Atachahua: dalle Ande alla Calabria, storia di un narco fantasma
Per decenni, Carlos Atachahua avrebbe controllato un impero criminale di narcotraffico e riciclaggio di denaro. La sua droga ha raggiunto la ‘ndrangheta e altri gruppi criminali, mentre i soldi sono passati per servizi di money-transfer a Milano.
06 Luglio 2022

Miguel Gutiérrez (El Comercio)
Ivan Ruiz (Infobae)
Guillermo Draper (Búsqueda)
Cecilia Anesi (IrpiMedia)
Milagros Salazar (Convoca)
Gonzalo Torrico (Convoca)
Daniela Castro
Nathan Jaccard
Romina Colman (OCCRP)

Quando arrivava alle riunioni con una tuta da muratore sporca di vernice, Carlos Sein Atachahua non faceva pensare a qualcuno legato ad una importante rete di narcotraffico internazionale. Sembrava piuttosto un operaio che avesse appena smontato dal turno.

Ma dietro questa apparenza da uomo comune, il peruviano dai capelli scuri, 52 anni, era un uomo meticolosamente diffidente, oltre che molto ricco. Pagava solo in contanti e manteneva compartimentate le informazioni tra i suoi uomini, in modo che nessuno avesse il quadro completo delle sue operazioni.

A volte si presentava come cambiavalute, altre come venditore di auto usate, usando pseudonimi fantasiosi come “Abraham Levy”. Arrivava persino a fingersi ingegnere idraulico, rivendicando fantomatiche credenziali di un’università di Lima.

Restando invisibile per 14 anni, Atachahua avrebbe guidato un impero del narcotraffico e del riciclaggio di denaro dall’Argentina fra il 2014 e il 2020, con contatti in America Latina, Nord America e Europa – secondo quanto dichiarato dal suo contabile alle autorità argentine.

La giustizia argentina ha incriminato Atachahua per riciclaggio di proventi del traffico di droga, ma non lo ha ancora formalmente accusato di narcotraffico. Ritengono però che Atachahua guidasse uno dei principali gruppi di fornitori di cocaina dall’America Latina al resto del mondo,
i suoi carichi resi riconoscibili dallo stampo a forma di soli Inca sui panetti. La fonte principale per la cocaina era infatti il Perù, ma si riforniva anche in Colombia per poi vendere la polvere bianca a vari gruppi, anche e soprattutto alla ‘ndrangheta. Muoveva milioni di dollari utilizzando, secondo gli inquirenti, negozi di money transfer compiacenti su entrambe le sponde dell’Atlantico, per riciclare i profitti ottenuti grazie agli acquirenti europei.

In Perù, Atachahua è stato condannato nel 2000 per traffico di droga, mentre in Uruguay è stato indagato per narcotraffico. Ma gli argentini fanno fatica a mettere in piedi il caso contro di lui, specialmente dopo che il testimone chiave dell’accusa – il contabile argentino di Atachahua, Diego Xavier Guastini, è stato silenziato per sempre.

Guastini infatti aveva iniziato a collaborare con le autorità argentine nel 2018, raccontando ai pm come Atachahua fosse a capo di una invisibile rete di narcotraffico internazionale che lavorava con altri gruppi per inviare tonnellate di cocaina verso l’Europa.

Seguendo i soldi, gli inquirenti argentini hanno rilevato «sprerequazioni economiche senza giustificazione» considerate «in linea con manovre di riciclaggio di proventi del traffico di droga». La procura di Buenos Aires, che non può commentare oltre, sta continuando a indagare sulla presunta rete di narcotraffico di Atachahua: «c’è un’indagine in corso».

Per ora, Atachahua è a processo per avere utilizzato una montagna di denaro sporco per creare società fittizie e acquistare milioni in immobili e parcheggi in Argentina tra il 2006 e il 2020.
I giornalisti hanno anche trovato diverse proprietà e appezzamenti di terreno collegati ad Atachahua e alla sua famiglia in Perù.

Mentre attende l’esito del processo, bloccato nella sua casa in Argentina dalla cavigliera elettronica, OCCRP e altri partner internazionali tra cui IrpiMedia, hanno indagato la sua rete. Utilizzando documenti giudiziari, registri dell’immigrazione, informazioni su proprietà e società oltre che ricerche sul campo, i nostri giornalisti hanno tracciato il sistema Atachahua, raccontandone metodi e volti.

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Il contabile di Atachahua, Diego Xavier Guastini – Foto: Gendarmeria Argentina

L’organizzazione guidata da Atachahua è sospettata di aver riciclato almeno 7 milioni di dollari, ma le autorità credono che la cifra possa essere molto più alta, dato l’amore del boss per i contanti. Guastini ha dichiarato ai pm che una buona parte del contante era stata convertita in monete d’oro acquistate dal Banco Piano argentino senza ricevuta, e poi nascosta in finte tubature di un appartamento in cui era stata sistemata una coppia di anziani per dare a questo bunker d’oro l’aspetto di una casa normale. Quando però le autorità argentine hanno fatto irruzione, le monete erano sparite.

Atachahua si preoccupava moltissimo di celare le sue attività illecite perché aveva l’ambizione, un giorno, di diventare del tutto pulito, raccontava Guastini.

«Voleva costruirsi una faccia pulita, di imprenditore legale, di modo che i suoi figli potessero vedere che andava a lavorare», ha raccontato il contabile.

Una mattina di ottobre 2019, pochi giorni dopo aver reso dichiarazioni alla procura inquirente per una terza volta, Guastini viene ucciso a colpi di pistola da un sicario in motocicletta, mentre è al volante per le strade di Buenos Aires. «Mi hanno colpito, mi hanno colpito» dice Guastini a un passante che cerca di aiutarlo. Morirà per le ferite riportate.

Atachahua non è mai stato accusato dell’omicidio del suo contabile, che aveva comunque anche legami con altri gruppi criminali.
Attraverso il suo team legale, Atachahua ha fatto sapere di non voler commentare le vicende che lo riguardano.

Sotto il radar

Per un presunto barone della droga, lo stile di Atachahua e il suo approccio paziente agli affari erano insolitamente sobri. Non ha mai sfoggiato pistole d’oro né si è circondato di lusso, come le sontuose haciendas spesso ostentate dai narcos in Colombia e Messico.

«La maggior parte dei narcotrafficanti ha questo punto debole: cerca sempre di mostrare i propri profitti, di mettersi in mostra, perché questo è lo scopo della loro attività», ha dichiarato ai giornalisti il procuratore peruviano Eduardo Castañeda, specializzato nelle indagini contro il crimine organizzato.

Al contrario, secondo Castañeda, l’approccio di Atachahua aveva «qualcosa di particolare». Era caratterizzato da un’insolita cautela. «Diceva sempre che ogni persona [della sua rete n.d.r.] deve conoscere il 20% dell’operazione, che se sapeva più del 20% era rischioso, che anche sua moglie doveva conoscere non più del 20% dell’operazione», aveva detto Guastini ai procuratori.

Ciò che Atachahua aveva in comune con molti trafficanti era il fatto di essere un “figlio d’arte”. Ha infatti ereditato l’intelligenza criminale dalla sua famiglia, che è stata coinvolta nel business della droga per decenni, a Huánuco, una città del Perù centrale.

Cocaina: un’eredità di famiglia

Cocaina: un’eredità di famiglia

Il padre di Atachahua ha avuto guai con la giustizia in Perù, per narcotraffico, già dagli anni ‘60. Anche la madre, la sorella maggiore e il cognato sono stati condannati per traffico di droga.

Negli anni ‘80, le autorità peruviane hanno arrestato la madre di Atachahua in una casa dove c’erano più di nove chili di pasta di cocaina, e nel 2001 la sorella maggiore e altre persone sono state arrestate in Perù per possesso di droga a fini di distribuzione e commercio.

Suo cognato, Enrique Sósimo Ángeles Flores, è stato arrestato in Perù nel 2003 e condannato a dieci anni per traffico di droga. Secondo la testimonianza del contabile pentito, il cognato Angeles Flores era una figura centrale nell’organizzazione di Atachahua.

Nel 1999, Atachahua è stato arrestato in Perù per la prima volta e poi condannato per traffico di droga e falsificazione di documenti, dopo che era stato fermato con della cocaina in un’auto. È stato però scarcerato poco dopo, per motivi che i giornalisti non sono riusciti ad appurare, e si è trasferito in Argentina nei primi anni Duemila.

Stabilitosi nell’elegante quartiere di Caballito a Buenos Aires, ha cominciato vendendo droga a livello locale. Decise presto però di allargare i suoi orizzonti, portando la sua cocaina – che si ritiene provenisse dalla Bolivia o dal Perù – in Europa attraverso canali di uscita da Uruguay e Brasile.

Guastini ha spiegato alle autorità come il suo capo si fosse messo in rete con colombiani, uruguaiani, cileni e italiani – tutti con le proprie rotte di traffico consolidate – nel tentativo di «aziendalizzare» l’attività e spostarla fuori dalle baraccopoli. In effetti, già da fine 2002, Atachahua viaggiava regolarmente verso Brasile e Cile, come dimostrano i dati delle polizie di frontiera ottenuti dai giornalisti.

Una volta ottenuta la cocaina, questa veniva spostata via terra attraverso il Sud America tramite veicoli privati e camion. I panetti di cocaina, raccontava Guastini, venivano nascosti in scomparti segreti nel telaio e bloccati con schiuma espansa.

Atachahua faceva di tutto per evitare i posti di blocco alle frontiere, anche se questo significava allungare il viaggio. A volte un’operazione di trasporto poteva durare 40 giorni, ha detto Guastini alle autorità, con partite inviate lungo percorsi tortuosi in Brasile e altrove prima di essere spedite in Europa.

In 23 anni di attività, ha dichiarato Guastini, Atachahua «non aveva mai perso un carico». Il narco seguiva spesso le sue spedizioni in giro per il mondo, fissando appuntamenti per incontrare gli acquirenti e per mantenere i contatti con diversi referenti della malavita. I registri migratori dell’Argentina e del Perù dimostrano che Atachahua ha usato almeno otto passaporti o carte d’identità diverse per i suoi viaggi via terra e via aerea.

Carlos Sein Atachahua durante l’arresto in Argentina – Foto: Gendarmeria Argentina.

Milano fulcro del riciclaggio di Atachahua

Una volta consegnata la cocaina in Europa e altrove, Atachahua aveva bisogno di riportare i profitti in Sud America. Per questo si serviva di diversi metodi, tutti relativamente semplici e anche “datati”, almeno rispetto a quelli usati dalla ‘ndrangheta e da altri gruppi criminali.

Si affidava infatti molto al contante, a volte trasportato dai “muli”, corrieri individuali che lo nascondevano nel bagaglio a mano, oppure si serviva di agenzie di cambio valuta e money transfer in Italia.
Questo era il metodo che preferiva, «molto più economico e meno rischioso». Un metodo tutto nelle mani del fedelissimo Guastini che raccoglieva personalmente a Barcellona i contanti dei clienti di Atachahua, prima di recarsi in nord Italia con un’auto a noleggio. Lì, ha dichiarato il contabile, consegnava il denaro a Chavin Cash, un money transfer vicino alla stazione Centrale di Milano.

«Un negozio aperto al pubblico, la facciata che ha è di invio di denaro all’estero e agenzia di viaggi, molto focalizzata nel servire la comunità peruviana residente in Europa», ha spiegato Guastini.

Il cambiavalute e money transfer che Guastini ha dichiarato di utilizzare per inviare da Milano al Perù i proventi del narcotraffico di Atachahua – Foto: IrpiMedia

In realtà, ha raccontato, lì incontrava il proprietario – il peruviano Hector Valdivia Chavez – a cui ogni giorno per vari giorni consegnava contanti da inviare a Lima, dove li avrebbe ritirati un contatto dell’organizzazione dei narcotrafficanti peruviani. «Non voleva ricevere i soldi da inviare tutti assieme, quindi dovevo andare ogni giorno a portarne un po’». Guastini riciclava tra i 150mila e i 200mila euro alla volta.

Il metodo usato da Chavin Cash, secondo Guastini, era quello di sfruttare i trasferimenti di denaro fatti dai migranti peruviani a Milano, modificando, probabilmente a loro insaputa, l’operazione di trasferimento. Ovvero, Valdivia cambiava le bolle di invio, a volte aggiungendo uno o due zeri all’importo, a volte cambiando alcuni numeri, trasformando ad esempio un invio da 1.000 euro in uno da 4.000.

Mano a mano che questo sistema si dimostrava sempre più affidabile, Guastini inviava flussi più grandi in tempi più brevi – sempre tramite Chavin Cash. Ormai c’era un rapporto di fiducia, e così il contabile lasciava al peruviano la “sacca” di contanti (raccolti a Barcellona) da trasferire poco per volta.

Solo in momenti di emergenza, ovvero quando serviva avere liquidità immediata, allora l’organizzazione usava ancora i muli. In questi casi il denaro era poi ripulito grazie ad un cambiavalute di Lima, Gomer River Cortez, del money exchange “Mister Dollar”. Nel 2017, River Cortez è stato sanzionato per frode e mancata applicazione di procedure per l’individuazione di transazioni sospette.

Raggiunto al telefono, Cortez, ha dichiarato di non conoscere Atachahua nè Guastini. «Vengono qui persone di tutti i tipi con soldi da cambiare, che vogliono cambiare dollari», ha detto.

Valdivia Chavez, raggiunto via email, non ha risposto alla richiesta di commento.

All’ombra della Madunina e del Brunelleschi

«Sono una rete di succursali. C’è un Chavin Cash a Milano e poi inviavano i soldi a un’altra succursale», ha spiegato Guastini.

In effetti, seppure con più volti e nomi, quella che emerge attorno a Hector Valdivia Chavez è una rete di diversi money transfer di peruviani in Italia – da Milano a Firenze.

Valdivia Chavez gestisce il cambiavalute Chavin Cash a Milano attraverso l’azienda Servizi Internazionali Chavin, una società aperta nel 1999 di cui è proprietario insieme a uno dei suoi due fratelli. Negli anni in cui, stando alla testimonianza giurata di Guastini, il denaro si muoveva attraverso Chavin Cash, i tre fratelli Valdivia Chavez gestivano una seconda società, Chavin Cash Italia, aperta nel 2002 e chiusa nel 2016.

La rete dei money transfer legati ai Valdivia Chavez si estende anche ad altre città, e ad almeno altre due famiglie di peruviani che oggi gestiscono una filiale a firenze.

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Il Duomo di Firenze con la cupola del Brunelleschi – Foto: IrpiMedia

Il Duomo di Firenze con la cupola del Brunelleschi
Foto: IrpiMedia

Non lontano dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella infatti, in una zona dove vive una numerosa popolazione di origine peruviana, i giornalisti hanno visitato questo cambiavalute e hanno chiesto un resoconto delle regole per l’invio di denaro in Perù. E’ stato spiegato loro, rigorosamente in spagnolo, il funzionamento del sistema, lasciando intendere che le autorità italiane hanno dato un giro di vite sui flussi di denaro inviabili tramite money transfer.

«Offriamo tre modalità, attraverso i sistemi di trasferimento Argenper, Jetperu o Banco Interbanco», ha detto il gestore, elencando due società di cambio peruviane e una banca peruviana

«Il denaro arriva in Perù in un’ora», ha aggiunto, ma «il massimo che si può inviare in una transazione è di 1.000 euro e (solo) ogni 11 giorni. Se si invia di più, le autorità italiane controlleranno l’origine del denaro».

Né Chavin Cash né il cambiavalute di Firenze, aperto un tempo proprio da Valdivia Chavez, sono mai finiti nel mirino degli inquirenti italiani, stando a quanto hanno potuto verificare i giornalisti. In un solo caso, scollegato, a maggio 2021 la Squadra Mobile di Genova aveva scoperto come un cambiavalute di Genova venisse utilizzato da narcotrafficanti del cartello di Calì, in Colombia, per ricevere i pagamenti dei carichi. Per il resto, quello dei cambiavalute è un metodo che non è stato indagato molto dall’antimafia per adesso, anche perché fino alla recente dichiarazione del contabile Guastini ai pm argentini, nessuno aveva mai dimostrato che anche il grande narcotraffico – quello che sposta le tonnellate – se ne fosse servito.

Il negozio dismesso di Chavin Cash a Firenze, ora spostato in una nuova sede a due isolati – Foto: IrpiMedia

Gli affari con “i calabresi”

Nel giugno 2012 Atachahua e Guastini hanno raggiunto Amsterdam per incontrare «i calabresi» (così li descriverà Guastini nella sua testimonianza), ovvero emissari della ‘ndrangheta.

Pochi mesi dopo, a novembre 2012, la polizia uruguaiana ha lanciato un’operazione contro la banda di Atachahua sulla base di una segnalazione anonima. Avvisata che degli stranieri stavano portando in Uruguay un grosso carico di droga dall’Argentina, la polizia ha sequestrato 276 chili di cocaina e 47 chili di pasta di cocaina e arrestato alcuni uomini chiave, anche tra i contatti internazionali di Atachahua. Tra questi vi era Francesco Pisano, un narcotrafficante della ‘ndrangheta.

Francesco Pisano è stato incriminato in Italia nel 2013 per traffico internazionale di droga per conto del clan di ‘ndrangheta Pesce, noto per controllare il più grande porto di scalo container italiano, quello di Gioia Tauro.

È stato accusato di aver fatto da ponte tra il clan Pesce e i membri dell’organizzazione in America Latina, anche dopo l’arresto da parte della polizia uruguaiana. Infatti, dal carcere di Montevideo, Pisano continuava a trafficare in cocaina grazie ad un Blackberry ottenuto di nascosto. Quello che non immaginava, però, era che la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria leggesse i suoi messaggi in tempo reale, seguendo così tutte le spedizioni che Pisano organizzava, grazie anche a nuovi contatti con fornitori di droga colombiani e brasiliani acquisiti da dietro le sbarre.

Una foto segnalatica di Pisano in carcere in Uruguay

Giuseppe Tirintino, uno dei broker della cocaina più importanti per la ‘ndrangheta poi diventato collaboratore di giustizia, ha raccontato ai pubblici ministeri di avere collaborato con Pisano quando, dall’Argentina, organizzava spedizioni di cocaina verso Gioia Tauro.

Stavano organizzando una spedizione di 180 kg dall’Uruguay, ha dichiarato Tirintino, quando Pisano è stato arrestato in Uruguay e i loro fornitori (probabilmente il gruppo di Atachuaua) si sono dati alla fuga.

Il primo ottobre 2015, il Tribunale di Reggio Calabria ha revocato l’ordinanza di custodia cautelare contro Pisano, in vigore dal novembre 2013. Le autorità italiane hanno poi informato le loro controparti uruguaiane del ritiro della richiesta di estradizione, così come il mandato di cattura internazionale.

Pisano è stato quindi rilasciato e, stando ai registri migratori, ha lasciato l’Uruguay per la Spagna. Non si sa dove si trovi attualmente.

La caduta di Atachahua

Nella retata del 2012 Atachahua e Guastini riuscirono a fuggire, ma i loro incontri con gli arrestati erano stati ripresi in video, così come la loro fuga. All’1.13 del 24 novembre 2012, poco prima della retata della polizia, la Renault Megane di Atachahua è stata registrata mentre attraversava il ponte Fray Bentos che collega Argentina e Uruguay.

Secondo le autorità uruguaiane, Pisano aveva stretto un accordo con un trafficante uruguagio che prevedeva il trasporto della droga in Calabria, dal porto della capitale Montevideo.

A salvare Atachahua invece, il fatto che la polizia uruguaiana non avesse condiviso informazioni su di lui e Guastini con i colleghi argentini. Una fonte di polizia che ha lavorato al caso ha spiegato a OCCRP che all’epoca «non ci fidavamo» della polizia federale argentina perché non c’era stata molta cooperazione.

Il raid della polizia argentina tra le aziende del gruppo Atachahua – Foto: Gendarmeria Argentina

Secondo Guastini, Atachahua e i suoi erano anche riusciti a intimidire i testimoni, impedendo loro di presentarsi a un’udienza chiave, complicando ulteriormente l’indagine. Dopo un cambio di procuratore, Guastini ha detto che il caso contro di lui e Atachahua si è «paralizzato» e da allora il peruviano è stato lasciato in pace.

Ciò che non poteva prevedere Atachahua però, era il tradimento del fedelissimo Guastini. Due anni dopo infatti, il contabile decideva di voltare pagina e collaborare con le autorità argentine.

A ogni confessione, la polizia argentina riusciva a colpire un po’ più a fondo la rete di Atachahua, e il narco andino rispondeva correggendo il tiro.

A inizio 2020 si stava preparando a inviare un grosso carico di droga in Spagna. Sapeva di avere il fiato degli investigatori sul collo, e così aumentava in continuazione le misure di sicurezza: ogni volta che arrivava all’aeroporto Ezeiza di Buenos Aires, girava per un’ora in auto per seminare gli agenti.

«L’ha sempre scampata», ha raccontato un inquirente.

Ma alla fine, Atachahua, il fantasma delle Ande, è caduto. A ottobre 2020 è stato arrestato in un raid che ha coinvolto 400 agenti di polizia di Buenos Aires, che sono piombati in 25 diverse abitazioni e attività commerciali affiliate alla rete. Le autorità hanno sequestrato milioni di dollari in contanti in almeno 10 valute diverse, una pistola e 49 telefoni cellulari, secondo quanto riportato dalla stampa.

Il giudice ha poi ordinato il sequestro di altri beni dal valore totale di 30 miliardi di pesos argentini, pari a circa 230 milioni di euro.

Una parte dei contanti sequestrati alla banda – Foto: Gendarmeria Argentina

Poco prima della cattura di Atachahua, sua moglie Maribel, all’epoca latitante e soggetta a un mandato di cattura internazionale, era riuscita a recarsi in Perù. Nell’ottobre 2021, tuttavia, è tornata in Argentina, dicendo di essere partita solo per visitare i genitori malati, e ha rilasciato una dichiarazione alle autorità.

Ha affermato di «non essere parte di alcuna banda o associazione illecita», ha detto. «Siamo una famiglia».

Né Atachahua, né Guastini, né Valdivia – il peruviano di Milano di Chavin Cash – sono conosciuti dalle principali procure antimafia d’Italia. Atachahua non è stato indagato neppure in Spagna, dove veniva raccolto il grosso dei pagamenti della droga. Le autorità peruviane, nel frattempo, hanno dichiarato di non avere alcuna informazione su Valdivia Chavez o sulle transazioni che Guastini avrebbe effettuato per conto di Atachahua. Pezzi di un puzzle persi per strada, e rimessi assieme solo dalla collaborazione tra giornalisti di diversi paesi.

In realtà, per Atachahua non esiste nemmeno una fedina penale in Perù. Castañeda, il procuratore peruviano, ha spiegato che la legge peruviana consente alle persone che hanno già scontato una pena di cancellare il loro nome dai registri, in modo che possano reintegrarsi nella società.

CREDITI

Autori

Miguel Gutiérrez (El Comercio)
Ivan Ruiz (Infobae)
Guillermo Draper (Búsqueda)
Cecilia Anesi (IrpiMedia)
Milagros Salazar (Convoca)
Gonzalo Torrico (Convoca)
Daniela Castro
Nathan Jaccard
Romina Colman (OCCRP)

Ha collaborato

Antonio Baquero (OCCRP)

Traduzione e adattamento

 Edoardo Anziano

Editing

Giulio Rubino

Copertina

James O’Brien (OCCRP)

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