#LeManiSuSiena

Siena, il calcio come chiave per gli affari immobiliari in città
Il «progetto industriale» dell’attuale proprietà che ha convinto il sindaco De Mossi oltre allo sport prevede lo sviluppo dello stadio come fulcro di nuovi investimenti in città
07 Aprile 2021
Lorenzo Bagnoli
Sara Lucaroni

Siena, inizio agosto 2020. Da oltre un mese si tratta per il futuro di quella che al momento si chiama ancora Robur Siena, la squadra di calcio cittadina. Da giorni si dice che ad acquistarla sarà Fram group, società italiana che si occupa di servizi turistici; il direttore generale sarà Diego Foresti, dirigente sportivo bergamasco che dagli anni Duemila frequenta club di serie C. All’improvviso la trattativa salta per problemi emersi nel corso della due diligence (la procedura di valutazione che i nuovi investitori portano a termine sulla società in cui intendono investire, ndr).

Per i nuovi investitori le garanzie immobiliari necessarie all’operazione non ci sono: piccole rimesse o qualche ufficio non bastano a coprire il debito che avrebbero anticipato. Stando agli accordi, dei due milioni e mezzo di cui necessitava la presidentessa della Robur Siena Anna Durio, il Fram Group si sarebbe accollato 1,5 milioni mentre un milione sarebbe stato prestato a fronte di garanzie, che però non c’erano. Sarebbe stata prevista anche la presenza di una piccola quota della vecchia maggioranza, la Federico Immobiliare della presidentessa Anna Durio, oltre al sostegno, dicono le fonti che hanno partecipato alla trattativa, del Monte Dei Paschi.

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Secondo fonti vicine alla presidenza della Robur, invece, l’affare sarebbe sfumato perché qualcuno da Siena ha scoraggiato la “cordata del Fram Group”. Atri investitori alternativi si sarebbero dileguati intimoriti dalle possibili cause derivanti da un contratto ereditato dalla presidenza che ha preceduto quella di Anna Durio, ossia la vecchia società guidata dall’imprenditore italo-svizzero Antonio Ponte. Si tratta del piano di progettazione del nuovo stadio con riqualifica dell’area limitrofa, affidato allo studio di uno dei soci di minoranza della stessa Robur e prima ancora della società guidata da Ponte, l’ingegnere Pietro Mele. Gli arbitrati per due volte avevano infatti stabilito la validità dello studio di fattibilità realizzato da Mele nel 2016 il cui costo, 457 mila euro, andrebbe però pagato quando materialmente sarà realizzato il progetto.

Così a trattare sono rimasti solo i consulenti del fondo russo-armeno Berkeley Capital, che si erano interessati alla trattativa all’inizio dell’estate 2020. Li richiama la stessa Durio per una soluzione al novantesimo minuto: «Ci richiamò dicendo che aveva sbagliato partner, che l’avevano fregata e che chiedeva a noi un salvataggio in extremis», ricorda il consulente di Berkeley Capital Andrea Bellandi, che ha risposto per iscritto a una serie di domande di IrpiMedia. Se la Robur non dovesse essere iscritta per la stagione 2020-2021 del campionato di Serie C, il titolo sportivo – il riconoscimento che la Lega calcio assegna a una società sportiva che vuole partecipare a un campionato – tornerà nelle mani del Comune di Siena. Si potrà assegnare solo a una nuova società, che dovrà partire dalla Serie D. Sul piano sportivo, un fallimento.

Finirà così: titolo sportivo ritirato alla Robur Siena, con i russo-armeni di Berkeley Capital a mettere le mani sulla società sportiva locale e la ripartenza dalla serie D. Questa assegnazione della squadra in due fasi (prima il fallimento di Robur per poi avere mano libera sullo stadio) serve ai neoinvestitori per essere pienamente indipendenti nella ristrutturazione e nell’eventuale rifacimento dello stadio. Sembrerebbe poca cosa, ma il calcio è il chiavistello ideale per giocare la partita degli affari immobiliari in città.

La trattativa minuto per minuto

Nei giorni caldi della trattativa sulla società calcistica l’avvocatessa Alessandra Amato consiglia alla cliente Anna Durio «di non coltivare la trattativa romana in quanto presentava molte criticità», sostiene Bellandi. Durio, però, non molla l’idea di poter restare come socio e la legale, seguita dalla commercialista, rassegna così le dimissioni «lasciando al suo destino la signora Durio», commenta Bellandi. I problemi con l’alternativa rappresentata dai russo-armeni, però, sono evidenti: i loro rappresentanti non possono versare l’acconto richiesto per il contratto preliminare – dunque effettuare subito l’acquisto della società – perché non hanno nemmeno un conto corrente in Italia, raccontano fonti vicine alla presidenza Durio. Hanno anche chiesto a tutti i soci di minoranza di vendere le proprie quote – cosa che non è mai avvenuta – perché evidentemente volevano essere soci unici.

Si arriva così al 4 agosto 2020, la vigilia della chiusura per i termini di iscrizione al campionato di serie C. Anna Durio è a Civitavecchia e si deve precipitare a Siena per partecipare a un incontro alla sede del Monte dei Paschi. La sua Federico immobiliare, azionista di maggioranza della Robur Siena, ha bisogno di un prestito per iscrivere la squadra al campionato e versare pagamenti arretrati ai tesserati, pena la non accettazione da parte della Lega dell’iscrizione. Deve trovare 1,25 milioni di euro: alla società manca liquidità.

Oltre alla presidentessa uscente, sono presenti al tavolo alcuni funzionari della banca, due consulenti degli investitori russo-armeni – Andrea Ristori e Andrea Bellandi – e il presidente del collegio sindacale della Robur Luca Turchi. La banca chiede garanzie a tutela del suo prestito, visto l’ammontare dei debiti in cui annega l’azienda di Anna Durio. I rappresentanti della Berkeley presentano la lettera di credito di una banca austriaca: i soldi ci sono, dicono, ma i neoinvestitori non ritengono di doverli versare perché Durio potrebbe non dare quelle garanzie e usare i soldi del prestito per motivi che non riguardano la squadra di calcio. La banca allora ritiene di non esporsi a sua volta e non finanza l’operazione nei confronti della Federico Immobiliare. È stallo.

Alle 14, ormai senza avvocati, Anna Durio continua i negoziati. Firma il “contratto di puntuazione”, l’accordo per la cessione delle quote del Siena dalla sua Immobiliare Federico al fondo russo-armeno nello studio di Luca Turchi. Insieme a lei sono presenti il rappresentante di Berkeley Capital in Italia Vagan Oganyan e tutti e tre gli advisor degli acquirenti russo-armeni, Alessandro Belli, Andrea Ristori e Andrea Bellandi. È un possibile passo in avanti.

LA DEFINIZIONEContratto di puntuazione
Nel linguaggio giuridico la puntuazione indica la precisazione scritta dei punti essenziali sui quali si dovrà basare la stipulazione di un contratto. È un formale “accordo di massima”.

Sono le 22.30, un’ora e mezza prima della scadenza dei termini per l’iscrizione al campionato di C, quando Alessandro Belli riceve alcuni messaggi su Whatsapp. «Forse per evitare il peggio l’unica soluzione credo sia un bonifico immediato e urgente e capiente sul cc [conto corrente] della Robur», scrive uno degli azionisti di minoranza della Robur stessa all’advisor del fondo armeno. L’idea è inviare un bonifico al gruppo in modo da versare subito l’iscrizione alla Lega. L’operazione sarebbe effettuata in qualità di socio della Robur, quindi dal conto della stessa società. Secondo fonti vicine alla trattativa, alla sede della Robur era già tutto pronto per inviare i bonifici: circa 900 mila euro come pagamenti arretrati (e parte del debito che il fondo si sarebbe accollato), 350 mila euro di fideiussione e quota di iscrizione. Sarebbe la svolta per ottenere il prestito da Mps.

A parere di Alessandro Belli, però, servirebbe un nuovo accordo per finalizzare un’operazione del genere. «Purtroppo non ci sono i tempi», è la risposta definitiva dell’avvocato. È la fine della partita di andata per la conquista della squadra di Siena: la Robur è finita, per quanto su carta la società, con i suoi debiti, sia ancora viva. Fonti vicine alla vecchia presidenza dicono che la gestione della società sportiva non fosse gradita a diversi esponenti del potere cittadino e nonostante Durio avesse manifestato l’intenzione di lasciare Siena da mesi, la “manovra” sia stata un raggiro per disfarsi proprio di lei e dei debiti della sua società, evitando di pagare di più per l’iscrizione al campionato. L’altro effetto, secondo le stesse fonti, sarebbe stato lasciare mani libere nella gestione dello stadio: con la Robur fallita o in liquidazione, il contratto di progettazione che esiste dai tempi della precedente gestione Ponte sarebbe caduto con la società.

«Abbiamo scelto il piano industriale di Siena Noah perché ci è apparso strutturato, serio, articolato su più livelli, con tante prospettive di sviluppo».

Luigi De Mossi, sindaco di Siena

La partita per il titolo sportivo

Fino al momento in cui il titolo sportivo era della Robur, il Comune di Siena è stato solo un osservatore interessato della vicenda, spiega a IrpiMedia l’assessore ai Servizi all’Infanzia, Istruzione, Università, Formazione e Sport del Comune di Siena Paolo Benini: «In quella fase è un rapporto tra privati». Poi, dal momento in cui è tornato proprietario del titolo sportivo «si è azzerato tutto: il sindaco ha fatto richiesta alla Federcalcio, visto il blasone e i trascorsi della squadra, per avere l’ammissione di una squadra di calcio di Siena, ancora non identificata, al campionato di serie D, a patto di alcune condizioni». Nella partita di ritorno per l’assegnazione del Siena Calcio, l’arbitro è il sindaco Luigi De Mossi: «È sua prerogativa decidere quale offerta sia la migliore», precisa l’assessore Benini. La competizione a quattro è vinta dai russo-armeni di Berkeley Capital, a seguito di un incontro in cui il sindaco aveva fatto alcune richieste in particolare in merito alla ristrutturazione dello stadio entro il 2023 e altre aspettative di investimento da parte del Comune.

«Abbiamo scelto il piano industriale di Siena Noah perché ci è apparso strutturato, serio, articolato su più livelli, con tante prospettive di sviluppo», aveva detto Luigi De Mossi in un’intervista a La Nazione il 27 agosto appena l’assegnazione si è conclusa. Così è nato l’ACN Siena – dove “N” sta per Noah – squadra di calcio armena già di proprietà del fondo Berkeley Capital. L’ACN Siena attualmente è in serie D ma sogna di tornare nella massima serie dove manca ormai da nove anni. Risolta la questione calcistica, per quanto i risultati in termini sportivi siano ancora molto lontani da quanto sperato, resta il nodo dello stadio e dello sviluppo immobiliare dell’area circostante. L’area Fortezza-Rastrello ospita sia lo stadio Artemio Franchi, casa della squadra di calcio cittadina dagli anni Trenta, ma anche un pezzo dell’infinito patrimonio artistico e culturale cittadino, prima fra tutti la Fortezza medicea costruita tra il 1561 e il 1563. Nel Piano strutturale comunale di gennaio 2020, reperibile sul sito del Comune, si legge tra i progetti futuri «un parco nell’area Rastrello-Fortezza, come polmone verde al centro della città»

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In un’intervista a La Nazione del 25 febbraio, però, il vicepresidente dell’ACN Siena Vagan Oganyan dice: «A noi interessa il settore del benessere e della medicina innovativa. Lo stadio deve diventare un centro di wellness per tutta la città. Quell’area potrebbe essere il parco della salute di cittadini e turisti, potrebbe ospitare un supermercato biologico un centro di cultura e salute della Fortezza». Sono sempre stati chiari gli investitori stranieri in merito all’interesse per lo stadio e le sue più indefinite vicinanze. Tanto è vero che il piano d’investimenti tra squadra e stadio presentato al Comune è quinquennale, stando alle dichiarazioni a mezzo stampa dell’assessore Benini. Progetti su carta, però, non esistono: «Non erano tenuti a presentarli», spiega a IrpiMedia. È intorno a queste vicende che si gioca l’intero campionato che mette in palio il futuro di Siena. È dall’inizio delle inchieste giudiziarie sul Monte dei Paschi di Siena, nel 2013, che quest’area è in stallo. Riuscire a sbloccarla significa riuscire a mettere le mani sulla città, appropriarsi di uno spazio ambito, che nessuno ha finora ha avuto la forza per trasformare.

Strategia in due fasi

«Ora dobbiamo fare un bando che riguarda lo stadio. Per il progetto successivo poi si vedrà». L’assessore Benini ricorda che la ristrutturazione dello stadio Artemio Franchi non è “cosa privata”. Deve passare da un bando competitivo, per il quale non può essere escluso che la società trovi un soggetto migliore dell’ACN Siena. È comunque prevista in ogni caso la possibilità per la società calcistica di usufruire del campo, anche nel caso in cui concessione e ristrutturazione andassero ad altri.

Il progetto dello stadio è diventato chiave da quando, nella Legge di stabilità del 2013, è stata adottata una norma per favorire l’ammodernamento degli stadi. In pratica prevede che una «clausola di compensazione» per la quale chi si occuperà della ristrutturazione potrà fare investimenti immobiliari nell’area anche non direttamente riconducibili a impianti sportivi. Il motivo è rendere l’investimento «funzionale al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’intervento e concorrente alla valorizzazione in termini sociali, occupazionali ed economici del territorio di riferimento».

È dall’inizio delle inchieste giudiziarie sul Monte dei Paschi di Siena, nel 2013, che quest’area è in stallo. Riuscire a sbloccarla significa riuscire a mettere le mani sulla città

Per questo motivo, quindi, riuscire ad aggiudicarsi la concessione per lo stadio, inclusa la sua ristrutturazione, offre un vantaggio anche nel piano di sviluppo immobiliare che va oltre l’impianto sportivo. In più esistono i finanziamenti erogati dall’Istituto per il credito sportivo, la banca pubblica che finanzia i progetti di rifacimento degli stadi e che dal 2005 ha ampliato il proprio raggio di azione al finanziamento delle attività culturali. Bellandi specifica che dall’inizio «la finalità degli investitori (di Berkeley Capital, ndr) era quella di realizzare il nuovo stadio nello stesso luogo del vecchio, valorizzando tutta l’area circostante anche per il tramite dei fondi messi a disposizione del Credito Sportivo» e anche su questo il gruppo aveva trovato scarso interesse da parte della vecchia presidenza Durio.

Ne è consapevole anche Alessandro Belli, secondo cui la strategia di Berkley Capital si muove in due fasi: la prima passa per l’ottenimento della concessione, la seconda dalla fase di sviluppo del progetto nuovo, che include lo stadio e l’area Rastrello-Fortezza. Per i dettagli, però, si dovrà aspettare che tutta la partita si sblocchi.

Bellandi, uno che «mai e poi mai nella sua vita si è occupato di calcio, ma di altro»

Berkeley Capital ha intavolato le trattative prima con Anna Durio e poi con il Comune grazie alla consulenza di Andrea Bellandi, attuale direttore generale della squadra. «Bellandi è la persona di Siena che ho interpellato per capire come muoverci in città», riferisce Belli, il primo tra gli advisor degli armeni. «Conoscevo da una vita l’avvocato Belli – scrive Andrea Bellandi in una nota di risposta alle domande di IrpiMedia – e condividevo con lui un giudizio positivo sul gruppo armeno che anni prima chiese assistenza giungendo all’acquisto di una ex chiesa armena in Puglia al fine di consentire ad associazioni onlus di svolgervi attività culturali».

Dalle colonne del Corriere di Siena, l’ex dirigente sportivo della Juventus Luciano Moggi a gennaio, in piena striscia negativa per la squadra locale, ha dichiarato: «Nulla è mai per caso nella vita, e lo stesso discorso vale nel calcio. Tutto ciò (i cattivi risultati in campionato, ndr) è frutto di scelte sbagliate avvenute durante l’ultima estate, quando il sindaco di Siena Luigi De Mossi decise di affidare la Robur ad un gruppo armeno, popolo più portato per gli scacchi che per il pallone, con la supervisione di Andrea Bellandi, attuale vice presidente, che mai e poi mai nella sua vita si è occupato di calcio, ma di altro…». Moggi era candidato a diventare direttore generale per la gestione dell’imprenditore Franco Fedeli, uno dei tre competitor a cui Berkeley Capital ha soffiato la squadra.

Andrea Bellandi è indagato nella recente indagine Hidden Partner in qualità di “amministratore di fatto”, secondo la Guardia di finanza, del gruppo Sielna, società utilizzata dal magnate kazako Igor Bidilo per riciclare denaro con bar, ristoranti e alberghi a Siena e non solo. L’avvocato difensore di Bellandi è il figlio Michele, il quale lavora per lo studio legale di Luigi De Mossi, il sindaco di Siena. «Non vedo alcun conflitto di interessi nella scelta di farmi difendere da mio figlio che aveva l’incarico congiunto con l’avvocato De Mossi che non era incompatibile almeno fino al coinvolgimento nell’indagine di un dipendente comunale», spiega. Aggiunge che «presto e bene la magistratura senese farà assoluta chiarezza sulla vicenda» della sua presunta amministrazione di fatto di Sielna.

Per approfondire

Le mani su Siena

Il potere senese per quanto locale ha sempre avuto riflessi anche in chiave nazionale. Il dissesto del Monte dei Paschi nel 2013 e le sue conseguenze ne sono uno specchio fedele: chi sono e chi vorrebbero essere i nuovi padroni di Siena

La lista civica d’opposizione Per Siena ha ipotizzato in un’interrogazione comunale che la consulenza di Bellandi aveva anche lo scopo di rappresentare il sindaco. Quest’ultimo ha sempre negato seccamente. «La lista civica di Per Siena, cioè Pierluigi Piccini, è all’opposizione e quindi trovo normale faccia l’oppositore, generando suggestioni – commenta Andrea Bellandi -. Il sindaco ha già risposto e del resto è dal 1992 che non rivesto incarichi pubblici». In merito alle sue frequentazioni politiche, Bellandi precisa che dagli anni Novanta, quando ha contributo a un accordo che ha favorito l’attuale consigliere d’opposizione e allora sindaco del Partito comunista Pierluigi Piccini, fino agli anni di Bruno Valentini del Pd, il predecessore di Luigi De Mossi, è sempre stato un sostenitore dei primi cittadini espressi dal centrosinistra.

Aggiudicarsi la concessione per lo stadio, inclusa la sua ristrutturazione, offre un vantaggio anche nel piano di sviluppo immobiliare che va oltre l’impianto sportivo

Nel progetto economico del gruppo Berkeley c’era anche l’acquisizione di Sielna: prima dell’arrivo della Guardia di finanza era in corso una due diligence sui conti del gruppo. «Non avendo avuto alcun ruolo in questa trattativa, non ritengo che vi sia alcuna censura che possa essermi sollevata», precisa Andrea Bellandi, mentre Alessandro Belli ricorda che a Berkeley interessava «l’indotto occupazionale» di bar, ristoranti e alberghi di Sielna. Le indagini in corso rendono più difficile capire cosa succederà. Anche da questo oggi dipende il destino degli investimenti su Siena.
Bellandi e il gruppo della Birreria

Durante le indagini sulla vicenda del Monte dei Paschi di Siena del 2013, la Guardia di finanza aveva identificato un “gruppo della Birreria”, una sorta di circolo informale che prendeva decisioni che riguardavano la banca e il resto della città. All’epoca la Birreria era un locale di proprietà di Andrea Bellandi, che poi l’ha ceduto al gruppo Sielna. In merito alla vicenda che riguarda il gruppo, Bellandi precisa che «non è mai esistito il gruppo della Birreria, come per altro rilevato dalla Procura della Repubblica di Siena che svolse accuratissime indagini concludendo, a suo tempo, che “non si ravvisano reati” e che non esisteva un sodalizio con tale denominazione». «Da quella vicenda – aggiunge – ho subito un danno enorme che sicuramente mi è costato il dover cedere l’attività».

L’epoca Mezzaroma e il progetto sullo stadio

Luciano Moggi nel suo editoriale ha fatto quelle esternazioni sul profilo di Bellandi nonostante quest’ultimo abbia già ricoperto l’incarico di direttore generale del Siena calcio all’epoca della Robur di Massimo Mezzaroma, presidente del club tra il 2010 e il 2012. Bellandi è stato nel consiglio di amministrazione della società fino al maggio del 2012 quando si è dimesso perché «non esistono più quelle condizioni di magistrale equilibrio che ha garantito in questi due anni una meravigliosa cavalcata in serie B e una non scontata salvezza in serie A per altro ottenuta con larghissimo anticipo a cui va aggiunta la storica semifinale di Coppa Italia», scriveva nel comunicato. Non era chiaro quale sarebbe stato l’impegno economico di Mezzaroma, il quale per altro era stato indagato dalla giustizia sportiva nell’inchiesta sul Calcioscommesse per aver truccato la partita Siena-Varese del 21 maggio 2011 (è stato poi assolto in via definitiva dalla giustizia sportiva nel 2016). È stato solo l’inizio di una serie di vicende che l’hanno portato al crac della società sportiva di allora.

Nel 2012, infatti, l’Ac Siena Spa di Mezzaroma ha venduto per 22 milioni di euro il marchio del club a una società di comunicazione, allo scopo di mantenere in vita, secondo la procura in maniera artificiosa, il club. Il valore così alto del marchio era funzionale all’ottenimento di un prestito da parte della banca Monte dei Paschi di 25 milioni di euro. «Il primo contatto fu tra un dirigente Mps e il commercialista storico della nostra azienda, fu chiamato per sondare se c’era interesse per il Siena che personalmente conoscevo solo per una trasferta fatta come tifoso romanista», ha spiegato l’ex presidente in un interrogatorio del 21 febbraio. Ha ammesso che l’interesse era legarsi ancora di più alla banca di cui i Mezzaroma erano clienti da tempo, riporta La Nazione. Il sistema per mantenere a galla il club ha retto fino al 2014, ossia un anno dopo l’inizio delle indagini sulla gestione della banca. Il 18 febbraio 2021 Massimo Mezzaroma e l’ex amministrazione delegato del Monte dei Paschi Giuseppe Mussari sono stati rinviati a giudizio a Siena per il crac della società.

anche Mezzaroma a Siena sperava di investire nel mattone, sempre grazie alla nuova normativa sugli impianti sportivi

Figlio di una famiglia di immobiliaristi, anche Mezzaroma a Siena sperava di investire nel mattone, sempre grazie alla nuova normativa sugli impianti sportivi. Il suo è il primo progetto di riqualificazione dello stadio e dell’area del Rastrello «ai fini della valorizzazione in termini occupazionali ed economici del territorio di Siena». Il gruppo tedesco Hellmich, una società di costruzione già occupata in Germania nella realizzazione di stadi, firmava una lettera di intenti in cui si diceva disponibile alla costruzione dello stadio. Saltato Mezzaroma, l’interesse dell’azienda di costruzioni tedesca è rimasto anche con il successore, Antonio Ponte, oggi presidente del Palermo.

Nel 2015 l’allora presidente cercava investitori per la realizzazione dell’impianto, con il Gruppo Hellmich interessato a entrare nelle quote societarie. Non se n’è fatto nulla e alla fine nel 2016 Ponte ha lasciato. È allora che è arrivata Anna Durio, imprenditrice di Recco con già all’attivo due fallimenti. Il figlio Federico, ex giocatore del D’Appolonia Genova e grande tifoso juventino, dal 2014 fino al fallimento nel 2015 è stato proprietario del 20% del Barletta Calcio e nel 2017 è stato condannato dal Tribunale federale della Lega Calcio «a due anni di inibizione e ammenda di € 10.000,00» per «cattiva gestione». Ha guidato il Rapallo Bogliasco dal 2014 fino al trasferimento del titolo sportivo allo Sporting Recco, squadra di cui è stato fondatore nel 2016 e per la quale ha realizzato un mega centro sportivo. Anche questa società ha cessato l’attività dopo un anno.

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«Era la Banca che decideva chi diventava presidente dell’Ac Siena», ha raccontato ai magistrati che indagano sul crac del Siena di Mezzaroma Vincenzo Loi, fino al 2013 direttore generale del club senese. Fino a che c’è stato il Monte dei Paschi a iniettare liquidità a Siena, la città ha avuto i suoi benefattori. Ora che è in crisi, tutto il sistema è andato in tilt. «A noi interessa che la squadra giochi, che i conti siano a posto», dice a IrpiMedia l’assessore Paolo Benini. Sempre mantenendo una certa disillusione: in fondo senza l’appoggio del Banco, ogni potere a Siena è effimero.

«Era la Banca che decideva chi diventava presidente dell’Ac Siena»

Vincenzo Loi, ex direttore generale Siena Calcio

Il fiume di denaro, ormai da tempo, è alimentato da investitori stranieri innamorati della Toscana e delle sue potenzialità. In città, oltre a valutare le azioni di nomi già noti nel panorama politico ed economico cittadino, sono in molti ad esprimere preoccupazione più per le ricadute occupazionali ed economiche di tali azioni (e delle inchieste) che non per l’origine di nuovi investitori e la provenienza e la destinazione dei loro fondi. In un motto, il pensiero comune si può riassumere così: «Non importa da dove vengano i soldi, è importante che i soldi ci siano».

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Sara Lucaroni

Editing

Luca Rinaldi

Foto

Wikimedia
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