Problemi in paradiso

Tre mesi dopo Openlux da più parti arrivano richieste al Granducato e all’Unione Europea per maggior trasparenza e controllo nel sistema fiscale

10 maggio 2021 | di Giuseppe Schiano di Colella

Asette anni di distanza da LuxLeaks, realizzata dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), il Lussemburgo sta affrontando un’altra inchiesta che cerca di far luce sul suo mondo finanziario, sulle complesse strutture delle società con sede nel Granducato e sull’opacità di alcuni sistemi che occultano capitali di politici, imprenditori, professionisti, ma anche di personaggi vicini alla ‘ndrangheta e alle industrie di Stato russe. L’inchiesta #OpenLux, nata dalla collaborazione tra Le Monde, IrpiMedia, Sueddeutsche Zeitung e altre testate, che ha visto l’inizio delle pubblicazioni lo scorso 8 febbraio, si fonda su un database raccolto dal quotidiano francese e reso ricercabile da Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp) sulle 124 mila società del registro delle imprese lussemburghese. Nelle intricate trame della finanza del Granducato si confondono, fra le altre, alcune delle piste seguite nei processi sui soldi della Lega, sottratti alle casse del Carroccio ai tempi di Bossi, partito che ora è sotto la guida del segretario federale Matteo Salvini, ma anche una rete di “prestanome di Stato” russi che investe in Italia e una rete di giovani imprenditori del sidernese legati a doppio filo alla ‘ndrangheta.

#OpenLux è un’inchiesta collaborativa, di cui IrpiMedia è partner, che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

Il comunicato del governo lussemburghese

«Il governo lussemburghese prende atto della pubblicazione di una serie di articoli sulla stampa internazionale riguardanti presunte carenze nelle disposizioni antiriciclaggio del Granducato e confuta le varie accuse».

Con queste parole inizia il comunicato del Governo lussemburghese, pubblicato a poche ore dall’uscita dell’inchiesta, per confutare il contenuto dell’inchiesta stessa. Il Granducato nega le presunte carenze riportate, esponendo quelli che ritiene essere i meriti del proprio sistema fiscale, a partire dal fatto che il Lussemburgo non preveda un regime favorevole per le multinazionali. Secondo quanto dichiarato nel comunicato, i motivi dell’arrivo nel Granducato di capitali esteri sarebbero rappresentati dal fatto che «il Lussemburgo è un paese stabile con classificazione tripla A, con un’economia aperta e diversificata focalizzata su servizi e industrie», in cui né l’Ue né l’Ocse «hanno ancora individuato alcun regime fiscale o pratiche fiscali dannose».

Sulla questione relativa al riciclaggio di denaro il governo del Lussemburgo afferma che le proprie autorità responsabili delle politiche Antiriciclaggio «collaborano strettamente tra loro e con i loro colleghi in altre giurisdizioni». «In linea con la crescita della piazza finanziaria, – continua il comunicato – la Commissione di Supervisione del Settore Finanziario (Financial Sector Supervisory Commission, Cssf) ha raddoppiato il numero dei suoi dipendenti negli ultimi sette anni fino a raggiungere 1.000 dipendenti fino ad oggi». Nel comunicato il governo del Granducato affronta anche il tema del Registro dei Beneficiari Finali (Ultimate Beneficial Owner, Ubo): il Lussemburgo è stato uno dei pochi paesi della Ue a istituirlo (per esempio tra quelli in cui manca c’è anche l’Italia). «L’Ubo – solo uno strumento tra i tanti per garantire la conformità Aml (Anti-Money Laundering, ndr) – così come i dati in esso inseriti, vengono continuamente valutati e, se necessario, migliorati. Alla fine del 2020, il tasso di completezza del registro era intorno al 90%». Quest’ultimo dato è però in contrasto con un’analisi di Le Monde e Occrp effettuata proprio nel corso del progetto #OpenLux di cui IrpiMedia è partner, in cui risulta che solo il 52% delle società lussemburghesi riporta il beneficiario effettivo. «Dato che il Lussemburgo è pienamente conforme e ha implementato tutte le norme e gli standard, dell’Ue e internazionali, applicabili in materia di trasparenza fiscale, di lotta all’abuso fiscale, di Antiriciclaggio e Contro il Finanziamento del Terrorismo (Anti-Money Laundering and Combating the Financing of Terrorism, AML/CFT), respinge le affermazioni in questi articoli così come la rappresentazione del tutto ingiustificata del paese e della sua economia».

La reazione dell’ICRICT

Il comunicato del governo Lussemburghese non ha convinto molti. La Commissione Indipendente per la Riforma della Tassazione Aziendale Internazionale (Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation ICRICT) in una nota stampa ringrazia i giornalisti che attraverso Openlux hanno mostrato come nel cuore dell’Europa, miliardari e multinazionali usino paradisi fiscali per evitare di contribuire con la loro parte di tasse. Secondo l’ICRICT le rivelazioni dell’inchiesta sottolineano che nonostante degli innegabili progressi in termini di trasparenza, ci sia ancora molto da fare nella lotta all’elusione e all’evasione fiscale, in particolare all’interno dell’Unione Europea, che «è felice di denunciare pratiche fiscali dannose in paesi terzi, ma non di riconoscere che parecchi dei suoi membri siano paradisi fiscali».

La classifica dei paradisi fiscali

Secondo il Tax Justice Network, nell’edizione 2021 del loro Corporate Tax Haven Index, cioè una sorta di classifica dei paradisi fiscali, i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) conquistano i primi sei posti della classifica dei Paesi che favoriscono l’abuso fiscale. Il Corporate Tax Haven Index mette in fila ogni giurisdizione in base a quanto il sistema fiscale e finanziario permette alle multinazionali di spostare i profitti fuori dal Paese in cui fanno affari, e dove quindi pagano meno tasse di quello che dovrebbero. L’indice valuta ogni sistema legale e tributario con un “haven score” da 0 a 100 in base alla possibilità di abuso fiscale per le aziende. Il punteggio viene combinato con il volume dell’attività finanziaria condotta nel paese dalle multinazionali (Global Scale Weight) per calcolare quanto abuso fiscale viene facilitato dal paese (CTHI Value) e in che percentuale ne sono responsabili a livello mondiale (CTHI Share).


«Già scandalosa prima, – aggiunge la nota – la situazione è semplicemente intollerabile in tempi in cui il mondo è devastato dall’epidemia da coronavirus».

Tra le voci di ICRICT c’è quella del Presidente José Antonio Ocampo, Professore alla Columbia University: «Lo scandalo OpenLux ci ha mostrato ancora che per l’Unione Europea è il momento di raddoppiare gli sforzi nella trasparenza e nella lotta all’elusione e all’evasione fiscale».

Eva Joly, ex-membro del Parlamento Europeo e commissaria ICRICT, è convinta che le rivelazioni di OpenLux abbiano evidenziato che «l’unico vero problema è la mancanza di volontà politica all’interno dell’Unione Europea». Molte delle proposte sulla tassazione che farebbero pagare la giusta quota alle multinazionali sarebbero, secondo Joly, già pronte, incluse quelle sulle loro attività digitali: è la Base Consolidata Comune per la Tassazione delle Società (Common Consolidated Corporate Tax Base, CCCTB).

L’appello di ICRICT all’Unione Europea, ma anche agli altri paesi e alle istituzioni globali, è chiaro: cogliere questa opportunità per imporre un’effettiva trasparenza all’interno dei propri confini, così da mettere la parola fine a una competizione fiscale e restituire agli Stati risorse preziose e necessarie per poter finanziare una ripresa economica giusta e sostenibile.

In risposta a OpenLux, Markus Meinzer, direttore del Financial Secrecy and Governance del Tax Justice Network ha dichiarato che il fatto sorprendente è che l’inchiesta provenga da dati pubblici e non da qualche segreto trapelato nell’ombra. «Il Lussemburgo forse dovrebbe essere lodato per aver fornito un accesso pubblico al Registro dei Beneficiari Finali migliore rispetto ad altri Paesi, ma rimane il fatto che le rivelazioni di oggi sono venute alla luce solo una volta che scrupolosi giornalisti hanno analizzato i dati e li hanno collegati con altri registi pubblici». Continua Meinzer: «Questo la dice lunga sulle gravi carenze non solo del Lussemburgo, ma di molti governi, anche nell’Unione Europea, che sono stati riluttanti sia a pubblicare che a utilizzare i dati sulla titolarità effettiva, nonostante il suo evidente potere nella lotta contro l’abuso fiscale, il riciclaggio di denaro e la criminalità finanziaria».

Le reazioni nelle istituzioni europee

Alle voci critiche riguardo alla politica fiscale del Granducato si aggiunge quella di Chiara Putaturo, Consulente politico dell’UE in materia di tasse e disuguaglianze (EU Policy Advisor on Tax and Inequalities): «OpenLux fornisce l’ennesimo esempio di come miliardari e grandi aziende giochino col sistema per evitare le tasse. Mettere in piedi società di comodo per godere di basse tassazioni ha un costo reale per gli Europei. Stiamo affrontando una crisi economica e sociale profonda – regole fiscali lassiste e scarsa trasparenza in alcuni Paesi europei consentono alle grandi aziende e ai miliardari di evitare di pagare la giusta quota di tasse e di sottrarre migliaia di euro necessari alla ripresa economica».

«Il vero scandalo è che sta succedendo in Europa. Il Lussemburgo – continua Putaturo – sta operando come un paradiso fiscale, eppure è assente dalla blacklist dell’UE». «I governi europei hanno l’opportunità di mettervi fine [all’elusione fiscale e al saccheggio di risorse pubbliche, ndr] espandendo la definizione di pratiche fiscali dannose e riformando la blacklist dell’Unione Europea».

In una sessione aperta ai giornalisti, i portavoce della Commissione Europea hanno annunciato di essere aconoscenza dell’inchiesta Openlux. Marta Wieczorek ha dichiarato che inchieste come questa forniscono importanti informazioni e che l’Unione Europea ha una delle trasparenze finanziarie tra le più alte al mondo, ma questo non deve significare la possibilità di adagiarsi sugli allori, anzi «dobbiamo continuare ad assicurarci che l’arsenale di leggi rimanga robusto». Al suo fianco Eric Mamer, portavoce capo, ha aggiunto che «gli articoli sono molto dettagliati e contengono molti tipi diversi di informazioni e analisi», affermando che la commissione aspetterà altre informazioni prima di valutare le conseguenze che se ne possono trarre. Ha inoltre ricordato che «parte del quadro normativo vigente (nell’UE) deriva da precedenti inchieste (giornalistiche)».

Durante la seduta plenaria del dieci marzo scorso al Parlamento Europeo, il cui ordine del giorno era la Riforma del quadro strategico dell’UE per porre fine all’elusione fiscale nell’UE dopo le rivelazioni di OpenLux sono intervenuti la Presidentessa in carica del Consiglio Ana Paula Zacarias e Paolo Gentiloni, Commissario europeo per gli affari economici e monetari.

La presidentessa Zacarias ha affermato che le sfide in materia di tassazione europea «sono una delle priorità della Presidenza [portoghese, ndr]», sottolineando che proprio sotto la guida del Paese iberico sia avanzato il dossier sul country-by-country report (CBCR), rapporto che fornisce dati fiscali e finanziari aggregati della giurisdizione fiscale in cui l’azienda fa affari.

Paolo Gentiloni ha apprezzato OpenLux perché, sostiene, ora L’Unione Europea conosce meglio come vengono implementate le regole dell’Antiriciclaggio, sostenendo la necessità di soluzioni europee. «L’inchiesta OpenLux – ha aggiunto Gentiloni – ha rivelato che un gran numero di compagnie non ha rispettato gli obblighi di segnalazione. Questa è una questione di monitoraggio e, ovviamente, non è accettabile, né nel caso del Lussemburgo, né – conclude – nel caso di altri Paesi dell’Unione».

Tra le voci più critiche verso l’operato del Lussemburgo c’è quella di Manon Aubry, vice capogruppo del Gruppo della sinistra al Parlamento Europeo, che nel dibattito del dieci marzo a Bruxelles ha dichiarato : «Lo scandalo OpenLux, svelato grazie al duro lavoro dei giornalisti, dimostra ciò che tutti sanno già: il Lussemburgo è uno dei peggiori paradisi fiscali del mondo. Quello che tutti sanno ma che è vietato dire all’interno delle istituzioni europee».

Sulla questione Openlux è intervenuto con parole molto dure anche Sven Giegold, membro del Parlamento europeo e portavoce dei Verdi/Alleanza Libera Europea sulle politiche finanziarie ed economiche: «La reazione del governo del Lussemburgo non potrebbe essere più sfacciata. Il paese è un florido paradiso fiscale intraeuropeo». Secondo Giegold «Il Lussemburgo non mostra alcun rimorso, anche se le sue politiche fiscali causano enormi danni finanziari agli altri paesi dell’Unione». «Il Lussemburgo oggi funge principalmente da porta di accesso tra Paesi europei e paradisi fiscali in tutto il mondo», accusa il deputato tedesco. «Non è necessario disporre di un sistema fiscale “dannoso” in senso tecnico. La dichiarazione del governo è una falsa pista. È vero che i cittadini e gli stranieri sono trattati allo stesso modo dalla legge. Ma le norme fiscali rendono il Lussemburgo particolarmente attraente per la gestione di patrimoni all’estero». Il portavoce dei Verdi/Alleanza Libera Europea ammette che i registri di trasparenza del Lussemburgo siano migliori di quelli tedeschi, ma sottolinea che questo è dovuto più alle carenze nei registri della Germania che alla trasparenza di quelli del Granducato.

Nicolas Mackel, CEO di Luxembourg for Finance, agenzia che promuove il settore finanziario lussemburghese, ha dichiarato a Reuters che OpenLux sia stata possibile grazie al Granducato, in particolare al fatto di aver costituito più velocemente di molti altri Stati europei un registro sulla proprietà delle aziende. «Se c’è un problema, è a livello europeo o internazionale, non solo a livello del Lussemburgo», ha detto Mackel, lasciando comunque intravedere che la sicurezza nella difesa del sistema Lussemburgo non sia più così granitica come quella delle prime ore successive alla pubblicazione dell’inchiesta.

Infografica: Giuseppe Schiano di Colella | Editing: Luca Rinaldi

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