La fase di ricerca di un’inchiesta dura mesi, la sua scrittura generalmente prende poco più di una settimana. Ma quello che può sembrare il punto di arrivo di una storia, ovvero la sua pubblicazione, in realtà è un nuovo punto di partenza.
Spesso si parla dell’impatto di un’inchiesta ma non si riflette abbastanza su quali siano i fattori che aiutano a suscitare interesse e a ottenere un cambiamento.
Negli ultimi 12 mesi la redazione di IrpiMedia ha iniziato a farlo in modo sistematico. In particolare abbiamo analizzato e lavorato sull’impatto de Il sapore amaro del kiwi, inchiesta transnazionale sullo sfruttamento dei lavoratori sikh impegnati nella coltivazione dei kiwi nella zona di Latina.
Realizzata insieme a Stefania Prandi, Kusum Arora e Charlotte Aagaard, l’inchiesta è stata co-pubblicata in collaborazione con il giornale danese DanWatch e con l’indiano The Wire.
Questo approfondimento fa il punto sui risultati e riflette su quali siano legati ad attività frutto di ragionamenti mirati a una più larga diffusione dell’inchiesta rispetto alla nostra community di lettori, e quali nascano da un interesse generale che il lavoro ha stimolato e di cui abbiamo raccolto i frutti.
Come nasce un’inchiesta transnazionale
L’occasione per realizzare Il sapore amaro del kiwi nasce dal grant Modern Slavery Unveiled, promosso da JournalismFund Europe con l’obiettivo di finanziare inchieste cross-border sullo sfruttamento delle vittime asiatiche della tratta di esseri umani e del lavoro forzato in Europa. IrpiMedia si era già occupata del tema, all’interno della serie #InvisibileWorkers, nata in seguito al dibattito portato dalla pandemia sulle condizioni di lavoro dei braccianti agricoli stranieri.
Grazie al finanziamento abbiamo avuto modo di continuare questa serie e in particolare il discorso legato alle responsabilità dietro lo sfruttamento in agricoltura. Già a ottobre 2022, Daniela Sala e Ankita Anand avevano pubblicato su IrpiMedia un lungo inchiestage che racconta come, attraverso i debiti, una rete di intermediari collega il Punjab all’Agro Pontino, tenendo sotto ricatto migliaia di lavoratori indiani, poi sfruttati nel settore ortofrutticolo.
Riprendendo quindi le ricerche su un territorio già raccontato, ci siamo concentrate su un frutto in particolare, il kiwi, di cui l’Italia è il principale produttore europeo – terzo al mondo dopo Cina e Nuova Zelanda. La prima regione del nostro Paese dove si coltiva la “bacca verde” è il Lazio, l’Agro Pontino in particolare.
Chi sono i lavoratori che permettono la crescita di questo mercato? Chi esporta questo frutto e dove? Queste sono solo alcune delle domande che hanno dato il via alla ricerca.
Dalle oltre cinquanta interviste realizzate per questa inchiesta in Italia e in India abbiamo quindi scoperto una catena di produzione ed esportazione molto complessa, che coinvolge diversi attori: piccoli e medie aziende agricole che ingaggiano lavoratori indiani; consorzi di produttori che confezionano i kiwi raccolti e li esportano con il bollino della multinazionale Zespri, famosa soprattutto per la varietà SunGold, che fattura più di due miliardi ogni anno.
I sikh che raccolgono la frutta per Zespri sono sottopagati, subiscono violenze verbali e minacce, non hanno giorni di riposo e lavorano senza dispositivi di protezione individuale. A questo si aggiunge un debito che molti di loro devono ripagare ad alcuni intermediari, contratto in India per riuscire a ottenere il permesso di soggiorno per lavoro subordinato, necessario a rientrare nelle quote del Decreto flussi: la via dell’immigrazione considerata “legale”, ma che di fatto favorisce le condizioni di precarietà a cui questi lavoratori devono sottostare per anni.
La collaborazione con The Wire ci ha permesso di ricostruire la tratta dei sikh dall’India all’Italia; grazie a DanWatch siamo entrate in contatto con i gruppi della grande distribuzione, scoprendo quali sono le aziende italiane che vendono kiwi a Zespri. Aziende che negano ogni responsabilità e, come la multinazionale, rimandano a enti terzi di controllo che dovrebbero certificare il corretto rispetto dei diritti dei lavoratori.
L’eco di un’inchiesta
Nel corso di questo anno, l’inchiesta – nata con pubblicazioni in italiano, inglese e danese – ha viaggiato oltre i confini dei tre Paesi interessati: è stata infatti ripresa, tradotta e ripubblicata anche in altre lingue da oltre 30 media italiani e stranieri, tra cui Al Jazeera, El Paìs, Internazionale, Taz, il manifesto, VoxEurope. All’inchiesta è stato dato inoltre spazio in alcune trasmissioni radiofoniche, come Prisma di Radio Popolare, che ha intervistato due delle autrici, e Prima Pagina di Radio Tre.
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Il lavoro è stato poi approfondito da alcune testate specializzate: Fruitbook Magazine ha raccolto la replica di GlobalGAP, il certificatore che rilascia – anche alle aziende che producono kiwi Zespri dove abbiamo rilevato irregolarità – lo standard volontario a garanzia dei diritti dei lavoratori. L’ente ha dichiarato, in particolare, di prendere sul serio ogni reclamo e di svolgere indagini indipendenti in caso di violazioni segnalate su un’azienda da loro certificata.
«A seconda della natura e dell’entità delle violazioni, ai produttori interessati viene concesso un periodo di tempo per apportare le correzioni o perdere la certificazione. Nei casi più gravi, può essere imposto al produttore una sospensione temporanea della certificazione», scrivono alla rivista di settore.
Anche il progetto editoriale Melting Pot Europa ha approfondito la nostra storia, guardando a sua volta alle piantagioni di kiwi di Saluzzo, in Piemonte, altra terra d’origine dei kiwi Zespri. Anche lì i braccianti sono costretti a lavorare in nero e a vivere in condizioni pericolose e precarie, come avevamo raccontato già anche noi di IrpiMedia.
La storia è stata inoltre candidata a diversi premi italiani e internazionali, tra cui la prima edizione del Premio Tina Merlin per il giornalismo d’inchiesta territoriale, organizzato dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), vinto a dicembre 2023. Nello stesso mese il lavoro è entrato nella rosa dei finalisti della Global Media Competition on Labour Migration, organizzata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), agenzia delle Nazioni Unite.
Si tratta di risultati che parlano della forza delle storie di questa inchiesta e dell’importanza di farle viaggiare quanto più possibile. Ma questa è solo una parte di quello che è l’impatto di una storia.
Impatto mirato: come ottenere il cambiamento
La nostra riflessione sistematica sull’impatto è iniziata subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta (anche se la tempistica non è ideale – da allora, abbiamo iniziato a ragionarci durante la lavorazione delle inchieste): abbiamo stilato un elenco degli obiettivi che volevamo che la storia producesse e creato una lista di persone e organizzazioni chiave a cui far arrivare l’inchiesta e le sue rivelazioni.
Se tra gli obiettivi c’era sicuramente l’alimentare il dibattito pubblico, locale e nazionale, sullo sfruttamento dei lavoratori agricoli stranieri in Europa – e i risultati menzionati sono sicuramente una dimostrazione del raggiungimento di quell’obiettivo – abbiamo anche scelto di concentrarci in modo specifico sul rafforzamento dei controlli sulle condizioni dei lavoratori nelle aziende di kiwi – da parte dei consorzi di produttori, di Zespri e della grande distribuzione.
Quanto a quest’ultimo obiettivo, inizialmente abbiamo ottenuto la disponibilità di Zespri per un incontro in cui approfondire le responsabilità dei produttori locali a loro afferenti, così da permettergli di prendere eventuali provvedimenti e migliorare la catena di produzione dei kiwi. Dopo una prima fase di colloqui telematici, però, la comunicazione si è interrotta.
Nel frattempo, a marzo 2023, la collega danese Charlotte Aaagaard è stata invitata dalla Ethical Trade Denmark a partecipare a un incontro sulla due diligence per i lavoratori migranti, il cui focus erano le nuove forme di schiavitù moderna nel settore agricolo dell’Europa meridionale e le azioni da svolgere per contrastrare questo fenomeno. Alla riunione erano presenti circa 30 partecipanti tra rappresentanti dei gruppi della grande distribuzione danese come Lidl, Dagrofa, Salling, Rema 1000 e quelli di diversi ministeri e ong.
La collega ha raccontato le principali evidenze emerse dall’inchiesta e alla fine i partecipanti hanno convenuto che serva pensare collettivamente a nuove pratiche in grado di fermare la schiavitù moderna, perché i mezzi utilizzati finora – la supervisione da parte di terzi, i sistemi di certificazione, le visite ispettive, le linee telefoniche dirette (per la segnalazione di irregolarità da parte dei lavoratori, ndr) – si sono rivelati inadatti a proteggere i diritti dei lavoratori migranti.
E in questi mesi il cambiamento si è messo in moto: la catena di supermercati Lidl sembra aver preso già delle iniziative in merito, facendo mettere nei magazzini dei suoi fornitori «dei cartelli con indicate le procedure con cui i lavoratori possono denunciare la violazione dei propri diritti», come riportato da Fruitbook Magazine lo scorso settembre. Pochi però sono ancora i controlli nei campi.
La stessa catena ci ha contattati poi per chiedere la lista delle aziende di kiwi della provincia di Latina dove abbiamo riscontrato irregolarità in merito ai diritti dei lavoratori. Per una questione di protezione delle fonti non abbiamo potuto fornire questa informazione, ma abbiamo girato alla Lidl la lista di tutte le aziende dell’Agro Pontino che producono i kiwi da loro venduti, inviataci dalla catena stessa all’inizio del nostro lavoro di ricerca. Abbiamo quindi invitato il gruppo ad avviare delle indagini sull’intera zona. Continueremo a monitorare eventuali avanzamenti in questo senso.
Intanto la versione tedesca dell’articolo, pubblicata sulla rivista Taz, è stata aggiunta al CSR Risk Check, un database di responsabilità sociale per aziende che importano ed esportano prodotti. Questa banca dati è uno strumento che gli imprenditori possono utilizzare per scoprire quali sono i rischi eventualmente presenti in una catena di fornitura, in questo caso quella dei kiwi, e capire come possono affrontarli.
Anche in India l’inchiesta è stata notata da istituzioni e organizzazioni. La collega Kusum Arora è stata invitata in particolare a dialogare con Kuldeep Singh Dhaliwal, membro dell’Assemblea Legislativa del Punjab, interessato a prendere provvedimenti contro le false agenzie di viaggio in Punjab. Queste, infatti, approfittando del Decreto flussi italiano, offrono ai sikh contratti di lavoro di aziende italiane a pagamento, generando quel debito che i lavoratori indiani faticano a ripagare e che li costringe a una situazione di precarietà.
Il nostro lavoro è infine arrivato anche alla Free University di Amsterdam, grazie a Wiebe de Jong – professore di antropologia e giornalista freelance – che coordina il corso chiamato Confronting Commodity Chains, in cui gli studenti e le studentesse studiano le catene di approvvigionamento per vedere fino a che punto sono eque in termini, anche, di sostenibilità e diritti dei lavoratori.
All’interno del corso, il professore de Jong ha organizzato un incontro – il 7 febbraio scorso – per gli studenti di antropologia, scienze politiche, sociologia e scienze della comunicazione, a cui abbiamo preso parte raccontando il nostro lavoro sulla catena di approvvigionamento dei kiwi e sulle rotte intraprese dai sikh per arrivare in Italia, e rispondendo alle domande di studenti e studentesse.
Raggiungere le comunità di riferimento
Noi di IrpiMedia abbiamo poi deciso di fare un passo in più: da gennaio a marzo di quest’anno, abbiamo organizzato un workshop di giornalismo investigativo dedicato a ragazze e ragazzi con background migratorio, interessati ad acquisire competenze per realizzare inchieste sul territorio.
L’idea ci è venuta partendo dalla volontà di far conoscere le nostre storie agli stessi lavoratori invisibili di cui raccontiamo. Ci siamo dunque chiesti come potevamo raggiungere queste comunità e, grazie alla collaborazione con Italiani senza Cittadinanza, abbiamo deciso di rivolgerci alle nuove generazioni: ragazze e ragazzi italiani con genitori stranieri, che in alcuni casi svolgono un lavoro “invisibile”, sfruttati e spesso dimenticati. Volevamo che fossero loro stessi a prendere la parola e a scrivere le loro storie o quelle di persone vicine.
Il workshop è durato otto settimane e insieme abbiamo scoperto come ci si rapporta con una fonte; come possiamo ottenere dei documenti, ma anche come leggere visure camerali e bilanci.
Per approfondire
Dal corso sono soprattutto emerse alcune possibili inchieste future, che hanno al centro lavoratori sfruttati in diversi ambiti: dall’agricoltura al settore della cura domestica, e che speriamo possiate leggere nel corso dell’anno su IrpiMedia.
Allargare lo sguardo
Prima di iniziare a lavorare a Il sapore amaro dei kiwi pensavo che la vita di un’inchiesta terminasse con la sua messa in pagina. Dopo quest’anno so che quello è solo il momento in cui una storia inizia il suo percorso. Un percorso fatto di una strada principale, quella progettata e studiata dalla redazione, e di tante traverse ideate da altri, chi ci legge o chi di quella storia ne è il protagonista.
Lavorare all’impatto di un’inchiesta e misurarne costantemente gli obiettivi raggiunti mi ha aiutato a non perdere di vista l’importanza di questa storia, che per me ha trovato il suo senso massimo nel workshop organizzato per ragazze e ragazzi con background migratorio.
Grazie a loro, quella che pensavo una serie conclusa, per cui non si potesse dire nient’altro perché tutto era già stato scritto, si è arricchita di nuovi spunti, di sguardi e storie più ampie, che guardano a nuove comunità e, purtroppo, a nuove forme di sfruttamento e criticità.
Il lavoro fatto per diffondere questa inchiesta mi ha aiutato, in generale, a capire che incontrare i lettori e dialogare con loro sulle serie che pubblichiamo, come successo anche per #InvisibleWorkers, è fondamentale per far in modo che quel lavoro non muoia, non scada, ma si rigeneri continuamente.
È il nostro tentativo per continuare a nutrire il dibattito pubblico che speriamo che le nostre inchieste siano in grado di smuovere. Non c’è incontro o formazione che abbiamo fatto senza che ci arrivasse un nuovo spunto di riflessione, il seme per una nuova storia, un’occasione per ampliare il nostro sguardo e le nostre indagini.
L’ideazione di una storia non può fermarsi a una scaletta sensata, a una narrazione che coinvolga, perché come scrive il Premio Nobel Annie Ernaux: «Tutte le immagini scompariranno», e «vedere per scrivere è vedere altrimenti. È distinguere oggetti, individui, meccanismi e conferire loro valore d’esistenza». L’impatto di una storia è quello che le permette di esistere.
