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La paura della ‘ndrangheta emiliana

Il clan che si è radicato in Emilia-Romagna, nei decenni si è evoluto e modernizzato, senza mai lasciare da parte il suo carico di violenza, tra omicidi, minacce, incendi, sfruttamento e intimidazioni, anche dopo l’operazione Aemilia

#NdranghetaEmiliana

10.03.21

Sofia Nardacchione

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'Ndrangheta
Emilia Romagna

5 novembre 2018. Armato di coltello, Francesco Amato si barrica nell’ufficio postale di Pieve Modolena, una frazione del comune di Reggio Emilia, prendendo in ostaggio quattro dipendenti e la direttrice. «Vi ammazzo tutti, sono quello che ha preso 19 anni, voglio parlare con Salvini (Matteo, leader della Lega, ndr)», urla.

Una settimana prima, il 31 ottobre, Amato era stato condannato in primo grado a 19 anni e 1 mese per associazione mafiosa, estorsione e minacce nel processo Aemilia: una sentenza storica, avevano affermato in tanti, che ha condannato 125 imputati legati a vario titolo alla ‘ndrangheta radicata in Emilia-Romagna.

Il sequestro è il colpo di coda di quella sentenza. Otto ore in cui la provincia reggiana, territorio di radicamento più profondo della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, è rimasta con il fiato sospeso. Una violenza che si è fatta esplicita, chiara davanti agli occhi tutti, a partire da quell’ufficio postale di Pieve Modolena.

A rendere chiaro il contesto di violenza del resto sono già i capi di imputazione del maxi-processo alla ‘ndrangheta emiliana: oltre all’associazione mafiosa vengono contestate anche estorsione, usura, furti, incendi, detenzione illegale di armi e di munizioni da guerra, danneggiamenti e minacce. E due omicidi, quelli di due esponenti della ‘ndrangheta, nel 1992, in provincia di Reggio Emilia. Non solo. Testimoni intimiditi, che in Tribunale avevano paura di parlare, ritrattavano le loro dichiarazioni: «Ve lo giuro sui miei figli, non mi ricordo», diceva un testimone, vittima di estorsione, durante una delle udienze del processo. Sempre in aula, durante una delle udienze del processo Aemilia, un altro affermava: «Sono stato avvicinato quando ho deciso di costituirmi parte civile, ora ho paura».

Una ricostruzione violenta

Protetto da un divisorio bianco, come quelli che si usano per i collaboratori di giustizia, le sue parole attraversano l’aula bunker costruita nel cortile del Tribunale di Reggio Emilia per ospitare il rito ordinario del processo Aemilia: «All’inizio non ero intimorito, ma ora sì: ho tre bambini. Sono stato avvicinato quando ho deciso di costituirmi parte civile, ora ho paura», afferma. A parlare è l’unico operaio che ha deciso di denunciare lo sfruttamento subito mentre lavorava in uno dei cantieri controllati dalla ‘ndrangheta nella ricostruzione dopo il terremoto del 2012 in Emilia.

Nelle celle dell’aula, ad ascoltarlo, ci sono alcuni dei boss imputati nel maxi-processo, altri sono in collegamento dalle carceri di tutta Italia. L’uomo che parla è uno dei tredici operai che hanno subito il sistema mafioso, vittime di un vero e proprio sistema di caporalato: assunti ufficialmente dall’azienda modenese Bianchini Costruzioni s.r.l., erano di fatto controllati da Michele Bolognino, boss della ‘ndrangheta emiliana che decideva modalità, prezzi, costi. In una logica mafiosa che aveva come unico scopo quello del massimo profitto: dei 23 euro l’ora che sarebbero spettati agli operai per contratto, ne arrivano solo dieci, in nero. Gli operai dovevano poi restituire al boss i soldi della cassa edile e del Tfr, quelli dei buoni pasto e delle visite mediche, dovevano pagare la nafta utilizzata per i camion nei cantieri, lavorare sette giorni su sette, senza nessun giorno di riposo settimanale.

Ma il sistema era più complesso: il meccanismo di retribuzione degli operai era basato anche su un sistema di falsa fatturazione, che andava ad avvantaggiare l’impresa anche da un punto di vista fiscale. Alla fine del mese, arrivavano nelle casse della ‘ndrangheta mille euro al mese puliti per ognuno dei tredici operai. Se a qualcuno non andava bene, veniva licenziato, e doveva anche restituire l’indennità di mancato preavviso in caso di lamentele e licenziamento. Perché quei cantieri erano una zona franca da qualsiasi diritto sindacale e del lavoro, dove la violenza mafiosa si mischiava alla ricattabilità di chi aveva necessità di lavorare, a qualsiasi condizione. Così, nell’aula di tribunale dove si è celebrato il primo grado del processo Aemilia, anche dopo gli arresti c’è solo un operaio a parlare. E ha paura.

Caporalato estero

In uno stato di ricattabilità si trovano anche gli operai che nel 2017 vengono spediti a Bruxelles, tramite Salvatore Grande Aracri e il padre Francesco, fratello maggiore del boss Nicolino. Da Brescello – comune reggiano che era stato sciolto per mafia un anno prima, il primo e al momento unico in Emilia-Romagna – padre e figlio arruolano operai per conto di una ditta edile albanese in Belgio alla ricerca di manovalanza italiana a buon mercato. I due Grande Aracri la trovano: persone «in stato di bisogno dovuto ad una cronica difficoltà di trovare lavoro» – hanno scritto i giudici nell’ordinanza di Grimilde, filone di Aemilia in cui si affronta la vicenda – disposte ad allontanarsi a centinaia di chilometri da casa pur di avere un lavoro. Con la ditta i due ‘ndranghetisti trattano i prezzi: dei 14 euro ricevuti dall’azienda per ogni ora lavorata, agli operai arrivavano tra gli 8 e i 10 euro, perché il resto finisce per ingrassare le casse degli intermediari di manodopera. Festivi non pagati, così come gli straordinari. Niente indennità per la trasferta all’estero e pagamenti in ritardo (quando avvenivano), tanto che i lavoratori – muratori e carpentieri – dovevano chiedere i soldi per poter mangiare. E chi, una volta rientrato in Italia, chiedeva di avere quello che gli spettava, veniva picchiato.

Un reticolo di violenza

Nel 2016, mesi dopo l’operazione Aemilia c’è chi inizia a parlare. È Giuseppe Giglio, uno degli ‘ndranghetisti emiliani che hanno iniziato a collaborare con i magistrati: era lui che, tra le altre cose, gestiva il sistema di fatture false che permetteva alla ‘ndrangheta di guadagnare a scapito degli operai che lavoravano nei cantieri della ricostruzione post-terremoto. Grazie alle sue dichiarazioni vengono approfonditi aspetti di una associazione mafiosa in continua evoluzione, anche dopo gli arresti, i processi e le prime condanne.

E ad emergere è anche una violenza che non si ferma: a svelarla nel novembre del 2017 è l’operazione Reticolo, che fa luce su intimidazioni e pestaggi avvenuti nel carcere della Dozza, a Bologna. I referenti del clan emiliano – a partire da Sergio Bolognino e Gianluigi Sarcone, fratelli di due dei boss principali dell’associazione mafiosa – sono accusati di essere i mandanti di violenze e avvertimenti eseguiti dai detenuti. All’interno del carcere bolognese c’era infatti una vera e propria gerarchia criminale tra i detenuti: al vertice, uomini della ‘ndrangheta, committenti di intimidazioni, minacce e pestaggi, come quello ai danni di un detenuto legato alla camorra. La sua colpa è quella di essere stato irrispettoso nei confronti di alcuni affiliati alla ‘ndrangheta e non essersi piegato alle disposizioni imposte dai boss. Un pestaggio riuscito nonostante la vittima delle violenze fosse detenuta nella sezione ad alta sicurezza del carcere bolognese.

Nella rete sono coinvolti anche alcuni agenti della polizia penitenziaria, che hanno permesso ai detenuti di consumare droghe all’interno del carcere: sono tre gli agenti condannati in primo grado con rito abbreviato. Il rito ordinario, in cui sono imputati gli esponenti della ‘ndrangheta, è invece ancora in corso.

Reggio Emilia, il centro della violenza mafiosa

Pochi mesi dopo il sequestro di Francesco Amato all’ufficio postale di Pieve Modolena, la violenza torna a colpire Reggio Emilia e la sua provincia. È l’inizio del 2019 e in due settimane colpi di pistola distruggono le vetrine di alcuni esercizi commerciali, un altro negozio viene incendiato, quattro veicoli prendono fuoco. Nei luoghi colpiti vengono trovati biglietti di minacce e richieste di pizzo: «Al titolare della perla. Essendo che le nostre richieste sono cadute nel vuoto io stasera ti farò dei danni perché ai (sic) sottovalutato il problema per questa sera anzi domani cambierai i vetri e se ancora continui a fare il testardo ti metterò fuoco […] o chi lo sa ti gambizzo».

È quello che si legge all’inizio di un biglietto dattiloscritto lasciato davanti alla pizzeria La Perla, a Cadelbosco Sopra, in provincia di Reggio Emilia: la vetrina dell’esercizio viene raggiunta da cinque proiettili. Un’intimidazione. Stessa sorte tocca alle pizzerie Piedigrotta 3, Piedigrotta 2 e Paprika. A Cadè, tra Reggio Emilia e Parma, vengono invece incendiati un furgone e tre auto, posteggiati nel parcheggio di un condominio. Sono luoghi noti, dove vivono esponenti della ‘ndrangheta emiliana, a partire da Cadelbosco, dove risiedono Luigi Silipo, Antonio Crivaro, Luigi Brugnano, Floro Vito Gianni, Eugenio Sergio e Antonio Amato, fratello di Francesco, tutti condannati nel processo Aemilia.

Pochi giorni dopo vengono arrestati tre fratelli: Mario, Michele e Cosimo Amato. Sono i tre figli di Francesco Amato: all’epoca avevano rispettivamente 29, 22 e 20 anni. Il 16 febbraio 2021, la Corte d’Appello ha confermato le condanne tra gli 8 e i 6 anni di carcere per le violenze di quelle settimane. I tre fratelli avevano ammesso i fatti, affermando però di non avere contatti con i clan. Secondo i giudici, invece, quelli del 2019 sono veri e propri atti di ‘ndrangheta. Anche perché pochi giorni dopo gli spari e gli incendi sarebbe iniziato un nuovo processo: Aemilia 1992.

Non è un collegamento che esplicitano i giudici, ma che emerge da una percezione comune in quei giorni di violenze: una tensione che si percepisce tra la sentenza di primo grado del rito ordinario del maxiprocesso – con le urla in aula degli imputati e dei loro familiari contro il verdetto -, il sequestro messo in atto da Francesco Amato, le intimidazioni nel reggiano e l’inizio di un processo che riporta alla luce fatti lontani nel tempo e che colpirà ulteriormente la ‘ndrangheta radicata in regione.

Dal 1992 ad oggi

Tra l’inizio del processo Aemilia e gli omicidi degli ‘ndranghetisti Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo, uccisi nel 1992 nel reggiano dalla cosca Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena con cui erano in contrasto, passano quasi vent’anni. Lontano dalla Calabria, territorio d’origine del clan, la violenza non si ferma e, anche in Emilia-Romagna è sempre rimasta uno strumento fondamentale per il controllo del territorio. Una violenza spesso nascosta, di un’associazione che riesce a camuffarsi per anni da criminalità semplice, che niente ha a che vedere col crimine organizzato: per includere i due omicidi in un quadro più grande – quello dell’associazione mafiosa che si è radicata in Emilia-Romagna dagli anni Ottanta e si è fatta sistema, rete, organizzazione autonoma dalla case madre calabrese – servono le parole del collaboratore di giustizia Antonio Valerio, con cui nel giugno 2017 si riaprono le indagini.

Nelle sue lunghe dichiarazioni, tra citazioni di classici greci, racconti mitologici e testimonianze del suo passato criminale, l’ex mafioso narra una ‘ndrangheta che ha saputo evolversi, nascondersi, intimidire, creare omertà. Una ‘ndrangheta che è sempre pronta a rigenerarsi, a mantenere saldo il controllo del territorio, anche dopo l’operazione Aemilia e i processi che ne sono scaturiti: «Non illudetevi che sia finita», dice Valerio, «La ‘ndrangheta è come la gramigna: finché non la estirpi fino all’ultimo filamento di radice in profondità, ricresce nuovamente. Mitologicamente parlando si potrebbe paragonare all’araba fenice».

Per approfondire

#NdranghetaEmiliana
Inchiesta

I professionisti al soldo della ‘ndrangheta emiliana

17.02.21
Nardacchione

Crediti

Autori

Sofia Nardacchione

Editing

Luca Rinaldi

Visuals

Lorenzo Bodrero

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