I segreti di Imperiale, l’uomo che ha consegnato Scampia agli scissionisti
Dai primi traffici, alla faida del 2004-2005: 25 anni di carriera criminale di Raffaele Imperiale, ex primula rossa della camorra, latitante dal 2015

26 Novembre 2021 | di Lorenzo Bodrero

Raffele Imperiale, broker della cocaina al servizio della camorra, ha deciso le sorti di una delle più cruente guerre di camorra: la faida di Scampia del 2004. Questa verità storica è stata taciuta fino al 2015, quando il giudice per le indagini preliminari Mario Morra ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare con la quale ordina la carcerazione e il sequestro dei beni di Raffaele Imperiale. Il broker è stato abile a sfuggire all’attenzione degli inquirenti per oltre vent’anni. E a darsi alla fuga da quel momento fino all’estate del 2021. Quell’ordinanza copre un lasso temporale che va dai primi anni Novanta alla metà dei Duemila, tempo nel quale il futuro superlatitante è passato dall’essere un anonimo venditore ambulante di acque minerali al vestire i panni del più grande trafficante di cocaina della mafia campana.

Prima di lui, e per tutti gli anni Novanta, i Di Lauro hanno dominato incontrastati nel settore del traffico di droga nell’area nord di Napoli, i quartieri di Scampia e Secondigliano, la “piazza di spaccio più grande d’Europa”, come riportano gli storici del narcotraffico. Metanfetamine, marijuana e cocaina fruttavano a uno dei più potenti clan camorristici miliardi di lire ogni anno, prima, e milioni di euro, poi. Il giro d’affari era tale che non solo ai Di Lauro ma anche alle numerose famiglie alleate, e a loro subalterne, erano garantiti introiti astronomici. Tra queste, gli Amato, considerati gruppo di spicco dell’alleanza, e i Pagano, a questi ultimi imparentati e che contavano su legami particolarmente solidi con grossi trafficanti in Sud America, Olanda e Spagna.

Una condizione imprescindibile era però alla base di questo ricco quanto fragile equilibrio: il flusso di droga doveva rimanere invariato, indirizzato alla cosca allora guidata da Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo ‘o milionario, così da garantire al boss la supremazia verso gli altri temibili clan. Sarà un giovane e ambizioso ragazzo originario di Castellamare di Stabia a far saltare il banco e a sovvertire gli equilibri dell’underworld criminale in tutta la Campania.

Dal coffee shop alla cocaina

Mentre i Di Lauro dettano legge a Scampia e oltre, un giovanissimo Raffaele Imperiale neanche ventenne si trasferisce ad Amsterdam nei primi anni ‘90 per subentrare al fratello deceduto nella gestione di un coffee shop nella capitale olandese. È qui che conosce Raffaele Amato, membro di spicco dell’omonima famiglia e come molte altre affiliata ai Di Lauro. Tra i due nasce ben presto un’intesa professionale e insieme avviano un primo canale di traffico tra l’Olanda e il capoluogo campano. Ecstasy, prima, disponibile in grandi quantità nel Paese che in quegli anni è tra i principali produttori in Europa. Ma anche marijuana, «nell’ordine di 60-80 chili al mese», ammetterà lo stesso Imperiale quasi vent’anni più tardi. Il flusso è continuo, agevolato anche dalle capacità imprenditoriali di Imperiale il quale nel frattempo in terra olandese aveva avviato un’attività di import-export di prodotti floreali come copertura di facciata.

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L’Olanda offre numerose opportunità. Da un lato, il porto di Rotterdam e quello non lontano di Anversa in Belgio erano e sono i principali attracchi europei della cocaina in arrivo dal Sud America; dall’altro, in quanto porta d’ingresso della polvere bianca in Europa, in Benelux gravitano tra i più importanti trafficanti europei e sudamericani che, se sfruttati al meglio, consentono di mettere in piedi una propria linea di approvvigionamento, scalzando onerosi intermediari. Raffaele Imperiale coglie questa opportunità e ben presto all’amico Amato è in grado di garantire i primi redditizi carichi di cocaina. La logistica è la stessa: insospettabili camion dalle insegne floreali percorrono ogni mese la tratta Amsterdam-Napoli, ciascuno con a bordo 200-300 chili di cocaina proveniente dalla Colombia.

Il clan Amato, allora alleato con quello dei Pagano, grazie a Imperiale è in grado di mettere in piedi un mercato parallelo all’insaputa del potente clan dei Di Lauro. Tutti dettagli messi nero su bianco in quell’ordinanza del 2015, dieci anni dopo dai fatti descritti, grazie alla collaborazione di una dozzina di collaboratori di giustizia.

Nuovi boss e nuovi equilibri: la faida di Scampia

Intanto, nei primi anni Duemila a Paolo Di Lauro subentrano i figli Cosimo, Ciro e Marco. I giovani boss avviano una campagna di repulisti, sostituendo vecchi capi-piazza con nuove leve. È il preludio alla guerra intestina che scoppierà da lì a poco. Dalla Spagna era rientrato infatti Raffaele Amato, fedelissimo dell’ex capoclan, eppure messo da parte come tanti altri dirigenti del clan. Intorno ad Amato si raggruppano così gli “scissionisti”, detti altrimenti “gli spagnoli”.

Il distacco tra i Di Lauro e gli Amato-Pagano è lento ma progressivo. Inevitabile è infine la rottura, guidata dalle ambizioni di indipendenza di Raffaele Amato e alimentata dagli imponenti traffici gestiti da Imperiale, che si schiera insieme agli “scissionisti”. La faida di Scampia deflagra nel 2004. Tra affiliati, fiancheggiatori e persone innocenti, lo scontro a fuoco ha causato almeno 70 morti in poco più di un anno. Ne scoppierà una seconda nel 2010, ed infine una terza nel 2012 tra gli stessi clan scissionisti.

Alla prima faida Raffaele Imperiale non rappresentava soltanto «la principale fonte economica degli Amato-Pagano» ma anche un fornitore di uomini e armi. Secondo i pentiti dell’epoca, infatti, «fu proprio lui [Imperiale, nda] nel 2004 a rifornire di armi gli Amato-Pagano quando scoppiò la faida».

Imperiale è imprescindibile per le ambizioni degli Amato, al punto che «il gruppo è nato e si è sviluppato grazie al suo decisivo contributo», scrivevano i pm. Tradotto: senza Raffaele Imperiale gli “scissionisti” non avrebbero mai avuto la forza sufficiente per affrontare la guerra con i Di Lauro. Guerra dalla quale, almeno in un prima fase, usciranno vincitori.

Le faide di Scampia

Prendono il nome dal quartiere napoletano di Scampia ma le faide hanno coinvolto numerose zone di Napoli e altre periferiche della parte nord del capoluogo campano. La prima scoppia nel 2004 ma le avvisaglie di una imminente spaccatura all’interno dell’ampio sottobosco criminale di Napoli si registrano almeno da due anni prima. Nel 2002, infatti, rientra dalla Spagna Raffaele Amato, reggente dell’omonimo clan da tempo fedele a quello dei Di Lauro. Paolo Di Lauro è un boss di portata internazionale ed è lui, di fatto, a controllare l’immensa area di spaccio che comprende un pezzo di Napoli nord, soprattutto i quartieri di Scampia e Secondigliano. Quell’anno gli inquirenti ottengono il riconoscimento dell’organizzazione mafiosa per il clan Di Lauro. Il boss si è dato alla macchia e si trova costretto a passare la mano ai suoi figli.

I giovani boss però non condividono il rispetto che il padre ha verso Raffaele Amato il quale, una volta rientrato a Napoli, è da loro accusato di tradimento. A sua volta, il boss in arrivo dalla Spagna accoglie sfavorevolmente l’idea dei figli di svecchiare il clan e ribaltare le vecchie gerarchie con nuove batterie di spacciatori e capipiazza. Il 28 ottobre 2004 è la data che apre una stagione di indicibile violenza, nel cuore di una delle capitali d’Europa. In poco più di un anno saranno 70 le vittime su entrambe le fazioni, da un lato quella dei Di Lauro, dall’altro i cosiddetti “scissionisti” capeggiati dagli Amato. Ne usciranno vincitori, momentaneamente, questi ultimi quando un bacio dato da Paolo Di Lauro all’interno di un’aula di tribunale a Vincenzo Pariante, uno dei capiclan degli “scissionisti”, sancisce la tregua.

La seconda faida si ritiene abbia inizio a fine 2010. Questa volta la frattura avviene tra gli “scissionisti” stessi. Ancora una volta da un lato rimangono gli Amato-Pagano, contrapposti ora alle “cinque famiglie”, dette anche i “girati” dal gergo napoletano che indica colui che tradisce. Il sangue riprende a scorrere a Scampia e Secondigliano, i quartieri roccaforte dei clan in guerra. Saranno circa 30 le vittime in poco più di un anno. Le uccisioni poi si interrompono, forse per la grande attenzione mediatica – nazionale e internazionale – che avevano causato. Gli scontri, tuttavia, riprendono agli inizi del 2012 poiché la seconda faida non aveva decretato un vero vincitore. Le fazioni avverse sono le medesime e la terza faida è di fatto la prosecuzione della seconda.

Durante l’intero protrarsi delle faide, Raffaele Imperiale riuscirà a tenersi a debita distanza dagli scontri armati, pur sostenendo in maniera cruciale il clan Amato-Pagano, sia garantendo loro un flusso costante di cocaina – e quindi di preziose risorse economiche – sia rifornendo gli scissionisti di armi e uomini. Averlo dalla propria parte voleva dire disporre di un vantaggio cruciale nei confronti del nemico.

In merito a Imperiale, un collaboratore di giustizia che ai tempi della faida era a capo di un gruppo criminale autonomo dirà agli inquirenti: «Era lui la chiave del problema [la faida, ndr] e che poteva determinare la svolta nei rapporti di forza. Portarlo dalla nostra parte significava acquisire il controllo della principale fonte di importazione della droga in Campania».

Attilio Repetti: la finanza, la Fiorentina e il Rotary Club di Genova

Alla base dello strapotere esercitato da Raffaele Imperiale non possono che esserci i soldi che i suoi traffici generavano. Gli inquirenti, grazie a intercettazioni ambientali, sequestri e alle dichiarazioni di pentiti dell’epoca, stimavano in 16-17 milioni di euro il fatturato annuo generato dal traffico di cocaina. Tutto messo nero su bianco nell’ordine di custodia cautelare datato 2015 che gettava la prima, e a oggi unica, luce sulla rete messa in piedi da Imperiale.

Un solo carico andato a buon fine poteva fruttare 5-6 milioni di euro di profitto, sufficiente a saturare il mercato per circa sei mesi. «Se i fornitori [di Imperiale, nda] acquistavano dal Sud America erano di un quantitativo non inferiore ai 1.000 chili», ha dichiarato un collaboratore. In questi casi il prezzo al chilo era particolarmente allettante, inferiore ai 20.000 euro, a cui veniva applicata una maggiorazione nella vendita al dettaglio sulla piazza napoletana che raggiungeva i 35.000 euro al chilo. Se invece lo stupefacente transitava per la Spagna, il prezzo di acquisto era più alto: 25.000 euro al chilogrammo.

Il traffico internazionale di stupefacenti riconducibile a Imperiale era «in grado di determinare introiti impressionanti» – scrivevano gli inquirenti – la cui rete rappresentava il livello più alto della catena di importazione e che occupava «una posizione quasi monopolistica per l’importazione della cocaina nella provincia di Napoli e, dunque, della Campania».

Ma come reimpiegare somme tanto elevate? Come investire gli introiti in maniera – almeno in parvenza – lecita? Per farlo, si affidava ad Attilio Repetti. Originario di Genova, con un trascorso in Ferrovie Nord Torino nonché una breve parentesi nel Cda della Fiorentina, membro del Rotary genovese, Repetti era considerato un “finanziere d’assalto” in Liguria. Le strade tra il broker ligure e la camorra si erano incrociate già nei primi anni ‘90 quando un’indagine della Direzione investigativa antimafia di Genova portò all’arresto di 36 persone, accusate di riciclare denaro attraverso «l’acquisizione di attività imprenditoriali e l’acquisto di partecipazioni in società per azioni, di beni immobili, di attività turistiche e di pubblici servizi», scriveva La Stampa. Era il 1993 e la camorra dimostrava già di saper sfruttare al meglio i colletti bianchi e la finanza internazionale per riciclare i propri proventi. Tra gli arrestati in quell’operazione, battezzata Mare Verde, figuravano infatti, tra gli altri, due ex direttori del Banco di Napoli in Liguria.

Repetti fu accusato di un tentativo poi fallito di riciclare i soldi per gli allora boss Michele Zaza e Carmine Alfieri attraverso la finanziaria Finligure di cui era presidente. Allora era stato assolto pienamente, ma nel 2016 lo hanno arrestato a Genova con l’accusa di aver riciclato il denaro sporco di Raffaele Imperiale e del clan Amato-Pagano.

Secondo l’accusa, il broker avrebbe progettato un sofisticato sistema con il quale il contante, che a lungo Imperiale aveva tenuto al sicuro in Olanda, sarebbe transitato verso una società appositamente creata sull’Isola di Man e di cui Repetti, per conto di Imperiale, era il legale rappresentante. Dal paradiso fiscale sull’isola tra Irlanda del Nord e Regno Unito, il denaro avrebbe dovuto essere trasferito in una società di diritto spagnolo intestata alla madre di Imperiale. Per aggirare gli eventuali problemi con il fisco iberico che avrebbe segnalato l’arrivo di fondi da un noto paradiso fiscale, Repetti in una mail suggeriva di registrare una società a Londra da dove bypassare il denaro diretto in Spagna.

Qui, sarebbe stato utilizzato in due modi: per aumentare il capitale sociale della società spagnola e per acquistare beni mobili e immobili. Durante le indagini, gli inquirenti avevano contato almeno 15 appartamenti, 10 ville, 17 box auto a Madrid e dintorni, e un’imbarcazione, riconducibili a Imperiale. Il coinvolgimento di Repetti era giudicato dai pm della procura di Napoli come un «quadro indiziario gravissimo».

Lo shopping dei passaporti

17 maggio 2013: Attilio Repetti scrive un’email urgente a un suo contatto, Raffaele Maiorano, all’epoca «ambasciatore presso il Presidente della Repubblica di Guinea», si legge nell’ordinanza. O meglio, «ambasciatore itinerante» come si legge invece nel profilo di Linkedin; una carica sempre di natura diplomatica che è assegnata però in questo caso dalla Presidenza della Repubblica della Guinea Conakry, per meriti particolari.

«All’imprenditore – scrive il commercialista Repetti a Maiorano, riferendosi al suo cliente Raffaele Imperiale – interessa avere – CON URGENZA per motivi d’affari un passaporto, al momento di un paese Centro e Sud America, dove il cognome sia solo quello della madre». Al momento ne ha già due, uno italiano e uno spagnolo, e forse si prepara già alla latitanza con un terzo documento. Repetti e Maiorano tenteranno di procurare un passaporto, meglio se «diplomatico» – così da consentire una più libera circolazione al suo datore di lavoro tra Europa e Medio oriente – della Costa Rica, del Messico e di Trinidad e Tobago. Costo dell’operazione per quest’ultimo: 150 mila euro, da consegnare in due tranche.

«Per questo caso ci dobbiamo vedere e parlare da vicino», diceva Maiorano, il quale, consapevole della complessità della richiesta, faceva pressioni su Repetti perché velocizzasse l’invio delle generalità del suo assistito con cui avviare la pratica: «Io ho messo a posto la situazione lì per te e il tuo amico» ma «mi devi capire Attilio», diceva Maiorano al telefono, «la gente è molto importante, non posso giocare con loro», altrimenti «lo devono dare a un altro [il passaporto, nda], mica aspettano noi!».

Raggiunto telefonicamente da IrpiMedia, il legale di Repetti, l’avvocato Giovanni Ricco, ha preferito non rilasciare dichiarazioni.

Gli investimenti immobiliari del duo Imperiale-Repetti coinvolgevano anche Dubai. L’emirato era stato scelto da Imperiale quale sede per l’apertura di un’altra società (tra i cui soci, quasi per scherno, figurava “Rafael Empire Zara” laddove quest’ultimo era il cognome della madre) con cui, nelle intenzioni e a riprova delle disponibilità economiche del broker campano, intendeva avviare la costruzione di dieci ville dal valore di 20 milioni di dollari ciascuna. Quella società sarebbe poi servita come schermo per i futuri investimenti mentre Dubai, a partire almeno dal Natale del 2013, sarebbe diventato il nascondiglio dorato di Imperiale per il resto della sua latitanza, terminata con l’arresto della scorsa estate.

Si è chiusa infatti il 4 agosto la carriera criminale di quello che è forse stato il broker più rilevante nella storia della camorra, capace di determinarne la storia per quasi un quarto di secolo. Tanto quanto la durata della sua latitanza. Significativo della sua abilità è che in quel lasso di tempo, a suo carico, risulti ad oggi soltanto quell’ordinanza del 2015 firmata dal gip di Napoli. In quelle pagine, quasi a concedere un inconfessabile onore delle armi, si legge: «L’assenza di precedenti penali da parte di Imperiale Raffaele […] è un dato che appare persino beffardo».

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: una “vela” di Scampia, a lungo simbolo del quartiere a nord di Napoli – Elaborazione IrpiMedia su immagine di Ivan Romano/Getty Images

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