Occupazione in Italia: il telefono senza fili tra domanda e offerta

Domanda e offerta faticano a incontrarsi in un mercato dove negli ultimi trent’anni le retribuzioni sono scese, unico caso in Europa, del 2,9%

28 Dicembre 2021 | di Francesca M. Chiamenti

«Sta per partire un importantissimo strumento contenuto nel Next Generation Eu. Un piano di investimento di oltre 5 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego e migliorare le politiche attive per il lavoro. Per aiutare i lavoratori a cercare e difendere il lavoro, le imprese a riqualificare la manodopera, a migliorare la competitività del Paese e la tenuta sociale, a difendere i lavoratori». Andrea Orlando, Ministro per il Lavoro, presentava così a inizio settembre 2021 le modifiche al Piano straordinario di potenziamento dei centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro, con un atteggiamento fiducioso verso una nuova ripresa. E a una ripresa effettivamente si sta assistendo, dati alla mano.

Nonostante infatti l’epidemia da Coronavirus abbia inevitabilmente giocato un ruolo cruciale nella riduzione dell’occupazione ora, lentamente, il mercato del lavoro sta iniziando la sua primavera. Ma le problematiche legate all’occupazione nostrana sono ancora molte. Se da un lato è vero che nel 2021 si realizzerà una ripresa più intensa delle attese, dall’altro non si può fare a meno di notare come gli aumenti dei tassi di occupazione nel mondo del lavoro riguardino soprattutto i contratti a termine: una tendenza che conferma l’utilizzo di contratti brevi che spesso si rivelano poco equi e tutelanti. Questi ultimi vedono infatti un incremento dell’8,3% nell’ultimo trimestre contro lo 0,7% delle partite IVA e lo 0,5% dei contratti a tempo indeterminato.

Dumping sociale e working poor

Ma se la ripresa economica regala uno spiraglio di positività altrettanto non si può dire osservando da vicino la contrattualistica. Intervenendo all’assemblea generale di Confcommercio lo scorso 29 settembre il presidente della confederazione Carlo Sangalli ha snocciolato i dati sulla ripresa 2021, sottolineando come questa debba «mettere al centro, oltre alla crescita, il ridisegno delle protezioni sociali e il lavoro di qualità». Ma che qualità può avere il lavoro precario non regolarizzato? Secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal il 52% dei contratti proposti nel mese di settembre 2021 è stato a tempo determinato contro il 21% di quelli a tempo indeterminato, fotografando una realtà di precarietà e reiterato sfruttamento.

Lavoro precario

I programmi occupazionali delle imprese rilevati dal sistema delle camere di commercio a settembre 2021

Caso più estremo è il fenomeno del caporalato che, nonostante la Legge 199 del 2016 Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura vede secondo i dati di maggio 2021 della Flai (Federazione Lavoratori Agroindustria) circa 200 mila lavoratori in regime di schiavitù legale. Pagati due euro l’ora, costretti a lunghissimi turni massacranti, in condizioni climatiche spesso proibitive, stipati in ghetti costellati di baracche e piegati dalle droghe che anestetizzano la mente per non sentire la fatica del corpo, il caporalato è la faccia più esasperata della schiavitù lavorativa moderna, ma non è l’unica.

Il caporalato in agricoltura

Fuori Latina, a Pontinia, una comunità silenziosa fa girare l’economia agricola della città. È la comunità dei Sikh, emigrati indiani arrivati in Italia e finiti per molteplici ragioni nelle campagne romane, a devolvere le loro giornate a lavori troppo faticosi, pagati troppo poco e che parlano di sfruttamento e sofferenza. Come la storia di Jobandeep, raccontata a IrpiMedia dall’amico Hardeep e raccolta insieme a molte altre all’interno dell’inchiesta #InvisibleWorkers. Una delle tante storie che arriva da lontano e che finisce nel silenzio del nostro Paese. Jobandeep Singh era un lavoratore di 25 anni emigrato dall’India. Era, perché si è impiccato nel suo appartamento, schiacciato da una vita diventata ormai insostenibile. A renderla così dura è l’incontro con l’Azienda agricola Di Girolamo Gianni, rinomata nella zona, che a Jobandeep ha tolto tutto.

Da una paga dignitosa – a volte persino la paga stessa, visto che al ragazzo doveva molti stipendi arretrati – al diritto a un lavoro regolare, sicuro, con un monte ore umano, fino ai documenti stessi. La sera prima di togliersi la vita il ragazzo aveva infatti dovuto consegnare al datore il suo passaporto. E non solo, gli erano stati chiesti circa tremila euro per sistemare i suoi documenti e altri trecento euro al mese di “tasse”. A lui che di euro ne prendeva circa cinque al giorno. Ma questo è un modus operandi comune nelle agromafie e la polizia ne è al corrente: «Sa che almeno la metà dei braccianti di Di Girolamo sono senza contratto, senza documenti, ma ogni volta che c’è un’ispezione viene avvisato in anticipo», racconta Hardeep.

Jobandeep era diventato a tutti gli effetti un’ombra senza nome né diritti. Non ha retto l’idea di rivivere, chissà per quanto tempo ancora, altre giornate massacranti. Non ha retto l’idea di una prospettiva di futuro resa nera da un caporalato meschino ma in continua corsa. A 25 anni la morte è apparsa una soluzione più sopportabile rispetto a quell’incubo travestito da opportunità. Ma di storie come quella di Jobandeep in tutta Italia ce ne sono molte. Ci sono quelle dei braccianti che raccolgono mirtilli a Saluzzo in provincia di Cuneo, quelle dei ghetti della Piana di Gioia Tauro, della provincia foggiana o del Nord Italia. In Italia fino a che la legislazione non interverrà concretamente nel bloccare ed eliminare la piaga del caporalato, migliaia di lavoratori italiani e stranieri continueranno a doversi piegare a una logica del profitto che vede merce dove in realtà ci sono persone.

Secondo l’analisi Il mercato del lavoro: dati e analisi redatta dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Banca d’Italia la crescita è «interamente trainata dalle posizioni di lavoro a termine». Ecco allora che quello che si delinea è in media un lavoro saltuario, precario, che non vede in lontananza la possibilità di una stabilizzazione. A confermare la tendenza nazionale è anche la situazione milanese. Come spiega Massimo Bonini, presidente della Cgil Milano, dal 2019 è in corso un «trend che si è mosso indipendentemente dalla pandemia e che vede una maggiore attivazione dei contratti a termine rispetto a quelli stabili. Per la prima volta nella nostra storia su un milione 700 mila lavoratori è scesa la platea di assunti stabili ed è un segnale preoccupante».

Legato a doppio filo alla presenza massiccia di contrattualistica breve e non del tutto regolare c’è poi il fenomeno del dumping sociale, ovvero il ribasso dei prezzi attraverso l’uso di manodopera a costi inferiori e senza tutele sociali. Particolarmente evidente in città come il capoluogo milanese dove il terziario (appalti, edilizia, commercio, alberghi, turismo, intrattenimento e alcuni aspetti della cultura) muove tutta la Milano post-expo, il «fenomeno del lavoro povero – spiega Bonini – ingloba persone che sono pagate poco e male e non hanno contratti di lavoro applicati, il fenomeno del grigio e del nero e le conseguenti prospettive difficili di costruirsi un futuro stabile sia nelle prospettiva di carriera che personali».

Working poors: il lavoro povero

I working poors, o lavoratori in condizione di povertà, sono coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo. Il fenomeno, causato anche da una progressiva polarizzazione del mercato del lavoro,  non facilita la disponibilità occupazionale per le fasce medie di reddito.

Per l’Eurostat, l’ufficio statistico europeo, una famiglia rientra fra i working poors se almeno un membro della stessa lavora e se il reddito complessivo familiare è circa al di sotto del 60% (ma la percentuale per alcuni può variare) del reddito mediano del Paese.

Casi emblematici recenti che hanno costellato ad esempio l’essenziale comparto dell’intrattenimento milanese sono quello del bookshop del Museo Mudec (Museo delle Culture) che, per effetto di un cambio di appalto, ha visto i dieci dipendenti privati del proprio contratto a tempo indeterminato regolare in cambio di uno a chiamata, ovviamente rifiutato con conseguente perdita del lavoro. E poi ancora i lavoratori dello spettacolo, da anni protagonisti di tristi cronache. Caso Armellini, 2012. Diventato ormai un po’ simbolo della questione morti bianche nel settore dello spettacolo. Matteo Armellini, romano di 32 anni, era un tecnico specializzato. Si trovava a Reggio Calabria per montare il palco che di lì a poco avrebbe ospitato lo show di Laura Pausini. Due tubi del palco lo schiacciano, facendogli perdere la vita.

Vita che pochi mesi prima, nel dicembre 2011, era costata anche a un giovane di soli vent’anni, Francesco Pinna. Lo spettacolo questa volta è di Jovanotti ma il copione è sempre quello. Crolla il palco, si accartoccia sopra il giovane, senza lasciargli scampo. Dodici i feriti in tutto. L’ennesima morte sul lavoro. Nonostante la Cassazione abbia confermato lo scorso marzo le condanne per omicidio colposo verso rappresentanti e coordinatori della sicurezza nel caso Armellini, le battaglie da portare avanti sono ancora molte e i numeri degli infortuni denunciati sono ancora troppo alti. Secondo dati Inail, nel settore dei servizi di informazione e comunicazione nel 2020 le denunce sono state 2.672, nel 2019 erano 2.188, mentre nel settore delle attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento nel 2020 si sono registrate 2.589 denunce, in calo rispetto al 2019 che ne segnava 3.058.

I problemi dell’occupazione sono confermati anche nelle classifiche europee, dove ci piazziamo ultimi. Lo riporta l’Istat nell’indagine relativa al secondo trimestre del 2020 alla voce “Tasso di occupazione 15-64 anni per sesso nei Paesi Ue”: il Bel Paese registra infatti un totale di 55,7% (66,6% per gli uomini e 48,4% per le donne) posizionandosi penultimo, precedendo solo la Grecia (55,8%). In prima posizione invece i Paesi Bassi con il 77,3% seguiti a pari merito da Regno Unito e Svezia con il 75,3%. E la situazione non migliora se ci focalizziamo sui giovani, e in particolare sui Neet ovvero “Neither in Employment or in Education or Training”. Con questo termine ci si riferisce infatti a persone soprattutto di giovane età che non sono né in cerca di un impiego né frequentano una scuola, un corso di formazione o di aggiornamento professionale. Secondo l’Eurostat infatti il tasso di disoccupazione giovanile italiana (15-24 anni) è cresciuta di 1,8 punti percentuali passando dal 28 al 29,8% (dati aggiornati a settembre 2021). Dopo di noi solo la Spagna, con un tasso del 30,6%.

A confermare poi le difficoltà nostrane nel recupero occupazionale in periodo post-pandemico vi sono poi le recenti stime economiche d’autunno della Commissione europea che raccontano di come la ricchezza creata negli ultimi mesi non trovi una redistribuzione equa e non si traduca in aumento proporzionale dei posti di lavoro. Mentre l’imprenditoria si rialza dunque, le disuguaglianze sociali crescono, alimentate da manovre governative che favoriscono un’“economia della goccia”: alimentando i piani alti dell’economia qualche briciola, forse, arriverà anche “sotto”.

Ma una volta trovato il lavoro i problemi non finiscono. Tasto dolente è anche la questione salari dove l’Italia non si è fatta mancare un altro primato europeo, neanche a dirlo ovviamente in negativo. Sì perché siamo l’unico Paese, dati Ocse alla mano, dove dal 1990 al 2020 i salari hanno registrato una diminuzione, un calo complessivo del salario minimo del 2,9%. E le tutele salariali? Anche qui l’Italia resta indietro schierandosi tra i 6 Paesi europei su 27 che ancora non hanno adottato il salario minimo nazionale (in vigore dal 1° gennaio 2021). Una proposta c’è ed è da parte del presidente dell’Inps Pasquale Trideo di fissare a 9 euro l’ora lo stipendio minimo, ma i vertici italiani ancora non sono arrivati a una decisione in merito.

AAA politiche industriali cercasi

Delocalizzazioni. Reindustrializzazioni. Nuovi investimenti. Questi i tasselli che vanno a comporre il confuso puzzle delle imprese italiane. Nonostante il settore industriale osservi una tendenza in positivo, le cronache continuano a raccontare di diritti dei lavoratori trattati come merce in saldo e tutele sindacali calpestate.

Ultima tra queste è la vertenza che ha visto 422 lavoratori di Gkn – azienda di componentistica auto di Campi Bisenzio (Firenze) – coinvolti in una battaglia di rivendicazione dei propri diritti contro i vertici che li avevano licenziati a luglio tramite email. Il ricorso fatto da Fiom-Cgil per la violazione delle norme del contratto nazionale dei metalmeccanici e dei principi di buona fede e correttezza sanciti dall’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori è stato accolto dal tribunale del lavoro di Firenze ma questa vicenda mostra tutti i nervi ancora scoperti di un sistema di tutele scricchiolante.

Stessa modalità, una mail, quella scelta anche dai vertici dell’azienda della provincia di Monza e Brianza Gianetti Ruote che a fine luglio ha lasciato a casa da un giorno all’altro (il tutto mentre la mole di lavoro non aveva accennato a diminuire) 152 dipendenti, ora in presidio da novanta giorni davanti alla fabbrica. 1.800 poi gli esuberi attesi a Milano e in tutta la Lombardia da parte della catena Carrefour. Motivo? Durante il boom delle piattaforme digitali la dirigenza commerciale della catena ha firmato il proprio suicidio scegliendo di puntare sui dinosauri delle vendite: i centri commerciali. E ora, a raccogliere i cocci di un un sistema economico che non tutela dalle delocalizzazioni restano i cittadini italiani che devono arginare i danni.

«Chissà perché le multinazionali nel nostro Paese arrivano, prendono gli incentivi dallo Stato per aprire e poi se ne vanno. Con le nostre tasse stiamo pagando due volte: i soldi per attrarle e quelli dei costi sociali che rimangono quando vanno via. Mancano politiche industriali che ci tutelino», spiega Bonini.

Incentivi come quelli assegnati ad esempio a Gkn che prima di levare i battenti lasciando più di quattrocento dipendenti senza lavoro, ha potuto godere di ben tre milioni di euro a fondo perduto. Politiche industriali che invece sono già presenti in altri Paesi europei, come ha ricordato Maurizio Landini, segretario generale della Cgil in un intervento a Tg2 Post il 7 ottobre: «Quando in Europa si hanno Paesi che hanno costi del lavoro così diversi e non si affronta un tema di diritti comuni si determina una competizione. Siamo il secondo Paese europeo più industrializzato ma abbiamo i salari più bassi e il costo del lavoro più alto».

In Italia infatti nel 2020 il salario medio era di 37,8 mila dollari (l’equivalente di circa 32,7 mila euro) ben lontano da quello dei Paesi europei in cui si guadagna di più ovvero il Lussemburgo (65,8 mila dollari), l’Olanda (58,8 mila) e la Danimarca (58,4). Dal 1990 al 2020, emerge dai dati dell’Ocse, le retribuzioni medie annuali sono per altro scese del 2,9%, unico dato negativo in tutta Europa. Da specificare invece per quanto riguarda i costi del lavoro che, secondo i dati Eurostat, nel 2021 in Italia è assistito a un calo, -4%, il maggiore tra i Paesi europei mentre gli aumenti più significativi si sono registrati a Cipro (+14,3%) e in Polonia (+7,9%).

Variazione dei salari

Variazione percentuale dei salari medi annuali tra il 1990 e il 2020 nei Paesi dell’Unione europea che fanno parte dell’Ocse

Per Bonini serve riprendere in mano la proposta fatta un anno fa al Comune di Milano e alla Città Metropolitana per un Piano di Ripresa Innovazione e Sviluppo che punti soprattutto alla coesione sociale. «Abbiamo creato uno slogan – spiega – dato che Milano è la prima smart city d’Italia abbiamo proposto che diventi anche una smart society, una società intelligente in cui ci si prende cura delle persone».

La zona grigia dell’occupazione

Secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal sarebbero «oltre 526 mila i lavoratori ricercati dalle imprese per il mese di settembre, circa 91 mila in più (+20,9%) rispetto allo stesso periodo del 2019». Ad un aumento della domanda di lavoro sembra dunque affiancarsi in parallelo un incremento delle assunzioni messe in programma dalle imprese per il trimestre settembre-novembre, che contano di mettere a contratto 1,5 milioni di lavoratori (+23,5% rispetto allo stesso trimestre del 2019). Nel frattempo i lavoratori in cerca di impiego continuano a lamentare un’offerta nazionale scarna e poco varia. Dove non si stanno incontrando, allora, domanda e offerta? Nei centri per l’impiego.

Le ragioni sono molte: offerte di lavoro ristrette al territorio regionale, preferenza per contratti brevi o non regolari, dipendenti dei centri non adeguatamente formati, politiche attive inefficaci, corsi di formazione per lavoratori troppi generici e poco qualificanti, insufficiente dialogo tra Stato e regioni.

Ma andiamo con ordine. Il primo grande ostacolo al funzionamento scorrevole della macchina delle politiche attive è quello del gap tra regioni e tra Stato e regioni.

Con database non condivisi e mappature dell’offerta lavorativa ristrette al proprio territorio regionale, i centri per l’impiego italiani, a differenza ad esempio di quelli francesi, non osservano il quadro generale, quello che gli esperti chiamano bigger picture. In aggiunta, spiega ancora Bonini, «occorre riqualificare il personale e bisogna che le aziende si fidino un po’ di più dei centri invece che rivolgersi alle agenzie private. E manca un sistema di collaborazione tra centri per l’impiego e agenzie private. In Italia il numero degli addetti dei centri è inferiore di 8 volte quello della Germania»

Lo Stato commette poi un altro passo falso, ovvero non mettere in correlazione formazione e offerta di lavoro. E qui entrano in gioco i corsi di formazione per i lavoratori, che non cercano di adeguarsi alla tipologia di richiesta lavorativa registrata ma, anzi, viaggiano su un binario completamente scollegato finendo per fornire attestati troppo generici, poco qualificanti e spesso inutili in un mercato che ha bisogni differenti. «Le aziende – prosegue Bonini – lamentano che non si trovano le figure che stanno cercando. Bisogna rendere più efficace il sistema degli istituti tecnici, professionali, avvicinare quei luoghi alle imprese, mantenendo pubblica la governance»

Come in un telefono senza fili, dunque, Stato e imprese da una parte e lavoratori dall’altra tentano di portare avanti una partita destinata in partenza a essere persa da entrambi. Se il paradigma lavorativo ora attivo in Italia non dovesse essere modificato si finirebbe infatti per continuare ad alimentare il circolo vizioso di un’economia trainata dalla precarietà dei contratti a termine, delle scarse competenze specifiche e dal continuo aumento dei numeri dei working poors.

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