#FuoriGioco
L'industria del calcio
Aggiornata il: 21 Marzo 2025
#FuoriGioco
L’appeal romantico dello sport più seguito al mondo è stato ormai soppiantato da un business che solo in Italia nel 2019 ha fatturato 5 miliardi di euro. Dalla dimensione locale in cui la proprietà dei club e il bacino di tifosi erano individuabili all’interno del contesto geografico di appartenenza, oggi le società di calcio hanno sedi registrate in paradisi fiscali per mettere al riparo gli utili e i dividendi dal Fisco e in cui spesso è impossibile risalire ai reali beneficiari. Un’evoluzione al contrario che ha portato a cambiamenti epocali: prima la “sentenza Bosman”; poi l’arrivo degli agenti sportivi, acceleratori di costi ormai fuori controllo; l’entrata in gioco delle pay-tv, foriere di introiti per la trasmissione delle partite inimmaginabili prima, e competizioni sempre più numerose e sempre più ricche. In mezzo, gli atleti che, seppur ricchi, devono tenere il ritmo e portare il proprio corpo al limite per non cedere alla concorrenza o, peggio, all’oblio sportivo.
Il calcio è ormai un vero e proprio strumento finanziario e come tale accoglie al suo interno giochi di potere e conflitti di interesse. Quelli dei “super agenti” ma anche dei club più influenti e di imprenditori dal vizio per l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro. Non ne è immune l’organo di controllo globale, la Fifa, travolta dagli scandali nel 2015 e ancora incapace di rifarsi una reputazione.
Prima del Covid, l’indebitamento complessivo del calcio italiano ha raggiunto 4,6 miliardi di euro (9,3% rispetto alla stagione precedente) e meglio non va nel resto d’Europa. Per porvi rimedio, gli stakeholder del settore sembrano perseguire una strada opposta a quella della logica: più competizioni, più partite e quindi più introiti in quella che sembra più un’accelerazione verso il precipizio che una sosta per riflettere.
Con #FuoriGioco, IrpiMedia intende accendere i riflettori sugli angoli bui e i giochi di potere del mondo del pallone.