#LeManiSuSiena

Siena, dietro il mistero degli investitori armeni della squadra di calcio
Le famiglie Gevorkyan e Gazaryan hanno una storia industriale che comincia con il “capitalismo di Stato” post sovietico.
29 Marzo 2021

Lorenzo Bagnoli
Sara Lucaroni

Il 3 febbraio 2021 allo stadio Artemio Franchi l’ACN Siena ha pareggiato 0-0 con il Foligno. La squadra veniva da tre sconfitte di fila, la più clamorosa con il Lornano Badesse, compagine di una frazione di Siena dove hanno sede la maggior parte delle aziende della logistica nazionale e internazionale. Uno smacco: 2-0. Nonostante le grandi promesse di tornare nella massima serie, il Siena Calcio galleggia a metà classifica del girone E di serie D. I tifosi, esasperati, avevano appeso prima della partita uno striscione fuori dall’ingresso della curva: «Stai fallendo miseramente, stai attento presidente». Destinatario era Roman Gevorkyan, giovane imprenditore di origine armena con passaporto russo che all’epoca sedeva al vertice della squadra. Nell’arco di due settimane, il Siena ha mischiato le carte della dirigenza, lasciando come punto fermo il vicepresidente Vagan Oganyan, affiancato ora dal pari ruolo Alessandro Belli, mentre alla presidenza è stato nominato Armen Gazaryan, altro armeno nato a Baku (fino al 1991 Unione sovietica, oggi Azerbaijan) con passaporto russo, appartenente a una famiglia che dagli anni Duemila è socia dei Gevorkyan.

La gestione della società sportiva è diventata più italiana, grazie allo spostamento dalla vicepresidenza alla direzione generale di Andrea Bellandi – l’uomo d’affari di lungo corso coinvolto nell’inchiesta Hidden Partner – e la permanenza del direttore sportivo Andrea Grammatica.

«L’integrazione dal lato sportivo non è riuscita», diceva Bellandi in una conferenza stampa pre-rimescolamento delle cariche societarie e del ritorno di Alberto Gilardino in panchina. L’allenatore era stata la prima scelta della neo dirigenza, poi allontanato a gennaio e successivamente richiamato un mese dopo. Il simbolo del fallimento sportivo si è visto in campo proprio con il Foligno, quando a bordo campo gli allenatori erano in due (ora entrambi esonerati), nessuno dei quali in grado di comunicare con i giocatori. Vladimir Gazzaev, figlio di un allenatore molto noto in Russia, e Marian Pahars, famoso attaccante del calcio lettone per sette anni alla guida del Southampton (Premier League inglese). I due si dovevano necessariamente affidare al preparatore dei portieri per farsi comprendere. Quando il preparatore si è dovuto allontanare dal campo, la squadra non sapeva più a chi rispondere.

La dirigenza russo-armena che ha acquisito la società ad agosto 2020, però, fin dall’inizio ha messo in chiaro che il calcio era solo una parte di un progetto più ampio. «L’interesse da parte nostra è sempre stato per il Siena Calcio e per lo stadio, non ne abbiamo mai fatto mistero», spiega Alessandro Belli, inizialmente consulente per l’acquisizione della società della cordata russo-armena insieme ad Andrea Ristori, oggi vicepresidente del Siena calcio. C’è un piano industriale preciso per lo sviluppo della città, che ha avuto il pieno avallo anche dell’amministrazione comunale. Il calcio è un viatico per altri investimenti. E Siena, in fondo, sarebbe solo uno dei diversi casi in Italia: secondo uno studio di Deloitte, il rinnovamento degli impianti nei prossimi dieci anni potrebbe attirare investimenti per 4,5 miliardi di euro.

La vicenda che riguarda Siena e la sua squadra si rivela quindi come una piccola operazione matrioska, dove ogni protagonista è portatore di interessi che vanno oltre le apparenze della sua prima veste. Vale per gli investitori, che si presentano come armeni ma hanno una storia industriale che si lega indissolubilmente a una guerra di potere interna al Cremlino e un orizzonte che va molto al di là dello sport. Vale per Andrea Bellandi, la cui ultima sembianza è quella del direttore generale della squadra, ma secondo gli inquirenti che lo indagano nell’operazione Hidden partner è stato al contempo “amministratore di fatto” di Sielna, ovvero il grosso gruppo con capitali stranieri in città che gli investitori russo-armeni avevano intenzione di acquistare.

Dati i legami con il sindaco Luigi De Mossi, di area centrodestra, secondo la lista civica d’opposizione Per Siena Bellandi avrebbe anche inizialmente curato gli interessi dell’amministrazione comunale nei negoziati che hanno portato il Siena tra le braccia del gruppo russo-armeno. «A me interessa aggregare, proporre piani di sviluppo e creare posti di lavoro, trovare investitori in una realtà che ha di fatto perso il Monte dei Paschi»- ha detto Bellandi definendo il suo un ruolo di «advisor per gli armeni sulla Robur», mentre a proposito del suo addio a Sielna ha parlato di «contributo nella fase di crescita del marchio e dell’attività industriale, ora è cambiato il contesto», diceva Bellandi a La Nazione il 22 ottobre 2020.

La strategia della matrioska

#OperazioneMatrioska è il nome di una serie di IrpiMedia (qui le puntate uno, due e tre della “prima stagione”) attraverso cui seguiamo il modo in cui oligarchi di correnti più o meno favorevoli al Cremlino hanno condotto operazioni politiche, finanziarie e culturali in Italia. I protagonisti sono matrioske perché sono portatori di più interessi, uno dentro l’altro. Non c’è una strategia unitaria che guida le loro azioni, anche perché le correnti a cui appartengono spesso sono in contrapposizione l’una all’altra; c’è però una sorta di canovaccio ideale, i cui tratti spesso si ripetono. L’Italia rappresenta un approdo sia in termini di possibilità di investire (e in alcuni casi gli investigatori ipotizzano anche riciclare, vedi l’indagine Hidden Partner), sia in termini di terreno dove spingere per campagne di lobbying, che siano a favore della Russia di Putin, dell’Azerbaijan o, all’opposto, dell’Armenia.

Il caso senese, viste le appartenenze geografiche e la centralità del ministero delle Ferrovie russo (una delle aziende degli armeni si occupava di cartellonistica ferroviaria con la committenza del ministero), ricorda il caso di Ruben Vardanyan, il filantropo e banchiere armeno al centro del caso della Ukio Bankas, compagno di studi del fondatore del gruppo industriale attraverso cui i proprietari del Siena hanno costruito il loro impero economico.

Chi sono i proprietari

Quando a fine agosto 2020 il Siena Calcio è passato di proprietà, i giornali hanno scritto che il nome del nuovo proprietario era un fondo di Yerevan, la capitale dell’Armenia: Berkeley Capital CJSC. Il fondo ha un sito ancora in costruzione e non sembra particolarmente noto. Esiste dal 2018 e il suo direttore è Sargis Gevorkyan (a volte traslitterato Gevorgyan). «Ma quanti nomi hanno gli armeni?», titolava La Nazione il 20 agosto, dopo che erano apparsi sulla scena anche Roman Gevorkyan, insieme a «un altro nome», ossia l’attuale vicepresidente Vagan Oganyan, sulla carta a tutt’oggi il proprietario reale dei 10 mila euro del capitale sociale. Di fatto, degli azionisti di Berkeley Capital, soprattutto in quella fase, non si conosceva molto. «Non ho capito bene in questi mesi chi ci fosse dietro alla holding», ha detto in un’intervista persino l’allenatore Alberto Gilardino dopo l’esonero in gennaio.

Ora, invece, si sa che dietro Berkeley Capital o Noah, che dir si voglia, ci sono due famiglie: i Gevorkyan, tra i quali Roman è stato il primo presidente, e i Gazaryan, tra i quali Armen è l’attuale presidente. Sul piano sportivo, chiarisce il vicepresidente Alessandro Belli, le due famiglie «avevano progetti leggermente diversi». Dalla metà di febbraio, ha prevalso a Siena il progetto Gazaryan, che prevede un maggiore coinvolgimento degli italiani. Questo però è il lato calcistico, su quello industriale le famiglie non sembrano avere avuto divergenze.

Dietro il fondo Barkeley Capital ci sono due famiglie: i Gevorkyan e i Gazaryan. Sul piano sportivo hanno progetti divergenti mentre su quello industriale, per i progetti nella città di Siena, sono più allineati

Il fondo d’investimento armeno in patria controlla la squadra della capitale, il Noah, un’etichetta discografica, un’agenzia di organizzazione eventi, Noah Entertainment, e un centro congressi, Noah Space. Da dicembre ha in fase di sviluppo una serie di progetti anche agricoli e sociali, oltre a un golf club e un’accademia per golfisti nella regione dell’Ararat al costo di 117 milioni di dollari. In Italia hanno investimenti in strutture ricettive in Sardegna e a Cortina e hanno acquisito una chiesa armena sconsacrata in Puglia, con l’idea di investire in una fondazione culturale. Noah, nome con cui si presentano al pubblico gli azionisti, «significa Noè, il patriarca che la Bibbia ricorda essere un uomo retto, che cammina accanto a Dio» commenta Alessandro Belli, l’attuale vicepresidente del Siena calcio, in un’intervista dello scorso 28 agosto. «I valori di correttezza e rettitudine» sono evocati spesso quando gli investitori si presentano alla città. La N di Noah è stata aggiunta al nome, diventato ACN Siena, proprio per sottolineare questo aspetto, per quanto i tifosi non abbiano gradito molto. È accaduto lo stesso anche con il Jurmala, squadra lettone sempre di proprietà del Noah che a marzo è stata estromessa del campionato Super League a causa dei debiti accumulati, e accadrà probabilmente al KFC Uerdingen, compagine tedesca di seconda divisione, l’ultima squadra acquisita dal gruppo a febbraio 2021.

«Siena e l’Armenia sono unite da un legame storico e culturale profondo: la comunità armena è citata anche nel nostro Costituto (lo Statuto cittadino di Siena, ndr)», ha dichiarato il sindaco Luigi De Mossi durante la visita ufficiale dell’ambasciatrice dell’Armenia in Italia Tsovinar Hambardzumyan a ottobre 2020, lasciando diversi osservatori in città un po’ scettici sul merito della ricostruzione storica. È stata una delle prime uscite pubbliche della società di calcio.

È stata anche l’occasione per parlare del brutale conflitto nel Nagorno Karabakh, enclave autonoma a maggioranza armena che tra settembre e novembre 2020 è stata invasa dall’Azerbaijan del dittatore Ilham Aliyev (con il supporto tecnologico della Turchia), il quale è riuscito a ottenere pezzi di territorio oltre al dispiegamento dell’esercito russo a garanzia della tregua. Berkeley Capital e il Noah, comprensibilmente, si sono schierati a sostegno del proprio esercito, anche attraverso una sottoscrizione di 1,5 milioni di dram armeni (2.500 euro) al fondo pensionistico dell’esercito.

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La strana storia dell’ex ad del Siena che lavorava per l’oligarca del Russiagate

All’inizio della nuova gestione del Siena, amministratore delegato della società era Leonardo Petrocelli, lucano di nascita e domiciliato a Mosca. Non ha esperienze nel calcio, invece ha una carriera nel golf e il suo lavoro precedente è stato maestro e organizzatore di eventi alla Agalarov Estate, golf club di Aras Agalarov. Noto come il “Trump di Russia”, Agalarov è un uomo di affari e immobiliarista russo-azero. Sarebbe il collegamento tra l’ex presidente americano e Putin: gli Agalarov, padre e figlio, nel 2016 avrebbero facilitato l’incontro tra Trump Jr e Natalia Veselnitskaya, avvocatessa con presunti legami col governo di Mosca e al centro dell’inchiesta Russiagate. Il figlio Ermin, una pop star in patria, è anche stato marito della prima figlia del dittatore azero Ilham Aliyev. Secondo il rapporto della commissione del Senato americano sull’influenza russa nelle elezioni del 2016 gli Agalarov avrebbero forti connessioni con Putin, oligarchi oggetto di sanzioni dagli Stati Uniti, servizi segreti e criminalità organizzata. Nel maggio 2009 in Italia è stata conferita ad Aras Agalarov l’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, con cerimonia presso la residenza dell’ambasciatore d’Italia in Russia Vittorio Surdo. Motivo: il suo contributo nella storia dei rapporti economici tra l’Italia e la Russia. È a partire dagli anni ’90 che Agalarov esporta in Russia i marchi di prestigio della moda italiana nei suoi centri commerciali.

Per trovare i capostipiti imprenditoriali delle due famiglie dietro al Siena calcio, bisogna cercare a Guildford, nelle campagne a sud-ovest di Londra, dove a dicembre 2020 è stata registrata la Noah Football Group Limited. È la società che diversi blog calcistici indicano come plausibile holding a controllo del settore calcistico di tutto il gruppo industriale. I nomi dei due azionisti sono Ruben Gevorkyan, affiorato in qualche cronaca locale di Siena, e Bagrat Gazaryan, sconosciuto invece alla stampa italiana. Il primo ha un passaporto armeno e ungherese, mentre il secondo ha passaporto cipriota. Le famiglie dei due imprenditori sono socie almeno dagli inizi degli anni Duemila e hanno gestito diverse società tra Cipro, Russia, Lettonia e Isole Vergini Britanniche, dove la Rnb Capital Limited è stata chiusa nel 2015.

Il gruppo industriale più importante per il quale entrambi hanno lavorato è il russo Summa Group, che oggi non esiste più. In particolare, Gevorkyan è stato direttore di Yakutsk Fuel-Energy Co PJSC, società di produzione di gas e petrolio che opera nella regione russa della Jacuzia, fino al 2019, mentre Gazaryan ha guidato Transengineering, la controllata del gruppo che gestiva i servizi di ingegneria. «So che vengono dal mondo dell’oil & gas ma se fosse il Summa Group o altro non glielo so dire», afferma Alessandro Belli, un tempo consigliere finanziario degli investitori armeni e oggi vicepresidente del club.

Sempre nel 2018, riporta un lancio dell’agenzia Reuters, a Bagrat Gazaryan è stata affidata la direzione di O1 Properties, ramo immobiliare del gruppo finanziario O1. Gazaryan prendeva il posto di Dmitry Mints, figlio dell’oligarca (poi decaduto) Boris, creatore del gruppo O1 e all’epoca nella lista degli imprenditori più ricchi di Russia. La società attraverso cui Gazaryan prendeva il controllo di O1 Properties si chiamava Laysa, dal 2006 affidataria della cartellonistica per la società ferroviaria nazionale russa, nel cui board compariva anche il nome di Ruben Gevorkyan.

Per approfondire

Operazione Matrioska

Una serie di inchieste su come Putin sia diventato una figura di riferimento per le destre di tutto il mondo. Un’operazione in tre fasi: economica (il Laundromat), culturale (l’ascesa degli identitari) e politica (il Russiagate)

Alla fine di quel marzo, però, il Gruppo Summa e la stessa Laysa iniziano la loro decadenza: oggi il sito di Summa porta a un giornale online specializzato in edilizia, mentre Laysa è stata assorbita da una nuova società, RusOutdoor. Il proprietario e fondatore del Gruppo Summa, l’imprenditore Ziyavudin Magomedov, oligarca, politico della regione russa del Daghestan, è stato arrestato in Russia insieme al fratello Magomed con l’accusa di appropriazione indebita per 35 milioni di dollari (il fratello anche con un capo d’imputazione per detenzione illegale di armi). È stata l’ennesima caduta di un uomo d’affari che fino a partire dal 2011 aveva conquistato sempre più mercato e che alla fine ha avuto un forte contrasto di natura politica con il Cremlino che gli è costato l’impero economico.

La mazzetta e i contrasti con l’uomo di Rosneft

La mazzetta, secondo la ricostruzione di Navalny, mai corroborata da prove in un’aula giudiziaria, sarebbe servita al cugino impegnato come vicepresidente del comitato per i giochi olimpici invernali di Sochi 2014 a cui erano in seguito state revocate alcune commesse. La politica industriale spregiudicata del Summa Group è costata ai Magomedov diversi nemici. Igor Sechin, il numero uno dell’azienda petrolifera di Stato Rosneft, nel 2012 avrebbe voluto accaparrarsi il 25% del porto commerciale di Novorossiysk, importante avamposto affacciato sul Mar Nero. Il governo, però, ha impedito la manovra.

Secondo fonti vicine all’imprenditore sentite dal Financial Times all’epoca, Magomedov era comunque preoccupato di essere entrato nella lista dei nemici di Sechin. Nel caso, l’esito, per lui, sarebbe stato il carcere e lo smembramento del suo impero, come accaduto già in precedenza. Alcuni analisti avevano persino letto la situazione dell’epoca come una possibile ascesa a primo ministro di Sechin, eventualità che alla fine non si è verificata. Dopo l’arresto, nel 2018, il gruppo Summa è stato costretto a vendere le sue quote a Transneft, azienda a controllo statale amministrata da un’ex agente del KGB come Sechin, Nikolai Tokarev, altro personaggio con cui i Magomedov hanno avuto contrasti dopo la scalata fallita da Rosneft.

Alla fine Medvedev è rimasto al suo posto, almeno fino all’ultima crisi di governo che lo ha costretto a dimettersi nel 2020. Secondo le ultime cronache giudiziarie dalla Russia, i fratelli Magomedov si trovano ancora in carcere, in attesa della prossima udienza fissata all’inizio di aprile.

Quando Ziyavudin Magomedov e suo fratello Magomed sono finiti in carcere, i media internazionali hanno immediatamente scritto che l’arresto era una ritorsione politica. Un colpo «al portafoglio di Medvedev», scriveva il Financial Times il primo aprile 2018. La vicinanza di Magomedov – sempre smentita a mezzo stampa – era soprattutto al vice di Medvedev, Arkady Dvorkovich, ex compagno di università dei fratelli insieme al filantropo e banchiere armeno Ruben Vardanyan.

Il Summa Group ha iniziato a portare a casa i principali appalti pubblici dopo che Dmitry Medvedev ha ottenuto la presidenza della Russia nel 2008, per cederla poi nuovamente a Vladimir Putin nel 2012 e tornare a occupare il posto di primo ministro. Il successo, come sempre accade con il “capitalismo di Stato” post sovietico, è arrivato con le commesse pubbliche.

Nell’estate del 2015 l’attivista anticorruzione Alexey Navalny aveva anche accusato Magomedov di aver pagato la luna di miele del portavoce di Putin Dmitry Peskov in Sardegna, a bordo dello yacht Maltese Falcon, allo stellare prezzo di 385 mila euro a settimana. L’accusa è stata seccamente rispedita al mittente dal portavoce del Cremlino. Negli stessi anni sono arrivate altre accuse per appropriazioni indebita delle commesse per le olimpiadi invernali di Sochi e di aggressioni ai danni dei propri dipendenti. La famiglia di Magomedov è storicamente impegnata in politica in Daghestan, repubblica russa che confina, a sud, con l’Azerbaijan, e il fratello Magomed è stato anche senatore per sette anni.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Sara Lucaroni

Editing

Luca Rinaldi

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