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Cambia la missione navale Ue in Libia: addestramenti anche per le forze di Haftar, niente più controlli sul traffico di armamenti

Un documento riservato del Consiglio dell’Ue rivela una nuova fase di collaborazione con le forze libiche. Anche a Bengasi, un tempo città ribelle, ci sarà un centro per coordinare i salvataggi in mare. Sempre con soldi Ue e regia italiana

03.06.26

Lorenzo Bagnoli

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Eunavfor Med Irini, la missione congiunta di diverse marine militari dell’Unione europea nel Mediterraneo centrale, ha stretto un nuovo «accordo tecnico» finalizzato alla formazione di non meglio precisate «istituzioni libiche responsabili delle attività di polizia e della ricerca e soccorso in mare». È l’ultimo capitolo del processo di legittimazione dei guardacoste libici e riguarda non solo l’ovest ma anche l’est del Paese.

Lo rivela un documento confidenziale destinato ai membri del Consiglio dell’Unione europea reso pubblico il 28 maggio dall’Ong britannica che si occupa di diritti civili Statewatch.

L’inchiesta in breve

  • L’Ong Statewatch ha reso pubblico un documento che rivela un accordo tecnico tra la missione navale Ue Irini e le «istituzioni libiche» che si occupano di pattugliamento e soccorso. Obiettivo: formazione e ulteriore sviluppo delle capacità d’intervento
  • Se fino a poco fa la collaborazione era solo con il governo di Tripoli (Gnu) riconosciuto dall’Onu, ormai è palese lo sforzo anche dell’Ue di unificare l’ovest con l’est della Libia, dove si trova il generale un tempo ribelle Haftar
  • A Bengasi verrà aperto un nuovo centro di coordinamento per i salvataggi in mare. A Sirte, città a lungo contesa tra Gnu e Haftar, ha avuto luogo anche un’esercitazione guidata da Africom a cui hanno partecipato congiunte anche le forze libiche
  • A maggio è venuta meno l’autorizzazione Onu che consentiva a Irini di ispezionare in alto mare le navi sospettate di trasportare armi verso la Libia. Ora la missione sembra assumere più il compito di addestrare le autorità libiche. 
  • In passato esperti delle Nazioni Unite hanno espresso dubbi sui criteri di selezione dei partecipanti ai programmi di addestramento, osservando che continuavano a essere segnalati episodi di violenza e abusi da parte delle forze libiche anche dopo la formazione

Un centro di coordinamento per Bengasi 

Quando a marzo 2025 il Consiglio europeo ha votato il prolungamento di Irini per altri due anni, il comunicato stampa elencava tra i compiti della missione «lo sviluppo e la formazione della guardia costiera libica e della marina militare libica». Questa dicitura è diventata  «istituzioni libiche» in quest’ultimo documento: perché?

La guardia costiera – come la la marina militare e le guardie di frontiera – è sempre stata formalmente un corpo unitario, non diviso tra est e ovest. Ha sempre avuto il suo quartier generale a Tripoli e quindi è stata sotto la guida del Governo di unità nazionale (Gnu) di Tripoli. L’Italia e gli altri Paesi Ue, quando hanno sostenuto e formato gli ufficiali libici lo hanno sempre fatto passando dal governo di Tripoli.

Questa situazione, però, è cambiata e le prime avvisaglie si sono viste già nel luglio 2023, durante il Trans-mediterranean migration forum (Tmmf). Anche il governo “ex ribelle” di Khalifa Haftar ora partecipa a negoziati e programmi di cooperazione. Tanto è vero che il quotidiano tedesco nd a gennaio ha rivelato che esiste un progetto di creazione di un Centro di coordinamento per le operazioni di salvataggio (Mrcc) anche a Bengasi, città controllata da Haftar. Progetto che dovrebbe essere implementato dal ministero dell’Interno italiano – come nel caso dell’Mrcc di Tripoli, costruito nell’ambito del progetto Sibmmil – con un finanziamento europeo.

Le missioni di fronte alla Libia

Operazione Mare Nostrum: missione umanitaria della marina militare italiana che aveva lo scopo di salvare i migranti a rischio naufragio, lanciata dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

Operazione Mare Sicuro – Mediterraneo Sicuro: operazione della marina militare italiana con l’obiettivo di sorvegliare le rotte marittime e proteggere gli interessi italiani. Tra il 2015 e il 2022 si chiamava operazione “Mare sicuro”.

Operazione Triton – Themis: missione di controllo delle frontiere coordinata da Frontex. Tra il 2014 e il 2018 si chiamava Triton; dal 2018 è stata sostituita da Themis. 

Eunavfor Med Sophia: missione navale dell’Unione europea, è stata operativa dal 2015 al 2020. Dal 2016 ha avuto il mandato dalle Nazioni Unite di controllare eventuali carichi di armi destinati alla Libia.

Eunavfor Med Irini: esiste dal 2020 e dal 2021 è rinnovata per due anni dal Consiglio dell’Unione europea. A maggio ha perso l’autorizzazione dell’Onu per ispezionare in alto mare le navi sospettate di trasportare armi in Libia.

Unire l’est e l’ovest? 

Non solo: nel 2025 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione che permette agli Stati membri di fornire in Libia assistenza tecnica e addestramento militare – in precedenza attività vietate dall’embargo dell’Onu – «purché siano destinate esclusivamente a promuovere il processo di riunificazione delle istituzioni militari e di sicurezza libiche», si legge nel comunicato.

È una risoluzione che rispecchia le contraddizioni della Libia: gli apparati di sicurezza sono costituiti da formazioni diverse, ex milizie, generali un tempo fedeli a Gheddafi, ribelli che ora vestono i panni degli uomini di Stato. 

Libia

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Il processo d’integrazione tra l’est e l’ovest è in corso da più di un anno, nonostante a livello locale continuino a scoppiare scontri tra milizie rivali, di cui gli ultimi a inizio maggio hanno costretto alla chiusura di alcuni pozzi e raffinerie. Un fatto che dà la misura del riavvicinarsi tra est e ovest è l’esercitazione militare contro il terrorismo Flintlock 2026, lanciata a metà aprile da Africom, il comando dell’esercito statunitense in Africa.

Ha visto la partecipazione di militari da 30 Paesi, gli alpini paracadutisti per l’Italia. In Libia si è svolta a Sirte – città a lungo contesa dalle forze rivali – ed è stata salutata da una stretta di mano tra Abdulsalam Al-Zoubi, il sottosegretario al ministero della Difesa libico di cui è grande sponsor il primo ministro di Tripoli Abdel Hamid Dbebaiba, e Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa.

Non più controlli sull’arrivo di armi

Il 22 maggio, due giorni dopo che il documento confidenziale pubblicato da Statewatch è finito sulle scrivanie dei membri del Consiglio europeo, c’è stata un’altra importante novità riguardante Irini. 

I governi di Francia e Grecia hanno deciso di non chiedere il rinnovo di uno dei compiti principali di Irini, cioè il controllo delle navi cariche di armi. La missione infatti era stata autorizzata nel 2016 da una risoluzione dell’Onu – la numero 2292 – a ispezionare anche in acque internazionali imbarcazioni sospettate di trasportare armamenti. Nonostante questo, la procedura per ottenere il permesso all’ispezione è stata spesso complicata e il numero di ispezioni comunicato dalla missione, negli anni, si è ridotto. E ora non ci saranno più del tutto. 

Con il prolungamento fino al marzo 2027, però, la missione ha rinforzato altri incarichi – più vicini agli interessi dei Paesi europei che alla missione delle Nazioni Unite in Libia – che riguardano attività di pattugliamento e di monitoraggio, in particolare del contrabbando di prodotti petroliferi. Secondo il Panel di esperti delle Nazioni Unite, tra la fine del 2024 e il 2026 dalla Libia sono state esportate illegalmente un milione di tonnellate di carburante, una cifra mai raggiunta prima.

Addestrare o non addestrare?

Prima del 2020, la missione navale in Libia si chiamava Sophia. Analizzando i report del Panel di esperti delle Nazioni Unite, si osserva che la missione già allora aveva formato alcuni guardacoste libici e già allora gli esperti dell’Onu avevano sollevato dei dubbi in merito all’opportunità di questo servizio. 

Un primo pacchetto di formazione era stato fatto per 89 ufficiali libici a ottobre 2016, altri 20 hanno partecipato a un secondo a gennaio 2017, ma questo non ha impedito che la missione Onu in Libia registrasse comunque casi di violenza verso migranti («picchiati, derubati e portati in centri di detenzione o case private e fattorie, dove sono sottoposti a lavori forzati, stupri e altre violenze sessuali») e Ong in mare. Notizie che, si legge nel rapporto finale del 2017, «sottolineano ulteriormente i timori del Panel rispetto alle verifiche a cui sono sottoposti i tirocinanti».

Anche per questo motivo non era più stato assegnato alla missione della marina militare europea l’addestramento dei libici. Ma sono passati quasi dieci anni dalle osservazioni degli esperti delle Nazioni Unite e la Libia, costi quel che costi, deve diventare un partner affidabile per l’Unione europea.

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Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

© sea-watch.org

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