Di ritorno da scuola, capita spesso che la figlia di Ibrahim chieda con le lacrime agli occhi a suo papà se lui e la mamma siano dei terroristi. «Glielo dicono sempre i compagni all’asilo», racconta l’uomo.
Berretto in testa, lo sguardo di Ibrahim è costantemente rivolto verso il basso, quasi spento. Da più di dieci anni la sua vita è stata completamente stravolta e per questo mantiene il massimo riserbo sulla sua identità (Ibrahim non è il suo vero nome), su quella dei suoi figli e su dove vive. «L’unica cosa che mi sento di dire è che ho deciso di rimanere a Tunisi dopo la nascita di mia figlia, altrimenti sarei già partito illegalmente per l’Italia. All’epoca avevo un negozio di abbigliamento e lavoravo coi tessuti. Dopo un viaggio in Turchia nel 2013 ho scoperto di essere stato accusato di terrorismo. Da allora non vivo più», confessa.
In Tunisia la minaccia terroristica è stata uno degli elementi più sensibili per il piccolo Stato nordafricano dopo la Rivoluzione del 2011 che ha deposto l’ex despota Zine el-Abidine Ben Ali e aperto di fatto un percorso di transizione democratica.
La storia di Ibrahim rispecchia a livello personale ciò che è stata la Tunisia post dittatura. Un Paese e una popolazione che dopo il 2011 hanno assistito a una fase politica destinata a garantire diritti, libertà e riforme ma che sono stati tormentati da continui fattori di instabilità. Fattori interni come una crisi economica pluridecennale, una sociale altrettanto forte e un’alternanza di governi che ha impedito di attuare la costituzione del 2014 pensata per garantire le conquiste democratiche. Fattori esterni come il terrorismo e la migrazione, fenomeni vissuti come una costante emergenza che ha contribuito a far deragliare i tentativi di riforma dello Stato.

Per gran parte della popolazione, Ibrahim incluso, il periodo di transizione democratica è stato il “decennio nero”. A mettere la parola fine a questi dieci anni è stato il presidente della Repubblica Kais Saied il 25 luglio 2021. Quel giorno Saied ha avviato un percorso istituzionale dalle tinte fortemente autoritarie.
Si è aperta una fase nuova. Ma con alcuni importanti elementi di continuità. Il ministero degli Interni è senza dubbio uno di questi.
Il ministero degli Interni e il sostegno Ue
In Tunisia, il ministero dell’Interno ha svolto un ruolo di primo piano nella repressione interna durante l’epoca di Ben Ali. Sopravvissuto ai tentativi di riforma durante la transizione democratica, ora si sta ripresentando come uno degli attori istituzionali più potenti e legati alla repressione nel Paese, anche grazie al sostegno dell’Unione europea.
Dalla rivoluzione in poi, Bruxelles ha sostenuto in maniera quasi incondizionata la Tunisia e, in particolare, ha stanziato fondi specifici per promuovere lo stato di diritto e accompagnare i tentativi di riforma dell’apparato securitario secondo gli standard internazionali.
IrpiMedia ha ricostruito il totale del sostegno Ue in questi ambiti, quantificabile in oltre 570 milioni di euro dal 2011 ad oggi. E, date le difficoltà nel monitorare questi finanziamenti, è un dato che potrebbe essere sottostimato. Quel che è certo è che questi fondi sono stati allocati per consolidare le istituzioni tunisine, garantire l’ammodernamento di alcuni ministeri chiave, come quello della Giustizia e soprattutto degli Interni, e appoggiare la lotta al terrorismo e all’immigrazione irregolare, due delle priorità di Bruxelles nell’area.
I fondi Ue alla Tunisia
L’infografica mostra tutti i fondi Ue per la Tunisia dal 2011, compresi quelli annunciati dal Memorandum del 2023. Sono in larga parte già stanziati, ma in alcuni casi ancora da stanziare o promessi a certe condizioni. Tra tutti questi fondi, IrpiMedia ha tracciato quelli per stato di diritto, sicurezza e giustizia, che sono oltre € 570 milioni

L’assistenza in questi ambiti si inserisce in un sostegno più ampio da parte dell’Unione europea. «La rivoluzione del 2011 ha segnato una svolta nel partenariato Ue-Tunisia. Da allora, l’Ue è stata il partner principale della Tunisia a sostegno della sua transizione democratica e socio-economica», scrive sul suo sito la Commissione Ue. «Dal 2011, l’assistenza dell’Ue alla Tunisia – prosegue il testo – è stata pari a 3,4 miliardi di euro».
Nel 2016, nel bel mezzo della transizione democratica tunisina, l’allora Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Politica per la sicurezza Federica Mogherini dichiarò che «l’impegno dell’Ue in Tunisia è fare la differenza in termini concreti. Si tratta di uno di quei posti nei quali noi, e soltanto noi, possiamo fare una grossa differenza». A oltre sette anni di distanza, quella differenza è stata fatta? In che ambiti? E seguendo quali priorità?
«Il programma della riforma della sicurezza da parte dell’Unione europea riflette gli interessi di Bruxelles che sono la lotta all’immigrazione e al terrorismo», sostiene Audrey Pluta, ricercatrice al CHERPA di Aix-en-Provence e autrice de L’action publique de sécurité en Tunisie post-2011: entre l’autonomie et le contrôle de l’action policière (L’azione di pubblica sicurezza nella Tunisia post-2011: tra autonomia e controllo dell’azione di polizia).
In pratica, secondo la ricercatrice, il sostegno dell’Ue alla Tunisia post rivoluzione c’è stato, ma ha sempre seguito le priorità della politica estera europea, e non quelle della giovane e incerta democrazia tunisina.
Il sostegno concreto e i sindacati di polizia
Nei «termini concreti» evocati da Mogherini, i fondi tracciati da IrpiMedia sono stati spesi per il rinnovamento delle prigioni del Paese, l’informatizzazione dei processi penali, i dispositivi di sorveglianza per il controllo delle frontiere, l’equipaggiamento tecnico a favore dei reparti che compongono il ministero degli Interni come la polizia, la Guardia nazionale, la Guardia costiera, la dogana e le brigate antiterrorismo. E anche per le forniture di vetture e pickup, gli stessi che verosimilmente a Ibrahim capita di trovare costantemente sotto casa.
«Appena trovo un lavoro c’è qualcuno che avvisa il mio datore per farmi licenziare e spesso capita di trovarmi tre o quattro volanti della polizia sotto casa di notte che vengono a prendermi per portarmi in commissariato», confida.
Mentre racconta il suo passato, da ogni parola pronunciata sembra quasi trasparire un senso di vergogna: «Nel 2013 una volta rientrato dal mio viaggio in Turchia sono stato arrestato». In carcere ha passato otto mesi di privazioni e torture. E i soprusi del passato continuano ancora oggi. «Non sono autorizzato a lasciare la Tunisia. Ogni volta che vengo fermato per strada dai poliziotti mi portano in questura e ci resto almeno quattro ore. Mi sento morire ogni giorno».
Le restrizioni a cui è sottoposto Ibrahim fanno parte di quanto previsto dalla procedura S17 nell’ambito della lotta al terrorismo, che è stata inaugurata nel 2013 e ha permesso al ministero degli Interni tunisino di controllare la vita di migliaia di persone. «La polizia non mi ha mai informato che ero stato inserito in questo dispositivo, l’ho scoperto solo in un secondo momento quando ho deciso di farmi aiutare da un avvocato», commenta l’uomo.
La gestione della sicurezza del Paese è affidata allo stesso organo che non solo è resistito alla caduta del regime di Ben Ali ma che dal 2011 è riuscito a ritagliarsi una sfera di autonomia sempre più ampia, il ministero dell’Interno. In particolare i sindacati di polizia sono l’elemento più evidente della repressione di Stato.
Inaugurati nei momenti immediatamente successivi alla Rivoluzione quando le forze di sicurezza erano il bersaglio principale della popolazione, i sindacati di polizia hanno di fatto preso sempre più influenza all’interno dell’apparato del ministero degli Interni. Uno dei più importanti è il Syndicat national des forces de sécurité intérieure (SNFSI), che è il primo a essere stato creato nell’aprile 2011 e che raggruppa le varie unità del dicastero. Un processo interno alle forze di sicurezza che all’inizio del periodo di transizione democratica non rispecchiava le volontà delle neonate istituzioni.
Terrorismo, sicurezza e cooperazione tecnica
Subito dopo la rivoluzione del 2011, la Tunisia mostrò di voler riformare il settore della sicurezza in maniera democratica. In una lettera indirizzata all’Unione europea, chiese l’aiuto di Bruxelles che nel 2013 avviò così una peer review per analizzare le forze e le debolezze di questo apparato.
Il report venne poi validato dal ministero degli Interni tunisino l’anno successivo e portò alla stesura di un programma basato su tre assi: riforma e modernizzazione della struttura dell’apparato di sicurezza; rafforzamento dei confini; supporto per la riorganizzazione dei servizi di intelligence e il miglioramento della lotta al terrorismo.
«È importante sottolineare che fin dal 2013, il terrorismo e l’estremismo violento sono una crescente preoccupazione e una seria minaccia per il Paese», si legge all’interno del programma dell’Unione europea Support for Policy Planning and Implementation of the Tunisian Counter-Terrorism Strategy finanziato attraverso il fondo Instrument contributing to Stability and Peace (IcSP). Lo confermano gli omicidi politici del 2013 da parte di una milizia islamista radicale e gli attentati del 2015 a Tunisi e Sousse (60 vittime, tra il museo del Bardo e un resort).
Nel tentativo di rispondere all’emergenza terroristica, le autorità vararono una serie di misure per prevenire il fenomeno e monitorare potenziali attentatori in un momento in cui la Tunisia rappresentava il maggiore Paese di provenienza per chi all’epoca si stava arruolando nel cosiddetto Stato islamico. Tra queste misure vi è anche l’S17 a cui ancora oggi è sottoposto Ibrahim.
Inoltre, accanto alle iniziative per contrastare il terrorismo, nel 2015 venne varato il PARMSS, il Programma di sostegno per la riforma e l’ammodernamento del settore della sicurezza nella Repubblica tunisina, sostenuto dall’Ue con 23 milioni di euro.
L’obiettivo più ampio del programma era promuovere il rispetto dei diritti democratici, dello stato di diritto e dei diritti umani. Quello più specifico colmare la «serie di carenze» evidenziate dalla peer review del 2013, in particolare «la mancanza di una struttura per l’ispezione e il monitoraggio dei servizi di polizia».
Il clima politico del Paese, però, nel frattempo era mutato, anche a causa dell’emergenza terrorismo e della crescente influenza dei sindacati di polizia. «Nel 2015 all’interno del ministero degli Interni non c’era già più la volontà di riformarsi», continua Audrey Pluta. Nell’ambito del PARMSS, era stata istituita una commissione per stilare un codice deontologico, in pratica un manuale di buone pratiche da fare attuare al ministero degli Interni. Il processo è stato lungo e il codice è stato infine pubblicato nel marzo del 2023.
Per Pluta, è illuminante paragonare questo documento con la sua versione precedente, quella approvata nel 2007, all’epoca di Ben Ali. Quest’ultima, spiega la ricercatrice, «prevedeva almeno un’istituzione indipendente dalle forze di sicurezza». Quella del 2023, post riforma, invece, «di fatto, stabilisce che la polizia si deve comportare bene». A suo giudizio, «per l’Unione europea è stato un modo per affermare che uno sforzo sul rispetto dei diritti umani l’avesse fatto».
Negli anni in cui venne avviato il PARMSS, prese forma anche la cooperazione tecnica in ambito securitario. In particolare attraverso tre fondi – The European Neighbourhood Instrument (ENI), The Instrument contributing to Stability and Peace (IcSP) e The Emergency Trust Fund for Africa (EUTF) – l’Unione europea ha contribuito al rafforzamento delle capacità di intervento del ministero degli Interni, prima in nome della lotta al terrorismo e successivamente contro l’immigrazione irregolare, un capitolo che nel corso degli anni è diventato sempre più importante. I fondi Ue finanziano manutenzioni e ristrutturazioni di edifici, ma anche pick up, quad, radar e sistemi di sorveglianza per le frontiere.
La svolta di Saied e la migrazione
Tra il 2011 e il 2021 molte delle riforme democratiche sperate inizialmente dalle istituzioni tunisine con l’appoggio europeo non hanno visto la luce. Il cosiddetto stato di diritto non si è mai completamente affermato, ma c’erano presupposti e speranze che la situazione potesse migliorare, anche grazie all’aiuto Ue.
Dal 25 luglio di quasi tre anni fa, invece, secondo Romdhane Ben Amor, lo stato di diritto in Tunisia non esiste più. Ben Amor è il portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali e una delle voci più conosciute della società civile tunisina.
«Oggi – spiega – c’è uno Stato di diritto secondo la visione di Kais Saied. Dopo il 25 luglio 2021 e nonostante le promesse di non minacciare i diritti di libertà, è stata la prima cosa che ha toccato. Per lui la libertà di espressione, il diritto delle organizzazioni non governative a lavorare in Tunisia e la società civile sono un problema».
Il fallimento della transizione democratica tunisina
Dal 2011 la Tunisia ha attraversato diverse fasi istituzionali con l’obiettivo di arrivare a un regime democratico. Fasi che sono state minacciate da diversi fattori esterni e interrotte definitivamente dal presidente della Repubblica, Kais Saied

Eletto democraticamente nel 2019, dopo avere sciolto il governo nell’estate 2021, Saied ha intrapreso un percorso sempre più autoritario con la stesura di una nuova costituzione nel 2022 che prevede ampi poteri a favore della figura presidenziale e lo smantellamento del Consiglio superiore della magistratura. Il tutto, secondo l’attivista per i diritti umani Sihem Bensedrine, anche a causa del comportamento della classe politica tunisina.
«Le élite politiche del 2011-2021 hanno steso il tappeto rosso a Kais Saied. Non hanno promosso nessuna riforma, nessuna giustizia per le vittime di tortura, nessuna riforma dei media», sostiene Bensedrine, che è stata più volte arrestata durante il regime di Ben Ali ed è è la testimone oculare più attenta della repressione in Tunisia prima e dopo il 2011.

Gli anni in cui si consolida il potere di Saied sono anche quelli in cui, dopo il terrorismo, acquista crescente importanza un’altra tematica cruciale per i rapporti tra Unione europea e Tunisia, quella migratoria. Nel 2021 e nel 2022, gli arrivi via mare di migranti partiti dal Paese nordafricano crescono fino a che nel 2023 la Tunisia ha superato la Libia come principale Paese di partenza per l’Italia.
L’immediata conseguenza è che i fondi europei per contenere il fenomeno aumentano. Nonostante le speranze di un progresso democratico siano state praticamente azzerate da quando Saied ha preso il potere, con la svolta autoritaria, i proclami razzisti e la crescente repressione politica, il 16 luglio 2023 l’Unione europea ha siglato un «Memorandum d’intesa su un partenariato strategico e globale» con la Tunisia.
La situazione economica, il MoU e l’ultimo stanziamento
A inizio marzo l’Unione europea ha erogato alla Tunisia 150 milioni di euro come sostegno al bilancio per la stabilità finanziaria e le riforme economiche. Un pacchetto di aiuti che rientra all’interno dei termini previsti dal Memorandum of Understanding, l’accordo firmato il 16 luglio 2023 a Tunisi tra l’Ue e il piccolo Stato nordafricano. Oltre ai 150 milioni già citati, il protocollo d’intesa prevede 105 milioni di euro per la lotta all’immigrazione irregolare e rafforzamento dei confini e 900 milioni di sostegno macroeconomico a condizione che la Tunisia accetti di firmare il piano di salvataggio del Fondo Monetario Internazionale da circa 1,9 miliardi di dollari.
In particolare, su quest’ultimo aspetto il presidente della Repubblica Kais Saied si è mostrato più volte contrario a procedere con il piano di salvataggio proposto dall’FMI, preoccupato dagli ingenti tagli alla spesa pubblica che potrebbero intaccare il già precario potere d’acquisto di gran parte della popolazione. Oggi la Tunisia è un Paese in crisi economica perenne, stretta da un tasso di disoccupazione costante sopra il 16% e con problemi strutturali di liquidità che hanno causato negli ultimi mesi diverse penurie di generi alimentari di base.
Per arrivare alla firma, la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni e il primo ministro olandese Mark Rutte si sono recati a Tunisi per ben due volte nel giro di poche settimane e, nel corso della prima visita, Von der Leyen ha dichiarato che «dal 2011 l’Unione europea sostiene il cammino della Tunisia verso la democrazia. Si tratta di un percorso lungo e talvolta difficile. Tuttavia queste difficoltà possono essere superate».
Come ciò possa avvenire è difficile stabilirlo, dal momento che nel testo del Memorandum non vengono mai citate le parole “democrazia” o “stato di diritto”. Quel che è certo è che la Tunisia otterrà dei fondi aggiuntivi per «affrontare le sfide poste dall’aumento della migrazione irregolare in Tunisia e nell’Ue», sempre per citare il testo firmato lo scorso luglio.
I beneficiari e i partner attuatori
Per gestire i flussi migratori, l’Ue ha stanziato lo scorso settembre 105 milioni di euro. Non è chiaro se siano tutti fondi aggiuntivi rispetto a quelli già stanziati e quanti effettivamente saranno destinati alla sicurezza in ambito migratorio, ma dalle informazioni disponibili e in nostro possesso è verosimile ipotizzare che 84 milioni di euro verranno utilizzati in questo ambito. Sono quindi risorse che si vanno ad aggiungere ai 144 milioni di euro che, secondo la Delegazione europea a Tunisi, nell’ottobre 2023 erano già destinati alla sicurezza in ambito migratorio e che provengono dal Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument (NDICI), dall’Asylum, Migration and Integration Fund (AMIF) e dall’Emergency Trust Fund for Africa (EUTF).
«Il sostegno si concentra su attrezzature, infrastrutture e sviluppo delle capacità, fornite a diversi enti tunisini preposti all’applicazione della legge come polizia, guardia nazionale, protezione civile e servizi di sicurezza», ha spiegato un portavoce della Commissione europea a IrpiMedia.
Cambiano gli ambiti di intervento dei programmi finanziati dall’Ue, ma i nomi dei beneficiari finali tunisini ricorrono e, che si tratti di sicurezza, terrorismo o migrazione, sono nella maggior parte dei casi legati al ministero degli Interni. A tornare sono spesso anche i partner attuatori, le organizzazioni che ricevono i fondi Ue per implementare concretamente le azioni decise. Si va dal ministero dell’Interno italiano fino all’organizzazione intergovernativa International Centre for Migration Policy Development (ICMPD), solo per fare due esempi.
Altri arrivano dai fondi legati al Memorandum del 2023. Dei 105 milioni di euro stanziati, la Commissione Ue ha appena fatto sapere che all’inizio del 2024 sono stati stipulati contratti per 53 milioni di euro. Tra i nomi degli enti che se li sono aggiudicati ci sono anche la società di servizio e di consulenza del ministero degli Interni francese Civipol, l’agenzia tedesca per la cooperazione internazionale Giz e Unops, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi e i progetti.
In particolare, quest’ultima agenzia ha svolto un ruolo fondamentale all’interno del Programma di sostegno alla riforma della giustizia (PARJ), che è stato implementato tra il 2012 e il 2023. Il programma è costato 100 milioni di euro (che contribuiscono agli oltre 570 milioni di euro ricostruiti da IrpiMedia). Unops ha ottenuto appalti per quasi il 50 per cento del totale e ha garantito allo Stato tunisino un sistema informatico per i procedimenti penali, la ristrutturazione di diversi tribunali e il miglioramento di alcune carceri. Tra queste vi è anche Bouchoucha, la casa circondariale di Tunisi. Un luogo che Awsse Saadi, suo malgrado, conosce molto bene.
La storia di Awsse Saadi
La storia di Saadi mette in luce tutte le contraddizioni di un supporto europeo che avrebbe dovuto contribuire a costruire lo stato di diritto nella Tunisia post rivoluzione e invece ha finito per rifare le carceri che oggi il presidente autoritario Saied usa per reprimere ogni forma di dissenso, soprattutto quello politico.
Militante nel movimento per la depenalizzazione delle droghe leggere “Legalizzeremo per voi”, Saadi si ricorda istante per istante tutte le volte che ha subito maltrattamenti dalla polizia. Una delle prime risale all’estate del 2022. Era il giorno prima del referendum costituzionale imposto da Kais Saied.
«La manifestazione era pacifica ma a un tratto i poliziotti hanno cominciato a lanciare gas e sono scappato. Mentre correvo nella direzione opposta rispetto alle forze antisommossa un poliziotto mi ha fatto lo sgambetto e sono caduto. Sette di loro hanno cominciato a picchiarmi e mi hanno colpito con il gas. Dopo che mi hanno caricato in macchina ho perso coscienza e mi sono risvegliato al settimo commissariato, proprio dietro al ministero degli Interni».
Quel giorno a Tunisi i manifestanti non erano tanti. Dal 25 luglio 2021, giorno del colpo di forza presidenziale, le proteste sono via via diminuite.
Cresciuto in uno dei quartieri più poveri della capitale chiamato Jbel Amra (Montagna Rossa), Saadi vive con la mamma, la sorella e un cane. Seduto sul letto, a mani incrociate, riprende a raccontare.
«Quando mi sono svegliato in commissariato ero senza maglietta, confuso e stanco. Subito sono venuti dei poliziotti del sindacato (secondo Saadi i sindacalisti di polizia sono nomi noti tra gli attivisti come lui, ndr) ad accusarmi di averli aggrediti insieme ai miei compagni. È il tipico atteggiamento di chi fa parte dei sindacati di polizia. Prima ti picchiano e poi ti accusano. Quella volta mi hanno trattenuto, non mi hanno arrestato ma mi hanno trattato come se fossi un criminale. La cosa più grave è che hanno diffuso le mie foto in giro e nei giorni successivi ogni poliziotto che incrociavo mi fermava per chiedermi perché mi fossi comportato in quel modo».

È difficile immaginare cosa voglia dire vivere sotto il controllo costante delle forze dell’ordine. Uscire di casa e avere la sensazione di potere essere vittima di qualche abuso. Per Saadi l’episodio peggiore è stato nell’ottobre 2022. Nello zaino aveva 1.300 dinari (circa 385 euro, ndr) di risparmi per comprare una macchina nuova per fare i tatuaggi, sua grande passione. Fermato da alcuni poliziotti, è stato riconosciuto, perquisito e portato immediatamente in commissariato. La colpa secondo Saadi? Avere più soldi di quanto ci si aspetti di solito da un ragazzo che viene da un quartiere popolare.
Quest’ultimo episodio si è poi concluso senza accuse da parte della magistratura, i soldi non sono mai stati recuperati ma nel frattempo il ventenne ha vissuto in prima persona le condizioni di Bouchoucha, la casa circondariale di Tunisi ristrutturata grazie ai finanziamenti europei ma dove ancora oggi persistono gravi problemi di sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie sono altamente precarie ma, soprattutto, dove la tortura non ha mai smesso di essere applicata, almeno secondo alcune testimonianze raccolte da IrpiMedia e da altri rapporti della società civile.
«In uno sgabuzzino del commissariato hanno cominciato a picchiarmi e a prendermi a schiaffi. Poi mi hanno portato a Bouchoucha senza neanche farmi chiamare gli avvocati. In cella c’erano 80 persone accusate di omicidio, stupro e terrorismo. Io avevo paura anche perché la mia famiglia non sapeva dell’arresto. Lì le condizioni sono terribili. Ho visto tanta violenza contro alcuni tifosi di una squadra di calcio che erano stati fermati in quei giorni. Dopo altri quattro giorni sono finalmente riuscito a tornare a casa. Ero contento ma è una vicenda che mi ha cambiato molto. Ho smesso di andare a scuola e per molto tempo non sono riuscito a fare molto», conclude Saadi.
Senza freni e senza limiti
Saadi è seguito dall’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT) di Tunisi. Lo è anche Ibrahim, la persona accusata di terrorismo che, a causa degli abusi cui lo sottopongono le forse di sicurezza, dice di sentirsi «morire ogni giorno». Fanno entrambi parte di SANAD, un programma dell’OMCT che dal 2013 ha fornito assistenza giuridica e psicologica a più di 900 persone vittime di violenze di Stato.
«Gli agenti di polizia sono mal pagati e impopolari, non godono di alcun prestigio, sono animati da risentimento e sentimenti di vendetta nei confronti della società», commenta l’organizzazione. Oggi, in Tunisia, quando si parla di sicurezza e rafforzamento dello stato di diritto, l’indipendenza della magistratura è uno degli argomenti più dibattuti e, quando giustizia e sicurezza s’incontrano, il rischio che il processo finisca in un nulla di fatto è altissimo.
Secondo l’OMCT, «l’apparato di sicurezza è intoccabile, qualsiasi cosa accada all’esterno, ne prende atto e fa quello che vuole». Era così prima del 2021. Lo è ancora di più con Saied alla presidenza, soprattutto in ambito politico. Da quando ha preso il potere, ha imprigionato decine di oppositori politici, giornalisti ed esponenti della società civile con accuse che molti analisti definiscono infondate.
In alcuni casi, scendere in piazza e manifestare contro il regime significa rischiare di essere condannati a dieci anni di prigione per oltraggio a pubblico ufficiale e complotto contro la nazione.
«Dal 2021 tutto si è accelerato. Il vecchio apparato è tornato in piena forza, senza freni e senza limiti», attacca Sihem Bensedrine. L’attivista e intellettuale parla con cognizione di causa. Dal 2014 al 2018, è stata presidente della Commissione per la verità e la dignità in Tunisia, incaricata di ascoltare le testimonianze delle vittime di torture corruzione autorizzate dallo Stato durante il regime di Ben Ali. E anche dopo la rivoluzione il suo impegno per i diritti umani è proseguito.
Il suo giudizio è netto: «Gli europei sono complici. Sostengono Kais Saied e il suo regime legittimando così le sue politiche repressive. Continuano a supportare le forze di sicurezza, che ricevono nuove auto per la polizia e grandi attrezzature e che fanno quello che vogliono mentre lo Stato è in bancarotta».




