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Narcoguerra, la fragile pace in Colombia che fa comodo alle ‘ndrine

Il conflitto civile in Colombia finisce ufficialmente nel 2016, con la smobilitazione dei guerriglieri comunisti delle FARC. Il vuoto di potere nelle aree rurali viene riempito dai narcos, che espandono le loro operazioni verso l’Ecuador

22.06.26

Giulia Penta
Bruno Ruggeri

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Colombia
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Mafieglocal

Lo smantellamento, a fine maggio scorso, di una rete di narcotrafficanti che riforniva di cocaina l’alto Lazio a partire da importazioni in Calabria, Spagna e nei porti atlantici nord-europei (con tanto di raffineria nei pressi di Gioia Tauro), riporta alla memoria la linea di rifornimento ideata tra 2020 e 2021 dai broker Rocco Morabito (arrestato nel 2021) e Bartolo Bruzzaniti (arrestato nel 2023).

In quei primi anni venti del Duemila, ha rivelato l’indagine Eureka del 2023, un’alleanza fra soggetti legati alla ‘ndrangheta e colombiani del Clan del Golfo manteneva aperto un canale estremamente efficace per il traffico di cocaina. Oggi, seppure con attori e aree di influenza leggermente diverse, la connessione resta aperta. In Ecuador ad esempio, la stessa rete pare appoggiarsi oggi alla gang dei Choneros, che garantisce il controllo del territorio e del porto di Guayaquil.

Questa puntata di Mafieglocal esplora il punto di partenza di una rotta che ogni anno porta decine di tonnellate di cocaina in Europa, e ne racconta l’evoluzione come risultato di un percorso che attraversa il processo di pace colombiano. Vedremo come la ridefinizione delle rotte dopo la smobilitazione dei gruppi armati abbia creato le condizioni materiali e politiche per l’assetto attuale del traffico.

L’ascesa della ’ndrangheta in Sudamerica

Efficienza, affidabilità, operazioni decentralizzate, un basso tasso di pentiti, il controllo dei porti europei. È con queste garanzie che la ‘ndrangheta eredita e conserva i rapporti internazionali per il narcotraffico. In Colombia ha saputo sfruttare a suo favore la smobilitazione nel 2006 dei paramilitari di destra delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) e la pace del 2016 tra il governo e i comunisti delle FARC, stringendo alleanze con i loro eredi. Da allora migliaia di militanti hanno ricostruito le strutture di cui facevano parte spogliandole degli elementi politici e trasformandole di fatto in mafie paramilitari. Il vuoto di potere nelle campagne colombiane, già sottratte al controllo statale, viene rapidamente riempito dai cosiddetti “dissidenti” della lotta armata e, soprattutto, dal Clan del Golfo, nato dalla smobilitazione delle Auc.

Questo, insieme all’atomizzazione del mercato della cocaina e all’incremento della domanda europea, ha incentivato i broker della ‘ndrangheta a stabilirsi e a creare alleanze direttamente con i narcos sudamericani. Protetti dai diversi gruppi paramilitari, dal Primeiro Comando da Capital (Pcc) al Comando Vermelho in Brasile, dal Clan del Golfo in Colombia a Los Choneros in Ecuador, i calabresi si sono occupati delle partite di droga senza preoccuparsi di esercitare controllo territoriale.

Verso la fine degli anni Novanta, a fare da anello di congiunzione tra i criminali italiani e i gruppi armati in Colombia fu Salvatore Mancuso, narcotrafficante colombiano di origine calabrese e all’epoca capo delle Auc. Attraverso il broker Giorgio Sale, Mancuso assicura alle ‘ndrine un controllo capillare del traffico di cocaina verso l’Europa. Un ruolo chiave nell’ascesa della ‘ndrangheta in questa fetta di mercato del narcotraffico l’ha poi avuto Rocco Morabito di Africo, che aveva rapporti di fiducia con i cartelli in Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. La frammentazione dei gruppi armati nella regione ha di fatto moltiplicato gli interlocutori disponibili per le cosche calabresi, che da un decennio trattano con un numero sempre maggiore di attori.

Negli anni ci sono stati diversi arresti di figure apicali della ‘ndrangheta in Sud America ma, a riprova della stabilità della rete, le operazioni di polizia più recenti continuano a raccontare la stessa storia: quella della solidità della Colombia-Calabria Connection.

E così abbiamo l’arresto nel 2025 nella capitale colombiana del boss Giuseppe Palermo, referente in Colombia dei clan di Platì, incaricato di coordinare acquisti e logistica dei carichi grazie ai suoi rapporti con il Clan del Golfo. Assieme a Giuseppe Trimboli della famiglia Trimboli “Piseja” di Platì, contattava i lavoratori collusi in servizio al porto di Gioia Tauro per garantire che le partite venissero scaricate senza intoppi. I latitanti Luigi Belvedere, referente dei Casalesi a Medellìn, Federico Starnone, uomo delle ‘ndrine di Platì a Cali vengono arrestati rispettivamente nel 2024 e nel 2025.

Il reclutamento giovanile in Ecuador

Alla fine degli anni zero del Duemila, la riduzione della presenza militare statunitense priva il governo ecuadoriano di un’importante fonte di intelligence. La gang dei Choneros, diventata egemone nei primi anni Duemila, approfitta della situazione e diventa di fatto il braccio armato del Clan del Golfo, gestendone le spedizioni e i rapporti con i cartelli messicani e le mafie europee. Quando il capo dell’organizzazione viene assassinato nel 2020, si scatena una guerra per il controllo del narcotraffic che investe prima le prigioni e poi l’intero Paese.

Le politiche di austerity dei governi dal 2017 in avanti, unite alla crisi economica post-Covid, hanno fatto sì che decine di migliaia di giovani si trovino esclusi sia dall’istruzione che dal mondo del lavoro. Le gang si sono trovate così a disporre di un enorme bacino di reclutamento.

Mentre la popolazione carceraria continua ad aumentare, i fondi per la gestione delle prigioni si sono ridotti di più di un terzo, lasciandole di fatto in mano alle gang. L’esercito ecuadoriano si è reso responsabile di sparizioni forzate e omicidi di civili sulla base di semplici sospetti, senza però riuscire a sconfiggere le gang. Il numero di omicidi è passato da 1.400 nel 2020 a 9.100 nel 2025.

La militarizzazione della lotta

La lotta al narcotraffico viene ora interpretata dall’Ecuador sia come una guerra civile, con enormi poteri alle forze armate e scarso riguardo per i diritti umani, sia come una guerra al terrorismo, cosa che garantisce all’esecutivo ampi margini di manovra. A marzo il governo colombiano ha accusato l’esercito ecuadoriano di aver condotto bombardamenti oltre il confine, citando il ritrovamento di una trentina di cadaveri carbonizzati e ordigni inesplosi. In aprile la marina statunitense, impegnata in quella che l’amministrazione Trump definisce “guerra al narcoterrorismo”, ha affondato almeno quattro imbarcazioni al largo delle coste ecuadoriane, uccidendone gli equipaggi; in un quinto episodio, un peschereccio colpito da droni è stato sequestrato senza trovare droga a bordo, rafforzando i dubbi sull’efficacia della strategia.

La produzione e l’esportazione di cocaina rimangono però in costante aumento nonostante la militarizzazione della lotta al crimine organizzato, le uccisioni mirate di pescatori e presunti narcotrafficanti e la cooptazione dei Paesi del Sudamerica settentrionale nell’apparato militare e di sicurezza statunitense. Se questa strategia è fallimentare nel contrasto al narcotraffico, si può dire abbia successo nel facilitare la proiezione strategica degli Stati Uniti nella regione.

Trump stesso ha spiegato apertamente i termini della questione: «L’unico modo di sconfiggere [i cartelli] è scatenando il potere delle nostre forze armate. Noi dobbiamo usare le nostre forze armate. E voi dovete usare le vostre». Secondo l’analista Brian Finucane dell’International Crisis Group, «c’è gente nell’amministrazione [Trump] che non vede l’ora di mandare truppe da qualche parte per un’operazione contro i “narcoterroristi”. L’Ecuador è semplicemente più alla mano del Messico».

Il “Plan Ecuador” e la risposta europea

Per Emiliano Guanella, esperto di America Latina e analista per Ispi, negli Stati Uniti lo schema di intervento nella regione si sta spostando: «Quello che è stato il Plan Colombia è diventato il Plan Ecuador. Oggi agli Stati Uniti interessa impedire che la cocaina arrivi sul loro territorio e, per questo, stanno concentrando la collaborazione militare con Noboa in Ecuador». La Colombia resta però il grande tassello geopolitico: con la vittoria alle elezioni presidenziali del candidato di estrema destra Abelardo de la Espriella, gli Stati Uniti torneranno in Colombia, che continua a essere strategicamente importante sia dal punto di vista geopolitico sia per il narcotraffico.

L’Unione europea sta aumentando la sua presenza nell’area collaborando direttamente con l’Ecuador tramite la polizia portoghese e belga e il Maoc (Maritime Analysis and Operations Centre for Drug Trafficking), il coordinamento dietro le maggiori operazioni antidroga degli ultimi anni. Nelle ambasciate italiane in Sud America operano ufficiali di collegamento e referenti delle forze di polizia che collaborano quotidianamente con le autorità locali, condividendo l’esperienza maturata nella lotta alle mafie e illustrando il funzionamento della Direzione nazionale antimafia.

Dal punto di vista della cooperazione regionale contro il narcotraffico, le frontiere dell’America Latina continuano a essere terre di nessuno. Gli Stati sudamericani non riescono a esercitare un controllo capillare, lasciando spazio all’infiltrazione delle bandas criminales. Gli Stati Uniti di Trump cercano di contribuire alla svolta a destra che attraversa l’area, usando la militarizzazione della lotta alla criminalità sia per instaurare regimi antidemocratici politicamente affini che per riprendere il controllo della regione e contrastare l’influenza cinese. D’altro canto le mafie mantengono un controllo assolutamente funzionale sulle rotte per il Nordamerica e per l’Europa, arrivando a sviluppare nuovi sistemi logistici per fare fronte all’aumento della produzione e della domanda di cocaina.

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Crediti

Autori

Giulia Penta
Bruno Ruggeri

Editing

Giulio Rubino

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