21.08.25
Prendere posto in uno delle migliaia di kaiten-sushi che, a Tokyo, promettono di rivelare cosa sia il vero cibo giapponese è il modo più semplice per mettere sotto i denti un pezzetto di vero tonno rosso del Mediterraneo.
Sul nastro trasportatore scorrono i piattini con i singoli pezzi preparati dalle mani sapienti degli chef. Lontano dai barocchismi fusion a cui siamo abituati in Occidente, a prima vista non si resta impressionati. Poi però basta un assaggio per capire come secoli di tradizione riescano a superare le sperimentazioni contemporanee e, soprattutto, come la qualità della materia prima – il pesce, in questo caso – faccia sempre la differenza.
Il tonno rosso del Mediterraneo è il più apprezzato in Giappone, la maggior parte va lì. Per diverso tempo, però, una parte di quel tonno rosso, che arrivato in estremo oriente finisce al centro di aste dove si raggiungono offerte da capogiro, è stato pescato da un’impresa legata a doppio filo con Cosa Nostra.
L’inchiesta in breve
- La pesca al tonno rosso del Mediterraneo è fra le più regolamentate e controllate al mondo, ed è anche una delle poche capaci di garantire lauti profitti a coloro che sono autorizzati a gettare le reti in mare
- Il mercato è gestito tramite un rigido sistema di quote, dentro il quale è molto difficile entrare. Molti pescatori parlano di un oligopolio pressoché impossibile da scalfire
- In questo contesto la più grande quota posseduta da una barca italiana è quella del peschereccio Angelo Catania, l’unico ad avere oltre 300 tonnellate di tonno all’anno assegnate
- Ma proprietario della Angelo Catania, almeno fino alla condanna definitiva per mafia nel 2023, era Emanuele Catania, che dopo la sentenza ha passato l’azienda ai familiari. Catania è stato ritenuto volto imprenditoriale del clan Rinzivillo dagli anni Novanta
- Questo non ha però portato a nessuna revisione delle quote assegnate, e per le stagioni 2024 e 2025 la barca ha regolarmente pescato e commerciato il tonno con i più importanti impianti per l’ingrasso dei pesci, che poi vengono venduti quasi tutti nel mercato giapponese
La storia, scoperta da IrpiMedia in collaborazione con Amphora Media, ha origine nel profondo sud della Sicilia ma porta fino a Roma, dove negli ultimi anni il ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf) ha deciso di confermare la quota a una barca di proprietà di una società guidata da una famiglia il cui capostipite ha ricevuto una condanna definitiva per associazione mafiosa.
Il peschereccio più importante
Come raccontato in altre inchieste, il settore del tonno rosso è regolato da un meccanismo di quote introdotto dall’organizzazione intergovernativa International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas (Iccat) a fine anni Novanta per tutelare gli stock ittici di una specie che rischiava altrimenti di estinguersi.
Nel corso dei decenni, il sistema è stato al centro di molte polemiche: i pescatori tagliati fuori dalla ripartizione delle quote puntano il dito contro un oligopolio in cui è quasi impossibile entrare e che, anche quando i dati hanno suggerito un’inversione di tendenza con un progressivo ripopolamento delle risorse ittiche, ha finito per rafforzarsi. Anziché ampliare il numero di barche con quote per pescare il tonno rosso, sono state potenziate quelle dei concessionari esistenti.
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Per la campagna 2025, all’Italia è stato assegnato un contingente di 5.579,83 tonnellate, il terzo per dimensioni dopo Spagna e Francia. Di queste, circa 3.646 sono state riservate alla pesca a circuizione, sistema che prevede l’utilizzo di gigantesche reti che fungono da labirinto in cui i banchi di tonni rimangono imprigionati.
Si tratta di un metodo in cui – a differenza per esempio del palangaro che prevede l’utilizzo di ami o della mattanza nelle tonnare fisse – i pesci rimangono in vita. L’obiettivo è trasportarli nelle farm, allevamenti dove saranno sottoposti alla fase di ingrasso necessaria per soddisfare gli standard richiesti dal mercato orientale.
I principali Paesi del Mediterraneo che ospitano le farm sono Malta e Spagna. Dopo la chiusura delle strutture che un tempo erano presenti nel nostro Paese, è verso queste destinazioni che la ventina di pescherecci italiani che possiedono quote per la circuizione mandano il proprio carico, trasportato tramite gabbie rigidamente controllate. Tra questi c’è anche l’Angelo Catania, imbarcazione di 43 metri di proprietà della Azzurra Pesca, società che ha sede legale a Gela, in provincia di Caltanissetta.
Dal 2020, l’Angelo Catania è il peschereccio italiano a cui è stata assegnata la quota più grande: negli ultimi tre anni è stata di 319,550 tonnellate, l’unica che supera la soglia delle trecento.
I rapporti con Cosa Nostra
La famiglia Catania è da decenni protagonista dell’industria ittica, dalla pesca al commercio. La storia inizia a Gela nel 1978, con la costituzione della Fratelli Catania, ditta che commercializza «prodotti della pesca freschi, congelati e surgelati». Ad amministrarla è Emanuele Catania, all’epoca 29enne, insieme ai fratelli Nino e Angelo (deceduto nel ’97).
Nel 1981, viene fondata la Gelapesca a cui seguono altre società: dalla Pescagel Group alla Azzurra Pesca, la società proprietaria della Angelo Catania, il business si radica fino ad arrivare a investire all’estero.
Tale ascesa, però, è stata possibile grazie anche ai Rinzivillo, famiglia che non ha nulla a che vedere con il mare ma che a Gela – territorio in cui storicamente hanno convissuto, spesso non pacificamente, diverse forme di criminalità organizzata – ha rappresentato Cosa Nostra. A confermarlo è stata la Cassazione che, nell’estate di tre anni fa, ha condannato definitivamente Emanuele Catania per associazione mafiosa.
Catania, che sta ancora scontando la pena, è stato ritenuto partecipe della cosca. Per i giudici ermellini, che hanno confermato la sentenza dell’anno precedente con cui la Corte d’appello di Caltanissetta aveva cancellato l’assoluzione in primo grado, Catania è stato uno degli imprenditori di riferimento dei Rinzivillo «per favorire l’infiltrazione nel tessuto economico legale di attività con le quali riciclare proventi illeciti».
In cambio Cosa Nostra gli avrebbe offerto la protezione e il sostegno necessari a mantenere la posizione di dominanza in un settore difficile come quello ittico e in un territorio, la Sicilia, dove la concorrenza può manifestarsi anche in forma violenta.
I giudici, tuttavia, sono sicuri: il percorso di vita di Catania «mal si concilia» con la figura di un imprenditore vittima di Cosa Nostra, come i suoi legali hanno provato a sostenere durante i processi.
Segnali dal passato
Quella del 2023, a cui è seguito un ricorso straordinario della difesa rigettato nel 2024, è la prima condanna per Emanuele Catania.
Pensare però che le ombre sull’imprenditore si siano iniziate ad addensare solo a fine 2017, con l’arresto nell’operazione Extra Fines, sarebbe un errore: la sentenza fissa l’inizio dell’appartenenza di Catania alla cosca Rinzivillo ai primi anni Novanta. E in effetti l’imprenditore già in precedenza era stato più volte indagato per la vicinanza ai mafiosi di Gela.
Nel 2008, per esempio, Emanuele Catania e il fratello Nino furono prosciolti dall’accusa di intestazione fittizia delle proprie società – tra cui l’Azzurra Pesca – in quanto riconducibili ai Rinzivillo e funzionali al riciclaggio dei fondi della cosca. Il proscioglimento, che consentì a Catania di ritornare in possesso delle imprese, arrivò dopo che fu accertato che i fatti contestati risalivano al 1988, un’epoca in cui il reato di intestazione fittizia non era ancora stato introdotto nel codice penale (lo sarà soltanto nel 1992).
Nei primi anni Duemila, invece, erano stati diversi collaboratori di giustizia a parlare dei rapporti pericolosi dei Catania.
«I fratelli Catania, noti imprenditori nel settore del mercato ittico, sono fiduciari di Antonio Rinzivillo e investono in quel settore denaro di quest’ultimo», dichiarò il pentito Filippo Bilardi nell’estate del 2002, specificando che «i soldi investiti erano proventi dal traffico di droga».
Un altro collaboratore di giustizia, Angelo Celona, raccontò ai giudici una vicenda che dimostrava come, in virtù dei rapporti con i Rinzivillo, i Catania «non potevano essere in alcun modo toccati». L’aneddoto era questo: a metà anni Novanta, alcuni furgoni di proprietà dei Catania vennero incendiati per volontà di esponenti della Stidda e di Cosa Nostra – nell’articolazione della famiglia Emmanuello – interessati a sottoporre gli imprenditori al pizzo. Gli attentati si fermarono solo grazie ai Rinzivillo, che misero tutti d’accordo stabilendo che i Catania avrebbero dato un contributo economico ai clan. «Tale contributo non può e non deve essere inteso come la conseguenza di un fatto estorsivo – chiarì il pentito – ma come un regalo agli affiliati detenuti».
Il nipote di Matteo e l’Africa
Di storie in cui il cammino di Emanuele Catania si intreccia con quello di personaggi legati alla criminalità organizzata ce ne sono tante.
Nel processo Extra Fines sono finiti anche gli incontri che Catania ha avuto con Francesco Guttadauro, nipote sia del capomafia di Brancaccio (Palermo) Giuseppe Guttadauro che di Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa Nostra trapanese arrestato nel 2023 dopo una latitanza dai contorni misteriosi durata trent’anni.
Francesco Guttadauro – attualmente recluso in regime di 41 bis – ed Emanuele Catania avrebbero condiviso affari nel settore ittico, nell’interesse anche dei Rinzivillo.
Tra gli obiettivi c’era l’avvio di un’attività di importazione dal Marocco. Da lì i pesci sarebbero stati poi commercializzati in altre parti d’Italia, tra cui il Lazio, e in Germania, dove i Rinzivillo hanno persone di fiducia.
Nel Paese nordafricano, Catania ha acquisito – tramite Azzurra Pesca – l’impresa di distribuzione Pesce Azzurro Med, e con quest’ultima una quota di Gastronomia Napoletana, società che a dispetto del nome ha sede a Kenitra, città che si affaccia sull’Atlantico.
Il fatto che il progetto non si sia concretizzato non ha inficiato la valutazione dei giudici, per i quali ciò che conta è che Catania fosse cosciente di essersi seduto al tavolo con soggetti inseriti in Cosa Nostra.
I soldi da Malta
A maggio scorso, quasi due anni dopo la condanna definitiva per mafia, il tribunale di Caltanissetta ha emesso il decreto di sequestro dei beni di Emanuele Catania. Il patrimonio su cui sono stati posti i sigilli ammonta a cinquanta milioni di euro.
Sotto la lente degli inquirenti è finita anche un’operazione che risale al 2012 e che si muove tra Malta e la Sicilia.
Riguarda l’acquisto da parte di Emanuele Catania delle quote di Azzurra Pesca – la proprietaria della Angelo Catania – che in quel periodo erano detenute dalla Pescagel Group, società della stessa famiglia. Il prezzo pattuito – 643mila euro – sarebbe stato pagato grazie a quelle che i finanzieri hanno definito «anomale provviste finanziarie» dall’origine ignota e provenienti dall’isola dei cavalieri.
Tra la primavera e l’estate di quell’anno, infatti, Catania ricevette due bonifici dell’importo complessivo di 650mila euro, emessi tramite Bank of Valletta dalla Medina Ridge Holdings Limited.
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Quest’ultima all’epoca era di proprietà degli imprenditori maltesi Emanuel Azzopardi e Joseph Caruana, oggi entrambi deceduti. Azzopardi e Caruana sono stati anche tra gli azionisti di Fish and Fish Ltd, che a Malta gestisce importanti farm per l’allevamento del tonno da rivendere poi in Giappone.
«Il rapporto è sempre stato con Azzurra Pesca. Eventuali fondi prestati al rappresentante della società per l’acquisizione di ulteriori azioni di Azzurra Pesca sono stati rimborsati o regolati tramite servizi resi alle società che rappresento», dichiara a IrpiMedia David Azzopardi, che di Medina Ridge Holdings Limited era amministratore. «Le società che rappresento dispongono di una quota per la gestione di allevamenti di acquacoltura a Malta e l’attività è sempre stata condotta nel rispetto dei requisiti di legge. Il pesce acquistato – continua – nel corso degli anni è sempre stato conforme alle quote assegnate annualmente al peschereccio Angelo Catania dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e registrato presso l’Iccat. Queste transazioni sono state registrate nel sistema e-BCD e monitorate sia dagli osservatori Iccat che dagli osservatori regionali nominati dal governo italiano. I documenti dimostrano – sottolinea Azzopardi – che ciò è avvenuto sia quando i beni della società erano sotto la gestione di Catania sia durante il periodo in cui un curatore nominato dal tribunale ha gestito i beni tra il 2007 e il 2014 e poi di nuovo dal 2019 al 2021».
Quella con Emanuele Catania non è l’unica relazione che la Medina Ridge Holding ha avuto con la Sicilia. La società, infatti, ha detenuto il 50 per cento delle quote di Medina Fisheries Ltd, altra realtà attiva nell’acquacoltura, mentre il restante capitale è stato in mano a due imprenditori ittici catanesi: Mario Valastro e Pietro Ganesio.
Questi ultimi, peraltro, sono soci, insieme a David Azzopardi, in una ditta che si occupa di gestione di bar e ha sede ad Aci Castello (Catania).
Le battute da condannato
Prendendo come riferimento la forbice temporale determinata dalla data della sentenza di condanna definitiva – 10 luglio 2023 – e quella in cui il tribunale di Caltanissetta ha emesso il decreto di sequestro dei beni, il 28 maggio scorso, e considerando che la ripartizione delle quote tonno avviene generalmente in primavera, sono due le stagioni di pesca – 2024 e 2025 – in cui l’Angelo Catania ha pescato nel Mediterraneo sfruttando la quota annuale da 319,550 tonnellate concessa dallo Stato.
In totale, quindi, si tratta di migliaia di tonni catturati da un peschereccio che in quel momento si sapeva essere di una società – Azzurra Pesca – il cui titolare era stato ufficialmente ritenuto appartenere a Cosa Nostra.
Analizzando i tracciati registrati da MarineTraffic, è possibile dire che negli ultimi anni la Angelo Catania ha effettuato le sue operazioni di pesca attorno alle isole Baleari, in Spagna, il Paese che con Malta detiene il business maggiore legato agli allevamenti in acqua.
Leader del settore è il gruppo Fuentes, nel 2018 finito al centro dell’inchiesta giudiziaria Tarantelo su un vastissimo traffico di contrabbando di tonno rosso. Fonti riservate hanno confermato a IrpiMedia che negli ultimi anni tra i clienti della Azzurra Pesca c’è stato proprio il gruppo spagnolo.
Sempre da MarineTraffic, è possibile dire che negli anni precedenti le attività della Angelo Catania sono state maggiormente concentrate nel mare tra la Sicilia e Lampedusa, e dunque vicino a Malta, dove ci sono altre farm importanti tra cui quelle di proprietà degli imprenditori che nel 2012, per motivi poco chiari, inviarono a Emanuele Catania 640mila euro per metterlo in condizione di acquistare le quote della Azzurra Pesca da una società in mano alla propria stessa famiglia.
Com’è stato possibile
Arrivati a questo punto, è naturale chiedersi come sia potuto accadere che un’imbarcazione in mano a un imprenditore, le cui attività per tre decenni sono state al servizio della criminalità organizzata, abbia continuato a fare affari in un settore rigidamente regolamentato dallo Stato e dall’Unione europea.
La domanda è tra quelle che IrpiMedia ha posto al Masaf, il ministero che si occupa, annualmente, di stabilire la ripartizione delle quote tonno. Dal dicastero guidato da Francesco Lollobrigida, però, non è arrivata alcuna risposta. Nessun commento neanche dal tribunale di Caltanissetta, che non ha autorizzato l’amministratore giudiziario, nominato per gestire il patrimonio di Emanuele Catania, a rilasciare dichiarazioni.
Dalle sentenze e dai documenti camerali è tuttavia possibile dire che a Catania è bastato farsi da parte, facendo fare le proprie veci ai parenti più stretti.
La condanna definitiva per Emanuele Catania ha infatti previsto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale per la durata della pena, ovvero l’impossibilità di compiere autonomamente atti come stipulare contratti, acquistare o vendere beni. Ciò ha comportato la necessità di nominare per Catania un tutore legale: fino allo scorso aprile a svolgere tale funzione era stato il nipote Rocco Alessio Di Rosa, successivamente il tribunale ha nominato un avvocato del foro di Gela che però, come verificato da IrpiMedia, ha rinunciato all’incarico. Oggi, con il passaggio delle società sotto il controllo del tribunale, l’esigenza è venuta meno.
Dopo la condanna, i cambi hanno riguardato anche il consiglio d’amministrazione di Azzurra Pesca. Nella società, infatti, sono entrati il genero di Catania, Maurizio Angelo Di Rosa, il nipote Rocco Alessio e Viviana Catania, una delle figlie.
Sono loro tre che, a giugno del 2024, pochi mesi dopo che il Masaf aveva riconfermato la quota tonno all’Angelo Catania, prendono parte all’assemblea ordinaria di Azzurra Pesca. All’ordine del giorno c’è l’approvazione del bilancio 2023: i tre votano all’unanimità il documento in cui si certifica un utile nell’esercizio di 2,7 milioni di euro. Parte dei quali ottenuti grazie alla vendita del tonno rosso alle farm. Lo stesso che probabilmente qualche tempo dopo avrà iniziato a girare sui kaiten di Tokyo e dintorni.
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