21.10.24
«Tutto sta procedendo bene, Inshallah». Masoud Abdul Samad è l’ufficiale della Guardia costiera libica che guida l’attuale struttura per coordinare le operazioni di salvataggio in Libia. È ottimista. Prevede che, entro la fine di ottobre, a Tripoli verrà finalmente terminata la realizzazione del Centro di coordinamento e salvataggio marittimo libico, confermando quanto le autorità del Paese avevano già annunciato a luglio. Il nuovo e atteso centro (indicato con l’acronimo inglese Mrcc) sarà molto più equipaggiato di quella attuale e sarà dotato di tutti i più avanzati sistemi di comunicazione, compresa una torre radio di 30 metri. L’installazione di quest’ultima è stata confermata ad IrpiMedia anche dalla Marina militare italiana.
In breve
- In Libia la Guardia costiera afferma che entro la fine del mese sarà pienamente operativo un nuovo centro di coordinamento dei salvataggi in mare, di cui esistono prove fotografiche. La struttura dovrebbe aumentare le capacità di coordinamento tra le autorità marittime libiche
- Il centro, Mrcc in inglese, è finanziato da un progetto europeo che ha come primo partner l’Italia. Il suo completamento segnala la fine di un percorso cominciato nel 2017, con la firma del Memorandum d’intesa Italia-Libia, che fin dall’inizio aveva come obiettivo che le autorità libiche fossero in grado di riportare indietro i migranti recuperati in mare
- La Guardia costiera libica si lamenta perché le ong la chiamano “cosiddetta” e non la considerano un’autorità legittima. Al suo interno però ci sono alti ufficiali che hanno una “doppia appartenenza”, al corpo dei guardacoste e a una milizia
- Il caso più emblematico riguarda Bija, considerato un trafficante di uomini dalle Nazioni Uniti ma dotato di una grande influenza politica
Samad conferma il suo ottimismo con delle foto di inizio ottobre in cui si vedono alcuni uomini intenti a montare un gruppo di container segnati dal logo del ministero dell’Interno italiano. Quando la fase di assemblaggio sarà conclusa, la Libia avrà tutti i sistemi in regola per gestire la sua Search and rescue region (Sar), la zona di ricerca e salvataggio di cui si è dichiarata responsabile di fronte alla comunità internazionale. Dovrebbe, quindi, coordinare davvero le operazioni di salvataggio in questa parte di Mediterraneo centrale, comprese quelle che coinvolgono i migranti che cercano di arrivare in Italia.
Seppur tecnico, è un passaggio importante per i guardacoste libici. Sono passati anni dall’inizio della cooperazione tra gli stati Ue e lo stato africano che, proprio grazie a fondi europei e nazionali, ha ottenuto strumentazioni nuove e importanti. Eppure, ad oggi, non esiste ancora un’unica centrale operativa in grado di coordinare tutte le forze libiche che si occupano di sicurezza in mare, dall’Autorità portuale alle forze che pattugliano le acque libiche, quelle militari della Guardia costiera e quelli civili della General administration for coastal security (Gacs). L’odierna “stanza delle operazioni” alla base navale militare di Abu Sitta di Tripoli, di cui è responsabile Samad, ha una capacità di coordinamento limitata.
Agli aspetti tecnici vanno aggiunti quelli più politici: con un Mrcc funzionante, la Libia può rivendicare che è in grado di gestire in piena autonomia le proprie frontiere, che i soldi spesi dall’Europa sono arrivati laddove servivano, che il Paese è un partner di cooperazione affidabile. Può dire di aver concluso il processo cominciato nel 2017 con il Memorandum d’intesa firmato dall’Italia per stabilizzare la collaborazione con la Libia.
Se quindi, una volta conclusi i lavori, l’Mrcc libico dovesse davvero diventare operativo, si tratterebbe di un passaggio molto importante per le politiche di esternalizzazione delle frontiere Ue. Segnerebbe, almeno sulla carta, l’inizio di una fase in cui la Libia possiede formalmente tutte le carte in regola per sedersi al consesso internazionale dei Paesi che si occupano di salvataggio nel Mediterraneo e può far pesare di avere adempiuto alle richieste dei partner della sponda Nord del Mediterraneo. Questa legittimazione, però, è problematica, e a pagarne le conseguenze saranno prima di tutto i migranti.
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Lo stato delle cose
Il Maritime rescue coordination centre (Mrcc) è un centro operativo responsabile per il coordinamento a livello internazionale per le operazioni di search and rescue (Sar) in mare. Solitamente si coordina con gli altri centri di soccorso regionali (Rcc) di uno Stato, strutture più piccole, con capacità più limitate, così da coprire in maniera capillare l’area marittima in cui una o più navi si trovino in difficoltà.
L’obiettivo di provvedere la Libia di un Mrcc è stato il punto focale del progetto Support to integrated border and migration management in Libya (Sibmmil).
Iniziato nel 2017 e annunciato dall’allora ministro dell’Interno italiano Marco Minniti, Sibmmil è stato finanziato dall’Unione europea e implementato dall’Italia. L’obiettivo, fin dall’inizio, è stato rafforzare le capacità operative della Libia nell’intercettare le imbarcazioni di migranti dirette verso le coste europee. Per raggiungerlo, l’Italia ha speso oltre 50 milioni di euro di finanziamenti europei per fornire alla Libia tutto l’apparato necessario ai controlli marittimi. Radar, sistemi di comunicazione, motori per unità navali, imbarcazioni di varie dimensioni, riparazioni delle navi e addestramento per il personale di bordo.

Migranti a bordo di un gommone si sono buttati in mare per raggiungere la Humanity 1 dopo che l’imbarcazione della Guardia costiera libica si era avvicinata al loro natante. Tutte le persone sono state in seguito, soccorse dall’ong SOS Humanity © Max Cavallari
Tuttavia, allo stato attuale, ci sono ancora dubbi sull’effettiva efficacia dei libici nelle operazioni di search and rescue nel Mediterraneo. Da un lato, infatti, le autorità libiche dipendono ancora fortemente dai centri di coordinamento e salvataggio marittimi di Malta e soprattutto Italia, oltre che dagli aerei di Frontex che pattugliano il Mediterraneo centrale alla ricerca di imbarcazioni. Dall’altro, diverse ong impegnate nei salvataggi in mare lamentano l’impossibilità di lavorare con le autorità libiche.
«Lo staff nei centri di coordinamento regionali (Rcc) sulle coste libiche non parla inglese, il che è un fattore determinante per il coordinamento internazionale, oltre che un requisito dell’Imo (l’Organizzazione marittima internazionale, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei regolamenti sul trasporto marittimo, ndr)», dice Tamino Bohm, capo missione dell’aereo Seabird 2 dell’organizzazione Sea-Watch.
Inoltre, spiega Bohm, ci sono una serie di numeri di telefono dati come contatti libici che sono del tutto inaffidabili: «un giorno chiami un numero e il giorno dopo lo stesso numero non esiste più. Per questi motivi il livello di coordinamento di questi centri è pari a zero».
Il nodo del “porto sicuro”
Cosa potrebbe cambiare quando, come dice il capitano Samad, il centro di coordinamento sarà completamente operativo?
Per prima cosa, il nuovo Mrcc sarà il punto di contatto ufficiale per le autorità libiche coinvolte nel coordinamento internazionale delle operazione Sar. Questo «renderà più difficile per i libici non rispondere alle chiamate, come hanno fatto finora», spiega Andrew Mallia, comandante in congedo delle forze armate di Malta ed ex responsabile del centro di soccorso e coordinamento maltese. Mallia ha più volte espresso pubblicamente la necessità di mantenere separate le attività di recupero in mare dal pattugliamento, sostenendo che Frontex «non dovrebbe essere coinvolta in operazioni di salvataggio» (qui lo diceva sulla sua pagina LinkedIn in merito al naufragio avvenuto di fronte alle acque di Pylos nel giugno del 2023 e costato la morte a circa 600 persone).
Secondo l’esperto, con il nuovo Mrcc i libici avrebbero pieno controllo delle operazioni e potrebbero essere loro a coordinare le imbarcazioni nel Mediterraneo, con la conseguente scelta del punto di sbarco delle persone recuperate, quello che in gergo si chiama place of safety, in italiano reso con “porto sicuro”.
Che cos’è il “Place of safety”
Secondo le linee guida introdotte dall’Organizzazione marittima internazionale (Imo) nel 2004, un porto sicuro o place of safety (Pos) è «un luogo dove le operazioni di salvataggio sono considerate terminate [..], in cui i sopravvissuti non sono più in pericolo di vita e dove i loro bisogni umani primari (come cibo, riparo e assistenza medica) possono essere soddisfatti. Inoltre, il Pos è un posto in cui possono essere organizzati dei trasporti verso la prossima meta o la destinazione finale dei sopravvissuti». Quelle dell’Imo, però, in quanto linee guida vengono di volta in volta interpretate: ogni caso può variare a seconda delle condizioni. L’unica certezza è che un Pos deve essere un luogo sulla terraferma dove le persone possono essere sbarcate.
A decidere quale sia questo luogo, sempre secondo le linee guida dell’Imo, non dovrebbe essere il comandante della nave che effettua il salvataggio, ma lo Stato nella cui regione Sar è avvenuta l’operazione e che è obbligato a coordinare i soccorsi. Per scegliere un Pos, la vicinanza geografica non è il solo criterio. Un altro è che non sia un posto in cui sia comprovato che le persone sbarcate potrebbero essere soggette a trattamenti inumani o degradanti.
Uno Stato, quindi, teoricamente, potrebbe anche indicare un porto sicuro all’esterno del proprio territorio. Anche perché le linee guida Imo citano esplicitamente i casi di «richiedenti asilo e rifugiati recuperati in mare», dicendo che va tenuta in conto la «necessità di evitare lo sbarco in territori in cui la vita e la libertà di coloro che affermano di avere un fondato timore di persecuzione sarebbero minacciate».
Quando l’Mrcc libico entrerà in funzione, quindi, riporterà d’attualità l’interpretazione del concetto di porto sicuro, che è stata lungamente dibattuta in questi anni di collaborazione con la Libia e che interseca livelli differenti.
A livello tecnico, il parere di Mallia è netto. «Le questioni di protezione non dovrebbero assolutamente avere alcuna influenza sullo sbarco per la ricerca e il salvataggio». Per lui, il punto dirimente è che il salvataggio venga concluso, non dove.

Un gommone semirigido non identificato proveniente dalle coste libiche e quindi presumibilmente in forza alla Guardia costiera libica pattuglia le operazioni di salvataggio della nave Humanity 1 dell’ong SOS Humanity a luglio 2024 © Max Cavallari
A livello politico, invece, l’Mrcc libico è stato realizzato proprio perché la Libia potesse avere l’autorità di decidere dove sbarcare i migranti. E che lo facesse sulle sue coste. Lo spiegava l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, colui che ha disegnato l’accordo con la Libia, durante l’informativa al parlamento del cinque luglio del 2017 sulla gestione dei flussi migratori:
«Avere un centro di soccorso marittimo a Tripoli, che quindi consenta alla Guardia costiera di poter operare nelle acque territoriali e, contemporaneamente, di riportare in Libia le persone che vengono salvate nelle acque territoriali, è un punto cruciale».
Minniti si augurava che il centro fosse pronto «entro la fine dell’anno». Ce ne sono voluti oltre sette, ma il progetto non è mai cambiato.
A livello giuridico, al contrario, il porto sicuro è l’elemento decisivo per stabilire se l’operazione di recupero in mare è stata un salvataggio oppure un respingimento in un luogo dove un potenziale richiedente asilo è ancora esposto a pericoli. Lo spiega Francesca De Vittor, professoressa di diritto internazionale della Cattolica di Milano. Quantomeno dal punto di vista delle leggi italiane, non c’è alcuna possibilità di considerare la Libia un porto sicuro per delle operazioni Sar.
«Nessun giudice in Italia ha mai deliberato a favore di uno sbarco in Libia» perché «la Libia non è un porto sicuro, con o senza un Mrcc funzionante», dice l’esperta.
Il centro di coordinamento infatti non cambia le violazioni dei diritti umani subite dai migranti e denunciate anche dalle organizzazioni internazionali. Secondo la professoressa «essendo perfettamente a conoscenza dell’attuale scenario politico libico, gli altri centri di coordinamento nazionali e le autorità europee sarebbero legalmente responsabili in caso di un’azione che potrebbe mettere a rischio la sicurezza dei migranti facilitando l’intercettazione o lo sbarco in Libia».
Di conseguenza, «l’Mrcc italiano o altre autorità nazionali violano il diritto internazionale se trasferiscono all’Mrcc della Libia un operazione di ricerca e soccorso o se chiedono a un capitano di coordinarsi con Tripoli», conclude De Vittor, riferendosi ad operazioni che riguardano migranti.
Il caso Asso 28
Tutti questi livelli, con l’Mrcc libico in funzione, finiranno per avere un impatto concreto sulle imbarcazioni che solcano il Mediterraneo. Molto dipenderà dal tipo di imbarcazione, dal comportamento del loro capitano e dalla nazionalità della bandiera che queste battono.
Secondo il codice di navigazione italiano, per esempio, una nave battente la bandiera dell’Italia è soggetta alle leggi italiane quando solca le acque territoriali italiane e quelle internazionali (in pratica, quando non è nelle acque territoriali di un altro Stato, con le sue leggi).
È un’impostazione giuridica più stringente rispetto ad altri codici di navigazione che si limitano a gestire i protocolli di sicurezza, l’eventualità di un crimine commesso a bordo, i contratti di lavoro e altre questioni simili e, nel caso della Libia, può portare a procedimenti giudiziari.
È il caso del mercantile Asso 28, un’imbarcazione di supporto alla piattaforma petrolifera di Mellitah, gestita dalla National oil corporation (Noc) libica e dall’italiana Eni. Il suo comandante è stato condannato da un tribunale italiano per sbarco arbitrario e abbandono di minori o incapaci. Confermata in Cassazione a inizio 2024, la sentenza riguarda un episodio risalente al 30 luglio 2018, quando la Asso 28 ha soccorso 101 migranti e li ha riportati in Libia, senza comunicare con alcun Mrcc. Con quello italiano, il comandante scelse di non interagire. Il Centro di coordinamento e salvataggio marittimo libico, invece, ancora non esisteva.
Per approfondire
Se il comandante avesse contattato un Mrcc libico funzionante e gli fosse stato detto di sbarcare i migranti sulle spiagge libiche, comunque, sarebbe stato verosimilmente perseguito dalla magistratura italiana perché la Libia rimane un porto non sicuro per la legge italiana, come ha dimostrato proprio la sentenza sul caso Asso 28. «In quel caso, però, non ci sarebbe stato il dolo, l’intenzionalità dell’azione», spiega ancora De Vittor.
«Questo – aggiunge – perché il comandante starebbe aderendo in buona fede al codice di condotta dei mari e seguendo le indicazioni di un’entità riconosciuta dall’Imo».
In futuro, quindi, i comandanti delle navi civili e commerciali che si vedranno chiesto dal Mrcc libico di salvare dei migranti e di sbarcarli sulle coste del Paese africano potrebbero incappare in altri procedimenti giudiziari, se comanderanno imbarcazioni battenti bandiera italiana. Se invece la nazionalità della bandiera sarà di un altro Stato, e stiamo parlando della maggior parte delle navi, questo potrebbe non avvenire, a causa di leggi e codici di navigazione diversi.
Il numero di migranti che verrebbero riportati in Libia, quindi, potrebbe aumentare.
E con essi, anche le violazioni dei diritti umani cui sono continuamente sottoposti.
Oggi, infatti, nel Paese africano sono oltre quattromila i migranti detenuti in maniera arbitraria in centri di prigionia ufficiali, mentre sono più di tremila sono quelli in centri non ufficiali sotto il controllo di milizie, dove nemmeno le Nazioni Unite hanno accesso. In queste strutture, condizioni inadeguate e degradanti, violenze, torture e riscatti sono la norma.
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Legittimare la Libia, nonostante le morti in mare
Un Mrcc funzionante contribuirebbe a rafforzare ulteriormente anche le intercettazioni, cioè le operazioni di recupero in mare svolte direttamente dalla Guardia costiera libica che finiscono riportando le persone sulle coste del Paese africano. Queste operazioni, grazie ai finanziamenti europei per imbarcazioni ed equipaggiamenti, sono cresciute per anni e potrebbero crescere ancora di più perché l’Mrcc consentirà alle autorità libiche di entrare in contatto con più imbarcazioni, sia quelle in difficoltà sia quelle che le soccorrono.
Tra queste ultime vi potrebbero essere anche quelle delle ong. Le organizzazioni non governative che salvano i migranti, infatti, hanno già ripetuto in più occasioni che, anche di fronte alla richieste di un Centro di coordinamento e salvataggio libico, non sbarcherebbero in Libia le persone soccorse, a causa di quello cui andrebbero incontro.
Queste scelte umanitarie, però, potrebbero fornire alle autorità italiane nuove motivazioni per fermare le navi delle ong. O, alla Guardia costiera libica, nuovi pretesti per attaccarle. La conflittualità, nel Mediterraneo centrale, sembra quindi destinata ad aumentare.
«Un “Mrcc” a Tripoli è stato costruito dall’Ue e dai suoi Stati membri per consentire le violazioni dei diritti umani, abusando dei concetti di Sar per nascondere la loro intenzione di ridurre gli arrivi in Europa con tutti i mezzi necessari», attacca Tamino Bohm di Sea-Watch che ribadisce come le relazioni con le autorità libiche siano praticamente inesistenti.
Vale anche per altre ong. «Noi contattiamo tutti, anche i libici. Sono loro che non rispondono», dice la direttrice generale di Sos Méditerranée Italia, Valeria Taurino. «Tutto questo è mirato a vestire la Libia di un ruolo di coordinamento internazionale, quando questo non è possibile se ci stanno delle mancanze a livello operativo. E comunque, anche se mi rispondessero io non posso riportare i migranti in Libia. Non possiamo sovrapporre la volontà politica di un governo con la questione umanitaria di salvare le vite in mare e portarle al sicuro», aggiunge.
Secondo Marie Michel, portavoce della ong Sos Humanity, il sostegno europeo all’Mrcc è «scandaloso perché implica che le autorità libiche siano un corpo statale legittimo che opera seguendo la legge internazionale». Aggiunge però che «non vi è alcuna indicazione che il passaggio a un Mrcc cambierebbe il modo in cui le operazioni di ricerca e soccorso sono gestite dalle autorità libiche o che si porrebbe fine alle sistematiche violazioni dei diritti umani di migranti e rifugiati».
Anche per Taurino l’entrata in funzione del centro di coordinamento potrebbe non cambiare nulla «in termini di impatto operativo. La direttrice di Sos Méditerranée spera che le autorità italiane continueranno a coordinare la maggior parte dei soccorsi tra le nostre coste e quelle libiche, come fanno ora e da tempo. «Si sentiranno meno responsabili? Mi auguro proprio di no», chiosa.
Intanto, nel Mediterraneo centrale si continua a morire: secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, i morti e dispersi sono stati 2.405 nel 2022 e 3.105 lo scorso anno.
Chi sono i guardacoste: il caso Bija
L’ottimismo mostrato ad inizio ottobre per le sorti dell’Mrcc da parte del capitano Samad non è una novità recente. Lo aveva già condiviso a luglio a Tripoli, annunciando a una platea di giornalisti internazionali l’entrata in funzione del centro per l’autunno. In qualità di responsabile delle operazioni di salvataggio, Samad aveva rivendicato la formazione militare dei suoi uomini, la lunga tradizione marinara libica fin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi e il fatto che la Guardia costiera libica non sia affatto “cosiddetta”, come invece affermano alcune ong. Una riprova, quest’ultima, di come il conflitto in mare con le organizzazioni non governative, percepite come un corpo estraneo che non riconosce l’autorità libica, esista e sia in corso.
L’obiettivo dell’incontro di luglio era dare un’immagine unitaria della Guardia costiera libica e dimostrare che il nuovo Mrcc sarebbe stato gestito da un corpo unico e solido.
Ma la realtà è che stiamo parlando di un’entità ancora estremamente frammentata, composta da membri che sommano molte altre identità a quella di guardacoste.
In tal senso, è emblematica la figura di Abdel Rahman al-Milad, noto come al Bija.Oltre che un ufficiale della Guardia costiera, Bija è stato un membro della Brigata al-Nasr, una milizia molto potente a Zawiya, città dell’ovest della Libia da sempre al centro di traffici, sia di migranti sia di gasolio. Nel 2018, è stato messo sotto sanzione dalle Nazioni unite perché «collegato a episodi di violenza contro i migranti e ad altri trafficanti di esseri umani», si legge in un documento dell’Onu. Due anni dopo, è stato arrestato dalle stesse autorità libiche con l’accusa di traffico di esseri umani. Rilasciato l’anno seguente per «mancanza di prove», è stato poi promosso a maggiore della Guardia costiera ed è diventato istruttore all’accademia di Janzour, a ovest di Tripoli. Mentre veniva riabilitato in patria, Bija è stato messo sotto indagine dalla procura di Agrigento, come ha rivelato solo di recente Avvenire. Lo stesso quotidiano aveva scoperto anche che il guardacoste libico era stato in Italia nel 2017.

Anche in virtù di queste rivelazioni, in Europa e in Italia soprattutto, Bija è diventato un simbolo: la conferma che la “cosiddetta” Guardia costiera libica non fosse composta da ufficiali, ma da criminali.
In realtà, Bija aveva un’identità complessa, multipla, stratificata. Era il capo di una milizia potente, un trafficante di migranti, un contrabbandiere di petrolio e anche, contemporaneamente, un ufficiale della Guardia costiera a tutti gli effetti.
Un ufficiale di quelli cui l’Unione europea e l’Italia forniscono mezzi, equipaggiamento, formazione per fermare i migranti. Un ufficiale che avrebbe potuto sfruttare le potenzialità del nuovo Mrcc. E, ancora più importante, un ufficiale che, nonostante tutto, era considerato tale dall’istituzione di cui faceva parte.
Solo lo scorso luglio, infatti, un alto esponente della Guardia costiera libica rispondeva a un giornalista che chiedeva se Bija fosse un uomo delle milizie: «No, è un ufficiale, ha fatto un grande lavoro». Meno di due mesi dopo, il primo settembre, Bija è stato ucciso da un attacco a fuoco, mentre era nella sua automobile.
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