso a sangue freddo, ma questa volta i gradi di separazione erano minori, anzi non c’erano per nulla.

Improvvisamente era come fronteggiare a mani nude una diga in esondazione. Improvvisamente, quella tragedia era nella mia vita. E nelle vite dei colleghi di IRPI che lavorano sulle mafie.

E allora come si reagiva? Facendo l’unica cosa che sapevamo fare. Continuando a fare giornalismo d’inchiesta, prendendo quel volo per Catania e proseguendo con la missione prefissata. Un po’ era la volontà di non fermarsi, un po’ era l’impossibilità di capacitarsi, un po era lo shock, la negazione.

Come macchine da guerra, da Catania quarantotto ore dopo abbiamo pubblicato a nome dei centri di giornalismo l’inchiesta a cui stavamo lavorando con Jan. Senza dormire, senza respirare, senza darsi il tempo di capire cosa fosse successo, senza concedere alle lacrime nemmeno una feritoia.

Di quei giorni ricordo poco, quasi nulla. Ricordo le montagne della Sicilia orientale, scorrere rapide dal finestrino della volante della Polizia. Stavamo andando a parlare con quei magistrati del Sud che da subito hanno capito di avere di fronte una grande ingiustizia, in cui il sogno di un giovane giornalista che voleva rendere il suo Paese un posto migliore, era stato spezzato per sempre.

Per me la consapevolezza, e con essa il dolore, è arrivata solo dopo.

In primavera scopriamo che chi aveva ammazzato Jan Kuciak lo sorvegliava da tempo.

Non aveva senso stare fermi: dovevamo riprendere le fila delle ricerche, e continuare a scavare. E per farlo serviva una squadra internazionale: quattro reporter italiani, una ceca, due slovacchi, e l’intera macchina produttiva Occrp, America Latina inclusa.

Non è stato facile rileggere gli appunti di Jan senza sentirsi morire dentro, e ripartire da dove ci eravamo fermati. Ancora più difficile è stato fare di questo un’opportunità, mutare la tragedia in un messaggio verso chi ha pensato di chiuderci la bocca. Grazie al lavoro di squadra, e al sostegno dei caporedattori a Sarajevo, Bratislava e Roma, ce l’abbiamo fatta.

Così, un anno dopo abbiamo pubblicato l’inchiesta sul duplice omicidio. E accanto, le storie che Jan avrebbe voluto scrivere: quelle che dimostrano come la ‘ndrangheta – grazie ad amicizie tra le massime cariche dello Stato – ha fatto della Slovacchia una base operativa per traffici i cui tentacoli si dipanano in mezzo mondo.

Oggi, 21 febbraio 2020, le ripubblichiamo. Assieme agli aggiornamenti sui processi, sulle indagini, assieme alle nostre analisi, ai nostri dubbi. E a delle illustrazioni. Perché in questa storia ci sono troppe cose che le parole non riescono a dire.

Jan, Martina, sono passati due anni da quando vi hanno tolto la vita, e il futuro. Sembrano due minuti, due di quegli interminabili minuti in cui sentivo solo il ronzio del silenzio nelle orecchie. Fiat iustitia, et pereat mundus.

Omicidio Kuciak e Kušnírová, le prime verità

21 Febbraio 2020 | di Cecilia Anesi

«vorrei chiedere agli imputati, chi vi ha dato il diritto di spezzare le vite dei nostri figli? Anche voi avete figli, figlie», chiede con la voce tremante, ma decisa, una madre distrutta. È Zlatica Kušnírová, madre di Martina Kušnírová, fidanzata del giornalista Jan Kuciak e uccisa insieme a lui il 21 febbraio 2018 a Velka Maca, Slovacchia.

«La presunzione d’innocenza le dice nulla?», sbotta alzandosi in piedi il legale dell’imputata Alena Zsuzsová.

«Se non c’entrasse nulla non sarebbe in quest’aula di tribunale!», ribatte la signora Kušnírová. La tensione è palpabile.

Alena Zsuzsová è accusata di avere ingaggiato i killer Thomas Szabo e Miroslav Marcek, a processo con lei e a Marián Kočner, accusato di essere il mandante.

A dicembre, l’imprenditore Zoltan Andrusko aveva deciso di collaborare patteggiando una condanna a 15 anni. Ha confessato di avere ingaggiato i killer che adesso vengono ascoltati dai giudici.

Due ore dall’inizio dell’udienza avviene già il primo colpo di scena: Marcek confessa l’omicidio. «Chiedo scusa alle famiglie, non c’è nulla che possa fare per rimediare. Ma quando ho visto il loro dolore in TV ho deciso di confessare».

E così emergono i primi elementi chiave: Andrusko gli aveva consegnato una documentazione puntuale su Kuciak. Una sorveglianza «fatta da professionisti, come agenti di polizia o servizi». E poi gli aveva detto che il giornalista «stava scrivendo qualcosa che non avrebbe dovuto scrivere». Senza però specificare chi lo voleva morto.

La posizione del suo socio Szabo è opposta: nega tutto. A negare con forza qualsiasi coinvolgimento sono anche i due presunti mandanti, l’imprenditore Marián Kočner e la sua mistress Alena Zsuzsová che avrebbe ordinato ad Andrusko, l’imprenditore che ha patteggiato, di procurarsi dei killer.

«Conosco Alena da nove anni. A dicembre 2017 mi ha dato 20 mila euro per rimuovere il procuratore Žilina, meglio se in auto assieme all’avvocato Lipšic (oggi legale dei Kuciak in questo processo, nda). Non avevo bisogno di soldi, ma avevo paura, se non l’avessi fatto avrebbero eliminato me», aveva testimoniato Andrusko in aula. «Quando ho smesso di rispondere al telefono, Alena si è presentata a casa mia e ha minacciato di uccidermi. Era nervosa che non avevo ancora agito, io le volevo ridare i soldi, ma lei mi ha assegnato ciò che ha definito «un compito più semplice. Dobbiamo fare il modo che Kuciak scompaia, mi ha detto».

È Andrusko l’accusatore principale di Kočner, supportato però da un’altra testimonianza chiave. Quella di Peter Toth, ex ufficiale dei servizi segreti slovacchi che, dopo essere stato a lungo uomo di fiducia di Kočner, capisce di avere coadiuvato l’omicidio di un innocente.

«Se avessi saputo quali erano le vere intenzioni, non mi sarei prestato. Quando ho capito che Kočner era coinvolto nell’omicidio, mi sono detto che qualsiasi indizio doveva essere consegnato», esordisce.

Era stato contattato da Kočner per mettere assieme una squadra di ex spie e addestrarle in due mesi a sorvegliare giornalisti scomodi. Tutte le informazioni raccolte dovevano finire in un archivio online chiamato Na pranieri (alla gogna) con cui Kočner avrebbe risposto alle inchieste dei giornalisti sul suo conto e nel frattempo avrebbe creato un trampolino di lancio per la politica.

Il progetto Na pranieri sarebbe costato in tutto 140 mila euro, finanziate da Kočner e da un altro oligarca slovacco, Norber Bödör. Secondo Toth, poteva contare sull’appoggio di un parente in polizia, il dirigente Tibor Gasper (all’epoca dell’omicidio Kuciak responsabile della forza dell’ordine). «Non ho dubbi sul fatto che Kočner e Bödör abbiano pensato e ordinato l’omicidio di Jan Kuciak», ha sottolineato Toth. E secondo Toth avevano coperture in alto. Toth testimonia come dopo l’omicidio Kočner gli abbia chiesto di intercedere a nome del primo ministro Robert Fico presso il giudice Mamojka per la sua scarcerazione (Kočner era stato arrestato per evasione fiscale).

Zsuzsová dal canto suo insiste sulla propria innocenza. Dice di avere lavorato per Kočner solo come traduttrice dall’ungherese e l’italiano.

Che tipo di traduzioni dall’italiano e perché a Kočner servissero non è ancora stato spiegato. È forse perché Alena sa che all’interno della documentazione sequestrata a lei e Kočner gli inquirenti troveranno legami con l’Italia?

Per adesso è una domanda che rimane in sospeso. A cui però, da molto lontano, la procura di Reggio Calabria, sta cercando di dare una risposta. Gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia che stanno seguendo la vicenda dell’infiltrazione della ‘ndrangheta in Slovacchia, si chiedono come mai in questo processo non sia stato minimamente considerato il lavoro che Jan Kuciak stava portando a termine sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta e sull’arricchimento tramite fondi europei.

Quello che sembra mancare in questo processo è un’analisi più approfondita di un sistema di potere con ramificazioni criminali internazionali. Forse perché, se si andasse a indagare questi aspetti – magari pure con una squadra comune con gli italiani – i risultati porterebbero troppo in alto nel sistema potere, fino al cuore del governo slovacco e del partito Smer.

Chi ha beneficiato della morte di Jan Kuciak? Indubbiamente in molti. Chi sia stato a sparare lo sappiamo, chi sia stato a pagare i killer pure, resta da provare chi ha dato l’ordine di ingaggio ma tutte le prove sembrano puntare a Zsuzsová e Kočner. I quali però fanno riferimento agli stessi vertici del potere slovacco che dialogavano con la ‘ndrangheta.

Intanto, qualche chilometro più a sud, a Venezia, si è arrivati ad una condanna per narcotraffico ad Antonino Vadalà che la dice lunga anche sulla portata della minaccia ‘ndranghetista nel paese dell’est Europa.

Nove anni e quattro mesi di carcere, un sequestro per equivalente di oltre duecentomila euro e il divieto di espatrio. Una dura condanna in primo grado inflitta il nove ottobre 2019 e le cui motivazioni sono diventate ufficiali solo a gennaio, novanta giorni dopo.

Un processo, quello che deriva dall’indagine Picciotteria, iniziato nel 2019 e che segue la condanna dell’ottobre 2017 che ha riconosciuto Attilio Violi – ‘ndranghetista basato a Venezia – colpevole di avere organizzato un traffico di cocaina dall’America Latina.

Condannato Violi rimaneva da giudicare l’attività di narcotraffico organizzata con Antonino Vadalà e i “milanesi”, ovvero il gruppo di Mario Palamara, importante broker del narcotraffico ancora latitante. Nel frattempo, a febbraio 2018 c’era stato l’omicidio Kuciak e la notizia era iniziata a circolare: il ragazzo lavorava assieme a dei colleghi italiani sulla ‘ndrangheta in Slovacchia e uno dei soggetti su cui si stava focalizzando l’inchiesta giornalistica era Antonino Vadalà. Proprio uno degli indagati del procedimento Picciotteria.

Così in fretta e furia la macchina della giustizia si era messa in moto, emettendo un’ordinanza di custodia cautelare che metteva per la prima volta nero su bianco il coinvolgimento di Vadalà nel traffico internazionale di cocaina.

Era settembre 2014 quando Attilio Violi stava organizzando con un boliviano e un colombiano grandi spedizioni di cocaina dalla Colombia. Potevano contare su un doganiere corrotto al porto di Cartagena. Ma non gli bastava, voleva aumentare le forniture e diventare uno dei grandi importatori di cocaina per la ‘ndrangheta. Il suo sogno era fare di Venezia uno scalo fondamentale, e affidabile. Così, mentre inizia a guardarsi attorno, cade nella trappola. La Guardia di Finanza scopre le sue manie di grandezza, e non si lascia scappare l’occasione. Mette sulla sua strada un agente sotto copertura, dal profilo perfetto: impresario import-export a Venezia.

Violi si affida a lui, e inizia la pianificazione logistica. Dalla Locride si fidano di lui, intendono testare la sua offerta di usare Venezia come porto franco.

Leo Zappia, ‘ndranghetista di spicco di Africo, nell’udienza del 9 ottobre 2019 decide di fare dichiarazioni spontanee. Racconterà al giudice di essere stato invitato al matrimonio di Antonino Vadalà a Bova Marina, e con l’occasione di avergli paventato la possibilità di entrare in affari con Violi a Venezia.

Vadalà verrà quindi introdotto a Violi e porterà sul tavolo una forte alleanza, quella con il gruppo dei milanesi capitanato da Mario Palamara – scaltro narcotrafficante con ganci in mezzo mondo. Assieme a loro lavorerà – fino all’arresto nel 2015 – un altro potente narcos poi diventato pentito: Antonio Femia. Femia spiega ai magistrati che lui, Palamara e un altro socio hanno investito i proventi del narcotraffico tramite Vadalà e che tutti i contanti che Vadalà ha consegnato a Giraldi (l’agente sotto copertura) per l’acquisto di merce di copertura gli erano stati consegnato da loro tre.

La sentenza spiega come Vadalà abbia consegnato a Giraldi oltre 50 mila euro in contanti (in tagli non convenzionali per un istituto bancario, e con banconote in cattive condizioni divise in 224 banconote da 20 euro, 77 da dieci euro e addirittura 14 pezzi da cinque euro) in una confezione di champagne “Veuve Clicquot”.

A processo Vadalà si difende dicendo che quei soldi – e quelli inviati successivamente con bonifico bancario – provenivano da un fido bancario ottenuto in Slovacchia. In realtà, dimostra la sentenza, Vadalà consegna i contanti alle 8:30 di mattina a Milano, per poi partire subito per la Slovacchia e non viceversa.

Ma c’è di più. Per il giudice è chiaro come i successivi bonifici fatti da Vadalà alla ditta dell’undercover siano stati frutto di riciclaggio. «I soldi non provengono da un fido bancario come asserito nella difesa, bensì sono riconducibili a pregressi traffici di droga di Vadalà e Palamara».

Il giudice calcola come siano state finanziate in pochi mesi importazioni per un totale di 649 mila euro, di cui quasi 213 mila investiti tramite Vadalà. Infatti, ciascuna trattativa con le ditte sudamericane avviata dall’azienda dell’undercover veniva puntualmente supportata da bonifici bancari della società slovacca di Vadalà.

Ha collaborato: Eva Kubániová

Jan Kuciak, cronaca di un omicidio

20 Febbraio 2019 | di Cecilia Anesi, Giulio Rubino, Lorenzo Bagnoli, Luca Rinaldi

Era la sera di un mercoledì. Il 21 febbraio 2018. L’uomo che si avvicinò al civico 558 di via Brezova, una piccola casa di Velka Maca, paese a nord-est di Bratislava di poche migliaia di anime, stringeva in una mano una pistola Luger 9 millimetri. La porta di ingresso era aperta. Entrò e scivolò silenziosamente fino alla cucina. E fu solo allora che Martina lo vide. Si alzò di scatto dalla sedia su cui era assorta. Il colpo la centrò in volto, esattamente in mezzo agli occhi.

Al piano di sotto della casa, in cantina, Jan Kuciak udì un tonfo sordo. Risalì di corsa le scale. Fino a rimontarne gli ultimi gradini. Il petto urtò la canna della Luger. E un colpo a bruciapelo lo raggiunse al cuore. Il corpo di Jan precipitò indietro sulle scale (nel processo slovacco a gennaio 2020 Marcek confessa di essere stato il killer e di avere ucciso prima Martina e poi Jan, nda). L’assassino si richiuse la porta della casa alle spalle, costeggiò un viale coperto dall’ombra dei pini e quindi raggiunse un campo da calcio. Afferrò il cellulare. Lasciò che il numero chiamato squillasse una sola volta. Il segnale. Quattro minuti dopo, una Citroen Berlingo gli si accostò. Salì sulla macchina che partì in direzione della città di Komarno.

In casa di Jan e Martina il telefonò cominciò a squillare. E avrebbe continuato a farlo per ore. A vuoto. Fino a quando qualcuno non avrebbe ritrovato quei due corpi quattro giorni dopo, il 25 febbraio.

La pianificazione dell’omicidio aveva richiesto due settimane. Lunedì 5 febbraio 2018, Tomas Szabo – l’assassino –  aveva fatto il suo primo sopralluogo a Velka Maca con l’uomo “messo sotto contratto” con lui per fare “il lavoro”. Quello che gli avrebbe fatto da autista, Miroslav Marcek.

Avevano verificato che la cosa sarebbe stata più facile del previsto. L’abitazione di Jan era in ristrutturazione e dunque di facile accesso. Per non dire della sua posizione. In una strada in fondo al Paese, fuori dal raggio di controllo dei sistemi di videosorveglianza stradali. E per giunta non lontana da un bosco, che in ogni caso sarebbe stata un’eccellente via di fuga se le cose, per un qualche motivo, si fossero messe storte.

Szabo e Marcek erano quindi tornati a Velka il 7 febbraio. Per due volte. Cambiando auto. E ancora la domenica 11. Quando, al tramonto, si erano avvicinati al civico 558 di via Brezova con una Peugeot 206. Avevano verificato il posizionamento delle telecamere del sistema di videosorveglianza e individuato accanto al campo da calcio il luogo più adatto per parcheggiare un’auto.

Quattro giorni dopo, la sera di venerdì 15 febbraio, era stata la volta delle prove del percorso a piedi. Szabo e Marcek avevano calcolato distanze e tempi tra il campo da calcio e la casa di Jan. Intorno alle 19, le 19.34 per l’esattezza, li aveva recuperati in auto Zoltan Andrusko, l’uomo che li aveva contattati per affidargli il lavoro.

Veľká Mača, la città slovacca dove Jan e Martina vivevano, e Africo, quartier generale del clan di ‘ndrangheta con cui lavorava Vadalà. Crediti: Lorenzo Bodrero, IrpiMedia.

Sabato 16 febbraio, intorno alle 19, l’auto con Szabo e Marcek era tornata di nuovo in via Brezova. Ne era sceso il solo Szabo per controllare il perimetro della casa e verificare a che ora rientrasse Jan. Lunedì 19, infine, la prova generale. Alle 19:00, Szabo aveva costeggiato il campo da calcio per poi raggiungere a piedi la casa. Tre minuti. Percorsi con calma. Verificando tutte le possibili via di fuga. Venti minuti dopo, lo squillo telefonico singolo. E, di nuovo al campo da calcio, la Citroen Berlingo che era arrivata a prelevarlo.

Il mercoledì 21 febbraio, le cose sarebbero andate come dovevano. Dalle 18:30, Tomas Szabo sarebbe rimasto nascosto sul retro della casa al 558 di via Brezova. Alle 20:21, ne avrebbe varcato l’ingresso. Uscendone dopo due minuti, dopo aver giustiziato a sangue freddo Martina e Jan. Alle 20:25, Szabo sarebbe stato quindi raccolto da Marcek con la Citroen Berlingo nei pressi del campo da calcio. Alle 22:00, i due avrebbero raggiunto Komarno e qui avrebbero incontrato Zoltan Andrusko per comunicargli che il lavoro era stato fatto. Con un solo imprevisto. I morti erano stati due. Jan, il condannato a morte, e una ragazza che non doveva essere lì e che non avevano potuto lasciar viva.

C’era una ragione per cui per quel lavoro era stato scelto Tomas Szabo. Era infallibile. Non conosceva margine di errore. Aveva un passato in polizia e da alcuni anni lavorava come contractor privato a bordo di navi cargo. Un mestiere pericoloso, per il quale erano richieste capacità di autocontrollo e un buon uso delle armi. Szabo aveva entrambi.

E dunque anche per Jan aveva avuto cura dei dettagli. Per dire: aveva preparato ognuno dei proiettili con cui riempire il caricatore della sua Luger svuotandoli della metà della polvere da sparo. In quel modo, sapeva che i proiettili non avrebbero superato la velocità del suono. Dunque, non avrebbero fatto rumore. Né aveva dubbi sul fatto che potendosi avvicinare a pochi passi dalla vittima, i colpi, pure depotenziati, avrebbero raggiunto il bersaglio.

Anche Miroslav Marcek era un tipo di cui potersi fidare. Oltre ad essere il cugino di Szabo, era un ex militare e anche lui contractor per la sicurezza a bordo delle navi cargo. E questo spiega perché Zoltan Andrusko non aveva avuto dubbi, alla fine. Aveva chiuso con Szabo a 40 mila euro. Diecimila invece sarebbe rimasti a lui per il disturbo. Non era lui infatti interessato a eliminare quel Jan Kuciak. Ne aveva ignorato l’esistenza fino al giorno in cui non gliene avevano fatto il nome.

A 50 anni, quanti ne aveva, aveva solo bisogno di grano. Subito. Faceva l’imprenditore a Kormano, era carico di debiti, e fare da committente nella ricerca di due killer di professione era stata una di quelle offerte che non poteva rifiutare. Anche perché alla donna che lo aveva avvicinato parlandogli di Kuciak e del lavoro da fare doveva 20 mila euro. Si chiamava Alena Zsuzsová. Gliene aveva offerti 50 mila e la cancellazione del debito purché eliminassero quel ficcanaso del giornalista ragazzino. Lui, Zoltan, aveva accettato sull’unghia.

Era successo tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, in una data non precisata nelle carte della magistratura slovacca. La donna, una quarantaquattrenne originaria anche lei di Komarno, aveva consegnato a Zoltan le istruzioni all’interno della sua auto. Gli aveva mostrato in quella occasione, su un pc portatile, un video che aveva salvato su una chiavetta usb. Delle immagini di Jan su un attraversamento pedonale. Gli aveva mostrato anche delle foto del ragazzo e indicato il suo indirizzo. Le foto erano state quindi caricate sul cellulare di Andrusko perché potesse consegnarle a chi avrebbe materialmente fatto il lavoro.

Per quale diavolo di motivo Alena Zsuzsová ce l’aveva con Jan Kuciak, che di lei mai si era occupato? O, meglio, per conto di chi la Zsuzsová si era messa alla ricerca di killer su commissione?

Dalle carte degli inquirenti slovacchi, allo stato, non emergono risposte univoche. Ma, a quanto lascia intendere lo stesso Andrusko durante gli interrogatori dopo il suo arresto, la Zsuzsová sarebbe entrata in gioco perché conosciuta in Slovacchia come contractor per omicidi su commissione. Titolare, insomma, di una sorta di Agenzia della Morte.

È un fatto che, quando a settembre del 2018, dopo che la polizia slovacca ha ottenuto la confessione di Andrusko e riscontri positivi dall’esame delle immagini delle telecamere di sorveglianza di Velka Maca e si procede con gli arresti della Zsuzsová e dei due killer (Szabo e il cugino), della donna si sappia poco o nulla. Che parla italiano, ad esempio. E che fosse stata nel consiglio d’amministrazione di alcune aziende di mobili aperte da veneti emigrati in Slovacchia anni prima.

È un fatto anche che, nel gennaio scorso, la Procura di Banská Bystrica, l’ufficio titolare dell’inchiesta sull’esecuzione di Jan e Martina, leghi il nome di Zsuzsová ad almeno altri tre omicidi irrisolti, avvenuti nei primi anni Duemila. Tra questi, quello di un trentenne friulano, Davide Casellato, ucciso in Slovacchia con un colpo di pistola in pieno giorno, oltre quindici anni fa. L’assassino sarebbe una donna, mai identificata. Un omicidio per il quale, allora, aveva proceduto la squadra mobile della nostra Questura di Udine, fino a quando non era stata rimbalzata dal muro di gomma alzato a Bratislava.

Dicono ora fonti della Procura di Bratislava che anche il caso di Casellato sarebbe stato riaperto. Mentre nulla dicono o intendono dire della zona grigia in cui l’omicidio di Jan Kuciak matura e viene commissionato. E in cui, a ben vedere, la Zsuzsová porta dritti, dritti. Accade infatti che della donna non esista una sola foto ufficiale e che la sola immagine sia quella scattata dalla polizia durante il suo arresto mentre, in manette viene trascinata fuori di casa. Una donna china sotto una cascata di capelli neri. A quanto sembra, una parrucca.

Eppure, sul suo profilo Facebook e su altri da lei aperti con degli alias, la Zsuzsová pubblicava foto da stropicciarsi gli occhi. Immagini a metà tra una top-model e una escort. Peccato non fossero le sue. Rubate, a quanto pare, perché utili ad agganciare uomini dell’elite del Paese: politici, imprenditori, avvocati, vip.

Non finisce qui.

Con l’acronimo “SIS Alino” (SIS è la sigla che indica i servizi segreti slovacchi) il numero di telefono della Zsuzsová era salvato su una rubrica speciale: quella dell’imprenditore Marian Kočner. Un’amicizia quella tra i due a primo acchito incomprensibile. Cosa avevano in comune infatti la misteriosa Alena Zsuzsová e l’uomo d’affari Kočner? A stare a quanto documenta l’ordinanza di custodia cautelare slovacca, sicuramente una frequenza bancaria visti i bonifici che con cadenza mensile Kočner le inviava: 2.000 euro, 1.400 euro.

Le testimonianze raccolte durante il lavoro di inchiesta giornalistica sono concordi nell’indicare che la Zsuzsová venisse utilizzata da Kočner per ricattare sessualmente uomini politici e imprenditori rivali. Mentre un testimone di peso dell’inchiesta della magistratura slovacca, l’agente dei servizi segreti Peter Tóth, giura che i due fossero amanti.

Tóth decide di collaborare con la magistratura slovacca quando la Alena Zsuzsová viene arrestata. Spiega di essere stato lui ad aver presentato la donna all’imprenditore Marian Kočner. E racconta che il materiale fotografico su Jan Kuciak, quello che Alena avrebbe poi consegnato ai killer, lo avrebbe raccolto lui personalmente in un’attività di pedinamento del giovane cronista condotta insieme ad un altro ex agente dei servizi. E che a pagarli per il disturbo era stato proprio Marian Kočner, per il quale, già in passato, avevano sorvegliato altri “bersagli”.

Marian Kočner, dunque.

È uno dei principali e più controversi uomini d’affari del Paese, e viene definito senza mezzi termini da Peter Bardy, direttore di Aktuality, il giornale per cui lavorava Kuciak, «un mafioso».

È coinvolto in una serie di scandali (tra questi, l’acquisizione della tv Markíza nel 1998 e la cosiddetta frode Technopol, su cui Kuciak aveva lavorato documentando la misteriosa scomparsa di centinaia di pagine di atti giudiziari). Tiene sotto scacco diversi uomini delle istituzioni, compreso il Procuratore generale Dobroslav Trnka, e, nella sua cassaforte conserva copia delle intercettazioni e dei dossier illegali del cosiddetto “caso Gorilla”, scandalo che travolse i servizi segreti slovacchi.

Kočner aveva ottime ragioni per eliminare Kuciak. E che detestasse quel cronista ragazzino che lo tormentava con le sue inchieste non ne aveva fatto mistero. Lo aveva minacciato al telefono a settembre 2017: «Troverò prove su di te e sulla tua famiglia: tutti hanno uno scheletro nell’armadio». Jan lo aveva denunciato, ma la polizia aveva infilato la pratica in un cassetto, dove era rimasta.

Andrusko, il middleman tra Alena Zsuszova e i killer, accusa Kočner durante il suo interrogatorio con la polizia slovacca. «Alena – spiega – non mi ha detto il motivo dell’omicidio, ma mi ha fatto il nome di chi lo ha ordinato: è Marian Kočner, ma ho paura a nominarlo perché temo per la mia vita».

Kočner è dunque oggi il principale indiziato quale mandante dell’omicidio di Jan. Lo dice Andrusko nella sua confessione. Lo dice la logica. Lo dicono le solide ragioni per cui avrebbe avuto interesse ad eliminarlo. Lo dice a IRPI e La Repubblica l’avvocato della famiglia Kušnírová, Roman Kvasnica: «Possiamo dire che Kočner sia ufficialmente sospettato, ma non formalmente accusato. Quindi c’è la presunzione d’innocenza, dobbiamo ancora considerarlo innocente». Anche se lui, in carcere, già ci sta da qualche mese. Ma per evasione fiscale.

È evidente che la timidezza dell’indagine slovacca su Kočner sconti una generale paura che l’esplorazione complessiva del movente (e di lì dei possibili mandanti dell’omicidio), porti inevitabilmente nel Palazzo della Politica, nel verminaio dei ricatti che hanno cementato e continuano a cementare classe politica, apparati dello Stato, imprenditoria corrotta e criminalità organizzata della Slovacchia.

Questo spiega il perché dal giorno stesso dell’esecuzione, il lavoro di Kuciak non sia mai stato preso in considerazione nell’indagine come punto di partenza nella ricerca del movente dell’omicidio. Perché se così fosse stato il nome di Kočner si sarebbe illuminato prima che a parlarne fosse il “pentito” intermediario con i killer. E questo spiega anche come e perché sia stata lasciata cadere la pista – anche questa documentata dall’ultima inchiesta cui Jan stava lavorando – che portava ai rapporti tra l’ex Primo Ministro Roberto Fico e la ‘ndrangheta, nell’ambito delle truffe ai fondi europei per l’agricoltura e le energie rinnovabili.

«Andrebbe considerata la possibilità che l’omicidio sia stato ordinato da una sorta di cartello, che unisce più interessi», dice Peter Bardy di Aktuality. In un’allusione voluta a un “patto di sistema” tra imprenditori, politica, criminalità organizzata. Che appunto gli inquirenti slovacchi hanno abbandonato. Al punto che il protocollo di collaborazione firmato un anno fa con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e la nostra Polizia è rimasto lettera morta.

La giustificazione ufficiale, dichiarata durante una conferenza stampa, è stata quantomeno anodina: «Non c’è alcuna pista italiana per l’omicidio e quindi non abbiamo bisogno dell’aiuto della magistratura italiana». Un modo di procedere che a Reggio Calabria ha sollevato qualche perplessità, per dirla con un eufemismo. Perché – osservano – ignorare il lavoro di Kuciak ha significato precludersi la possibilità di illuminare un grumo di potere corrotto e infiltrato dalle famiglie di ‘ndrangheta su cui sarebbe valsa la pena fare luce. E di cui vale la pena ricordare le coordinate.

Il calabrese Antonino Vadalà viene fermato assieme a tre familiari e interrogato dalle autorità slovacche il 10 marzo 2018 perché sospettato dell’omicidio, ma rilasciato quasi immediatamente.

Ci pensa dunque il nostro Paese ad arrestarlo per tutt’altro motivo. Deve infatti rispondere di narcotraffico internazionale di fronte al Tribunale di Venezia. Ed è lì, grazie ad un’indagine della Guardia di Finanza, che emergono elementi cruciali. Mentre infatti organizzava carichi di cocaina dall’America Latina al nord Italia, Vadalà gestiva un business che spaziava dall’agricoltura, all’allevamento alle energie rinnovabili in Slovacchia muovendosi abilmente in una zona grigia che gli garantiva contatti con uomini chiave: dai servizi segreti, alle dogane, arrivando fino alle più alte cariche dello Stato.

Come viene del resto documentato da un’intercettazione captata nel 2012 da una procura della Repubblica italiana nell’ambito di un’indagine sul narcotraffico, allora ritenuta non di interesse e riemersa solo dopo la morte di Kuciak. Vadalà, in quella telefonata, parla con l’allora premier Robert Fico. Quello che l’omicidio di Jan costringerà in poche settimane alle dimissioni.

Insomma, un’indagine monca, quella slovacca. Destinata probabilmente a rimanere tale. E ingombra di veleni. Come dimostrano le mosse di due alti funzionari degli apparati slovacchi dopo l’omicidio: il Capo della Polizia, Tibor Gaspar, e il capo dell’Agenzia anticorruzione, Robert Krajmer.

Un nuovo testimone tra le file della polizia ammette infatti ora, a circa un anno dall’omicidio, che proprio Gašpar gli aveva ordinato di fare un controllo su Kuciak tra gli archivi della polizia, quando il giornalista era ancora in vita. Mentre Krajmer sotto i riflettori ci finisce da solo. Accade infatti che la sera del 25 febbraio, quando i cadaveri di Jan e Martina sono stati appena trovati nella loro casa, sulla scena del crimine, contemporaneamente alla polizia locale, arrivi anche Robert Krajmer. Non il capo della scientifica, dunque, ma quello dell’Anticorruzione.

E accade anche che il giorno successivo, il 26 mattina, Krajmer su quella scena del crimine torni ancora. Questa volta ripreso dalle televisioni, mentre entra nella casa. Coperto immediatamente da quella che vuole essere una toppa del Ministro dell’Interno, ma che si rivela peggiore del buco: «La squadra di Krajmer stava indagando le stesse vicende su cui lavorava Kuciak», dice il Ministro.

Peccato che quel 26 febbraio nessuno sapesse ancora su cosa Jan Kuciak stesse lavorando. Se non lui, che non poteva più raccontarlo, la sua inchiesta, non ancora pubblicata postuma dal suo giornale, e i colleghi che in quell’ultima indagine lo avevano accompagnato. Quelli di Investigace e IRPI.

Dalla Colombia alla Slovacchia: la ‘ndrangheta di Africo muove le tonnellate

24 Febbraio 2019 | di Cecilia Anesi, Lorenzo Bagnoli, Luca Rinaldi, Giulio Rubino

Un anno esatto fa, il 20 febbraio 2018 Jan Kuciak, giornalista slovacco ucciso a sangue freddo il giorno successivo nella sua casa a Velka Maca, stava lavorando a un’inchiesta sulle connessioni tra Antonino Vadalà, allevatore di bovini emigrato in Slovacchia, e il primo ministro del Paese, Robert Fico.

Vadalà è uno dei tanti che, negli anni ‘90, sono emigrati dalla Calabria a cercare fortuna nel nuovo mercato dei Paesi post-comunisti. In 18 anni però è diventato un uomo importante: auto di lusso, vestiti alla moda, una fitta rete di relazioni tanto con politici dello Smer – il partito al governo – quanto con i servizi segreti. Non certo un allevatore qualunque. A un anno di distanza, i giornalisti della rete Organized Crime and Corruption Project (OCCRP) e dei centri partner IRPI e Investigace.cz che lavoravano con Kuciak rivelano come Vadalà fosse inserito in una rete di narcotraffico legata alla cosca Morabito di Africo.

Venezia caput mundi

«Carichiamo banane, cereali, arachidi, qualche cazzata la carichiamo, spediamo alla ditta tua qua, paghiamo la dogana, sdoganiamo quando arriva». Occhi verdi, capelli rasati, vestito bene: Antonino Vadalà, espatriato in Slovacchia, cerca di apparire sicuro di sé. Nel Paese est europeo alleva vitelli e commercia in carne, ma questa volta non parla di bistecche. Parla di carichi di cocaina da organizzare per la ‘ndrangheta.

È il 17 settembre 2014 e Vadalà ha raggiunto un centro commerciale alle porte di Venezia. L’incontro è dei più importanti, organizzato nei minimi dettagli e protetto da uomini a fare da palo. Si tratta di aprire un nuovo canale di importazione della droga direttamente dal Sudamerica al porto della laguna. Il suo interlocutore, un imprenditore locale, è la chiave di volta del piano. «Voglio fare due-trecento, capisci, almeno due-trecento», dice Vadalà a Francesco Giraldi.

Il calabrese cerca di testare l’affidabilità dell’imprenditore veneto, glielo hanno presentato come uno esperto. Con loro ci sono due uomini più anziani: sono Leo Zappia, luogotenente della cosca Morabito alias Tiradrittu di Africo, e Vittorio Attilio Violi, referente a Venezia dello stesso clan. Il primo garantisce per Vadalà, il secondo per Giraldi. Violi regge la locale distaccata di Motticella in Veneto dopo essere sopravvissuto – pur perdendo una gamba – ad una faida in Calabria.

È un uomo capace, e dalle grandi mire: conosciuto Giraldi grazie ad amici comuni, decide di scommettere sull’imprenditore per rendere il porto di Venezia un luogo strategico per la ‘ndrangheta. «Il compare sa fare bene il lavoro», commenta Zappia incontrando il sorriso complice di Violi. «Sembra che abbiamo trovato due pratici», conclude Zappia mentre Giraldi consegna a Vadalà il suo biglietto da visita.

Da cowboy a cokeboy

Antonino Vadalà, alias “bovino”, nasce a Melito di Porto Salvo – costa ionica calabrese – nel 1975. Nel 2001 raggiunge in Slovacchia la fidanzata Elisabetta Rodà, figlia di Diego Rodà che nel Paese è arrivato da otto anni. E che lì, nelle vuote praterie dell’est, ha stabilito allevamenti di bovini e aziende di macellazione.

Vadalà decide di stabilirsi a Michalovce, e con il suocero Rodà costruisce un impero grazie alle vacche e alla macellazione. L’indagine della Guardia di Finanza di Venezia svela però un Antonino Vadalà attivo nel traffico di stupefacenti da tempo, che aspettava un’occasione per “tornare in Italia” e inserirsi nel giro di uno dei più potenti clan della ‘ndrangheta di oggi, i Morabito alias Tiradrittu. Per raggiungere l’obiettivo la sua famiglia è disposta a tutto, e così investe un milione di euro in contanti: un biglietto d’ingresso al tavolo delle trattative consegnato al luogotenente Leo Zappia. «Dalle indagini emerge come sia stato grazie alla mediazione del suocero Diego Rodà presso Zappia, che Vadalà viene preso in considerazione dai Morabito», spiega a IRPI il maggiore Salvatore Rubbino della Guardia di Finanza di Venezia.

Diego Rodà viene dipinto da alcuni indagati come boss della ‘ndrangheta in Slovacchia, ma nessuna sentenza lo ha mai messo nero su bianco e l’uomo risulta incensurato. Il legale di Rodà, l’avvocato Dario Curatola, raggiunto da IRPI specifica che «si sono dimostrate del tutto infondate le accuse paventate circa un legame del signor Rodà con la criminalità calabrese, sul punto si specifica che mai il signor Rodà ha avuto dei procedimenti in Italia per legami con la criminalità organizzata calabrese».

La famiglia Rodà di Melito era finita sotto l’occhio degli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria in passato, ma seguirne le tracce in Slovacchia era stato complicato. «Quando degli italiani si trasferiscono all’estero, è per noi complesso seguirne le tracce. Abbiamo il problema di doverci confrontare con legislazioni che non riconoscono l’associazione mafiosa» ha spiegato a IRPI il magistrato Antonio De Bernardo che per anni si è occupato della Locride. «Avremmo bisogno di istituire una procura internazionale antimafia, o ancora meglio un sistema di norme condiviso che permetta di inseguire questi reati anche fuori dall’Italia».

Anche la famiglia Vadalà è rimasta protetta dalle frontiere, ma a svelarne i retroscena criminali sarà proprio l’uomo con cui Antonino vuole stabilire un import-export dall’America Latina, Attilio Vittorio Violi. Non sa di essere registrato quando spiega che Vadalà appartiene «ad una famiglia che da tanti anni si è stabilita in Slovacchia facendo affari d’oro e portando tanti soldi in Calabria» – aggiungendo che – «è gente che si muove sempre coperta da figure istituzionali dei paesi dove si sposta».

La ‘ndrangheta non è un’organizzazione statica, e chi indaga sulle cosche deve essere pronto a seguirne i repentini cambiamenti. Il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo spiega a IRPI che «il territorio di Africo ha sofferto l’onda lunga dell’omicidio Fortugno (i molti arresti successivi hanno portato a significative testimonianze da membri della ‘ndrangheta, nda). Per paura di nuove collaborazioni, dal 2006 al 2014, c’è stata molta fibrillazione tra le varie famiglie della zona e in questo contesto alcune famiglie di Bova, tra cui i Vadalà, sono riusciti a ricollocarsi dal punto di vista criminale grazie all’impero economico costruito all’estero».

Da Africo al mondo

È novembre del 2014 e l’azienda di import-export “Gi.Fra srl” di Francesco Giraldi è pronta per iniziare l’importazione di frutta e cocaina dall’America Latina. Dopo un primo incontro il 17 ottobre 2014 a Venezia, Antonino Vadalà ne aveva richiesto un altro a Milano: era lì che avrebbe presentato Giraldi al narcotrafficante calabrese Mario Palamara. Palamara, di Africo, è il più giovane di quattro fratelli segnalati già negli anni ‘80 dalle autorità tedesche per traffico di droga.

Nel 2014 Mario è ancora il meno noto. Così riuscirà a muoversi per anni tra i porti di Anversa e Rotterdam diventando un punto di riferimento per varie cosche. Palamara ha esattamente ciò che serve a Vadalà: un’eccellente rete di distribuzione per la coca sulla piazza di Milano, e contatti diretti con i fornitori in Colombia. Ad aprirgli la porta dell’America Latina era stato il più grande dei narcos africoti: Rocco Morabito, alias U’Tamunga.

Nei trent’anni passati da latitante in Uruguay fino al suo arresto nel 2017, U’Tamunga è stato il principale broker della ‘ndrangheta nel Narcosur. Un uomo potentissimo, che tutt’oggi riesce a mantenere vivi gli affari dal carcere di Montevideo, assicurano fonti investigative del paese. Una storica indagine della Procura di Milano denominata “Fortaleza” dimostra come già dai primi anni ‘90 Morabito organizzasse carichi di centinaia di chili di cocaina dal Brasile all’Europa. Ad aiutarlo, il giordano Waleed Issa Khamays, un pezzo da novanta nella scacchiera del narcotraffico e in contatto diretto con il più potente cartello del Brasile, il Primer Comando Capital. Dagli anni ‘90 ad oggi Khamays non ha mai interrotto i rapporti con la ‘ndrangheta.

L’infiltrato

Alcuni giorni dopo il primo incontro con Antonino Vadalà, nell’intimità di uno scantinato, Francesco Giraldi inizia a digitare sulla tastiera. «In quell’incontro Vadalà si presentava come un imprenditore con molte attività in vari Stati, attività usate come “paravento” per consentire la movimentazione delle merci in maniera legale e soprattutto per creare una fitta rete di amicizie e contatti con importanti funzionari governativi appartenenti alle forze dell’ordine e delle dogane». Giraldi scrive perchè è un infiltrato, l’agente “8067” della Guardia di Finanza. Anche con il supporto di dispositivi di registrazione e intercettazioni, il finanziere sta raccogliendo prove sull’attività di narcotraffico del gruppo di calabresi.

Vadalà come copertura ha intenzione di aprire un’azienda ad-hoc in Ecuador per acquistare frutta e spedire il container al porto di Venezia. Il container avrebbe poi proseguito per la Slovacchia dove Vadalà poteva contare sull’appoggio delle dogane. Avrebbe garantito che a svolgere i controlli doganali in Slovacchia sarebbero stati agenti “fedeli”. «Li conosco tutti», diceva, anche riferendosi ai servizi segreti. E si vantava di avere vari canali commerciali aperti con l’America Latina da sfruttare per l’import illecito. «Ho comprato 20 milioni di dollari di carne giù, contratti reali. Io ho fornito Ankara, lo Stato turco per un anno e ora firmo un altro contratto con l’estero: Uruguay, Paraguay, Brasile, capisci?».

I carichi di droga però si sono sempre fermati in Italia, non è chiaro quindi a cosa servissero le vanterie di Vadalà, ma IRPI ha confermato che la sua azienda Bovinex Europa fosse proprietaria del deposito preso in affitto dalle Dogane.

Certo è che Vadalà può contare su uomini al porto di Guayaquil (Ecuador) e propone a Giraldi di acquistare gamberi da un grosso stabilimento della zona: uomini conniventi avrebbero caricato la cocaina sul container o nel tragitto dallo stabilimento al porto, o direttamente sul molo. IRPI ha verificato come l’azienda di gamberi scelta da Vadalà utilizzi il molo gestito da Contecon, un’azienda che gestisce terminal commerciali, definito dall’antidroga ecuadoregna “un colabrodo”. Per finalizzare l’affare, Vadalà invia dalla Slovacchia un bonifico da 175 mila euro all’azienda veneta di Giraldi, l’infiltrato, e poi aggiunge altri 53 mila euro in contanti per un carico di gamberi e cocaina. Ma qualcosa va storto, e il 16 maggio 2015 a Venezia arriveranno solo venti tonnellate di gamberi congelati.

I “milanesi” e le banane colombiane

I canali avviati da Palamara in Colombia sembrano invece funzionare meglio. Con la stessa strategia, questa volta usando banane come copertura, Palamara riesce a importare 243 chili di cocaina. La droga è destinata anche al gruppo veneziano di Violi, ma la maggior parte verrà gestita da lui con il suo socio Francesco Riitano, importante broker di Guardavalle che rappresenta gli interessi di più cosche.

Riitano è un alleato d’oro perché ha sempre denaro fresco a disposizione, oltre che buoni uffici nei porti del nord Europa, in particolare a Rotterdam. A stare alle calcagna di Palamara e di Riitano non è solo la Gdf veneziana. I Carabinieri di Milano e Brescia indagano sul gruppo già dal 2013 e a novembre 2015 fermano un Suv con 30 chili di polvere bianca: sono una parte del carico spedito a Venezia assieme alle banane.

«In quel momento abbiamo registrato grande fermento – racconta il Colonnello Nicola Sibilia che ha coordinato le Fiamme Gialle – Palamara è convinto che ci sia un infiltrato, e punta il dito su Giraldi, l’unico non calabrese. Violi lo difende a spada tratta, è il “suo” ragazzo. Palamara allora propone di metterlo alla prova: sarà lui a trasportare fino a Milano gli ultimi 30 kg rimasti nei magazzini a Venezia. È stato un momento difficile, abbiamo dovuto coordinare un’operazione di consegna controllata che metteva a grande rischio il nostro undercover».

Nel frattempo i carabinieri di Milano scoprono che il gruppo utilizza anche rotte aeree per importare coca. «Capiamo di essere sulle tracce dello stesso gruppo criminale», spiega a IRPI il maggiore Cataldo Pantaleo, che nell’ambito dell’operazione “Area 51” ha coordinato gli uomini del nucleo investigativo dei Carabinieri di Milano. «Palamara e Riitano lavorano insieme e non solo per i carichi via mare e porti, ma anche tramite gli aeroporti grazie a complici in una piccola compagnia aerea che vola su Malpensa dal Sud America. «Del resto – conclude Pantaleo – la forza di questi gruppi sta proprio nella capacità di diversificare i canali di importazione e mettere insieme gli investimenti di più clan».

Proprio per non rimanere senza merce, il gruppo aveva aperto anche un altro canale di importazione dalla Colombia, merce di copertura: le banane di Lorenzo “Bello Diaz Y Cia Ltda”, che ha estese piantagioni nel distretto di Urabà. Quest’area cade sotto l’influenza del Clan del Golfo, il più potente della Colombia: possiede tutte le raffinerie e non si muove carico di cocaina senza l’approvazione dei suoi capi.

«Nel distretto di Urabà la relazione tra imprenditori e gruppi criminali è di lunga data. È nata quando i proprietari terrieri hanno cercato l’aiuto dei paramilitari per fermare le rivolte dei contadini. I narcotrafficanti hanno infiltrato il commercio legale, tra cui l’export di banane che è l’attività commerciale principale della regione. Molti dei carichi di cocaina vengono spediti direttamente dalle piantagioni di banane», spiega a IRPI Ariel Ávila, analista della “Peace and Reconciliation Foundation”.

La “Lorenzo Bello Diaz” manderà tonnellate di banane cavendish a Venezia fino a quando, a novembre 2015, arriveranno anche 222 chili di cocaina, in 188 panetti da 1,2 chili l’uno. Il titolare dell’azienda, Lorenzo Bello Diaz, raggiunto da IRPI ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcun carico di cocaina, e di non avere conosciuto né Vadalà né Palamara. Si ricorda di Giraldi, a cui dice di avere venduto un carico di banane, ma si lamenta: «Gli italiani mi devono ancora molte migliaia di dollari».

La battaglia interna

I rapporti fra i vari gruppi di narcos, anche laddove facciano tutti riferimento allo stesso clan, non sono sempre distesi. Nell’autunno del 2015 Antonino Vadalà consegna 125 mila euro a Francesco Giraldi (l’agente “8067”) per co-finanziare una spedizione di cocaina e pesce dalla Colombia organizzata da Palamara.

Il carico però non arriva. Vadalà va su tutte le furie, ha paura che Palamara l’abbia fregato e si rivolge al suo mentore Leo Zappia. Violi, incastrato tra i due gruppi, organizza un incontro a Venezia nello stesso centro commerciale che ha visto la nascita dell’alleanza. «Adesso questo qua (Palamara, nda) lo sistemo io», sbotta Zappia. «Gli faccio sequestrare la famiglia!». Violi cerca di mediare e promette che i soldi verranno restituiti. Anche l’agente “8067” inizia a preoccuparsi.

Nel suo rapporto scrive: «Violi mi ha detto che Vadalà Antonino in Calabria ha raccontato tutto. Violi dice che adesso quelli di giù si andranno a prendere Palamara. Questo perché sanno che Vadalà è uno che lavora con la droga, che ha già fatto diversi lavori, e che non butta via i soldi. Violi mi ha detto di averli rassicurati – aggiunge l’infiltrato – ha detto che darà un ultimatum a Palamara, o manda la droga o altrimenti lui sarà in una posizione scomoda».

Il problema per Palamara è serio. In ballo non ci sono solo i soldi, ma la sua credibilità. Il sospetto è che dietro il mancato arrivo del carico possa trovarsi una vecchia conoscenza del gruppo finito tra gli indagati nell’operazione “Area 51” dei carabinieri di Milano: l’intermediario colombiano Juan Carlos Hohmann Restrepo, che già nel 2013 aveva raggirato con le stesse modalità un gruppo di narcotrafficanti legati al braccio destro di Francesco Riitano. Originario di Calì, in Colombia, Hohmann Restrepo è pressoché uno sconosciuto, ma in Italia è oggetto di operazioni antidroga dagli anni ‘80 e non sembra aver mai cambiato mestiere.

IRPI ha scoperto che al momento del furto a Palamara, Hohmann Restrepo gestiva due aziende di “aereo-taxi” in Ecuador, e un’azienda di esportazione di prodotti ittici a Guayaquil, il porto principale del Paese. Esattamente la tipologia di attività commerciali propedeutiche al trasporto di cocaina.

A salvare la faccia di Palamara sarebbe stato un nuovo carico di banane e cocaina mandato dalla “Lorenzo Bello Diaz”. Ma la fortuna non gira dalla sua parte: il 3 dicembre 2015 la Gdf di Venezia irrompe nel magazzino della “Gi.Fra”, arrestando Giraldi (l’agente “8076”), Attilio Vittorio Violi e tre altri complici intenti a scaricare 88 chili di cocaina. È la fine dell’operazione “Picciotteria”, che segnerà la chiusura della locale distaccata di Motticella a Venezia guidata da Violi.

Una settimana dopo, 220 chili nascosti nel carico di banane marca “Lorenzo Bello Diaz” arrivano alla “Gi.Fra”, ma ad aspettarli c’è solo la Guardia di Finanza. Mario Palamara è già in fuga, e da allora rimarrà latitante.

Antonino Vadalà vive in Slovacchia senza nascondersi, pensa di essere intoccabile.

Invece, il 13 marzo 2018 viene arrestato su richiesta della procura di Venezia, dopo che i centri di giornalismo d’inchiesta IRPI, Investigace, OCCRP di concerto con il giornale slovacco Aktuality pubblicano un’inchiesta che lo riguarda e a cui stavano lavorando con Jan Kuciak. Per tutto il 2017 Kuciak e i colleghi internazionali avevano fatto ricerche su Vadalà e le sue aziende slovacche, che dietro al business della carne sembravano nascondere altro. Ma non c’era stato tempo per dimostrarlo: Kuciak viene freddato con un colpo al cuore il 21 febbraio 2018.

Una settimana dopo, il 28 febbraio 2018, il tribunale di Venezia emette un fermo per Vadalà, Palamara e il resto dei presunti narcotrafficanti. I corpi senza vita di Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová sono stati trovati da due giorni.

All’alba di quello stesso 28 febbraio, mentre il gip firma il fermo, i giornalisti del consorzio pubblicano l’inchiesta postuma e dimostrano i legami di Vadalà con il primo ministro slovacco Robert Fico.

Hanno collaborato: Nathan Jaccard, Pavla Holcova, Eva Kubániová

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

Illustrazioni

Claudio Capellini

Editing

Giulio Rubino

Ha collaborato

Pavla Holcova
Nathan Jaccard
Eva Kubániová

Layout

Giulio Rubino
Lorenzo Bodrero
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