La Cisgiordania, la parte della Palestina che si trova a ovest del fiume Giordano, è sempre stata sotto l’autorità di qualche potenza estera. Nel 1950 era stata annessa alla Giordania, poi nel 1967 è stata occupata dallo Stato di Israele, a seguito della Guerra dei Sei giorni. La abitano, fin dalle origini, i palestinesi, che però non hanno mai avuto un loro Stato di Palestina.
Per quanto anche in Italia si presentino mozioni per chiederne il riconoscimento, nei fatti siamo in una fase storica in cui la sua realizzazione sembra lontana come non mai. Al Jazeera ha stimato che dal 7 ottobre del 2023 i palestinesi uccisi in Cisgiordania sono stati mille.
In breve
- Le autorità israeliane e i coloni utilizzano una serie di strategie per scacciare i palestinesi dalle proprie case e terre in Cisgiordania
- Tra le strategie principali ci sono la ridefinizione dei territori in cui vivono comunità palestinesi – sia come aree di addestramento militare per l’esercito israeliano sia come riserve naturali o siti archeologici – il furto di animali e il controllo dell’acqua
- Per i palestinesi è praticamente impossibile ottenere permessi di costruzione, motivo per cui sono costantemente esposti a ordini di demolizione delle proprie case, considerate strutture illegali dalle autorità israeliane
- Pur trattandosi di un fenomeno di lunga durata, i coloni e le autorità israeliane stanno consolidando la presa sull’area C della Cisgiordania con ancora maggiore veemenza dall’ottobre 2023
- Il fine ultimo di queste strategie è quello di impedire una continuità territoriale palestinese, ostacolando così la formazione di un futuro Stato
Dagli Accordi di Oslo, i negoziati di pace del 1993 e del 1995, la Cisgiordania è divisa in tre zone: l’area C, pari a circa il 60% del territorio, è sotto il controllo d’Israele, al contrario dell’area A (sotto controllo dell’Autorità nazionale palestinese, l’istituzione politica costituita nel 1994 per gestire, teoricamente ad interim, quei territori) e dell’area B (che è sotto un controllo congiunto).
Secondo quanto stabilito negli accordi di trent’anni fa, questa conformazione avrebbe dovuto essere temporanea e Israele avrebbe dovuto riconoscere ai palestinesi il diritto di governare su alcuni territori occupati.
La storia è andata però in un’altra direzione.
Com’è diviso il territorio della Cisgiordania
La suddivisione della Cisgiordania, concepita per essere temporanea, in tre aree secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo

IrpiMedia | Dati: anera.org | Lug 2025
«Una decisione senza precedenti»
L’11 maggio del 2025 il governo israeliano ha preso quella che il tabloid israeliano in lingua ebraica Israel HaYom, di tendenza conservatrice, ha definito «una decisione senza precedenti» in merito alla gestione delle terre in area C.
L’Anp, ricostruisce il quotidiano, 15 anni fa «ha iniziato a distribuire le terre e a definire la destinazione d’uso, sebbene, in base a tutti gli accordi e allo status quo, l’area C fosse sotto la piena responsabilità di Israele». Secondo gli Accordi di Oslo, infatti, il controllo totale di Israele sull’area C della Cisgiordania doveva essere solo temporaneo, con l’obbligo di sostenere l’Autorità civile palestinese nel suo sviluppo e rafforzamento nel periodo transitorio. Non è mai stato fatto e ad oggi non esiste alcun catasto ufficiale per le aree della zona C.
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«Tra coloro che hanno approfittato di questa situazione, tra gli altri, ci sono stati l’Unione europea e le organizzazioni di sinistra che hanno promosso la costruzione di scuole ed edifici nell’area C, sostenendo che si trattasse di territorio palestinese», si legge nel pezzo, che rappresenta il punto dei vista dei falchi delle politiche sull’occupazione.
Ora tutto questo cessa, perché il catasto istituito dall’Autorità palestinese – contenente mappe e documenti che certificavano la presenza di comunità palestinesi in territori dell’area C risalente persino all’epoca della dominazione ottomana o all’epoca del controllo della Giordania sulla Cisgiordania tra il 1948 e il 1967 – non ha più alcun valore secondo Israele.
Di conseguenza, l’Autorità palestinese, l’Unione europea e altri attori internazionali che hanno sostenuto la costruzione di scuole ed edifici per palestinesi nell’area C non potranno più fornire aiuti o assistenza. E, in ultima istanza, questo facilita per Israele il processo di piena annessione dell’area C al proprio Stato.
Già da prima della «decisione senza precedenti» di maggio, nell’area C le case dei palestinesi sono perennemente a rischio demolizione, perché etichettate come strutture illegali dalle autorità israeliane. Le demolizioni possono essere amministrative (dovute alla mancanza dei permessi di costruzione), giudiziarie (emesse da un tribunale israeliano) o militari (a seguito di operazioni dell’esercito).
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Le demolizioni giudiziarie avvengono quando un tribunale decide che le costruzioni dei palestinesi in area C non rispettano i piani urbanistici o di sviluppo della zona approvati dallo Stato di Israele, oppure quando un ordine di demolizione amministrativa non viene rispettato e viene allora emesso un ordine del tribunale.
Nel 2020 il Comitato israeliano contro la demolizione delle case (Ichad) – confrontando dati provenienti da ong internazionali, agenzie della Nazioni unite, ministero dell’Interno israeliano, municipalità di Gerusalemme e dell’Amministrazione civile, l’ente governativo israeliano in Cisgiordania – stima che il 66% delle circa 52mila abitazioni distrutte dalle autorità israeliane tra il 1967 e il 2019 siano state demolite in operazioni militari.
Per evitare una demolizione amministrativa, un cittadino palestinese che si trova nell’area C della Cisgiordania dovrebbe avere un permesso di costruire concesso dall’autorità israeliana. Secondo i dati del 2021 resi noti dall’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), le autorità israeliane approvano circa cinque richieste di permesso su più di 100. Nel caso delle richieste non approvate, solitamente affermano che l’area in questione non è destinata all’edificazione.
Questo accade anche quando il terreno per il quale viene richiesto il permesso è indiscutibilmente già di proprietà del richiedente palestinese. Di conseguenza, è praticamente impossibile per i palestinesi ottenere permessi di costruzione: secondo dati ottenuti da Peace Now, tra il 2009 e il 2018 solo il 2% di tutte le richieste presentate dai palestinesi per i permessi di costruzione nell’Area C sono state approvate. Questa struttura di controllo, già ritenuta dall’Ocha «restrittiva e discriminatoria», ora è passata a un livello successivo.
Stime israeliane della crescita dei coloni in Cisgiordania dal 1970
* I dati sono elaborati dalla Jewish Virtual Library (JVL), un progetto della American-Israeli Cooperative Enterprise (AICE), ong statunitense pro-Israele
IrpiMedia | Dati: Jewish Vitual Library | Lug 2025 | Creato con Flourish
Sempre più coloni
«La storia dell’occupazione è qui, sotto l’occhio di tutti – diceva a +972 Magazine nel 2017 Dror Etkes, il fondatore di Kerem Navot –. Il problema è che solo poche persone sono disposte a vederla».
L’organizzazione israeliana monitora l’esproprio delle terre palestinesi in Cisgiordania. Questo processo, con fasi alterne, dura dal 1967 e ha conosciuto una progressiva escalation dal 2018, quando il movimento dei coloni ha aumentato il suo peso politico. Nel 2018 fu introdotta la Legge fondamentale su Israele Stato-nazione del popolo ebraico, di cui paragrafo recita: «Lo Stato considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale, e agirà per incoraggiare e promuovere il suo sviluppo e consolidamento».
Anche se la Cisgiordania non è nominata nel documento, questo passaggio ha reso ben chiara la posizione delle autorità governative nei confronti delle colonie. Inoltre dal 2018 in poi sono andate al potere coalizioni collocate sempre più a destra sullo spettro politico, all’interno delle quali molte delle figure di spicco sono proprio coloni come Itamar Ben-Gvir, l’attuale ministro della Sicurezza nazionale, e Bezalel Smotrich, l’attuale ministro delle Finanze.
Da quel momento la situazione per i palestinesi in Cisgiordania è peggiorata drasticamente, complici la guerra a Gaza e le politiche di alcuni ministri israeliani di estrema destra.
Secondo il rapporto del settembre 2024 redatto dal “Comitato speciale delle Nazioni unite per l’investigazione sulle pratiche israeliane che colpiscono i diritti umani del popolo palestinese e di altre popolazione arabe che vivono nei territori occupati”, che copre i fatti avvenuti tra il 1 giugno del 2023 e il 31 maggio del 2024, per le comunità israeliane costruire in Cisgiordania è diventato «sostanzialmente identico» a costruire all’interno di Israele.
Solo nel periodo indicato sono stati avanzati o approvati 11.300 piani per la costruzione di unità abitative per israeliani nell’area C. Invece 156 comunità palestinesi beduine o di pastori sono state vittime di uno sgombero totale o parziale.
In base ai dati dell’anno scorso dall’ong Peace Now, esistono 141 insediamenti legali dei coloni, cioè ufficialmente istituiti dal governo israeliano, in Cisgiordania (escludendo Gerusalemme Est). Altri 224 insediamenti presenti sul territorio sono illegali, e vengono anche definiti avamposti. Gli insediamenti sono molto diversi tra loro in termini di sviluppo urbanistico. Alcuni hanno scuole, strade cementate, sistemi di sicurezza. Altri, specialmente gli avamposti illegali, sono formati da una manciata di case-roulotte o da fattorie collocate in punti strategici, spesso sulle colline.
Le istituzioni israeliane chiudono volentieri un occhio sull’illegalità degli avamposti, e anzi, hanno avviato la legalizzazione di molti di essi a partire dallo scorso anno. Con la legalizzazione arriva anche la possibilità di espandersi, diventando veri e propri centri abitati con le proprie infrastrutture.
Nel 2024 sono stati inoltre fondati almeno 59 nuovi insediamenti, un numero definito «senza precedenti» da Peace Now nel suo report annuale. Dal 1996 all’inizio del 2023, infatti, venivano creati in media meno di sette insediamenti all’anno. In totale sono circa 700 mila i coloni israeliani che vivono in insediamenti illegali in terra palestinese, secondo Al Jazeera.
Il primo insediamento dei coloni israeliani in Cisgiordania risale al 1967, dopo la fine della Guerra dei Sei giorni. Nei decenni successivi, i coloni e le loro famiglie hanno continuato a trasferirsi nella Cisgiordania occupata, alcuni per motivi economici, per esempio per sfruttare gli incentivi promossi dal governo per i nuovi trasferiti; altri, secondo i quali la Cisgiordania è terra promessa israeliana, per motivi ideologici.
Tra gli incentivi governativi ci sono sconti sul valore del terreno, sussidi ipotecari e mutui sovvenzionati dallo stato. Il governo può anche offrirsi di coprire parte dei costi di costruzione delle case dei coloni. Negli ultimi anni, il governo ha introdotto ulteriori sussidi economici speciali, citando obiettivi vari come lo sviluppo turistico degli insediamenti israeliani. Tra i motivi ideologici, invece, oltre a quello religioso c’è anche quello nazionalista, volto a impedire la continuitá territoriale di un futuro Stato palestinese.
A fine maggio 2025, quando il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato l’approvazione di 22 nuovi insediamenti in Cisgiordania, ha detto che questi ultimi «si collocano tutti all’interno di una visione strategica di lungo periodo, il cui obiettivo è quello di rafforzare la presa israeliana sul territorio, evitare la creazione di uno Stato palestinese e creare le basi per un futuro sviluppo degli insediamenti nei prossimi decenni».
In questa breve spiegazione, ha riassunto perfettamente l’ideologia nazionalista abbracciata da alcuni coloni.
Per approfondire
Con il tempo, in Cisgiordania, il numero dei coloni è aumentato, così come la loro influenza sul territorio. Oggi il movimento dei coloni è completamente dominante, in una Cisgiordania che secondo molti commentatori è diventata un “Old Wild West” senza regole né leggi. A partire da ottobre del 2023, ovvero dall’inizio della guerra a Gaza, i coloni hanno ulteriormente intensificato il proprio controllo sulla Cisgiordania.
Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani, tra novembre 2023 e ottobre 2024 sono stati approvati piani di costruzione per oltre 10.300 nuove unità abitative all’interno di insediamenti israeliani già esistenti in Cisgiordania. Descrivendo un generale “clima di vendetta”, il rapporto riporta che nello stesso periodo sono stati uccisi 612 palestinesi dai coloni e dalle forze di sicurezza israeliane.
In sostanza in parallelo alla guerra a Gaza, il processo di legittimazione ed espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania si è ulteriormente intensificato.
La popolazione della Cisgiordania
In Cisgiordania, i palestinesi costituiscono il 24% della popolazione, i cittadini israeliani in insediamenti considerati legali da Israele il 72%, i coloni israeliani negli insediamenti considerati illegali da Israele il 4%

IrpiMedia | Dati: Central Bureau of Statistics, Israele | Lug 2025
* I dati fanno riferimento al 2022, anno a cui risalgono i dati forniti dalle autorità israeliane
Ridefinire territori
Una delle strategie utilizzate dalle istituzioni israeliane per occupare nuovi territori in Cisgiordania è la ridefinizione dei terreni. La più frequente è la trasformazione in aree di addestramento per l’esercito israeliano (Israeli defense forces, Idf), le cosiddette “aree da tiro”.
L’appropriazione del territorio per l’utilizzo militare diventa un pretesto per fare posto a nuovi insediamenti israeliani.
Il meccanismo è semplice: il governo rilascia dei documenti che individuano una zona come buona per diventare un campo di addestramento per l’esercito israeliano. Queste sono spesso aree in cui comunità palestinesi hanno vissuto per decenni, dalle quali tutto ad un tratto si trovano costrette ad andarsene. Eppure, denuncia nel 2022 l’organizzazione israeliana per i diritti umani Bimkom, solo il 20% delle aree di tiro viene realmente utilizzata per l’addestramento dei militari. Cosa succede davvero in questi territori? In molti casi, dopo lo sfratto dei palestinesi, vi si trasferiscono i coloni.
Un esempio lampante – illustrato bene da No Other Land, il film vincitore dell’Oscar per il miglior documentario nel 2025 – è il caso di Masafer Yatta. Questo insieme di villaggi nel sud della Cisgiordania ospita diverse comunità palestinesi che vivono prevalentemente di pastorizia. Masafer Yatta era stata designata come «Zona di Tiro 918» dal governo israeliano nel 1981. Da allora, i residenti vivono in uno stato di permanente rischio di sgombero forzato, mentre le loro case vengono demolite senza preavviso. Secondo l’Ocha, i due villaggi di Khirbet Sarura e Kharoubeh non esistono più dopo che l’esercito israeliano li ha demoliti completamente.
Gli effetti delle nuove designazioni si vedono anche in queste settimane, con una netta accelerazione delle operazioni per sgomberare 12 comunità palestinesi che vivono nell’area.

Per decenni i residenti di Masafer Yatta hanno presentato petizioni all’Alta corte di giustizia israeliana per dimostrare che hanno tutto il diritto di rimanere nella zona. Le petizioni erano volte a provare che i residenti palestinesi vivevano nell’area da ben prima che venisse dichiarata un’area di addestramento militare.
I palestinesi della zona hanno presentato come prove storiche anche immagini satellitari e libri sull’argomento. Ma a maggio del 2022, l’Alta Corte ha stabilito che non ci fossero ostacoli legali che bloccassero l’espulsione dei residenti palestinesi nella zona designata ad area di addestramento.
Come si vede in No Other Land, intere famiglie vivono nel terrore di vedere la propria casa rasa al suolo, per mano delle Idf o per mano propria, obbligate dalle forze dell’esercito israeliano. Le comunità locali sono anche vittime delle violenze dei coloni residenti in insediamenti vicini, che da anni danneggiano i loro terreni e le aree di pascolo. In molti casi durante questi attacchi i coloni hanno il volto coperto, e risulta quindi difficile identificarli.
«Non mi è facile scrivere queste parole, ma la mia comunità di Masafer Yatta sarà distrutta se attivisti e giornalisti non verranno urgentemente ad aiutarci sul posto – ha scritto su X il 29 maggio Basel Adra, giornalista e attivista palestinese autore di No Other Land –. I coloni ora si trovano nel villaggio di Khalet Al-Dabia 24 ore su 24, dopo che l’esercito lo ha distrutto».
«Dopo aver distrutto un villaggio e aver permesso ai coloni di invaderlo, ora stanno impedendo il nostro tour con dozzine di giornalisti internazionali dicendo che non sono autorizzato a entrare a Masafer Yatta e visitare la casa di @basel_adra», aggiunge sempre su X il giornalista di +972 Magazine Yuval Abraham, uno dei protagonisti del documentario. L’Idf non ha risposto alle richieste di commento né del Guardian né del Times of Israel.
I territori possono essere resi inabitabili anche trasformandoli in riserva naturale o area di interesse storico. Secondo dati di Peace Now aggiornati al 2022, Israele ha istituito 48 riserve naturali in Cisgiordania per una superficie pari al 12% dell’intera area C. «Colonialismo green», lo definisce nel 2024 uno studio dell’Associazione internazionale degli avvocati democratici: attraverso il pretesto della tutela ambientale, il governo israeliano caccia dai propri territori le comunità palestinesi.
Quando lo Stato israeliano dichiara un territorio riserva naturale, i proprietari dei terreni all’interno della riserva non possono coltivare, piantare alberi, o utilizzare la propria terra come terreno da pascolo senza l’approvazione di un funzionario speciale incaricato di amministrare la riserva in questione. La decisione è approvata dal ministero della Difesa israeliano, ente che ha poco a che vedere con la protezione della flora e fauna dell’area.
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Una situazione simile avviene quando una zona abitata da comunità palestinesi viene dichiarata area di interesse archeologico. Un caso storico riguarda il villaggio di Susya, i cui abitanti furono sgomberati negli anni Ottanta dopo la scoperta di un’antica sinagoga nelle vicinanze. Il governo israeliano dell’epoca sostenne che il villaggio palestinese consisteva di poche case usate solo stagionalmente, e che non esistevano prove storiche di un insediamento permanente e continuativo della comunità palestinese nell’area.
Lo ricorda Emek Shaveh, un’ong israeliana specializzata nella «prevenzione della politicizzazione dell’archeologia nel contesto del conflitto israelo-palestinese»: l’ordine di sgombero nei confronti della comunità palestinese è stato «arbitrario e troppo ampio fin dall’inizio».
L’area è stata trasformata in un parco turistico israeliano e a meno di due chilometri dal sito del parco archeologico nel 2016 è stato creato un insediamento di coloni, afferma Emek Shaveh.
«È quindi impossibile – scrive l’ong – evitare la conclusione che l’ordine sia stato emesso allo scopo di espellere i palestinesi dalla loro terra e di sottrarli agli occhi dei visitatori che vengono a vedere il sito di un’antica sinagoga ebraica».
Rubare gli animali
L’esercizio discriminatorio della legge da parte delle istituzioni israeliane si completa con le azioni violente compiute dai coloni contro i palestinesi. Queste due pratiche confluiscono in un’unica macchina di oppressione per la quale se le comunità palestinesi non se ne vanno nonostante le demolizioni e gli ordini dello Stato israeliano, intervengono i coloni senza timore di finire a processo poi in Israele.
Se la ridefinizione di un territorio come area di addestramento è una strategia utilizzata dalle istituzioni israeliane, quindi, il furto di animali è invece una pratica violenta impiegata dai coloni.
Un esempio risale a inizio marzo 2025. Secondo quanto riportato da un gruppo di pastori locali alla Reuters, nel cuore della notte, un gruppo di coloni avrebbe fatto irruzione nel villaggio di Ras al-Ein Auja, nella valle di Gerico, e avrebbe sottratto con la forza centinaia di animali. Attivisti dell’organizzazione israeliana Mistaclim (“fissare” in ebraico, il claim dell’organizzazione è “Guardare l’occupazione negli occhi”, ndr) hanno condiviso con IrpiMedia dei filmati in cui si vedono diversi coloni armati indirizzare un intero gregge di pecore nella direzione dei loro terreni. Secondo gli attivisti, le pecore erano di proprietà dei palestinesi.
Gli attivisti di Mistaclim hanno ricostruito quanto hanno visto in un articolo, in cui scrivono che «Zohar Sabach, un noto colono di un insediamento, è arrivato con il suo gregge vicino alle case dei villaggi, posizionando intenzionalmente il suo bestiame vicino al bestiame palestinese». In questo modo, secondo gli attivisti, il colono può accusare i palestinesi di avergli sottratto il bestiame, giustificando poi il proprio raid per riprendere gli animali.
La polizia israeliana ha dato la sua versione dei fatti all’agenzia Reuters: un pastore palestinese, dopo un interrogatorio, avrebbe confessato di aver rubato 50 pecore a un contadino ebreo. Successivamente, i coloni avrebbero restituito alcune pecore che si erano unite al loro gregge.
Alla fine, dopo quella notte, un pastore palestinese è stato arrestato per furto di bestiame e diversi altri sarebbero rimasti feriti dopo il pestaggio dei coloni. Non è stato possibile contattare Zohar Sabach per un commento.
Eventi simili sono documentati anche da altre organizzazioni non governative e media in Cisgiordania. Per esempio, un altro episodio simile è avvenuto nell’area di al-Hamra nel nord della Valle del Giordano. «Mercoledì 30 aprile 2025, intorno alle 22:15, una decina di coloni mascherati, alcuni armati, sono arrivati a bordo di un pick-up (con issata la bandiera israeliana, ndr) e di quad alle tende della famiglia Abu Saif», nella valle settentrionale del Giordano, scrive su X l’ong B’Tselem.
Le immagini del video pubblicato mostrano degli uomini a volto coperto che portano via un gregge di pecore.
Secondo il rapporto del Comitato speciale di settembre 2024, già citato, i coloni «invadono le terre palestinesi e impediscono la coltivazione o il pascolo, anche dispiegando droni e mezzi per spaventare e disperdere le greggi, rubando e uccidendo il bestiame e danneggiando le proprietà agricole».
Il controllo dell’acqua
Infine, in Cisgiordania, i coloni e le autorità israeliane utilizzano anche il controllo dell’acqua come un’arma. Il secondo accordo di Oslo concordò l’assegnazione delle risorse idriche transfrontaliere secondo un modello che finì per favorire Israele.
Il risultato è che ad oggi, Israele controlla circa l’80% delle riserve idriche in Cisgiordania.
Secondo un report di Oxfam del 2024, Israele controlla anche l’estrazione di acqua da qualsiasi nuova fonte in Cisgiordania. Lo sviluppo di nuove infrastrutture idriche in Cisgiordania richiede i permessi del governo israeliano. Permessi che, come quelli per le case, sono quasi impossibili da ottenere. La frammentazione delle terre palestinesi in Cisgiordania impedisce l’istituzione di un sistema idrico efficiente, uniforme e integrato.
Di conseguenza, molte famiglie palestinesi sono costrette ad acquistare l’acqua che viene importata nei territori con i camion a prezzi molto più alti. Oxfam descrive il comportamento di Israele come «systematic weaponization of water», un utilizzo sistematico dell’acqua come un’arma, sia a Gaza che in Cisgiordania.
Teoricamente i coloni che vivono negli avamposti illegali e che, quindi, non possono provare con documenti di possedere la terra non dovrebbero potersi collegare alla rete idrica israeliana. In pratica, lo fanno.
Secondo dati dell’Ufficio centrale di statistica di Israele, gli israeliani, inclusi quello che vivono in Cisgiordania, usano 247 litri d’acqua al giorno. I palestinesi che vivono in Cisgiordania, secondo B’Tselem, usano invece 82.4 litri d’acqua al giorno.
Vuol dire che gli israeliani consumano il triplo dell’acqua utilizzata dai palestinesi.
L’organizzazione non governativa per i diritti umani palestinese Al-Haq, in un report del 2022, denunciava la corresponsabilità delle autorità e delle aziende israeliane nello sfruttamento delle risorse idriche in Cisgiordania a proprio vantaggio.
«Una società israeliana, la Mekorot, si è impadronita dell’intero approvvigionamento idrico della Cisgiordania, sia per le comunità palestinesi che per gli insediamenti israeliani illegali. L’azienda detiene la completa discrezionalità sulla fornitura di acqua ai villaggi palestinesi e applica due standard diversi nella distribuzione dell’acqua», dice il report.
Secondo B’Tselem, Israele giustifica le sue politiche sull’acqua in Cisgiordania citando gli accordi degli anni ‘90. Ma da quegli anni la popolazione palestinese é cresciuta del 75% circa, dice B’Tselem, mentre la quantità d’acqua che le è permesso di estrarre è rimasta invariata. Di conseguenza, l’Autorità palestinese si trova costretta a comprare l’acqua dalla Mekorot ad un costo superiore.
L’acqua è una risorsa essenziale non solo per la sopravvivenza, ma anche per lo sviluppo economico per le comunità palestinesi che vivono di agricoltura in Cisgiordania. Avere abbastanza acqua è una condizione imprescindibile per la coltivazione dei campi.
«Se avessimo più acqua, il villaggio non coltiverebbe solo fagioli e za’atar. Ma a volte in estate non abbiamo nemmeno l’acqua potabile» diceva al The Guardian nel 2023 un abitante del villaggio di Qaryut.
Non ci sono precedenti rispetto a quanto accaduto dopo il 7 ottobre – come registrano tutte le realtà di monitoraggio internazionale e le più importanti ong israeliane – nel numero di violenze dei coloni verso i proprietari palestinesi di terre e risorse.
Il quadro delle differenti forme, sempre con una copertura legale che quasi sempre fa riferimento alla Corte Suprema israeliana, come abbiamo visto, sono molteplici.
Quello che le tiene assieme è il risultato finale: per motivi differenti, costantemente, le terre e le risorse palestinesi vengono erose senza che le autorità israeliane (che ai sensi del diritto internazionale dovrebbero vigilare sui beni e sulle proprietà dei cittadini dei territori occupati) contrastino realmente questo processo di espropriazione.
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