#PiratiDelMediterraneo

«Così la guardia costiera libica abbordava le navi per il traffico di gasolio»
Parla Sergey Samaylov, primo ufficiale della nave Temeteron, imprigionato per tre anni nelle carceri libiche di Zawiya e Tripoli
23 Giugno 2020

Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Giulio Rubino

Giugno 2016. Mancano cinque mesi all’omicidio di Daphne Caruana Galizia, battesimo di Malta come isola fuorilegge. Oltre i limiti delle sue acque territoriali, il mare è già preda di contrabbandieri, in particolare da quando con la Rivoluzione in Libia (2011) la sponda meridionale del Mediterraneo è diventata un’inestinguibile riserva di beni di frodo.

Sergey Samaylov, marinaio russo che abita in Crimea, è a Marsaxlokk, dove Malta è esposta allo scirocco. È in attesa di re-imbarcarsi sulla Temeteron, petroliera di cui è il primo ufficiale, secondo in comando a bordo. La nave è stata costretta a fermarsi per ripulire i serbatoi, dopo essere partita dal Pireo qualche giorno prima. Samaylov ha firmato un contratto con un armatore greco, che gestisce la nave per conto di una società nigeriana. A sua volta, quest’ultima noleggia l’imbarcazione ad altri armatori maltesi e italiani. La compagnia greca ha da poco ottenuto un ingaggio da una società dell’isola. Non è il primo per la società, mentre lo è per Samaylov e il resto del nuovo equipaggio.

Inizialmente nessuno ha idea che la destinazione sia la Libia, eppure da contratto dovrebbe essere esplicitato, visto che è un Paese in guerra. Samaylov ancora non lo sa, ma in Nord Africa ci passerà tre anni, dimenticato nella prigione di Mitiga, a Tripoli, come tanti altri marittimi. Non sa di essere in procinto di commettere un reato. Non sa nemmeno che in quei mari fuorilegge, lontano da casa, c’è in corso una battaglia tra bande su cui gravitano interessi geopolitici da cui dipende l’intero conflitto libico.

L'inchiesta in breve
  1. Sergey Samaylov è il primo ufficiale della petroliera Temeteron. Il 28 giugno del 2016, insieme al resto dell’equipaggio, viene assalito e arrestato dalla Guardia costiera libica della città di Zawiya, guidata dal comandante Abdulrahmane Milad, detto Bija, braccio operativo di Mohamed Koshlaf. I due libici fanno parte della Brigata dei Martiri della Libertà (Shuhada al-Nasr) e sono stati sanzionati dalle Nazioni Unite per il loro ruolo nel traffico di gasolio e migranti.
  2. La Temeteron era stata noleggiata da un’azienda maltese che faceva capo a Gordon Debono, uno dei due broker accusati di contrabbando di diesel dalla Libia all’Italia, via Malta, dalle Nazioni Unite e dalla Guardia di Finanza nel 2017. La Temeteron era contesa da Gordon e dal suo alleato Darren Debono, che disponeva delle alleanze con i libici. L’episodio segna la rottura dell’equilibrio del cartello criminale. Il riassestamento permette ai libici anche oggi di smerciare prodotti di contrabbando in tutta Europa.
  3. Il trattamento subito da Sergey Samaylov, del tutto ignaro che la Temeteron fosse stata noleggiata per un’operazione di contrabbando, è identico a quello subito dai migranti fermati dalla Guardia costiera libica di Zawiya. La Brigata Shuhada al-Nasr è tra le principali milizie di sostegno al governo di Tripoli di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite. Il modello di business criminale della Brigata prevede la detenzione e il traffico dei migranti e il contrabbando di gasolio della raffineria di Zawiya. L’Italia, a partire dalla firma del Memorandum of Understanding del febbraio 2017, ha fornito navi e addestramento, con il supporto europeo, alla Guardia costiera libica, compresa la sezione di Zawiya.
  4. Dopo oltre tre anni Samaylov e l’equipaggio sono stati liberati dalla prigione di Mitiga, a Tripoli. A trattare la loro liberazione è stato in una prima fase Lev Dengov, ex cantante diventato diplomatico, che rappresenta in Libia anche le istanze di Ramzan Kadyrov, leader della Cecenia. La repubblica della Federazione russa mira, attraverso l’Islam, a espandere la propria rete tra le milizie dell’ovest della Libia. La liberazione è stata poi realizzata dal Consiglio di sicurezza russo, organismo del Ministero della Difesa che oggi è l’istituzione russa più schierata con Khalifa Haftar, il generale ribelle. Samaylov spera di ottenere un’indagine internazionale rispetto all’abbordaggio, alla carcerazione e ai negoziati per liberarlo, visto che finora nessuna istituzione gli ha fornito alcuna risposta.

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Il gruppo dei maltesi

Dopo questo episodio avvenuto all’inizio dell’estate del 2016, il triangolo tra Malta, Italia e Libia è diventato preda di un cartello criminale. Da un lato, il coacervo di broker internazionali di stanza a Malta che tarocca bolle di accompagnamento per rivendere gasolio in mezza Europa, aggirando le accise; dall’altro gli immutabili fornitori libici, criminali travestiti da guardacoste e agenti che si occupano della sicurezza degli impianti petroliferi.

Dopo questo episodio avvenuto all’inizio dell’estate del 2016, il triangolo tra Malta, Italia e Libia è diventato preda di un cartello criminale

Gordon e Darren Debono sono i due maltesi registi dell’operazione, partner in affari loro malgrado e non parenti. Fino a quel momento sono i soli attorno ai quali gravita il sistema di contrabbando. Gordon ha a disposizione le società di armatori internazionali, soprattutto russi e ucraini; Darren ha dalla sua i fornitori libici della Brigata al-Nasr, che controllano la raffineria di Zawiya.
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Su questo sistema criminale in questi anni hanno indagato sia la Guardia di finanza di Catania, sia il gruppo di esperti sulla Libia delle Nazioni Unite. I due Debono sono stati sanzionati dall’Onu e messi sotto processo in Italia. Nonostante le sanzioni abbiano colpito anche gli uomini della Brigata al-Nasr, fonti investigative confermano che i gruppi criminali di Zawiya continuano a rifornire contrabbandieri di tutto il Mediterraneo.

Con il caso Temeteron, Darren e Gordon Debono si dichiarano guerra l’un l’altro. La nave è il principale oggetto del contendere: entrambi vogliono esserne proprietari o quanto meno noleggiatori. Sia gli esperti delle Nazioni Unite, sia i militari della Guardia di finanza di Catania sostengono che a controllarla, in quel momento, sia Gordon Debono. Pur di ottenere quello che vuole, Darren è disposto a mettergli contro le milizie libiche, approfittando dell’aiuto del suo braccio destro in Nord Africa, il cugino Chris Attard.

I protagonisti

A ottobre 2017 la Guardia di finanza di Catania arresta a Lampedusa Darren Debono, giunto in Italia in gommone insieme al cugino Chris Attard, in quel momento non identificato dagli inquirenti. L’uomo è tra i nove raggiunti da una misura di custodia cautelare per l’inchiesta Dirty Oil, di cui Irpi ha scritto nell’inchiesta The Daphne Project. Socio del presunto cartello criminale è Gordon Debono, broker petrolifero molto attivo sull’isola, insieme al suo misterioso partner Roderick Grech, mai identificati dagli investigatori italiani. Dirty Oil svela l’esistenza della rete libico-maltese, che vende gasolio di contrabbando in primis in Italia e da lì nel resto d’Europa. Scaduti i termini di custodia cautelare, i due principali imputati sono oggi a piede libero, in attesa di giudizio. I loro nomi compaiono nuovamente nell’indagine della Gdf catanese Vento di scirocco (gennaio 2020), con la quale le Fiamme gialle rivelano la rete di distribuzione in Sicilia del gasolio di contrabbando fornito dai Debono, in mano a esponenti del clan mafioso Mazzei. Fino all’agosto del 2017, la rete conta su Fahmi Ben Khalifa, detto il Malem, come principale interlocutore con i libici.

Un momento dell’abbordaggio della Temeteron filmato dalla Guardia costiera libica

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L’abbordaggio

Per la seconda volta nel giro di due settimane, Temeteron si trova nelle acque antistanti Zuwara, Libia occidentale. La prima volta la nave ha prima recuperato gasolio, poi a Hurd’s Bank, la secca dei trasbordi che lambisce le acque territoriali maltesi, ha consegnato il prodotto a un’altra imbarcazione, diretta poi in Italia. È andato tutto come da programma e la Temeteron è tornata a ripetere esattamente la stessa operazione per un secondo carico.

Alle 13 del 28 giugno 2016 i membri dell’equipaggio hanno appena completato le operazioni di carico di gasolio. Le acque sono agitate, ricorda Samaylov, e i tempi del trasbordo sono stati più lunghi del normale.

Due imbarcazioni hanno fornito al tanker il gasolio libico. Le successive indagini della Guardia di finanza di Catania e degli esperti del Consiglio di sicurezza dell’Onu dimostreranno che i documenti dei carichi di gasolio erano carta straccia: il prodotto era venduto come saudita anche quando non lo era e prelevato illegalmente dalla raffineria di Zawiya, città costiera a pochi chilometri di distanza, principale polmone produttivo del gasolio libico. Tutto all’insaputa dell’equipaggio, dichiara oggi Samaylov.

«Bija in persona ci colpisce alle gambe e ci costringe a gridare “Allah Akhbar”».
Sergey Samaylov

Primo ufficiale della Temeteron

Il comandante Vladimir Tekuchev vira verso Nord e punta di nuovo verso Hurd’s Bank. La Temeteron viaggia a 9,5 nodi, normale velocità di crociera. A poppa, la scorta a distanza un’imbarcazione dalle fattezze militari, un po’ più lenta: «I marinai indossavano la mimetica con la bandiera libica», ricorda il primo ufficiale. Durante il trasbordo sono stati sulla Temeteron. Il noleggiatore maltese, nella persona di Chris Attard, doveva occuparsi della sicurezza: sono noti i pericoli che si corrono in quei mari. Intorno al 25 giugno, a tal proposito, la radio aveva gracchiato un messaggio d’allerta per la presenza di pirati tra le 30 e le 40 miglia dalle coste libiche.

Durante il primo viaggio nelle acque antistanti la Libia, a bordo della Temeteron c’era il marinaio maltese Bernard Attard. Lavora nella società che ha noleggiato l’imbarcazione insieme al fratello Chris, che la Gdf di Catania indica come stretto collaboratore di Darren Debono. Samaylov ricorda di aver visto l’ultima volta Chris e Bernard Attard a bordo della Temeteron il 22 giugno.

La seconda volta che la petroliera va in Libia, quindi, non ci sono maltesi a bordo. Alle 14.30 del 28 giugno l’imbarcazione è quasi in acque internazionali, dove i libici non hanno più competenza. La nave della scorta segue la Temeteron a distanza di un miglio, poco meno di due chilometri. D’improvviso sulla scena compaiono due motoscafi veloci, ormai appaiati al tanker. Cominciano a girare in cerchio intorno all’imbarcazione, fino poi ad agganciarla.

L’abbordaggio della San Gwann nel febbraio 2017 da parte della Guardia costiera libica

Dieci minuti dopo, salgono a bordo nove uomini armati di Kalashnikov, senza nemmeno bisogno di scale: a pieno carico affiora giusto il ponte della nave dal pelo dell’acqua. Gli assalitori appartengono alla Guardia costiera di Zawiya e tra loro ci sono due dei personaggi che finiranno tra i miliziani libici sanzionati dalle Nazioni Unite: Abdul Rahman Milad detto al Bija e il suo capo, il leader della Brigata al-Nasr Mohamed Koshlaf. Samaylov nota che la loro mimetica è del tutto simile a quella di chi li scorta.

Bija si dirige spedito nella cabina di pilotaggio e comunica a terra la posizione dell’imbarcazione, ossia 11.9 miglia da Zawiya. In realtà il limite delle acque territoriali libiche, stabilito dalle leggi internazionali a 12 miglia dalla costa, è passato da un pezzo, eppure quello che sta per accadere verrà registrato dai libici come un incidente avvenuto nelle acque sotto la loro giurisdizione.

Gli altri soldati sequestrano i telefoni dell’equipaggio. Iniziano a cercare i marinai in ogni angolo della Temeteron. Chi viene trovato, viene colpito con il calcio del fucile, pedate e pugni e portato sul castello di prua. Tutta la crew viene derubata di ogni bene. I guardacoste urlano in arabo, nessuno li capisce, nessuno ha idea di cosa stia succedendo. «Bija in persona ci colpisce alle gambe e ci costringe a gridare ‘Allah Akhbar’», ricorda Samaylov.

La cronologia della vicenda

A poppa, intanto, l’acqua che divide la Temeteron dalla nave che la scorta è sempre meno. Bija torna sul ponte centrale, dove stanno il comandante Vladimir Tekuchev e il secondo ufficiale Oleksabdr Kodymsky. Porta quest’ultimo, che è timoniere, fino alla cabina di comando. Gesticola e sbraita. Con le mani indica una distanza, poi porta il pollice al collo e lo traccia da un estremo all’altro, a simulare un taglio netto. Segna una nuova distanza con le mani, a cui segue un nuovo taglio, racconta lo stesso Kodymsky. L’intimidazione è esplicita anche se non parlano la stessa lingua: a ogni porzione di mare recuperata dall’imbarcazione che li scorta, ammazzerà un membro dell’equipaggio.

Dopo circa 40-50 minuti un’altra nave si fa sotto. Secondo Samaylov, è militare. Secondo la testimonianza scritta che Bija ha fornito agli esperti dell’Onu per dare la sua versione dei fatti, era un’imbarcazione semplice, con a bordo una Dushka, una mitragliatrice di produzione sovietica. Chiunque sia al suo comando, a un certo punto apre il fuoco sulla Temeteron. Pochi colpi secondo Samaylov, mentre secondo Bija la sparatoria è stata «pesante»: «Abbiamo risposto al fuoco e ferito un membro dell’altro equipaggio», scrive Bija. Di certo, l’imbarcazione desiste e fa ritorno verso Zuwara, da dove proviene. Secondo Samaylov un’altra nave militare simile li approccia, per poi fare rotta di nuovo verso il porto.

La Temeteron attraccata in Grecia – Foto: shipspotting.com

L’episodio resta avvolto nel mistero, ma è significativo per capire chi abbia solcato il Mediterraneo in questi anni. Nei video ripresi dalle ong durante le fasi di salvataggio compaiono spesso predoni del mare, a volte in divisa, a bordo di anonime imbarcazioni con artiglieria a bordo. Dal racconto di Samaylov, sembra che chi ha attaccato la Temeteron possa fare parte della stessa schiera.

In prigione: gli incontri con gli altri equipaggi

Terminato l’arrembaggio, l’equipaggio viene portato a Zawiya, mentre il tanker resta, per anni, ormeggiato al porto di Tripoli. A Zawiya l’equipaggio trascorrerà cinque giorni nella stessa prigione dei migranti, per poi essere consegnato alle Rada, le forze speciali di ispirazione islamista guidate da Sheik Abdul Raouf Kara, che gestiscono la prigione di Mitiga. Sono il corpo scelto di Tripoli, i veri padroni della città sul piano della sicurezza. Secondo Amnesty, sono un gruppo fuorilegge. L’Istituto studi politici internazionali (Ispi) in varie analisi ha indicato stretti legami tra le Rada e le milizie delle città costiere, tra cui Zawiya.

Queste stesse forze speciali, un anno dopo aver ricevuto da Bija i prigionieri della Temeteron, arresteranno uno dei membri principali del network della Brigata al-Nasr: Fahmi Ben Khalifa, definito dagli stessi inquirenti libici «il re dei trafficanti». Era il contatto più fidato di Darren Debono in Libia. Giudicata oggi, l’operazione sembra solo di facciata. Per quanto abbia rallentato, almeno in una prima fase, la portata del contrabbando, non l’ha comunque estirpato alla radice: la Brigata al-Nasr continua a operare indisturbata a Zawiya, anche senza Ben Khalifa.

Mohamed Koshlaf a bordo della Temeteron dopo l’abbordaggio – Fonte: report del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 5 settembre 2018

Dalla cella di Mitiga, Samaylov vede diversi equipaggi entrare e uscire dalla prigione. Era detenuto da quasi nove mesi quando arriva Alexey Balushkin, comandante della MV Merle, con i membri del suo equipaggio. La nave russa di un armatore di San Pietroburgo è stata fermata dagli uomini di Bija il 5 marzo 2017, durante un viaggio che da Salerno l’avrebbe dovuta portare a Zuwara. Doveva caricare «casse» di rottami metallici. A volte, imbarcazioni come queste sono utilizzate per trafficare armi. Non è il caso dell’accusa alla MV Merle, che indica invece il contrabbando di rottami come capo d’imputazione.

Samaylov riesce a procurare a Balushkin carta e penna. Il comandante della Merle appunta quello che ricorda del diario di bordo. E lo prosegue, raccontando il viaggio dietro le sbarre, da 5 al 17 marzo. La liberazione avverrà dopo altri due mesi. Il diario comincia così: «05.03.2017: La Merle sta procedendo lungo la rotta 217° (verso sud-ovest, ndr) e sta per entrare nelle acque territoriali, nelle vicinanze del porto di Zuwara». Alle 9 dello stesso giorno l’equipaggio cerca di comunicare con le autorità a terra, senza successo. Un’ora dopo comincia «l’ispezione» della Guardia costiera. «L’atto di pirateria è avvenuto in acque neutrali (internazionali, ndr). C’erano 50 miglia dalle acque territoriali libiche», scrive Balushkin.

Dalla cella di Mitiga Samaylov vede diversi equipaggi entrare e uscire dalla prigione

Una pagina del diario di Sergey Samaylov durante la prigionia / Irpimedia
Il diario prosegue ricostruendo una dinamica simile a quella raccontata da Samaylov: l’abbordaggio con navi veloci, i pestaggi, la consegna della nave alle autorità di Tripoli, il trasporto alla prigione di Mitiga. In cella, oltre ad annotare la presenza degli uomini della Temeteron, il comandante Balushkin segna anche la presenza di sei migranti subsahariani da Congo, Nigeria e Togo. In tutto i detenuti sono 17, prosegue il comandante. I pasti sono «un pezzo di pane, pasta, acqua», sempre. Non vengono dati loro cambi, né spazzolini da denti. «I prigionieri locali condividono i loro vestiti con noi», prende nota. Il 12 marzo l’equipaggio dà anche segnali di febbre, ma non ricevono medicinali né cure. Il 17 marzo, la prima ora d’aria fuori dalla stanza, di cui Balushkin disegna una schizzo: un rettangolo di 3,2 metri per 4,5. Tutti ormai hanno la febbre. È l’ultima nota delle pagine di diario in cirillico che Samaylov è riuscito a conservare e a tradurre in inglese.
Il gruppo Selay
In contemporanea alla contesa della Temeteron, Darren e Gordon Debono sembrano ridisegnare anche la loro sfera d’influenza sulle imbarcazioni coinvolte nei traffici. Giugno 2016 anche in questo senso è uno spartiacque: mentre prima Darren si occupa di Libia e Gordon del resto, a seguito dell’episodio della Temeteron i compiti si fanno più sfumati e due contrabbandieri si pestano i piedi e si ostacolano a vicenda. In una prima fase, di certo, chi ne esce più forte è Darren, vista l’alleanza con i libici.

Per capire gli schieramenti, basta vedere quali navi operano senza che i guardacoste libici intervengano. Samaylov, durante i suoi viaggi, ne ricorda tre: Selay, Gorg e Vassilios XXI. Le prime due rientrano nella rete di armatori greci ed equipaggi russi, come Temeteron, mentre Selay apre su un altro gruppo di società marittime coinvolte nella vicenda: quelle turche.

Oltre a Selay, la Guardia di Finanza di Catania individua almeno altre due navi turche, attive soprattutto nella prima metà del 2016, prima dell’affaire Temeteron. Selay appartiene a un armatore più di prestigio, la famiglia Colak, da sempre attiva nella costruzione di navi e nel trading petrolifero. A Malta, i Colak hanno investito nell’industria del trasporto marittimo insieme a un’altra famiglia turca, i Kalkavan. A conferma del lignaggio, nel 2005 al matrimonio di Refik Yavuz Kalkavan era atteso, riportano i media turchi, persino il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, l’uomo che ha cambiato, almeno per il momento, il conflitto libico, intervenendo a sostegno del Governo di accordo nazionale di Tripoli, a cui è fedele la Brigata al-Nasr.

Il processo a Tripoli

Interrogati e pestati nei primi giorni, poi più niente; solo a settembre 2016 i membri dell’equipaggio riescono a parlare con le famiglie e uno degli armatori, il quale dice di essere pronto a pagare una cauzione per liberarli. Non se ne fa nulla. A ottobre incontrano il corpo diplomatico russo, poi, il 2 marzo 2017, vengono rilasciati sei marinai, senza apparenti spiegazioni. Restano in cella comandante, primo e secondo ufficiale. Nonostante fosse stato promesso un avvocato per ciascuno in vista dell’imminente processo, ne ottengono uno d’ufficio dall’ambasciata ucraina. Un mese dopo, è marzo 2017, è programmata la prima udienza del processo per traffico di gasolio, rimandata poi di un anno. Gli imputati sentiranno una traduzione dei loro capi d’imputazione solo allora. Nel frattempo il caso Temeteron è ufficialmente uno dei dossier delle trattative diplomatiche tra Russia e Libia, discusso a ogni vertice internazionale.

La Corte di Tripoli emette la sentenza per contrabbando di gasolio a ottobre 2018. Il verdetto è quattro anni e tre mesi di carcere e una multa complessiva da 10,5 milioni di dollari. La pena pecuniaria per ciascuno dei marittimi è un milione di dollari. Il lavorio diplomatico per risolvere la questione prosegue. I prigionieri vengono informati di un tentativo di scambio tra Russia e Libia: la parte restante dell’equipaggio della Temeteron in cambio di un libico collegato alle Rada detenuto in Russia.

Il tentativo fallisce nel giro di poco tempo, così si continua sul piano giudiziario: il ministero degli Esteri russo presenta appello alla sentenza di primo grado. Sei mesi dopo, a maggio 2019, Samaylov e gli altri sono ancora in cella, senza aggiornamenti sul procedimento a loro carico. Poi, d’improvviso, con meccanismi oscuri ai prigionieri, il dossier viene preso in carico non più dal corpo diplomatico, bensì dal Consiglio di sicurezza russo. Significa che a occuparsene è il Ministero della Difesa e non più quello degli Esteri.

Di spalle Abd al-Rahman al-Milad, detto al Bija, a bordo della Temeteron – Fonte: Fonte: report del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 5 settembre 2018

Lev Dengov, il negoziatore

Finché la liberazione dei marinai era gestita dal ministero degli Esteri, il negoziatore principe è stato Lev Dengov, ossia l’emissario diplomatico di Ramzan Kadyrov, il presidente ceceno strettissimo alleato di Vladimir Putin. Sergey Samaylov ricorda il loro primo incontro, quasi per caso, visto che Dengov si trovava al Tribunale di Tripoli per seguire un altro caso, quello della Mekhanik Chebotarev, imbarcazione fermata davanti alla costa di Zuwara nel settembre 2015, sempre con l’accusa di traffico di gasolio. È stata la prima intercettata, ma non dalla Brigata al-Nasr.

Lev Dengov è dal 2015, anno in cui ha cominciato a prestare servizio come diplomatico, la voce russa più conciliante con le Nazioni Unite e il suo governo di rappresentanza in Libia, quello guidato da Fayez al-Serraj. A margine del vertice bilaterale tenutosi a Mosca nel dicembre 2017 tra una delegazione diplomatica libica e il Ministero degli Esteri russo, Dengov dice che le priorità russe sono «stroncare la minaccia terroristica e limitare il flusso migratorio». È in piena sintonia con quanto hanno cercato, in questi anni, le diplomazie europee sostenitrici di Serraj.

La sua carriera da negoziatore in Libia comincia per caso, come racconta GQ Russia in un profilo a lui dedicato. Nato in Bielorussia nel 1984, figlio di imprenditori, Dengov conosce i suoi primi successi con lo pseudonimo di Pavel Guzband. Nei primi anni Duemila è infatti il leader di una boy band, gli Arbat, nati nella diaspora russa in Germania e poi trasferitisi in Russia. Resta nello showbiz per un po’ come produttore, poi nel 2018 si fidanza con una cantante georgiana, Keti Topouria, figlia di un esponente di spicco del crimine organizzato georgiano, morto in carcere nel 2010.

L’uomo d’affari russo Lev Dengov – Foto: Fedor Nikolaenko

Dopo la musica, Dengov/Guzband si dedica a un’azienda di costruzioni, aperta in Libia nel 2008. Sceglie il Paese nordafricano perché il suo migliore amico a Minsk è figlio di un diplomatico libico. Nello stesso anno incontra Muhammar Gheddafi e nel 2011 si aggiudica gli appalti per la costruzione di impianti sportivi per la Coppa d’Africa che si terrà a Tripoli. Siederà al tavolo della ricostruzione della Libia e cercherà in più occasioni di aiutare gli amici, compreso il figlio dell’ex leader libico Saif Gheddafi. Quando nel 2015 cominciano gli arresti degli equipaggi russi, Dengov diventa il punto di riferimento diplomatico di Mosca a Tripoli. Nella ventura si porta dietro un altro amico ingombrante, il leader ceceno Ramzan Kadyrov. Attraverso l’Islam, Kadyrov spera di diventare un punto di riferimento per i Paesi musulmani. 

Dal 2017, Dengov è presidente della Camera di commercio libico-russa, organismo che facilita l’import-export tra i due Paesi. Ricorda il centro di analisi Jamestown Foundation che a febbraio 2017, la neonata organizzazione ha promosso un accordo tra la russa Rosneft e la National Oil Corporation (Noc), la società petrolifera nazionale libica, per la prima volta nella storia. «In Libia non vogliamo essere associati con nessuna delle parti in conflitto», diceva Degov al quotidiano russo Kommersant nel 2017.

Il suo ruolo è sempre stato quello di cercare la via d’uscita vantaggiosa sul piano economico, così ha sempre tenuto aperto il dialogo con tutti, spalleggiato dai ceceni e dal ministero degli Esteri russo. Al contrario, il ministero della Difesa e il Consiglio di sicurezza hanno deciso di puntare forte sul generale della Cirenaica, Khalifa Haftar. Per questo il Wagner Group, il gruppo di mercenari privati di cui dispone il Cremlino, ha schierato i suoi uomini a sostegno di Haftar, per quanto i russi continuino a smentire.

Quando nel 2015 cominciano gli arresti degli equipaggi russi, Dengov diventa il punto di riferimento diplomatico di Mosca a Tripoli

L’epilogo: il ritorno in Crimea

Samaylov lascerà il carcere insieme al comandante e al secondo ufficiale solo ad agosto del 2019, dopo oltre tre anni dall’inizio della prigionia. A nessuno verrà riconosciuto nemmeno un giorno di paga per tutto il tempo trascorso in carcere. Panomar Shipmanagement, l’armatore greco che noleggiò ai maltesi la Temeteron, è fallito e ha riaperto come Geomar Shipmanagement con un assetto proprietario di fatto invariato. I noleggiatori maltesi, intanto, sono irraggiungibili.

Al rientro in Russia, il primo ufficiale ha cercato immediatamente di mettersi in contatto con Dengov e il corpo diplomatico per capire perché la sua liberazione sia stata tanto complicata, nonostante il negoziatore desse il risultato per raggiunto in tempi rapidi. Il marittimo ha anche cercato di ottenere, attraverso i sindacati, l’apertura di un’inchiesta sul management della Temeteron e la Guardia costiera libica. Non ha mai avuto risposte. Così ha deciso, quattro anni dopo, di rendere pubblico e raccontare a IrpiMedia quello che ha visto con i suoi occhi.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Giulio Rubino

Ha collaborato

Vladimir Petin

Editing

Luca Rinaldi

Foto

Shipspotting
Fedor Nikolaenko
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