Il Vallo di Diano, cerniera di traffici tra ‘ndrangheta e camorra

A partire dagli anni Novanta, esponenti di diverse organizzazioni criminali hanno infiltrato il tessuto imprenditoriale dell’area tra alta Calabria, Campania e Basilicata

7 Luglio 2021 | di Sara Manisera, Pasquale Sorrentino

Il Vallo di Diano è un’area pianeggiante della provincia di Salerno, racchiusa tra le dorsali appenniniche e il fiume Tanagro. Per la sua posizione geografica – tra la Basilicata, la Calabria e il nord della Campania, e per la presenza dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria – l’area svolge da sempre un importante ruolo di cerniera e di connessione. Queste caratteristiche l’hanno resa almeno da trent’anni appetibile alle mire espansionistiche ed egemoniche delle organizzazioni criminali campane e calabresi.

È dentro questo contesto storico di commistione tra impresa e criminalità che ha origine la vicenda della Sviluppo Risorse Ambientali, la società al centro del traffico di rifiuti tra Italia, Tunisia e Bulgaria di cui abbiamo scritto.

Il Vallo di Diano è un territorio aperto, vasto e spopolato, privo di presidi dello Stato e di forze dell’ordine. Nel 2012, la riforma della geografia giudiziaria ha eliminato il Tribunale di Sala Consilina e la Procura, portando alla riduzione del numero di finanzieri e alla chiusura del carcere del Vallo di Diano. L’ex tribunale di Sala Consilina è stato annesso a quello di Lagonegro, che si trova nel distretto di Potenza, quindi in Basilicata e non in Campania; un caso unico in Italia, dove, in base alla riforma della geografia giudiziaria del 2012 i tribunali “accorpati” sono sempre rimasti all’interno della provincia.

All’assenza di presidi dello Stato, si aggiunge quella dei servizi e lo spopolamento: in una superficie di oltre 800 km², vivono solo 60 mila persone, in un territorio composto da piccoli paesi – Sala Consilina è l’unica cittadina con circa 12 mila residenti – dove i cittadini sono spesso uniti da rapporti parentali o di amicizia. In questo contesto le organizzazioni criminali si insediano senza alcuno sforzo – e senza che al loro agire sia opposta alcuna resistenza – approfittando dell’assenza dello Stato, di una diffusa omertà e della possibilità di riciclo dei capitali. Benché dal punto di vista giudiziario la presenza delle organizzazioni di stampo mafioso sia stata messa in dubbio da alcune assoluzioni, il processo di colonizzazione è cominciato oltre trent’anni fa, quando camorristi e ‘ndranghetisti sono stati costretti dal soggiorno obbligato a trasferirsi in questo territorio. Con il tempo, il Vallo di Diano è diventato sempre più un crocevia di interessi economici e criminali.

Il soggiorno obbligato

Dal 1965 al 1995, il soggiorno obbligato è stata una misura cautelare che prevedeva per un condannato l’obbligo di soggiornare con limitazioni in una località scelta fuori dal proprio contesto d’origine. Il soggiorno obbligato avrebbe dovuto prevenire il rafforzamento dei legami mafiosi. Durante un’audizione alla Commissione antimafia nel 1993, il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo ha però dichiarato che il soggiorno obbligato «è stata una cosa buona in quanto ci ha dato modo di contattare altre persone, di conoscere luoghi diversi, altre città, zone incontaminate dalla delinquenza organizzata». Questa considerazione di Mutolo è suffragata da diverse indagini antimafia in territori in origine estranei alle organizzazioni criminali mafiose.

Ciò che emerge dalle carte delle inchieste e dalle attività investigative condotte negli ultimi dieci anni nel Vallo di Diano non delinea solamente uno scenario criminale di gruppi dediti al traffico di stupefacenti, estorsioni e smaltimento dei rifiuti: «Il Cilento e il Vallo di Diano – si legge nella relazione della Direzione investigativa antimafia (DIA) del 2019 – oltreché essere luoghi prescelti per la latitanza da parte di camorristi napoletani e casertani, negli ultimi anni stanno emergendo per attività di riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita, investiti in loco da sodalizi provenienti dall’area napoletana nonché per la presenza, nella gestione di attività commerciali e del traffico di sostanze stupefacenti, di soggetti legati a consorterie ‘ndranghetiste, che hanno qui esteso la loro influenza tramite pregiudicati locali».

Secondo il Procuratore Distrettuale Antimafia di Potenza Francesco Curcio, il territorio del Cilento meridionale, del Vallo di Diano e il lagonegrese (l’area della comunità montana di Lagonegro, in provincia di Potenza, ndr) sono sempre più contaminati dalla presenza mafiosa che «seppur silente sotto il profilo militare, sta acquisendo posizioni economiche di assoluto predominio attraverso una incessante attività di riciclaggio accompagnata da episodi di sintomatica intimidazione verso la concorrenza».

I protagonisti
  • Francesco Muto: classe 1940, detto il “re del pesce”. Capobastone della ‘ndrina Muto di Cetraro (Cosenza), a Sala Consilina dagli anni Novanta, inizialmente in soggiorno obbligato.
  • Vito Gallo: luogotenente del clan Muto nel Vallo di Diano. Protagonista, insieme a Pietro Valente, di diversi episodi di estorsione.
  • Luigi Cardiello: noto come il “Re Mida” della spazzatura. Originario di San Pietro al Tanagro, è stato arrestato ad aprile 2021 per traffico di rifiuti
  • Gaetano Vassallo: per oltre vent’anni ha gestito gli sversamenti abusivi dei rifiuti sotto la protezione del clan dei casalesi. Nel 2008 diventa collaboratore di giustizia e nel 2010 è condannato per traffico di rifiuti e associazione camorristica.
  • Raffaele Diana: manager dei rifiuti che fungeva da collegamento dei casalesi con il Vallo di Diano. Da circa dieci anni si è trasferito a San Pietro al Tanagro.
  • Michele Cicala: presunto boss dell’omonimo clan a Taranto. Indagato nell’operazione Febbre dell’oro nero.

Le prime indagini

La data spartiacque per ricostruire la storia dell’infiltrazione mafiosa nel Vallo di Diano è il 1990. È allora che Francesco Muto, detto il “re del pesce”, viene mandato in soggiorno obbligato a Sala Consilina. Francesco Muto non è uno qualunque: è il capo di una delle più agguerrite ‘ndrine calabresi.

Nato nel 1940, costruisce il suo impero imprenditoriale mafioso grazie al monopolio del mercato ittico dell’area del nord Tirreno calabrese: da Scalea ad Amantea, lungo il litorale cosentino, non si vende pesce senza il suo consenso. Una posizione acquisita nel corso degli anni fino a farlo sedere al tavolo con esponenti della ‘ndrangheta reggina e con la camorra napoletana, da Raffaele Cutolo a Carmine Alfieri, ovvero l’ex capo della Nuova Camorra Organizzata (morto a febbraio del 2021) e l’ex boss del clan Nuova Famiglia diventato collaboratore di giustizia.

Il potere della ‘ndrina Muto non si limita al controllo del mercato del pesce. Come ha rilevato l’operazione Godfather del maggio 2004, il potere dei Muto arriva fino al mondo bancario, alle aziende sanitarie e alle amministrazioni comunali. L’enorme disponibilità di capitali ha permesso al gruppo criminale di inserirsi in numerosi settori dell’economia legale. Da notare che nell’ambito dell’operazione Godfather, il Gip di Catanzaro ha disposto il sequestro preventivo di beni per oltre 40 milioni di euro della famiglia Muto. Il reimpiego dei capitali illeciti nell’economia legale ha permesso alla cosca Muto di radicarsi nel tessuto economico di molte regioni italiane: Lazio, Toscana, Lombardia, Basilicata e Campania.

Le articolazioni della cosca arrivano fino al Vallo di Diano grazie alla complicità di persone legate alla cosca attraverso rapporti di “comparaggio” – vincolo che si cementa sulla promessa fatta dai padrini alla famiglia del battezzato o del cresimando, oppure dai testimoni di nozze agli sposi – e imprenditori della zona.

Atti intimidatori: l’attentato al Conad di Sant’Arsenio

È il 9 marzo del 2014. Manca circa un mese all’apertura di un nuovo centro commerciale Conad a Sant’Arsenio (Sa). Una bomba carta esplode davanti a una porta laterale e crea un migliaio di euro di danni. Poca roba, tanto che si pensa a un atto vandalico. Si tratta invece di un atto intimidatorio da parte del clan Muto al proprietario del supermercato per far acquistare il pesce dai propri affiliati. Si tratta di un momento cruciale nell’inchiesta dei carabinieri sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste nel Vallo di Diano in quanto episodi del genere non se ne erano registrati negli anni recenti. Da questa esplosione e da alcune denunce è partita l’inchiesta Frontiera e ha evidenziato come il clan Muto attraverso Vito Gallo volesse conquistare fette di mercato e di potere nel Vallo di Diano.

Riciclaggio, traffico di droga, usura, estorsioni e incendi sono le attività più frequenti. Tra il 2013 e il 2014, infatti, Vito Gallo, il collegamento nel Vallo di Diano dei Muto, insieme a Pietro Valente, porta avanti una serie di intimidazioni ed estorsioni nella zona di Sant’Arsenio e Sala Consilina ai danni di diversi titolari di negozi per imporre l’assunzione di determinate persone e assicurare ai Muto la gestione delle pescherie e il controllo monopolistico dell’offerta di pescato nel Vallo di Diano. È l’indagine Frontiera, nata nel 2014, in seguito all’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, che mette in luce gli storici rapporti criminali tra la famiglia Gallo di Sala Consilina e gli esponenti delle cosche Muto di Cetraro e Valente-Stummo di Scalea.

Secondo la relazione semestrale della DIA del 2020, «i Gallo erano dipendenti gerarchicamente dai Muto nelle attività legate al narcotraffico». Vito Gallo, condannato in secondo grado a 26 anni e 8 mesi di reclusione, era considerato un vero e proprio narcotrafficante che riceveva pacchi di cocaina, via aereo, direttamente sull’aviosuperficie di Teggiano, nel cuore del Vallo di Diano.

Chi era Angelo Vassallo

Angelo Vassallo è stato sindaco del comune di Pollica, località in provincia di Salerno, nel parco del Cilento, Alburni e Vallo di Diano. Il 5 settembre 2010 mentre rincasava alla guida della sua auto, Vassallo è ucciso per mano di uno o più attentatori, ancora oggi ignoti. Anche la matrice camorristica dell’omicidio è ancora oggi incerta. Da un troncone delle indagini sull’omidicio di Angelo Vassallo nasce l’inchiesta Frontiera, diretta dalla DDA di Catanzaro sulla cosca Muto della ‘ndrangheta che ha portato ad accertare l’operatività nel Cilento e nel Vallo di Diano di articolazioni della cosca Muto di Cetraro attiva nel settore del narcotraffico, estorsioni e riciclaggio di capitali.

Luigi Cardiello e i casalesi

Gli anni Novanta segnano anche l’ingresso della camorra nel Vallo di Diano. Il personaggio di collegamento è Luigi Cardiello, che diventerà noto come “il Re Mida dei rifiuti”. Le prime cronache sulla sua attività risalgono al 1991 quando Mario Tamburrino, l’autista della ditta di autotrasporti di San Pietro al Tanagro, intestata a Cardiello, si reca all’ospedale dicendo di aver subito un fortissimo abbassamento della vista dopo aver scaricato alcuni bidoni contenenti rifiuti chimici provenienti dalla ditta Ecomovil di Pianfrei in provincia di Cuneo in una discarica di Sant’Anastasia, in provincia di Napoli. Tamburrino perderà la vista ma a partire dalle sue dichiarazioni gli inquirenti scopriranno che i 158 fusti sono stati seppelliti altrove, nelle campagne di Villaricca e Giugliano. Durante le indagini, gli investigatori mappano oltre cinquanta discariche abusive nel solo hinterland napoletano.

È l’inizio dell’avvelenamento della Terra dei fuochi e del traffico illegale di rifiuti tossici dalle aziende del Nord verso la Campania. Cardiello verrà in un primo momento arrestato e poi prescritto, come in quasi tutti i processi che l’hanno visto coinvolto. Nel 2003 è arrestato e indagato per traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale nell’ambito dell’operazione Re Mida, chiamata così proprio per un’intercettazione dove Cardiello si vantava di riuscire a «trasformare la spazzatura in oro». Un’operazione che svela un traffico di sostanze prelevate da società di smaltimento del centro-nord Italia e interrate in aree tra Napoli e Caserta con il coinvolgimento di aziende di vario tipo: centri di stoccaggio, società commerciali e di gestione discariche, società di autotrasporto.

Cardiello è in rapporti d’affari anche con Gaetano Vassallo, al servizio del clan dei casalesi, che sarà condannato nel 2010 per traffico di rifiuti e associazione camorristica. Nel 2008, Vassallo diventa collaboratore di giustizia e inizierà a raccontare che nelle discariche in mano alla camorra in quel fazzoletto di terra tra le province di Napoli e Caserta, la Terra dei fuochi, hanno scaricato migliaia di aziende, oltre che campane provenienti da ogni parte d’Italia. Vassallo parla di Cardiello nel libro-confessione Così vi ho avvelenato, raccontando che la ditta intestata all’imprenditore e alla convivente fu usata da Vassallo tra il 1998 e il 2003 per il trasporto e l’interramento di rifiuti tossici e pericolosi in varie zone della Campania provenienti da aziende e imprese di mezza Italia. Dopo diciotto anni, il processo Re Mida si chiude con la prescrizione per tutti gli imputati delle accuse di disastro ambientale, traffico e smaltimento illecito di rifiuti.

C’è un altro processo che vede coinvolto il Vallo di Diano nello sversamento illegale di rifiuti, anch’esso finito nel nulla: è il processo Chernobyl, nato da un filone di indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere nel 2006, concluso nel 2017, dopo oltre dieci anni di rinvii, udienze e dibattimenti, con la prescrizione per la maggior parte dei reati e l’assoluzione di tutti gli imputati perché il fatto non sussiste per insufficienza di prove. Un processo a carico di 38 persone, tra cui diversi imprenditori del Vallo di Diano, accusati di delitti ambientali inerenti al traffico illecito di rifiuti speciali, danneggiamento aggravato, gestione illecita di rifiuti inquinanti dispersi nell’ambiente, falsi e truffa aggravata ai danni dello stato, deturpamento di bellezze naturali e infine disastro ambientale. Tutti i capi d’accusa, tranne l’ultimo, sono andati in prescrizione. Per quanto riguardo il reato di disastro ambientale, invece, tutti sono stati assolti perché manca «un’attendibile perizia da parte di soggetti titolati e qualificati, che attesti la sussistenza del reato di inquinamento ambientale», si legge nella sentenza.

Dopo l’assoluzione, il pm Giancarlo Russo ha chiesto al tribunale di Salerno di ordinare ai Comuni coinvolti – Pontecagnano, Montecorvino Rovella, Teggiano, San Pietro al Tanagro, San Rufo e Sant’Arsenio – di compiere analisi e carotaggi per stabilire se i terreni siano ancora inquinati. Una richiesta che ha lasciato perplesse le parti civili, secondo le quali quelle indagini erano state chieste dalla Procura di Santa Maria di Capua Vetere ma mai effettuate.

Da Re Mida a Shamar

Ci sono nomi che ritornano negli affari legati allo sversamento dei rifiuti in Campania anche dopo anni. Sono quelli di Luigi Cardiello e Raffaele Diana. Entrambi coinvolti nell’inchiesta Re Mida, entrambi prescritti. Ma proprio un’intercettazione tra di loro ha fatto scoprire ai carabinieri un altro sversamento di rifiuti. Questa volta ad Atena Lucana, il Comune più prossimo al Confine tra Campania e Basilicata.

Diana, esponente di rilievo dei casalesi residente nel Vallo di Diano, è intercettato perché coinvolto in un’inchiesta sul traffico di idrocarburi. Durante un’intercettazione parla con Cardiello di un affare di rifiuti speciali anche pericolosi, da sversare. Le indagini permettono di bloccare un secondo sversamento e fanno arrestare ad aprile 2021 sette persone – compreso Cardiello – accusate di traffico di rifiuti, inquinamento ambientale, gestione illecita di rifiuti e associazione a delinquere. Scopo di tutta l’organizzazione sarebbe quello di risparmiare sullo smaltimento: secondo l’indagine, Cardiello avrebbe permesso di sversare 22 cisterne di rifiuti in alcuni terreni del Vallo di Diano.

Nell’ambito dello stesso filone è partita una seconda indagine, Febbre dell’oro nero che ha portato all’arresto di 44 persone, tra cui Raffaele Diana. Tra i nomi del centinaio di indagati ci sono i figli di Diana, il boss Michele Cicala – presunto capo dell’omonimo clan tarantino – e alcuni imprenditori valdianesi nel campo dei carburanti. L’indagine ipotizza i reati di commercio illecito di idrocarburi, truffa ai danni dello Stato, riciclaggio di denaro sporco e associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo le indagini, tutte le attività illecite servivano a favorire la penetrazione economica dei casalesi nel Vallo di Diano.

La famiglia Diana, infatti, si era infiltrata nel tessuto economico-sociale del Vallo di Diano, stringendo accordi economici con diversi imprenditori, tra cui Massimo Petrullo, titolare dell’omonima società di carburanti (ai domiciliari da maggio 2021). I capitali del clan erano poi reimpiegati per acquistare beni immobili e quote societarie, realizzando un’economia illecita “circolare”, che ha permesso alla famiglia Diana di affermarsi nel Vallo di Diano, alterando le dinamiche del libero mercato e della concorrenza.

Infografiche: Lorenzo Bodrero | Foto: Google Maps | Editing: Lorenzo Bagnoli 

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